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Forum di Bioetica
NEWSLETTER N. 40 - MARZO 2007
 
Chi siamo? “cultori di bioetica dell’Ospedale Maggiore di Novara attenti ai problemi etici nel mondo sanitario e sociale”.
Gli scopi del forum sono?
SUSCITARE UN INTERESSE CULTURALE SUI PRINCIPI FONDATI DELLA BIOETICA E FORNIRE GLI ELEMENTI CHE AIUTINO LE COSCIENZE ALLA FORMULAZIONE DI UN RETTO GIUDIZIO MORALE
 
MARZO 2007

Newsletter n. 40
Indice:
Intorno ai Principi dell'Etica e Dilemmi Etici
EUTANASIA
PERCORSO ETICO - FILOSOFICO
di Paolo Rossi
Premessa filosofica

Il dono della vita
La dignità della vita umana
Il cammino culturale dell’era moderna
Conseguenze pratiche del sapere scientifico moderno
Confusioni ed equivoci sul termine “eutanasia”
I problemi etici del morire
Sulla definizione di “Eutanasia”
Gli elementi specifici della soppressione eutanasica
Gli inganni dei sostenitori dell’eutanasia
Pericolose derive
Un chiarimento necessario
Un richiamo alla Dignitatis Humanae
Significato etico dei mezzi di sostegno vitale

Lo stato vegetativo permanente
L’autonomia nella relazione medico-paziente
Le violazioni del codice deontologico
Eutanasia neo-natale negli ospedali italiani
pag. 2-17
INTORNO AI PRINCIPI DELL'ETICA
Eutanasia
epercorso etico-filosofico 1
di Paolo Rossi
Prima di affrontare i problemi etici che l'eutanasia solleva, è necessario ed importante fare chiarezza sulle parole che adoperiamo; più ancora, sulla realtà indicata da quelle parole. La premessa filosofica è composta di due parti, la prima sviluppa due concetti fondamentali che costituiscono la guida maestra della mia esposizione, la seconda concerne il cammino culturale dell’era moderna.
Il dono della vita

Il primo concetto di questa premessa filosofica riguarda il dono della vita.
Nessuno può negare che nessun uomo è in grado di darsi la vita da se stesso, bensì la riceve da altri, e tutti in definitiva la ricevono soltanto da colui che esiste come Essere “sussistente” che cioè possiede la vita da se stesso e Lui soltanto è in grado di donarla ad altri. Come i genitori considerano ogni figlio la propria creatura così ogni essere umano è creatura che riceve in dono la vita. È un dono fatto senza alcun merito previo da parte della creatura. Non esiste un dono più grande della vita in quanto la vita assume tutti i diritti e i doveri delle persone, e pertanto il primo dovere è quello del rispetto della vita in tutte le sue manifestazioni dal suo inizio fino al suo termine naturale. Coloro che rifiutano di riconoscere questa realtà, evidente di per se stessa, o non si pongono il problema per autosufficienza oppure spiegano la comparsa della vita come un effetto del caso che di per sé è un “niente”e privo di ogni evidenza dimostrabile.

La dignità della vita umana

Il secondo concetto riguarda la dignità della vita umana. Questo è un parametro di valore che discende dal concetto di “natura umana”, in cui è implicito quello di persona. La definizione più cogente di persona umana è quella ormai classica data da un filosofo del primo medioevo, Severino Boezio: persona è "individua substantia (incommunicabilis) rationalis naturae", una sostanza individuale, cioè quell’uomo concreto, unico e irripetibile nella sua natura razionale; definizione che ha avuto clamorosa conferma dalla moderna biogenetica. Giustino il filosofo apologeta più importante del 2° secolo così ne illustra il significato: «Ogni uomo, in quanto creatura razionale, è partecipe del Logos, ne porta in sé un "seme", e può cogliere i barlumi della verità». È la natura di un essere dotato di ragione in cui possiamo riconoscere due funzioni, quella razionale (il calcolare dello scienziato) e quella intellettuale (leggere l’essere cioè intuirlo nelle cose e averne cura). Se è così, è possibile affrontare la conoscenza dell'uomo in due modi: da un punto di vista razionalistico, che non è però razionale, e permette solo di raggiungere un'ipotesi sull'uomo (quella riduttiva della scienza); oppure, dal punto di vista intellettuale, possiamo cercare di leggere dentro di lui ciò che è, vivendo così in un continuo stupore non solo di fronte all'albero, al fiore, ma soprattutto di fronte all'uomo. Questo atteggiamento intellettuale porta all'uomo tutto intero perché permette di conoscere non solo le sue sembianze, la sua costituzione fisica (come si verifica nella conoscenza scientifica) ma permette anche di percepire la sua soggettività e di aprirsi alla sua interiorità. Come essere razionale l’individuo umano costituisce indubbiamente la più elevata manifestazione della realtà esistente e per questa posizione eccelsa nell’universo ogni vita umana possiede una dignità infinita (S. Tommaso). La dignità della vita costituisce così il parametro fondamentale che dovrebbe guidare l'organizzazione sociale, le scelte etiche e le decisioni politiche. Il valore della vita umana non può quindi essere scambiata con nessun altro valore; e ciò indipendentemente dalle sue qualità fattuali, ma per il fatto che è quella di un essere razionale. Di qui discendono due principi fondamentali: il primo per cui è sempre gravemente sbagliato uccidere un essere umano innocente; il secondo per cui abbiamo il dovere di conservare e custodire il bene della vita, la cui indisponibilità vale anche nei confronti di noi stessi.

