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Forum
di Bioetica |
| NEWSLETTER
N. 40 - MARZO 2007 |
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| Chi
siamo? “cultori di bioetica dell’Ospedale
Maggiore di Novara attenti ai problemi etici nel mondo
sanitario e sociale”. |
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| Gli
scopi del forum sono? |
SUSCITARE
UN INTERESSE CULTURALE SUI PRINCIPI FONDATI DELLA BIOETICA
E FORNIRE GLI ELEMENTI CHE AIUTINO LE COSCIENZE ALLA
FORMULAZIONE DI UN RETTO GIUDIZIO MORALE |
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MARZO
2007
Newsletter n. 40 |
| Indice: |
Intorno
ai Principi dell'Etica e Dilemmi Etici |
EUTANASIA
PERCORSO ETICO - FILOSOFICO
di Paolo Rossi |
Premessa
filosofica |
Il dono della vita
La dignità della vita umana |
| Il
cammino culturale dell’era moderna |
| Conseguenze
pratiche del sapere scientifico moderno |
Confusioni
ed equivoci sul termine “eutanasia” |
| I
problemi etici del morire |
| Sulla
definizione di “Eutanasia” |
Gli
elementi specifici della soppressione eutanasica
Gli inganni dei sostenitori dell’eutanasia |
Pericolose
derive
Un chiarimento necessario
Un richiamo alla Dignitatis Humanae |
Significato
etico dei mezzi di sostegno vitale
Lo stato vegetativo permanente |
| L’autonomia
nella relazione medico-paziente |
| Le
violazioni del codice deontologico |
| Eutanasia
neo-natale negli ospedali italiani |
pag.
2-17 |
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| INTORNO
AI PRINCIPI DELL'ETICA |
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Eutanasia
epercorso etico-filosofico 1 |
di
Paolo Rossi |
Prima
di affrontare i problemi etici che l'eutanasia solleva,
è necessario ed importante fare chiarezza sulle
parole che adoperiamo; più ancora, sulla realtà
indicata da quelle parole. La premessa filosofica è
composta di due parti, la prima sviluppa due concetti
fondamentali che costituiscono la guida maestra della
mia esposizione, la seconda concerne il cammino culturale
dell’era moderna. |
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Il
dono della vita |
Il
primo concetto di questa premessa filosofica riguarda
il dono della vita.
Nessuno può negare che nessun uomo è
in grado di darsi la vita da se stesso, bensì
la riceve da altri, e tutti in definitiva la ricevono
soltanto da colui che esiste come Essere “sussistente”
che cioè possiede la vita da se stesso e Lui
soltanto è in grado di donarla ad altri. Come
i genitori considerano ogni figlio la propria creatura
così ogni essere umano è creatura che
riceve in dono la vita. È un dono fatto senza
alcun merito previo da parte della creatura. Non esiste
un dono più grande della vita in quanto la
vita assume tutti i diritti e i doveri delle persone,
e pertanto il primo dovere è quello del rispetto
della vita in tutte le sue manifestazioni dal suo
inizio fino al suo termine naturale. Coloro che rifiutano
di riconoscere questa realtà, evidente di per
se stessa, o non si pongono il problema per autosufficienza
oppure spiegano la comparsa della vita come un effetto
del caso che di per sé è un “niente”e
privo di ogni evidenza dimostrabile.
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La
dignità della vita umana |
Il secondo concetto riguarda la dignità della
vita umana. Questo è un parametro di valore che
discende dal concetto di “natura umana”,
in cui è implicito quello di persona. La definizione
più cogente di persona umana è quella
ormai classica data da un filosofo del primo medioevo,
Severino Boezio: persona è "individua
substantia (incommunicabilis) rationalis naturae",
una sostanza individuale, cioè quell’uomo
concreto, unico e irripetibile nella sua natura razionale;
definizione che ha avuto clamorosa conferma dalla moderna
biogenetica. Giustino il filosofo apologeta più
importante del 2° secolo così ne illustra
il significato: «Ogni uomo, in quanto creatura
razionale, è partecipe del Logos, ne porta in
sé un "seme", e può cogliere
i barlumi della verità». È la natura
di un essere dotato di ragione in cui possiamo riconoscere
due funzioni, quella razionale (il calcolare dello scienziato)
e quella intellettuale (leggere l’essere cioè
intuirlo nelle cose e averne cura). Se è così,
è possibile affrontare la conoscenza dell'uomo
in due modi: da un punto di vista razionalistico, che
non è però razionale, e permette solo
di raggiungere un'ipotesi sull'uomo (quella riduttiva
della scienza); oppure, dal punto di vista intellettuale,
possiamo cercare di leggere dentro di lui ciò
che è, vivendo così in un continuo stupore
non solo di fronte all'albero, al fiore, ma soprattutto
di fronte all'uomo. Questo atteggiamento intellettuale
porta all'uomo tutto intero perché permette di
conoscere non solo le sue sembianze, la sua costituzione
fisica (come si verifica nella conoscenza scientifica)
ma permette anche di percepire la sua soggettività
e di aprirsi alla sua interiorità. Come essere
razionale l’individuo umano costituisce indubbiamente
la più elevata manifestazione della realtà
esistente e per questa posizione eccelsa nell’universo
ogni vita umana possiede una dignità infinita
(S. Tommaso). La dignità della vita costituisce
così il parametro fondamentale che dovrebbe guidare
l'organizzazione sociale, le scelte etiche e le decisioni
politiche. Il valore della vita umana non può
quindi essere scambiata con nessun altro valore; e ciò
indipendentemente dalle sue qualità fattuali,
ma per il fatto che è quella di un essere razionale.
Di qui discendono due principi fondamentali: il primo
per cui è sempre gravemente sbagliato uccidere
un essere umano innocente; il secondo per cui abbiamo
il dovere di conservare e custodire il bene della vita,
la cui indisponibilità vale anche nei confronti
di noi stessi. |
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Il
cammino culturale dell’era moderna |
Ma
d'altronde, deve essere considerato uno dei primi compiti
di una riflessione bioetica quello di cercare di comprendere,
prima di arrivare ad una valutazione. Il cammino culturale
dell'era moderna nell'Europa occidentale, costituita
da Paesi di più che millenaria cultura cristiana,
o almeno cristianamente ispirata, può essere
così delineato nei suoi punti essenziali. Procedono
in parallelo, e complementari, un pensiero filosofico
e un sapere scientifico che mettono in questione, fino
a negarla, la possibilità stessa per l'uomo di
conoscere qualunque realtà che trascenda il mondo
fenomenico e sensibile. Di qui, logicamente, lo sbocco
in una serie di conseguenze di portata cruciale: una
concezione immanentistica secondo la quale sono presenti
nella stessa realtà finita la propria causa e
il proprio fine, con conseguente agnosticismo, o anche
negazione, di tutto il mondo di Dio e dello spirito;
una concezione perciò antropocentrica, con l'uomo
arbitro assoluto di tutto, misura insindacabile del
bene e del male; un uomo però sempre più
spogliato della sua vera unità, perché
ridotto a organismo vivente semplicemente più
evoluto e complesso di quello di altre specie animali.
Alla concezione e all’organizzazione sociale fondata
sulla dignità assoluta della vita si è
sostituita gradualmente quella tutta orientata sulla
qualità della vita. Alla dignità della
vita è sottesa l’etica dei principi,
oggettiva perché fondata sulla legge naturale.
Alla qualità della vita è sottesa l’etica
della situazione, relativista e arbitraria. Contemporaneamente,
il sapere scientifico moderno conferma le pretese di
quello filosofico attribuendosi sempre più l'esclusiva
di essere l'unica forma valida di conoscenza, e affermando
che solo ciò che è scientificamente osservabile,
misurabile e sperimentabile interessa l'uomo, tutto
il resto è mito, favola, fantasia. |
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Conseguenze
pratiche del sapere scientifico moderno |
Direttamente
connesse col tema che qui ci interessa, sono però
alcune gravose conseguenze. Nel 1978 ci fu il caso Quinlan,
che verteva sul distacco del respiratore (2).
Il dibattito di allora aprì la strada al cosiddetto
'diritto di morire'. Il concetto di autonomia del paziente
fu usato per dare una vernice di rispettabilità
al dovere di morire. In seguito, sotto l’azione
massiccia dei mass media, la dottrina della “qualità
della vita” ha offuscato la concezione della dignità
della vita umana si è estesa da un ambito filosofico
ad un costume di popolo, fino a diventare una sorta
di “nuova religione”, improntata ad uno
stravolgimento del concetto stesso di umanità
(il transumanesimo) e viziata da un profondo
pregiudizio ideologico. In virtù di una fraintesa
nozione di uguaglianza, infatti, per la quale si dovrebbe
offrire a ciascuno il diritto di scegliere i tempi e
i modi della propria morte, si giustifica l’ingiusta
e arbitraria discriminazione fra persone e “non
persone”, cioè fra vite degne e vite
“non degne di essere vissute”. Secondo tale
prospettiva non persone sarebbero gli embrioni e i feti,
alcuni bioeticisti dicono anche alcuni nuovi nati con
diversi handicap, Terry Schiavo e Ronald Reagan durante
le fasi finali dell'Alzheimer. Il vero problema è
una visione asfissiante di ciò che ci rende umani
e può portarci nell'abisso, un mondo puramente
materialistico e darwinistico dove ciò che è
soltanto il forse diventa il giusto
(3).
Così, nell’attuale dibattito sulla fine
della vita, un caso clinico e umano specifico come Piergiorgio
Welby diviene lo strumento attraverso cui attivare una
campagna pervasiva e sottile a favore dell’eutanasia. |
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Confusioni
ed equivoci sul termine "eutanasia" |
Dopo
aver già da tempo abbandonato il legame con l’etimo
greco di morte buona, il termine eutanasia viene usato
nell’attuale dibattito in sensi spesso molto diversi.
Ma chi oggi parla di eutanasia, a quale realtà
intende fare riferimento? E' a questo livello di
significato reale che emerge una notevole confusione.
Si tratta, infatti, non di una ma di più realtà,
tra loro fortemente diverse. Tra coloro che prendono
posizione a favore dell'eutanasia, ad esempio:
- alcuni intendono garantire sé e gli altri dal
rischio di finire vittima di un accanimento terapeutico,
capace solo di prolungare l'agonia con le sue angosciose
sofferenze;
- altri, invece, intendono evitare una morte tecnologizzata,
tra apparecchiature sofisticate e con intorno solo persone
estranee, e in desolante solitudine;
- altri ancora intendono una morte indolore, volutamente
procurata, su sua richiesta o no, ad una persona, altrimenti
destinata ad incontrare la morte dopo un periodo più
o meno lungo di sofferenze particolarmente pesanti.
Limitando l'attenzione a questi tre significati, è
facile cogliere profonde differenze tra di loro. I problemi
dell'accanimento terapeutico e dei limiti nel ricorso
a tecnologie di rianimazione, o di terapia intensiva,
si pongono all'interno di una situazione di lotta contro
la morte, con tentativi che si sperano efficaci nello
strappare a morte prematura il paziente. In
tale contesto, il vero problema è quello dei
limiti, cioè: fin dove è lecito insistere
in tali tentativi, e dove comincia il dovere di sospenderli
perché davanti alla morte, ormai inevitabile,
il paziente sia aiutato ad accettarla, confortato dalla
vicinanza affettuosa di persone care e alleviato nelle
sue sofferenze. Si tratta dunque di evitare una lotta
ad oltranza contro la morte, lotta disperata e assurda
che finisce per rendere ancora più opprimente
e angosciante la morte stessa.
Totalmente diversa, anzi opposta, è la situazione
in cui si colloca il terzo significato di eutanasia,
cioè quello non di una lotta contro la morte,
ma di una morte voluta e procurata. Usare lo stesso
termine per indicare cose tra loro opposte non può
che generare confusioni ed equivoci. Si creano cosi
grovigli di problemi tali da renderli quasi insolubili.
La confusione si è ulteriormente aggravata quando
è stata messa in circolazione nel 1973 dall’Associazione
degli Ospedali di America la formula "diritto a
morire con dignità", avallata successivamente
anche dal prestigio di alcuni scienziati, compreso qualche
premio Nobel (4).
Il Manifesto di questi 37 scienziati, fra l'altro, faceva
sua, conferendole nuova autorevolezza, la formula più
capace di occultare la realtà dell'eutanasia:
"diritto di morire con dignità",
inseparabile dal "diritto di vivere con dignità".
Con questa formula, la tragica realtà dell'eutanasia
viene come avvolta da una cortina fumogena e insieme
luminosa, con la capacità di mettere in imbarazzo
chi dichiara di rifiutarla. Certamente, infatti, fa
parte del diritto a vivere con dignità anche
il morire con dignità, cioè in modo rispondente
alla dignità dell'uomo, di qui emerge l'importanza
di un'etica del morire. L'insidia dell'equivoco emerge
quando si dichiara indegna dell'uomo ogni morte che
sia preceduta e accompagnata da sofferenze, da un crescente
sfacelo fisico e psichico quale si ha spesso nel vecchio
ammalato e in tutti i casi di malattia grave inguaribile.