Il cammino culturale dell’era moderna

Ma d'altronde, deve essere considerato uno dei primi compiti di una riflessione bioetica quello di cercare di comprendere, prima di arrivare ad una valutazione. Il cammino culturale dell'era moderna nell'Europa occidentale, costituita da Paesi di più che millenaria cultura cristiana, o almeno cristianamente ispirata, può essere così delineato nei suoi punti essenziali. Procedono in parallelo, e complementari, un pensiero filosofico e un sapere scientifico che mettono in questione, fino a negarla, la possibilità stessa per l'uomo di conoscere qualunque realtà che trascenda il mondo fenomenico e sensibile. Di qui, logicamente, lo sbocco in una serie di conseguenze di portata cruciale: una concezione immanentistica secondo la quale sono presenti nella stessa realtà finita la propria causa e il proprio fine, con conseguente agnosticismo, o anche negazione, di tutto il mondo di Dio e dello spirito; una concezione perciò antropocentrica, con l'uomo arbitro assoluto di tutto, misura insindacabile del bene e del male; un uomo però sempre più spogliato della sua vera unità, perché ridotto a organismo vivente semplicemente più evoluto e complesso di quello di altre specie animali. Alla concezione e all’organizzazione sociale fondata sulla dignità assoluta della vita si è sostituita gradualmente quella tutta orientata sulla qualità della vita. Alla dignità della vita è sottesa l’etica dei principi, oggettiva perché fondata sulla legge naturale. Alla qualità della vita è sottesa l’etica della situazione, relativista e arbitraria. Contemporaneamente, il sapere scientifico moderno conferma le pretese di quello filosofico attribuendosi sempre più l'esclusiva di essere l'unica forma valida di conoscenza, e affermando che solo ciò che è scientificamente osservabile, misurabile e sperimentabile interessa l'uomo, tutto il resto è mito, favola, fantasia.

Conseguenze pratiche del sapere scientifico moderno

Direttamente connesse col tema che qui ci interessa, sono però alcune gravose conseguenze. Nel 1978 ci fu il caso Quinlan, che verteva sul distacco del respiratore (2). Il dibattito di allora aprì la strada al cosiddetto 'diritto di morire'. Il concetto di autonomia del paziente fu usato per dare una vernice di rispettabilità al dovere di morire. In seguito, sotto l’azione massiccia dei mass media, la dottrina della “qualità della vita” ha offuscato la concezione della dignità della vita umana si è estesa da un ambito filosofico ad un costume di popolo, fino a diventare una sorta di “nuova religione”, improntata ad uno stravolgimento del concetto stesso di umanità (il transumanesimo) e viziata da un profondo pregiudizio ideologico. In virtù di una fraintesa nozione di uguaglianza, infatti, per la quale si dovrebbe offrire a ciascuno il diritto di scegliere i tempi e i modi della propria morte, si giustifica l’ingiusta e arbitraria discriminazione fra persone e “non persone”, cioè fra vite degne e vite “non degne di essere vissute”. Secondo tale prospettiva non persone sarebbero gli embrioni e i feti, alcuni bioeticisti dicono anche alcuni nuovi nati con diversi handicap, Terry Schiavo e Ronald Reagan durante le fasi finali dell'Alzheimer. Il vero problema è una visione asfissiante di ciò che ci rende umani e può portarci nell'abisso, un mondo puramente materialistico e darwinistico dove ciò che è soltanto il forse diventa il giusto (3).
Così, nell’attuale dibattito sulla fine della vita, un caso clinico e umano specifico come Piergiorgio Welby diviene lo strumento attraverso cui attivare una campagna pervasiva e sottile a favore dell’eutanasia.

Confusioni ed equivoci sul termine "eutanasia"