In altri termini, i fautori della qualità della
vita pretendono d'imporre non solo a se stessi ma a
tutti gli altri esseri umani quali sono i criteri che
giustificano la conservazione della vita e, sulla base
di calcoli utilitaristici e di convenienza vogliono
stabilire per legge come “terminare” esseri
umani innocenti. |
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I
problemi etici del morire |
Le
domande nascono quando esiste un conflitto tra il valore
della vita umana e altre realtà che sono anche
viste come valori. Il valore della vita umana nel paziente
prossimo alla fine, può creare un autentico conflitto
etico soltanto con il valore del morire con dignità.
In rapporto al valore della vita umana possiamo aggiungere
quanto segue:
- la vita umana vale di per se stessa; possiede una
inviolabilità assoluta di carattere aprioristico;
- la vita umana non acquista né perde valore
etico qualora si trovi in una situazione di apparente
«svantaggio»: vecchiaia, “inutilità”
sociale, ecc.;
- il valore della vita umana è il sostegno fondamentale
dei valori etici e dei diritti socio-politici della
persona;
- la vita umana non può essere strumentalizzata.
Concretamente non si può produrre un autentico
conflitto etico tra il valore della vita del paziente
vicino all’epilogo finale e il suo valore sociale,
oppure tra il valore della vita del paziente e un altro
bene dello stesso paziente che però non coinvolga
la totalità della persona.
D’altra parte è anche necessario affermare
il valore della «morte degna». Il diritto
di morire degnamente esprime un’esigenza etica,
e non un diritto nel senso preciso dell’ordinamento
giuridico e non si riferisce direttamente al «morire»,
ma alla «forma» del morire. Questo diritto,
compreso in modo sbagliato, può essere inteso
come un diritto all’eutanasia, ma capito in modo
coerente suppone un insieme di esigenze che devono essere
compiute da parte della società e presenta i
seguenti contenuti reali:
- Attenzione al moribondo con tutti i mezzi che possiede
la scienza;
- Non privare del morire il moribondo in quanto «azione
personale»;
- Liberare la morte dalla «clandestinità»
in cui è tenuta dalla società attuale;
- Organizzare un servizio ospedaliero adeguato, affinché
la morte sia un fatto accettato coscientemente dall’uomo
e vissuto in chiave comunitaria;
- Favorire l’esperienza umana e religiosa della
morte e l’assistenza religiosa;
- Offrire al moribondo tutte le medicine opportune per
calmare il dolore, anche se questo tipo di terapia suppone
un’abbreviazione della vita e porta il moribondo
in stato d’incoscienza.
Tuttavia, come raccomandava Pio XII agli anestesisti
nel 1954, il moribondo non deve essere privato della
libertà di scegliere di vivere lucidamente, benché
con sofferenza, la propria morte. |
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Sulla
definizione di "Eutanasia" |
Frequentemente
si distingue fra eutanasia attiva - o positiva,
o diretta -, là dove il medico, o chi per
lui, interviene direttamente per procurare la morte
di un paziente, ed eutanasia passiva - o negativa,
o indiretta -. Meglio sarebbe, forse, denominarla
eutanasia "per omissione" di cure dovute o
omissiva, dove si ha invece astensione da interventi
che manterrebbero la persona in vita. Si distingue inoltre
fra eutanasia volontaria, quella esplicitamente richiesta
dal paziente, ed eutanasia non volontaria, quando la
volontà del paziente non può essere espressa,
perché si tratta di persona incapace.
Eutanasia si oppone talora a distanasia o ad accanimento
terapeutico, che indicano invece il ricorso a interventi
medici di prolungamento della vita non rispettosi della
dignità del paziente. Prossimo concettualmente
e fattualmente all’eutanasia, benché distinto
da essa, è poi il suicidio medicalmente assistito,
in cui la morte è conseguenza diretta di un atto
suicida del paziente, ma consigliato e/o aiutato da
un medico. Si tratta, come si vede, di una mappa di
significati tutt'altro che omogenea e definita, e assai
sensibile alla prospettiva teorica o ideologica adottata.
Una definizione completa e precisa — abitualmente
citata anche da autori che non ne condividono le valutazioni
etiche concomitanti — si trova nella Dichiarazione
sull’eutanasia "Iura et bona",
pubblicata dalla Congregazione per la Dottrina della
Fede il 5 maggio 1980, al n. 6: "Per eutanasia
s’intende un’azione o un’omissione
che di natura sua, o nelle intenzioni, procura la morte,
allo scopo di eliminare ogni dolore. L’eutanasia
si situa, dunque, al livello delle intenzioni e dei
metodi usati".
Troviamo in queste parole tutti gli elementi necessari
ad individuare e a valutare l’atto eutanasico.
In primo luogo, l’indifferenza, dal punto di vista
morale, fra l’azione e l’omissione. Si compie
un atto analogo per natura ed intenzione quando si provoca
la morte attraverso la somministrazione di un farmaco
letale o attraverso la sospensione di (o l’astensione
da) un trattamento dovuto. Questo principio,
intuitivo per il buon senso comune - chi riterrebbe
che non dare volontariamente il latte ad un neonato
non è omicidio? - è stato di recente messo
in discussione dalle prospettive culturali favorevoli,
compiacenti, tolleranti o eventualiste nei confronti
dell’eutanasia.
Emerge anzitutto che l'eutanasia si pone nel campo della
interruzione o soppressione di una vita umana. Tale
soppressione è come il "genere", che
ha sotto di sé diverse "specie", quali,
ad esempio: aborto, o uccisione di un uomo nella fase
pre-natale; infanticidio, o uccisione di un bambino
dopo la nascita; matricidio, parricidio, ecc., e anche
suicidio. L'eutanasia è una di queste specie
di soppressione. |
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Gli
elementi specifici della soppressione eutanasica |
E
gli elementi che specificano tale soppressione come
eutanasia sono:
1° l'oggetto: sono in questione unicamente
persone nelle condizioni descritte nella definizione.
Vi rientrano anche neonati gravemente handicappati,
vecchi non più autosufficienti e con facoltà
mentali seriamente compromesse;
2° le modalità: la morte è
provocata in modo da essere indolore, sia sul piano
del dolore fisico, sia su quello dell'angoscia connessa
con la consapevolezza di morire. Di qui l'esigenza di
una morte in stato di incoscienza indotta.
3° i motivi: se ne adducono diversi:
- "pietà" per il paziente, ponendo
fine alle sue sofferenze;
- "pietà" per i familiari, ponendo
fine ad una situazione stressante, altrimenti destinata
a prolungarsi e aggravarsi;
- interesse sociale: facendo risparmiare alla società
oneri finanziari, impegni di personale qualificato e
di macchinari costosi, ben più utilmente impiegati,
a favore di altri membri della società che possono
avvantaggiarsene con alte probabilità di successo;
- "Pietà", interesse sociale ed eugenismo:
sono motivi che si assommano quando si tratta di eutanasia
neonatale, nei confronti di bambini nati con gravi handicaps
fisici e/o psichici, e che i genitori rifiutano di tenere.
I vari motivi spesso si presentano come in un unico
fascio, in cui l'uno o l'altro è predominante,
ma non unico.
In tale contesto la parola "pietà"
viene posta sempre tra virgolette, per sottolineare
che siamo davanti a un termine che va inteso in senso
ben diverso da quello suo proprio e usuale. È
un motivo che viene spesso addotto dai sostenitori dell'eutanasia,
nel tentativo di dare a questo intervento omicida una
valenza etica positiva. Fa dunque parte della realtà
dell'eutanasia, perciò è stato riportato.
Ma non ci vuole molto a cogliere l'assurdità
di un impossibile connubio tra la virtù della
pietà e l'omicidio, tra amare e uccidere.
E quando la parola “pietà” viene
affermata dall'omicida in riferimento al gesto da lui
compiuto, oltre a un disperato tentativo di auto-giustificazione,
se l'affermazione è sincera non può che
essere conseguenza di una grave alterazione psichica
del soggetto. Un'alterazione dovuta ad esasperazione,
sorta dal prolungarsi di una situazione carica di angustie
e di frustrazioni, portata avanti in desolante solitudine,
in assenza di ogni solidarietà. Ma il più
delle volte, la "pietà" è solo
una maschera o una razionalizzazione dell'egoismo: si
dice di esser mossi dal desiderio di risparmiare all'altro
un calvario di sofferenze, mentre in realtà si
vuol liberare se stessi da pene e sacrifici che non
si vogliono affrontare o ulteriormente prolungare. Anche
quando lo scopo dell’azione eutanasica fosse l’eliminazione
“alla radice” della sofferenza, tuttavia,
tale atto non può essere moralmente giustificato,
dal momento che utilizza un mezzo intrinsecamente cattivo
- uccidere un innocente - per ottenere un fine eventualmente
buono, come l’eliminazione del dolore. Come ebbe
a dire efficacemente il papa Giovanni Paolo II nell’enciclica
Evangelium Vitae, “l’eutanasia
deve dirsi una falsa pietà, anzi una
preoccupante “perversione” di essa: la vera
“compassione”, infatti, rende solidale col
dolore altrui, non sopprime colui del quale non si può
sopportare la sofferenza”. |
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Gli
inganni dei sostenitori dell'eutanasia |
A
questi elementi ne va aggiunto un altro, se si vuol
cogliere adeguatamente la realtà oggi in questione
quando si tratta di eutanasia. L'obiettivo a cui si
mira, da parte dei suoi sostenitori, è quello
di ottenerne la legittimazione giuridica, o legalizzazione.
Dopo anni in cui, con poche eccezioni, la letteratura
bioetica aveva bocciato una reale distinzione fra eutanasia
“attiva” e “passiva”, si trovano
ora, in numero crescente, interventi etici, scientifici
e legislativi che ripropongono la questione, affermando
che negare o sospendere un trattamento dovuto non è
veramente eutanasia. Fra tutti, basti citare la definizione
di eutanasia data nel 2003 dalla European Association
for Palliative Care (EAPC): l’eutanasia è
“l’azione di uccidere intenzionalmente una
persona, effettuata da un medico, per mezzo della somministrazione
di farmaci, assecondando la richiesta volontaria e consapevole
della persona stessa” (5).
In questo modo, si introduce una definizione ristretta
di eutanasia, escludendo atti sostanzialmente identici
a quelli più scontatamente eutanasici. Ciò
è favorito da una confusione di fondo, che imbriglia
talora anche i bene intenzionati, portandoli ad accettare
tale indebita restrizione, e facendo così il
gioco dei fautori dell’eutanasia, che con questo
mezzo intendono gradualmente introdurne la pratica negli
ordinamenti e nella medicina. |
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Ipocrisia
e cecità |
Ne
è un esempio, il recente intervento del Cardinale
emerito Carlo Maria Martini sul Sole 24 Ore di domenica
21 gennaio che ha aperto una nuova discussione sul tema
dell'eutanasia. Martini riconosce la necessità
di «norme che consentano il rifiuto delle cure»
da parte dei malati in fin di vita ma precisa che resta
«di grandissima importanza distinguere tra eutanasia
e astensione dall'accanimento terapeutico, due termini
spesso confusi». Scrive Martini: «evitando
l'accanimento terapeutico non si vuole procurare la
morte:
si accetta di non poterla impedire». Nella sua
riflessione il Cardinale pone in rilievo i propositi
del paziente: «Non può essere trascurata
la volontà del malato», e aggiunge che
«forse sarebbe più corretto parlare di
limitazione dei trattamenti». Martini ritiene
che da parte della Chiesa d'ora in avanti «dovrà
esserci più attenta considerazione anche pastorale»,
al contempo sottolinea come «dal punto di vista
giuridico rimane aperta l'esigenza di una norma che
consenta di riconoscere la possibilità del rifiuto
(informato) delle cure e consenta di proteggere il medico
da eventuali accuse», prendendo a riferimento
la nuova legislazione francese. La legge alla quale
fa riferimento il Cardinale è stata approvata
in Francia nell'aprile del 2005 e prevede che le cure
mediche non debbano essere protratte «con ostinazione
irragionevole», espressione che prende il posto
di «accanimento terapeutico». Un malato
in fase terminale può decidere così «di
limitare o di interrompere ogni terapia» e può
autorizzare la somministrazione di farmaci contro il
dolore, anche se questi possono accelerarne la morte.
Il testo consente che «gli atti di prevenzione,
di indagine o di cura, quando appaiono inutili, sproporzionati
o senza altro effetto che il mantenimento artificiale
della vita, possano essere sospesi o non avviati».
La legge mette dunque al riparo i medici da eventuali
sanzioni quando fanno soltanto quello che il paziente
o i familiari hanno domandato con chiarezza. |
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Un
chiarimento necessario |
Ma,
“anche omettere le cure è eutanasia”,
risponde monsignor Elio Sgreccia, Presidente della Pontificia
Accademia per la Vita, in un articolo pubblicato martedì
23 gennaio 2007 sulla prima pagina del “Corriere
della Sera”.