Dopo aver già da tempo abbandonato il legame con l’etimo greco di morte buona, il termine eutanasia viene usato nell’attuale dibattito in sensi spesso molto diversi. Ma chi oggi parla di eutanasia, a quale realtà intende fare riferimento? E' a questo livello di significato reale che emerge una notevole confusione. Si tratta, infatti, non di una ma di più realtà, tra loro fortemente diverse. Tra coloro che prendono posizione a favore dell'eutanasia, ad esempio:
- alcuni intendono garantire sé e gli altri dal rischio di finire vittima di un accanimento terapeutico, capace solo di prolungare l'agonia con le sue angosciose sofferenze;
- altri, invece, intendono evitare una morte tecnologizzata, tra apparecchiature sofisticate e con intorno solo persone estranee, e in desolante solitudine;
- altri ancora intendono una morte indolore, volutamente procurata, su sua richiesta o no, ad una persona, altrimenti destinata ad incontrare la morte dopo un periodo più o meno lungo di sofferenze particolarmente pesanti.
Limitando l'attenzione a questi tre significati, è facile cogliere profonde differenze tra di loro. I problemi dell'accanimento terapeutico e dei limiti nel ricorso a tecnologie di rianimazione, o di terapia intensiva, si pongono all'interno di una situazione di lotta contro la morte, con tentativi che si sperano efficaci nello strappare a morte prematura il paziente. In tale contesto, il vero problema è quello dei limiti, cioè: fin dove è lecito insistere in tali tentativi, e dove comincia il dovere di sospenderli perché davanti alla morte, ormai inevitabile, il paziente sia aiutato ad accettarla, confortato dalla vicinanza affettuosa di persone care e alleviato nelle sue sofferenze. Si tratta dunque di evitare una lotta ad oltranza contro la morte, lotta disperata e assurda che finisce per rendere ancora più opprimente e angosciante la morte stessa.
Totalmente diversa, anzi opposta, è la situazione in cui si colloca il terzo significato di eutanasia, cioè quello non di una lotta contro la morte, ma di una morte voluta e procurata. Usare lo stesso termine per indicare cose tra loro opposte non può che generare confusioni ed equivoci. Si creano cosi grovigli di problemi tali da renderli quasi insolubili.
La confusione si è ulteriormente aggravata quando è stata messa in circolazione nel 1973 dall’Associazione degli Ospedali di America la formula "diritto a morire con dignità", avallata successivamente anche dal prestigio di alcuni scienziati, compreso qualche premio Nobel (4). Il Manifesto di questi 37 scienziati, fra l'altro, faceva sua, conferendole nuova autorevolezza, la formula più capace di occultare la realtà dell'eutanasia: "diritto di morire con dignità", inseparabile dal "diritto di vivere con dignità". Con questa formula, la tragica realtà dell'eutanasia viene come avvolta da una cortina fumogena e insieme luminosa, con la capacità di mettere in imbarazzo chi dichiara di rifiutarla. Certamente, infatti, fa parte del diritto a vivere con dignità anche il morire con dignità, cioè in modo rispondente alla dignità dell'uomo, di qui emerge l'importanza di un'etica del morire. L'insidia dell'equivoco emerge quando si dichiara indegna dell'uomo ogni morte che sia preceduta e accompagnata da sofferenze, da un crescente sfacelo fisico e psichico quale si ha spesso nel vecchio ammalato e in tutti i casi di malattia grave inguaribile. In altri termini, i fautori della qualità della vita pretendono d'imporre non solo a se stessi ma a tutti gli altri esseri umani quali sono i criteri che giustificano la conservazione della vita e, sulla base di calcoli utilitaristici e di convenienza vogliono stabilire per legge come “terminare” esseri umani innocenti.

I problemi etici del morire

Le domande nascono quando esiste un conflitto tra il valore della vita umana e altre realtà che sono anche viste come valori. Il valore della vita umana nel paziente prossimo alla fine, può creare un autentico conflitto etico soltanto con il valore del morire con dignità. In rapporto al valore della vita umana possiamo aggiungere quanto segue:
- la vita umana vale di per se stessa; possiede una inviolabilità assoluta di carattere aprioristico;
- la vita umana non acquista né perde valore etico qualora si trovi in una situazione di apparente «svantaggio»: vecchiaia, “inutilità” sociale, ecc.;
- il valore della vita umana è il sostegno fondamentale dei valori etici e dei diritti socio-politici della persona;
- la vita umana non può essere strumentalizzata. Concretamente non si può produrre un autentico conflitto etico tra il valore della vita del paziente vicino all’epilogo finale e il suo valore sociale, oppure tra il valore della vita del paziente e un altro bene dello stesso paziente che però non coinvolga la totalità della persona.
D’altra parte è anche necessario affermare il valore della «morte degna». Il diritto di morire degnamente esprime un’esigenza etica, e non un diritto nel senso preciso dell’ordinamento giuridico e non si riferisce direttamente al «morire», ma alla «forma» del morire. Questo diritto, compreso in modo sbagliato, può essere inteso come un diritto all’eutanasia, ma capito in modo coerente suppone un insieme di esigenze che devono essere compiute da parte della società e presenta i seguenti contenuti reali:
- Attenzione al moribondo con tutti i mezzi che possiede la scienza;
- Non privare del morire il moribondo in quanto «azione personale»;
- Liberare la morte dalla «clandestinità» in cui è tenuta dalla società attuale;
- Organizzare un servizio ospedaliero adeguato, affinché la morte sia un fatto accettato coscientemente dall’uomo e vissuto in chiave comunitaria;
- Favorire l’esperienza umana e religiosa della morte e l’assistenza religiosa;
- Offrire al moribondo tutte le medicine opportune per calmare il dolore, anche se questo tipo di terapia suppone un’abbreviazione della vita e porta il moribondo in stato d’incoscienza.
Tuttavia, come raccomandava Pio XII agli anestesisti nel 1954, il moribondo non deve essere privato della libertà di scegliere di vivere lucidamente, benché con sofferenza, la propria morte.

Sulla definizione di "Eutanasia"

Frequentemente si distingue fra eutanasia attiva - o positiva, o diretta -, là dove il medico, o chi per lui, interviene direttamente per procurare la morte di un paziente, ed eutanasia passiva - o negativa, o indiretta -. Meglio sarebbe, forse, denominarla eutanasia "per omissione" di cure dovute o omissiva, dove si ha invece astensione da interventi che manterrebbero la persona in vita. Si distingue inoltre fra eutanasia volontaria, quella esplicitamente richiesta dal paziente, ed eutanasia non volontaria, quando la volontà del paziente non può essere espressa, perché si tratta di persona incapace.
Eutanasia si oppone talora a distanasia o ad accanimento terapeutico, che indicano invece il ricorso a interventi medici di prolungamento della vita non rispettosi della dignità del paziente. Prossimo concettualmente e fattualmente all’eutanasia, benché distinto da essa, è poi il suicidio medicalmente assistito, in cui la morte è conseguenza diretta di un atto suicida del paziente, ma consigliato e/o aiutato da un medico. Si tratta, come si vede, di una mappa di significati tutt'altro che omogenea e definita, e assai sensibile alla prospettiva teorica o ideologica adottata.
Una definizione completa e precisa — abitualmente citata anche da autori che non ne condividono le valutazioni etiche concomitanti — si trova nella Dichiarazione sull’eutanasia "Iura et bona", pubblicata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede il 5 maggio 1980, al n. 6: "Per eutanasia s’intende un’azione o un’omissione che di natura sua, o nelle intenzioni, procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore. L’eutanasia si situa, dunque, al livello delle intenzioni e dei metodi usati".
Troviamo in queste parole tutti gli elementi necessari ad individuare e a valutare l’atto eutanasico. In primo luogo, l’indifferenza, dal punto di vista morale, fra l’azione e l’omissione. Si compie un atto analogo per natura ed intenzione quando si provoca la morte attraverso la somministrazione di un farmaco letale o attraverso la sospensione di (o l’astensione da) un trattamento dovuto. Questo principio, intuitivo per il buon senso comune - chi riterrebbe che non dare volontariamente il latte ad un neonato non è omicidio? - è stato di recente messo in discussione dalle prospettive culturali favorevoli, compiacenti, tolleranti o eventualiste nei confronti dell’eutanasia.
Emerge anzitutto che l'eutanasia si pone nel campo della interruzione o soppressione di una vita umana. Tale soppressione è come il "genere", che ha sotto di sé diverse "specie", quali, ad esempio: aborto, o uccisione di un uomo nella fase pre-natale; infanticidio, o uccisione di un bambino dopo la nascita; matricidio, parricidio, ecc., e anche suicidio. L'eutanasia è una di queste specie di soppressione.

Gli elementi specifici della soppressione eutanasica

E gli elementi che specificano tale soppressione come eutanasia sono:
l'oggetto: sono in questione unicamente persone nelle condizioni descritte nella definizione. Vi rientrano anche neonati gravemente handicappati, vecchi non più autosufficienti e con facoltà mentali seriamente compromesse;
le modalità: la morte è provocata in modo da essere indolore, sia sul piano del dolore fisico, sia su quello dell'angoscia connessa con la consapevolezza di morire. Di qui l'esigenza di una morte in stato di incoscienza indotta.
i motivi: se ne adducono diversi:
- "pietà" per il paziente, ponendo fine alle sue sofferenze;
- "pietà" per i familiari, ponendo fine ad una situazione stressante, altrimenti destinata a prolungarsi e aggravarsi;
- interesse sociale: facendo risparmiare alla società oneri finanziari, impegni di personale qualificato e di macchinari costosi, ben più utilmente impiegati, a favore di altri membri della società che possono avvantaggiarsene con alte probabilità di successo;
- "Pietà", interesse sociale ed eugenismo: sono motivi che si assommano quando si tratta di eutanasia neonatale, nei confronti di bambini nati con gravi handicaps fisici e/o psichici, e che i genitori rifiutano di tenere.
I vari motivi spesso si presentano come in un unico fascio, in cui l'uno o l'altro è predominante, ma non unico.
In tale contesto la parola "pietà" viene posta sempre tra virgolette, per sottolineare che siamo davanti a un termine che va inteso in senso ben diverso da quello suo proprio e usuale. È un motivo che viene spesso addotto dai sostenitori dell'eutanasia, nel tentativo di dare a questo intervento omicida una valenza etica positiva. Fa dunque parte della realtà
dell'eutanasia, perciò è stato riportato. Ma non ci vuole molto a cogliere l'assurdità di un impossibile connubio tra la virtù della pietà e l'omicidio, tra amare e uccidere.
E quando la parola “pietà” viene affermata dall'omicida in riferimento al gesto da lui compiuto, oltre a un disperato tentativo di auto-giustificazione, se l'affermazione è sincera non può che essere conseguenza di una grave alterazione psichica del soggetto. Un'alterazione dovuta ad esasperazione, sorta dal prolungarsi di una situazione carica di angustie e di frustrazioni, portata avanti in desolante solitudine, in assenza di ogni solidarietà. Ma il più delle volte, la "pietà" è solo una maschera o una razionalizzazione dell'egoismo: si dice di esser mossi dal desiderio di risparmiare all'altro un calvario di sofferenze, mentre in realtà si vuol liberare se stessi da pene e sacrifici che non si vogliono affrontare o ulteriormente prolungare. Anche quando lo scopo dell’azione eutanasica fosse l’eliminazione “alla radice” della sofferenza, tuttavia, tale atto non può essere moralmente giustificato, dal momento che utilizza un mezzo intrinsecamente cattivo - uccidere un innocente - per ottenere un fine eventualmente buono, come l’eliminazione del dolore. Come ebbe a dire efficacemente il papa Giovanni Paolo II nell’enciclica Evangelium Vitae, “l’eutanasia deve dirsi una falsa pietà, anzi una preoccupante “perversione” di essa: la vera “compassione”, infatti, rende solidale col dolore altrui, non sopprime colui del quale non si può sopportare la sofferenza”.
 