Entrando nel merito della definizione di eutanasia,
che per il Cardinale Martini sarebbe “un gesto
che intende abbreviare la vita causando positivamente
la morte”, monsignor Sgreccia ha definito questa
definizione “insufficiente”, perché
“riguarda soltanto la cosiddetta eutanasia attiva,
mentre è eutanasia anche la ‘omissione’
di una terapia efficace e dovuta, la cui privazione
causa intenzionalmente la morte. In questo senso si
realizza appunto l’eutanasia omissiva, (non è
appropriato chiamarla ‘passiva’, con un
termine eticamente debole e neutro)”. Il Presidente
dell’Accademia per la Vita ha ribadito quindi
che “la gravità morale dell’eutanasia
omissiva è uguale rispetto a quella dell’azione
‘positiva’ di intervento o gesto che causa
la morte: l’una equivale all’altra dal momento
che provocano lo stesso effetto e procedono dalla stessa
intenzione. Si tratta sempre di morte provocata intenzionalmente”.
“Se accettassimo che l’eutanasia si configura
soltanto quando è il risultato di un gesto che
causa positivamente la morte - ha spiegato monsignor
Sgreccia -, vorrebbe dire che tutto ciò che mira
a causare la morte per sottrazione di intervento (per
esempio: sottrazione di cibo o una intenzionale mancata
rianimazione) non sarebbe eutanasia e, così anche,
il rifiuto intenzionale delle terapie valide non costituirebbe
un problema morale. Il che non credo possa corrispondere
alla mente del cardinale Martini e, certamente, non
corrisponde ai testi del Magistero e della dottrina
cattolica”. Circa l’accanimento terapeutico,
il presule ha voluto precisare che se “per accanimento
terapeutico si intende in sostanza l’impiego di
terapie o procedure mediche di carattere sproporzionato”
questo, come afferma il Catechismo della Chiesa cattolica,
“è illecito sempre, in quanto offende la
dignità del morente”. |
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Un
richiamo alla Dignitatis Humanae |
Sorvolo
sui molti commenti di laici e cattolici alla riflessione
del Cardinale Carlo Maria Martini. Ma non posso tacere
su quello che hanno detto un cattolico, il vicepresidente
della Camera Pierluigi Castagnetti e un laico ateo e
non devoto Andrea Bianchi, presidente dell'ordine dei
medici di Cremona, perché su entrambi è
necessario riflettere un momento. Questo è stato
il commento di Castagnetti: «È un intervento
nel quale mi riconosco totalmente e che rivela l'intensità
di un pensiero elaborato e ruminato nel silenzio del
suo eremo a Gerusalemme». «Non c'è
apertura verso l'eutanasia - osserva l'esponente della
Margherita - ma un invito alla riflessione, in primo
luogo alla chiesa e anche alle istituzioni, attorno
al tema della sofferenza dell'uomo che evoca coerenza
dottrinale e anche grande apertura e compassione nel
senso etimologico del termine (cioè patire con),
per le condizioni di sofferenza che possono investire
gli uomini. La dottrina è importante - conclude
Castagnetti - ma la compassione e la misericordia non
lo è di meno». Si sommano in queste poche
parole molte incoerenze etiche e teologiche:
1. Il richiamo del cardinale alla legge francese e il
grave disconoscimento della eutanasia omissiva sono
di fatto una reale apertura alla eutanasia come già
prontamente rilevato da monsignor Sgreggia;
2. La compassione per le condizioni di sofferenza che
vuole giustificare l’uccisione dell’innocente,
è una falsa pietà, una perversione di
essa, sempre meno giustificata oggi che la medicina
palliativa è in grado di trattare efficacemente
il così detto “dolore globale”;
3. La scissione dei principi dottrinali dalla misericordia,
ventilata da Castagnetti, costituisce per la fede cattolica
un nonsenso teologico perché l’amore all’uomo
non può essere fedelmente praticato senza il
riconoscimento e il rispetto, in ogni momento della
sua vicenda terrena, della sua dignità di persona
fatta ad immagine e somiglianza di Dio. Proprio per
salvaguardare il rispetto della persona umana in tutte
le situazioni che il Papa Benedetto XVI richiama cattolici
e laici a rimanere uniti nella difesa dei “principi
non negoziabili”. I
cattolici progressisti disobbediscono al Papa per una
malintesa interpretazione post-conciliare della libertà
religiosa. (6)
In
un altro contesto, alle parole di Martini si è
ispirato Andrea Bianchi, presidente dell'ordine dei
medici di Cremona, membro della commissione disciplinare
che ha assolto e giustificato il comportamento del dottor
Mario Riccio, l’anestesista che staccò
il respiratore a Piergiorgio Welby, violando apertamente
il codice penale (7),
il nuovo codice deontologico e il giuramento professionale.
«Un importante aiuto per la nostra decisione -
ha dichiarato Bianchi - è arrivato dal cardinale
Martini, che con lucidità ha saputo distinguere
tra eutanasia e interruzione del trattamento terapeutico.
Parlo da laico convinto, ma in me e in tutti i membri
della commissione disciplinare le parole del cardinale
sono state di grande supporto, indicando anche la necessità
di arrivare al più presto a un equilibrio e a
una legge sul testamento biologico». Ma nel caso
di Piergiorgio Welby l'accanimento terapeutico non c'entra,
ricorda l'associazione Scienza&Vita in un comunicato
del 2 febbraio, sottolineando l'incongruenza tra la
decisione dell' ordine dei medici di Cremona e il parere
espresso in precedenza dal Consiglio Superiore di Sanità,
che in due comunicati non aveva ravvisato, nel caso
Welby, gli estremi di quell'accanimento terapeutico
che è legittimo interrompere. |
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Significato
etico dei mezzi di sostegno vitale |
L’apparenza
di bene che l’eutanasia “passiva”
sembra salvaguardare è la liceità morale
del rifiuto della terapia da parte del paziente - almeno
in alcune situazioni - e il doveroso rifiuto dell’accanimento
terapeutico. In entrambi i casi, un certo trattamento
non viene eseguito, e a tale astensione può seguire
la morte del paziente. La legittimità di tali
atti, tuttavia, è strettamente legata all’oggetto
degli atti medesimi. Perché siano moralmente
accettabili, infatti, è necessario che essi non
vogliano direttamente la morte (propria o altrui), né
come fine né come mezzo. Violerebbero altrimenti
il principio fondamentale per cui è sempre gravemente
sbagliato uccidere un essere umano innocente e quello
per cui abbiamo il dovere di conservare e custodire
il bene della vita, la cui indisponibilità vale
anche nei confronti di noi stessi. |
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Lo
stato vegetativo permanente |
I
pazienti che maggiormente richiamano il quesito etico
sui mezzi di sostegno vitale sono quelli che si trovano
in «stato vegetativo permanente». Questi
pazienti non possono essere considerati dei vegetali,
come vorrebbe la perfida definizione dell’oncologo
Umberto Veronesi, ma sono persone umane con diverse
prospettive di risveglio. Il soggetto in stato vegetativo
non ha alcun bisogno di “rianimazione”.