Gli inganni dei sostenitori dell'eutanasia

A questi elementi ne va aggiunto un altro, se si vuol cogliere adeguatamente la realtà oggi in questione quando si tratta di eutanasia. L'obiettivo a cui si mira, da parte dei suoi sostenitori, è quello di ottenerne la legittimazione giuridica, o legalizzazione.
Dopo anni in cui, con poche eccezioni, la letteratura bioetica aveva bocciato una reale distinzione fra eutanasia “attiva” e “passiva”, si trovano ora, in numero crescente, interventi etici, scientifici e legislativi che ripropongono la questione, affermando che negare o sospendere un trattamento dovuto non è veramente eutanasia. Fra tutti, basti citare la definizione di eutanasia data nel 2003 dalla European Association for Palliative Care (EAPC): l’eutanasia è “l’azione di uccidere intenzionalmente una persona, effettuata da un medico, per mezzo della somministrazione di farmaci, assecondando la richiesta volontaria e consapevole della persona stessa” (5). In questo modo, si introduce una definizione ristretta di eutanasia, escludendo atti sostanzialmente identici a quelli più scontatamente eutanasici. Ciò è favorito da una confusione di fondo, che imbriglia talora anche i bene intenzionati, portandoli ad accettare tale indebita restrizione, e facendo così il gioco dei fautori dell’eutanasia, che con questo mezzo intendono gradualmente introdurne la pratica negli ordinamenti e nella medicina.
 

Ipocrisia e cecità

Ne è un esempio, il recente intervento del Cardinale emerito Carlo Maria Martini sul Sole 24 Ore di domenica 21 gennaio che ha aperto una nuova discussione sul tema dell'eutanasia. Martini riconosce la necessità di «norme che consentano il rifiuto delle cure» da parte dei malati in fin di vita ma precisa che resta «di grandissima importanza distinguere tra eutanasia e astensione dall'accanimento terapeutico, due termini spesso confusi». Scrive Martini: «evitando l'accanimento terapeutico non si vuole procurare la morte:
si accetta di non poterla impedire». Nella sua riflessione il Cardinale pone in rilievo i propositi del paziente: «Non può essere trascurata la volontà del malato», e aggiunge che «forse sarebbe più corretto parlare di limitazione dei trattamenti». Martini ritiene che da parte della Chiesa d'ora in avanti «dovrà esserci più attenta considerazione anche pastorale», al contempo sottolinea come «dal punto di vista giuridico rimane aperta l'esigenza di una norma che consenta di riconoscere la possibilità del rifiuto (informato) delle cure e consenta di proteggere il medico da eventuali accuse», prendendo a riferimento la nuova legislazione francese. La legge alla quale fa riferimento il Cardinale è stata approvata in Francia nell'aprile del 2005 e prevede che le cure mediche non debbano essere protratte «con ostinazione irragionevole», espressione che prende il posto di «accanimento terapeutico». Un malato in fase terminale può decidere così «di limitare o di interrompere ogni terapia» e può autorizzare la somministrazione di farmaci contro il dolore, anche se questi possono accelerarne la morte. Il testo consente che «gli atti di prevenzione, di indagine o di cura, quando appaiono inutili, sproporzionati o senza altro effetto che il mantenimento artificiale della vita, possano essere sospesi o non avviati». La legge mette dunque al riparo i medici da eventuali sanzioni quando fanno soltanto quello che il paziente o i familiari hanno domandato con chiarezza.
 

Un chiarimento necessario

Ma, “anche omettere le cure è eutanasia”, risponde monsignor Elio Sgreccia, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, in un articolo pubblicato martedì 23 gennaio 2007 sulla prima pagina del “Corriere della Sera”.
Entrando nel merito della definizione di eutanasia, che per il Cardinale Martini sarebbe “un gesto che intende abbreviare la vita causando positivamente la morte”, monsignor Sgreccia ha definito questa definizione “insufficiente”, perché “riguarda soltanto la cosiddetta eutanasia attiva, mentre è eutanasia anche la ‘omissione’ di una terapia efficace e dovuta, la cui privazione causa intenzionalmente la morte. In questo senso si realizza appunto l’eutanasia omissiva, (non è appropriato chiamarla ‘passiva’, con un termine eticamente debole e neutro)”. Il Presidente dell’Accademia per la Vita ha ribadito quindi che “la gravità morale dell’eutanasia omissiva è uguale rispetto a quella dell’azione ‘positiva’ di intervento o gesto che causa la morte: l’una equivale all’altra dal momento che provocano lo stesso effetto e procedono dalla stessa intenzione. Si tratta sempre di morte provocata intenzionalmente”. “Se accettassimo che l’eutanasia si configura soltanto quando è il risultato di un gesto che causa positivamente la morte - ha spiegato monsignor Sgreccia -, vorrebbe dire che tutto ciò che mira a causare la morte per sottrazione di intervento (per esempio: sottrazione di cibo o una intenzionale mancata rianimazione) non sarebbe eutanasia e, così anche, il rifiuto intenzionale delle terapie valide non costituirebbe un problema morale. Il che non credo possa corrispondere alla mente del cardinale Martini e, certamente, non corrisponde ai testi del Magistero e della dottrina cattolica”. Circa l’accanimento terapeutico, il presule ha voluto precisare che se “per accanimento terapeutico si intende in sostanza l’impiego di terapie o procedure mediche di carattere sproporzionato” questo, come afferma il Catechismo della Chiesa cattolica, “è illecito sempre, in quanto offende la dignità del morente”.
 