Respira autonomamente, non soffre, non è in condizioni
terminali, cioè nell’imminenza della morte.
Questo è perfettamente normale per i pazienti
in stato vegetativo, che si trovano in una condizione
clinica particolare, senza apparenza di consapevolezza
di sé e dell’ambiente circostante eppure
in grado di mantenere attive le loro funzioni vitali
- dal ritmo sonno/veglia alla termoregolazione, dalla
presenza di riflessi nervosi, alla conservazione del
sistema cardiocircolatorio - grazie all’integrità,
almeno parziale, del tronco encefalico. Il paziente
in stato
vegetativo presenta lesioni alla corteccia cerebrale,
che quando è del tutto compromessa lo pone in
una situazione definita di morte corticale. Ma si tratta
sempre di un essere umano vivo, di una persona, di un
paziente da curare come ogni altro (8).
Fra le cure di cui ha bisogno, vi sono l’alimentazione
e l’idratazione artificiale, dato che non può
alimentarsi da solo. Chi ritiene che tali mezzi di sostegno
vitale – di tipo non rianimativo, come già
detto – vadano sospesi, adduce solitamente tre
ragioni: a) bisogna “porre un limite” alle
sofferenza di queste persone, b) non possono stare anni
e anni in una condizione così “indegna”,
c) bisogna rispettare la loro volontà, sapendo
o presumendo che non vorrebbero essere tenute in vita
in quello stato.
PORRE UN LIMITE ALLA SOFFERENZA
Per quanto riguarda il “porre fine alle sofferenze”,
bisogna ribadire che la condizione di stato vegetativo
non è dolorosa, e che comunque - laddove un paziente
provi invece dolore intenso, in fase terminale o in
altra situazione – la medicina palliativa è
di grande aiuto, offrendo la possibilità di controllare
e alleviare ogni dolore fisico in modo soddisfacente.
Al contrario, la debilitazione cui va incontro il paziente
privato di acqua e cibo è estremamente gravosa,
prolungata, carica di sofferenza e la morte che gli
si conferisce non è affatto dolce. Dunque, per
far morire Terri Schiavo sono state necessarie forti
dosi di analgesici ordinari e di oppiacei, a dimostrare
che la procedura scelta, cioè la sospensione
dell’alimentazione e dell’idratazione artificiale,
non solo uccideva una paziente che non stava manifestando
alcun dolore, ma lo faceva nel modo più crudele.
Alimentazione e idratazione artificiali, in realtà,
non possono essere considerate forme di accanimento
terapeutico, non rappresentano in alcun modo terapie
gravose che prolungano inutilmente l’agonia, ma
cure normali che mantengono la vita contribuendo piuttosto
a dare, per quanto possibile, sollievo e benessere.
UNA VITA NON DEGNA DI ESSERE VISSUTA
La seconda ragione è quella veramente sottesa
al problema dell’eutanasia non consensuale, cioè
la convinzione che, a certe condizioni, la vita umana
“non sia più degna di essere vissuta”.
Occorre essere tuttavia ben consapevoli che tale affermazione
ci riporta irrimediabilmente indietro nel tempo, e precisamente
al tempo in cui il programma per l’eutanasia
nazional-socialista eliminava, con le stesse identiche
motivazioni, cittadini tedeschi unicamente perché
disabili, deformi o terminali.
VOLONTÀ SUICIDARIA PRESUNTA
Resta l’ultimo punto, quello della volontà
suicidaria del paziente, in questo caso anticipata o
presunta. La presunzione della volontà su una
materia così importante, già intuitivamente,
dovrebbe risultare inaccettabile. Come si può
interpretare in senso suicidarlo affermazioni pronunciate
molto tempo prima, in situazioni completamente diverse,
magari in un momento di difficoltà, di sconforto
o di paura? Ciascuno dovrebbe interpretare le altrui
richieste di morte, ipotetiche o attuali, innanzitutto
come richieste di aiuto, presumendo semmai che in condizioni
di tranquillità, di controllo adeguato del dolore
e di premurosa assistenza ogni persona voglia continuare
a vivere.
È soprattutto per questa ragione, fra l’altro,
che l’eventuale contenuto eutanasico dei cosiddetti
“testamenti di vita” va sempre considerato
inapplicabile. È sempre inapplicabile in quanto
sempre inattuale. La realizzazione di una richiesta
anticipata di morire, poiché nasce in uno scenario
unicamente immaginato, va equiparata di fatto all’eutanasia
di un non consenziente, anche solo per ragioni prudenziali.
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L’autonomia
nella relazione medico-paziente |
La
richiesta di morire effettuata da un paziente cosciente
carica il medico e tutta la società di una responsabilità
assolutamente sproporzionata, ovvero quella di uccidere
un innocente. Il fatto che tale atto inesorabilmente
omicida avvenga “d’accordo con la vittima”
non ne toglie la gravità morale.
Che la richiesta da parte dal malato vi sia stata oppure
no - e che sia stata davvero consapevole, libera, costante,
ben interpretata oppure no - resta il fatto drammatico
e ignobile che un medico - ma potrebbe in fondo essere
chiunque - uccide volontariamente una persona, invece
di curarla il meglio possibile.
In questo modo si esce completamente dai confini della
medicina, dal ruolo professionale del medico, ma anche
da quello di chiunque altro commetta un simile gesto
– il ruolo di madre o di padre, di figlio, di
amico, di tutore - e si diventa qualche cosa di totalmente
diverso: giustizieri, esecutori, omicidi! I termini
possono variare; in ogni caso, ci si conferisce un potere
sulla vita
altrui che nessun uomo può pretendere di avere,
nemmeno se la vittima è consenziente.
E qui si esplica anche l’ultima questione, ovvero
la differenza etica fra il rifiuto della terapia da
parte del paziente e la richiesta eutanasica. Nel primo
caso il limite invalicabile all’azione del medico,
pur sinceramente convinto che una determinata terapia
sia nel miglior interesse del malato, è la libertà
attuale del soggetto, che non può essere costretto
ad effettuare un trattamento sanitario. Si dovranno
compiere tutti i tentativi per persuaderlo, si potrà
procedere nel caso si verifichi un’urgenza ed
egli non sia cosciente (nel dubbio che abbia cambiato
idea si propende infatti per la vita) ma non gli si
potrà imporre la procedura. Il medico non può
farlo.