Un richiamo alla Dignitatis Humanae

Sorvolo sui molti commenti di laici e cattolici alla riflessione del Cardinale Carlo Maria Martini. Ma non posso tacere su quello che hanno detto un cattolico, il vicepresidente della Camera Pierluigi Castagnetti e un laico ateo e non devoto Andrea Bianchi, presidente dell'ordine dei medici di Cremona, perché su entrambi è necessario riflettere un momento. Questo è stato il commento di Castagnetti: «È un intervento nel quale mi riconosco totalmente e che rivela l'intensità di un pensiero elaborato e ruminato nel silenzio del suo eremo a Gerusalemme». «Non c'è apertura verso l'eutanasia - osserva l'esponente della Margherita - ma un invito alla riflessione, in primo luogo alla chiesa e anche alle istituzioni, attorno al tema della sofferenza dell'uomo che evoca coerenza dottrinale e anche grande apertura e compassione nel senso etimologico del termine (cioè patire con), per le condizioni di sofferenza che possono investire gli uomini. La dottrina è importante - conclude Castagnetti - ma la compassione e la misericordia non lo è di meno». Si sommano in queste poche parole molte incoerenze etiche e teologiche:
1. Il richiamo del cardinale alla legge francese e il grave disconoscimento della eutanasia omissiva sono di fatto una reale apertura alla eutanasia come già prontamente rilevato da monsignor Sgreggia;
2. La compassione per le condizioni di sofferenza che vuole giustificare l’uccisione dell’innocente, è una falsa pietà, una perversione di essa, sempre meno giustificata oggi che la medicina palliativa è in grado di trattare efficacemente il così detto “dolore globale”;
3. La scissione dei principi dottrinali dalla misericordia, ventilata da Castagnetti, costituisce per la fede cattolica un nonsenso teologico perché l’amore all’uomo non può essere fedelmente praticato senza il riconoscimento e il rispetto, in ogni momento della sua vicenda terrena, della sua dignità di persona fatta ad immagine e somiglianza di Dio. Proprio per
salvaguardare il rispetto della persona umana in tutte le situazioni che il Papa Benedetto XVI richiama cattolici e laici a rimanere uniti nella difesa dei “principi non negoziabili”. I cattolici progressisti disobbediscono al Papa per una malintesa interpretazione post-conciliare della libertà religiosa. (6)
In un altro contesto, alle parole di Martini si è ispirato Andrea Bianchi, presidente dell'ordine dei medici di Cremona, membro della commissione disciplinare che ha assolto e giustificato il comportamento del dottor Mario Riccio, l’anestesista che staccò il respiratore a Piergiorgio Welby, violando apertamente il codice penale (7), il nuovo codice deontologico e il giuramento professionale. «Un importante aiuto per la nostra decisione - ha dichiarato Bianchi - è arrivato dal cardinale Martini, che con lucidità ha saputo distinguere tra eutanasia e interruzione del trattamento terapeutico. Parlo da laico convinto, ma in me e in tutti i membri della commissione disciplinare le parole del cardinale sono state di grande supporto, indicando anche la necessità di arrivare al più presto a un equilibrio e a una legge sul testamento biologico». Ma nel caso di Piergiorgio Welby l'accanimento terapeutico non c'entra, ricorda l'associazione Scienza&Vita in un comunicato del 2 febbraio, sottolineando l'incongruenza tra la decisione dell' ordine dei medici di Cremona e il parere espresso in precedenza dal Consiglio Superiore di Sanità, che in due comunicati non aveva ravvisato, nel caso Welby, gli estremi di quell'accanimento terapeutico che è legittimo interrompere.
 

Significato etico dei mezzi di sostegno vitale

L’apparenza di bene che l’eutanasia “passiva” sembra salvaguardare è la liceità morale del rifiuto della terapia da parte del paziente - almeno in alcune situazioni - e il doveroso rifiuto dell’accanimento terapeutico. In entrambi i casi, un certo trattamento non viene eseguito, e a tale astensione può seguire la morte del paziente. La legittimità di tali atti, tuttavia, è strettamente legata all’oggetto degli atti medesimi. Perché siano moralmente accettabili, infatti, è necessario che essi non vogliano direttamente la morte (propria o altrui), né come fine né come mezzo. Violerebbero altrimenti il principio fondamentale per cui è sempre gravemente sbagliato uccidere un essere umano innocente e quello per cui abbiamo il dovere di conservare e custodire il bene della vita, la cui indisponibilità vale anche nei confronti di noi stessi.
 