Il paziente che rifiuta, d’altra parte, potrebbe
farlo anche per ragioni buone, che nulla hanno a che
vedere con la volontà di morire. Potrebbe infatti
vedere un bene più grande da realizzare, che
risulta incompatibile con il trattamento proposto. In
questo caso, sceglierebbe quel bene rinunciando - pur
senza volerlo, direttamente - al bene della vita, o
della salute. Ne sono un luminoso esempio quelle madri
che rifiutano l’interruzione della gravidanza,
per salvare la vita del bambino sacrificando coscientemente
la propria (9). |
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Le
violazioni del codice deontologico |
Diverso
è il caso in cui sia l’azione libera del
medico a produrre concretamente la morte. Se allo scopo
di morire un paziente vuole interrompere, con l’aiuto
di un medico, un trattamento dovuto, cioè non
sproporzionato, e quindi doveroso per mantenere la vita,
tale medico – o chi per lui – viene chiamato
ad essere complice di un gesto suicida. E anche questo
il medico non può farlo.
Verrebbe altrimenti meno la sua integrità morale,
violerebbe il nuovo codice deontologico (dicembre 2006)
e precisamente:
- nell’articolo 3 che elenca “I Doveri del
medico”
Dovere del medico è la tutela della vita, della
salute fisica e psichica dell'Uomo e il sollievo dalla
sofferenza nel rispetto della libertà e della
dignità della persona umana, senza distinzioni
di età, di sesso, di etnia, di religione, di
nazionalità, di condizione sociale, di ideologia,in
tempo di pace e in tempo di guerra, quali che siano
le condizioni istituzionali o sociali nelle quali opera.
La salute è intesa nell'accezione più
ampia del termine, come condizione cioè di benessere
fisico e psichico della persona.
- nell’articolo 17 sulla “Eutanasia”
Il medico, anche su richiesta del malato, non deve effettuare
né favorire trattamenti finalizzati a provocarne
la morte.
Violerebbe il terzo comma del nuovo giuramento professionale
che recita: giuro di non compiere mai atti idonei a
provocare la morte di un paziente.
Ogni violazione sancirebbe la rottura nell’alleanza
terapeutica fra medico e paziente, che in un simile
contesto non ha più senso alcuno. Non è
un caso che dove l’eutanasia è divenuta
legge, il rapporto fiduciario fra medico e paziente
abbia subito un colpo durissimo, e la diffidenza reciproca
per converso cresca a dismisura.
La frontiera su cui si combatte in modo più cruento,
dove in gioco ci sono i corpi e le vite umane, è
quella degli ospedali. La figura professionale del medico,
negli ultimi cinquant'anni, è cambiata e l'informazione
sulla salute è dilagata, facendo apparire spesso
le innovazioni tecnologiche come risolutive, ma alla
fine il nodo su cui ancora si gioca il successo di ogni
terapia è il rapporto con il paziente: sono concetti
oscillanti come la deontologia e l'umanità del
singolo medico, che restano il nucleo forte della relazione
di cura. |
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Eutanasia
neo-natale negli ospedali italiani |
Mentre
il Paese discute di eutanasia e accanimento terapeutico,
di eugenetica e aborto tardivo, nelle strutture sanitarie
le pratiche mediche sono già andate avanti, a
volte assecondando l'orientamento dei pazienti, a volte
invece sollecitandone il consenso. La legge 194 sull'interruzione
di gravidanza è diventata un simulacro, un feticcio
politico intoccabile in linea di principio, ma sempre
più svuotato di senso nella pratica concreta.
La prima parte della legge, quella sulla prevenzione,
non è mai stata applicata, e se qualcuno cerca
di realizzare forme di solidarietà per le madri
che vorrebbero avere il loro bambino, si grida allo
scandalo. Così è stato per le ragionevoli
proposte del prof. Giorgio Pardi, primario alla clinica
Mangiagalli di Milano, che chiedeva una collaborazione
più stretta con i volontari dei Centri di aiuto
alla vita. Oggi, dice Pardi, la maggioranza delle donne
che si presentano ad abortire è composta da giovani
immigrate, che sarebbero ben felici di tenersi il figlio
se potessero contare su qualche aiuto. Ma questa semplice
constatazione ha innescato furiose polemiche su un presunto
attacco degli antiabortisti alla legge 194.
Intanto, in almeno 7 regioni italiane, e in particolare
in Toscana, si consente l'uso della pillola abortiva
Ru486, senza che vi sia nessun protocollo autorizzato
dall'ente di controllo dei farmaci. Un metodo abortivo
più lungo, doloroso e rischioso, come è
quello chimico, viene promosso da alcuni consigli regionali,
in barba alla legge e senza nessuna garanzia per la
salute delle donne, solo perché scardina dall'interno
la normativa sull'interruzione di gravidanza.
Se la prima parte della legge 194 è ignorata,
l'articolo 6, che consente l'aborto tardivo solo quando
la malformazione del feto provochi alla donna gravi
problemi psichici o fisici, viene interpretato con larghezza
eugenetica; così accade che si abortisca per
un labbro leporino, un piede con sei dita, una patologia
lieve o una malformazione operabile. Il caso del bimbo
di Careggi di 22 settimane abortito per una malformazione
inesistente, e che forse, se assistito con più
tempestività, avrebbe potuto sopravvivere, ha
scoperchiato le pentole, messo a nudo la verità.
(la stessa atresia dell'esofago diagnosticata al bimbo
di Careggi è risolvibile per via chirurgica nel
97% dei casi). Oggi si scopre che viene sistematicamente
violato anche un altro articolo della legge, quello
che vieta di interrompere la gravidanza quando il feto
abbia già sviluppato possibilità autonome
di sopravvivenza, a meno che non sia in pericolo la
vita della madre. Nell'ospedale San Camillo di Roma,
alle donne che si sottopongono a un aborto tardivo è
chiesto di firmare un «consenso informato»
nel quale si domanda di non rianimare il feto nel caso
sia ancora vivo. È evidente che
una volta venuto alla luce il bambino ha diritto a tutte
le cure possibili, e che stabilire di non soccorrerlo
non ha niente a che fare con la libera scelta della
donna e con il consenso informato: si tratta di omissione
di soccorso, o di vera e propria eutanasia.
Il semplice fatto che l’eutanasia chiami sistematicamente
e premeditatamente in causa, a partire da una volontà
apparentemente suicidaria, un’altra volontà
“esecutiva” di supporto dà tutta
la misura dell’aberrazione in cui può cadere
uno stato di diritto quando è andato perduto
il senso autentico della pietà e il sincero ardore
per il bene comune (10).
Paolo Rossi |
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1.
Nel forum n. 23 (settembre 2005) si è parlato
di accanimento terapeutico; nel forum n. 38 (gennaio
2007) di “eutanasia”: percorso giuridico-legislativo.
2. Karen Quinlan (Stati Uniti) nel
1975 cessò di respirare con conseguenti danni
cerebrali e stato vegetativo persistente. La corte suprema
del New Jersey autorizzò i genitori a staccare
il respiratore, ritenuto un mezzo straordinario. Karen
sopravvisse dieci anni grazie alla nutrizione parenterale
(ritenuto dalla corte un mezzo ordinario). Karen morì
di polmonite, per la quale non si ricorse a terapia
antibiotica (ritenuta un mezzo straordinario). Nancy
Cruzan (Stati Uniti), 1990, fu tenuta in vita
per otto anni anche se priva di conoscenza. Successivamente
i giudici decisero di sospendere anche l'alimentazione,
considerando l'atto un accanimento terapeutico. Anthony
Bland (Gran Bretagna),
1993, fu tenuto in vita artificialmente dopo essere
stato schiacciato dalla folla in uno stadio. Gran parte
della sua corteccia cerebrale era distrutta e successivamente
i giudici decisero di sospendere l'alimentazione. Eluana
Englaro Nel dicembre 1999 la Corte d'Appello
di Milano ha rigettato la richiesta che il padre ha
avanzato in qualità di tutore della figlia con
la seguente motivazione: se in casi del genere sospendere
la somministrazione di farmaci è lecito per evitare
l'accanimento terapeutico, l'alimentazione non può
essere tolta perché è un atto assistenziale
e quindi sempre dovuto. Fino allo spegnimento "naturale",
magari fra vent'anni o anche più.
3. G. Meotti, Quando sentite parlare di qualità
e di dignità della vita, allontanatevi, “Il
Foglio”, 23/12/2006.
4. L’espressione «diritto a morire»
apparve per la prima volta nella «Dichiarazione
dei diritti del malato», redatta dall’Associazione
degli Ospedali di America (raccoglie settemila ospedali)
e pubblicata sul "The New York Times", il
9 gennaio 1973. È un testo di 12 articoli, e
tra essi il 4° dice: "Il paziente ha il diritto
di rifiutare il trattamento, nell'estensione permessa
dalla legge, e di essere informato delle conseguenze
mediche della sua azione". Gli organi di informazione,
in America e negli altri Paesi, presentarono il testo,
falsificandone il significato effettivo, come una dichiarazione
di diritto all'eutanasia, o a "morire con dignità".
Un rilancio fortemente potenziato tre giorni dopo da
un documento ancora più capace di influenzare
la pubblica opinione. Mi riferisco al cosiddetto "Manifesto"
dell'eutanasia, firmato da tre premi Nobel, J. Monod,
L. Pauling e G. Thompson e da altre 37 personalità
del mondo culturale, apparso il 12 gennaio 1973 su più
di un quotidiano di prestigio.
5. Materstved L.J. et al., Eutanasia and physician-assisted
suicide: a view from an EAPC Ethics Task Force, “Palliative
medicine”, 17, 2003, p. 97-101.
6. DIGNITATIS HUMANAE , 14. La missione della
chiesa
I cristiani poi nella formazione della loro coscienza
devono considerare diligentemente la dottrina sacra
e certa della chiesa. Infatti per volontà di
Cristo la chiesa cattolica è maestra di verità,
e il suo compito è di annunziare e di insegnare
in modo autentico la verità che è Cristo,
e nello stesso tempo di dichiarare e di confermare con
la sua autorità i principi dell'ordine morale
che scaturiscono dalla stessa natura umana. Doc. Concilio
Vaticano II sulla “libertà religiosa”,
Roma (S. Pietro), 7 dicembre 1965.
7. Nell’ambito penalistico l’eutanasia
è ordinata nella fattispecie all’art. 579
che recita:” Chi cagiona la morte dell’uomo,
con il consenso di lui, è punito con la reclusione
da sei a quindici anni. Non si applicano le aggravanti
indicate all’art. 61. Si applicano le disposizioni
relative all’omicidio se il fatto è commesso:
1) contro una persona minore di 18 anni; 2) contro una
persona inferma di mente, o che si trova in condizioni
di deficienza psichica, per un’altra infermità
o per abuso di sostanze alcoliche o stupefacenti; 3)
contro la persona il cui consenso sia stato dal colpevole
estorto con la violenza o suggestione, ovvero carpito
con l’inganno”.
8. G.L. Gigli, Lo stato vegetativo “permanente”:
oggettività clinica, problemi etici e risposte
di cura, “Medicina e Morale”, 2002/2, pp.
207-228. Sul numero dell'8 settembre 2006 della rivista
Science alcuni ricercatori delle università di
Cambridge e Liegi coordinati dal neurologo Adrian Owen
hanno rese note le esperienze scientifiche condotte
su di una paziente, una ventitreenne inglese ridottasi
in coma per un incidente stradale e poi rimasta in stato
vegetativo permanente, grazie a un sofisticato sistema
di risonanza magnetica nucleare, la Functional magnetic
resonance imaging (f-Mri). La paziente, ha mostrato
attraverso la sua attività cerebrale di rispondere
a stimoli verbali, di conservare la capacità
di comprendere ordini parlati. Inoltre, la sua decisione
di collaborare con gli autori immaginando compiti concreti
quando le chiedevano di farlo rappresenta un chiaro
atto intenzionale, che conferma al di là di ogni
dubbio che era consapevole di se stessa e di ciò
che la circondava.
9 Gianna Beretta Molla: Una giovane madre della diocesi
di Milano che, per dare la vita alla sua bambina sacrificava,
con meditata immolazione, la propria (Paolo VI).
10 Claudia Navarini: Quando sospendere la terapia è
un atto eutanasico. 29 ottobre 2006 (ZENIT.org). |
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Comitato
di redazione |
Dott. Cleto Antonini, (C.A.), Aiuto
anestesista del dpt di Rianimazione Ospedale Maggiore
di Novara;
Don Pier Davide Guenzi, (P.D.G.), docente
di teologia morale presso la Facoltà Teologica
dell’Italia Settentrionale, Sezione parallela
di Torino; e di Introduzione alla teologia presso l’Università
Cattolica del S. Cuore di Milano e vice-presidente del
Comitato Etico dell’Azienda Ospedaliera “Maggiore
della Carità” di Novara.
Prof. Paolo Rossi,
(P.R.) Primario cardiologo |
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