Lo stato vegetativo permanente
I pazienti che maggiormente richiamano il quesito etico sui mezzi di sostegno vitale sono quelli che si trovano in «stato vegetativo permanente». Questi pazienti non possono essere considerati dei vegetali, come vorrebbe la perfida definizione dell’oncologo Umberto Veronesi, ma sono persone umane con diverse prospettive di risveglio. Il soggetto in stato vegetativo non ha alcun bisogno di “rianimazione”. Respira autonomamente, non soffre, non è in condizioni terminali, cioè nell’imminenza della morte. Questo è perfettamente normale per i pazienti in stato vegetativo, che si trovano in una condizione clinica particolare, senza apparenza di consapevolezza di sé e dell’ambiente circostante eppure in grado di mantenere attive le loro funzioni vitali - dal ritmo sonno/veglia alla termoregolazione, dalla presenza di riflessi nervosi, alla conservazione del sistema cardiocircolatorio - grazie all’integrità, almeno parziale, del tronco encefalico. Il paziente in stato
vegetativo presenta lesioni alla corteccia cerebrale, che quando è del tutto compromessa lo pone in una situazione definita di morte corticale. Ma si tratta sempre di un essere umano vivo, di una persona, di un paziente da curare come ogni altro (8). Fra le cure di cui ha bisogno, vi sono l’alimentazione e l’idratazione artificiale, dato che non può alimentarsi da solo. Chi ritiene che tali mezzi di sostegno vitale – di tipo non rianimativo, come già detto – vadano sospesi, adduce solitamente tre ragioni: a) bisogna “porre un limite” alle sofferenza di queste persone, b) non possono stare anni e anni in una condizione così “indegna”, c) bisogna rispettare la loro volontà, sapendo o presumendo che non vorrebbero essere tenute in vita in quello stato.
PORRE UN LIMITE ALLA SOFFERENZA
Per quanto riguarda il “porre fine alle sofferenze”, bisogna ribadire che la condizione di stato vegetativo non è dolorosa, e che comunque - laddove un paziente provi invece dolore intenso, in fase terminale o in altra situazione – la medicina palliativa è di grande aiuto, offrendo la possibilità di controllare e alleviare ogni dolore fisico in modo soddisfacente. Al contrario, la debilitazione cui va incontro il paziente privato di acqua e cibo è estremamente gravosa, prolungata, carica di sofferenza e la morte che gli si conferisce non è affatto dolce. Dunque, per far morire Terri Schiavo sono state necessarie forti dosi di analgesici ordinari e di oppiacei, a dimostrare che la procedura scelta, cioè la sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione artificiale, non solo uccideva una paziente che non stava manifestando alcun dolore, ma lo faceva nel modo più crudele.
Alimentazione e idratazione artificiali, in realtà, non possono essere considerate forme di accanimento terapeutico, non rappresentano in alcun modo terapie gravose che prolungano inutilmente l’agonia, ma cure normali che mantengono la vita contribuendo piuttosto a dare, per quanto possibile, sollievo e benessere.
UNA VITA NON DEGNA DI ESSERE VISSUTA
La seconda ragione è quella veramente sottesa al problema dell’eutanasia non consensuale, cioè la convinzione che, a certe condizioni, la vita umana “non sia più degna di essere vissuta”. Occorre essere tuttavia ben consapevoli che tale affermazione ci riporta irrimediabilmente indietro nel tempo, e precisamente al tempo in cui il programma per l’eutanasia
nazional-socialista eliminava, con le stesse identiche motivazioni, cittadini tedeschi unicamente perché disabili, deformi o terminali.
VOLONTÀ SUICIDARIA PRESUNTA
Resta l’ultimo punto, quello della volontà suicidaria del paziente, in questo caso anticipata o presunta. La presunzione della volontà su una materia così importante, già intuitivamente, dovrebbe risultare inaccettabile. Come si può interpretare in senso suicidarlo affermazioni pronunciate molto tempo prima, in situazioni completamente diverse, magari in un momento di difficoltà, di sconforto o di paura? Ciascuno dovrebbe interpretare le altrui richieste di morte, ipotetiche o attuali, innanzitutto come richieste di aiuto, presumendo semmai che in condizioni di tranquillità, di controllo adeguato del dolore e di premurosa assistenza ogni persona voglia continuare a vivere.
È soprattutto per questa ragione, fra l’altro, che l’eventuale contenuto eutanasico dei cosiddetti “testamenti di vita” va sempre considerato inapplicabile. È sempre inapplicabile in quanto sempre inattuale. La realizzazione di una richiesta anticipata di morire, poiché nasce in uno scenario unicamente immaginato, va equiparata di fatto all’eutanasia di un non consenziente, anche solo per ragioni prudenziali.
 
L’autonomia nella relazione medico-paziente
La richiesta di morire effettuata da un paziente cosciente carica il medico e tutta la società di una responsabilità assolutamente sproporzionata, ovvero quella di uccidere un innocente. Il fatto che tale atto inesorabilmente omicida avvenga “d’accordo con la vittima” non ne toglie la gravità morale.
Che la richiesta da parte dal malato vi sia stata oppure no - e che sia stata davvero consapevole, libera, costante, ben interpretata oppure no - resta il fatto drammatico e ignobile che un medico - ma potrebbe in fondo essere chiunque - uccide volontariamente una persona, invece di curarla il meglio possibile.
In questo modo si esce completamente dai confini della medicina, dal ruolo professionale del medico, ma anche da quello di chiunque altro commetta un simile gesto – il ruolo di madre o di padre, di figlio, di amico, di tutore - e si diventa qualche cosa di totalmente diverso: giustizieri, esecutori, omicidi! I termini possono variare; in ogni caso, ci si conferisce un potere sulla vita
altrui che nessun uomo può pretendere di avere, nemmeno se la vittima è consenziente.
E qui si esplica anche l’ultima questione, ovvero la differenza etica fra il rifiuto della terapia da parte del paziente e la richiesta eutanasica. Nel primo caso il limite invalicabile all’azione del medico, pur sinceramente convinto che una determinata terapia sia nel miglior interesse del malato, è la libertà attuale del soggetto, che non può essere costretto ad effettuare un trattamento sanitario. Si dovranno compiere tutti i tentativi per persuaderlo, si potrà procedere nel caso si verifichi un’urgenza ed egli non sia cosciente (nel dubbio che abbia cambiato idea si propende infatti per la vita) ma non gli si potrà imporre la procedura. Il medico non può farlo.
Il paziente che rifiuta, d’altra parte, potrebbe farlo anche per ragioni buone, che nulla hanno a che vedere con la volontà di morire. Potrebbe infatti vedere un bene più grande da realizzare, che risulta incompatibile con il trattamento proposto. In questo caso, sceglierebbe quel bene rinunciando - pur senza volerlo, direttamente - al bene della vita, o della salute. Ne sono un luminoso esempio quelle madri che rifiutano l’interruzione della gravidanza, per salvare la vita del bambino sacrificando coscientemente la propria (9).
 
Le violazioni del codice deontologico
Diverso è il caso in cui sia l’azione libera del medico a produrre concretamente la morte. Se allo scopo di morire un paziente vuole interrompere, con l’aiuto di un medico, un trattamento dovuto, cioè non sproporzionato, e quindi doveroso per mantenere la vita, tale medico – o chi per lui – viene chiamato ad essere complice di un gesto suicida. E anche questo il medico non può farlo.
Verrebbe altrimenti meno la sua integrità morale, violerebbe il nuovo codice deontologico (dicembre 2006) e precisamente:
- nell’articolo 3 che elenca “I Doveri del medico”
Dovere del medico è la tutela della vita, della salute fisica e psichica dell'Uomo e il sollievo dalla sofferenza nel rispetto della libertà e della dignità della persona umana, senza distinzioni di età, di sesso, di etnia, di religione, di nazionalità, di condizione sociale, di ideologia,in tempo di pace e in tempo di guerra, quali che siano le condizioni istituzionali o sociali nelle quali opera. La salute è intesa nell'accezione più ampia del termine, come condizione cioè di benessere fisico e psichico della persona.
- nell’articolo 17 sulla “Eutanasia”
Il medico, anche su richiesta del malato, non deve effettuare né favorire trattamenti finalizzati a provocarne la morte.
Violerebbe il terzo comma del nuovo giuramento professionale che recita: giuro di non compiere mai atti idonei a provocare la morte di un paziente.
Ogni violazione sancirebbe la rottura nell’alleanza terapeutica fra medico e paziente, che in un simile contesto non ha più senso alcuno. Non è un caso che dove l’eutanasia è divenuta legge, il rapporto fiduciario fra medico e paziente abbia subito un colpo durissimo, e la diffidenza reciproca per converso cresca a dismisura.
La frontiera su cui si combatte in modo più cruento, dove in gioco ci sono i corpi e le vite umane, è quella degli ospedali. La figura professionale del medico, negli ultimi cinquant'anni, è cambiata e l'informazione sulla salute è dilagata, facendo apparire spesso le innovazioni tecnologiche come risolutive, ma alla fine il nodo su cui ancora si gioca il successo di ogni terapia è il rapporto con il paziente: sono concetti oscillanti come la deontologia e l'umanità del singolo medico, che restano il nucleo forte della relazione di cura.
 
Eutanasia neo-natale negli ospedali italiani
Mentre il Paese discute di eutanasia e accanimento terapeutico, di eugenetica e aborto tardivo, nelle strutture sanitarie le pratiche mediche sono già andate avanti, a volte assecondando l'orientamento dei pazienti, a volte invece sollecitandone il consenso. La legge 194 sull'interruzione di gravidanza è diventata un simulacro, un feticcio politico intoccabile in linea di principio, ma sempre più svuotato di senso nella pratica concreta. La prima parte della legge, quella sulla prevenzione, non è mai stata applicata, e se qualcuno cerca di realizzare forme di solidarietà per le madri che vorrebbero avere il loro bambino, si grida allo scandalo. Così è stato per le ragionevoli proposte del prof. Giorgio Pardi, primario alla clinica Mangiagalli di Milano, che chiedeva una collaborazione più stretta con i volontari dei Centri di aiuto alla vita. Oggi, dice Pardi, la maggioranza delle donne che si presentano ad abortire è composta da giovani immigrate, che sarebbero ben felici di tenersi il figlio se potessero contare su qualche aiuto. Ma questa semplice constatazione ha innescato furiose polemiche su un presunto attacco degli antiabortisti alla legge 194.
Intanto, in almeno 7 regioni italiane, e in particolare in Toscana, si consente l'uso della pillola abortiva Ru486, senza che vi sia nessun protocollo autorizzato dall'ente di controllo dei farmaci. Un metodo abortivo più lungo, doloroso e rischioso, come è quello chimico, viene promosso da alcuni consigli regionali, in barba alla legge e senza nessuna garanzia per la salute delle donne, solo perché scardina dall'interno la normativa sull'interruzione di gravidanza.
Se la prima parte della legge 194 è ignorata, l'articolo 6, che consente l'aborto tardivo solo quando la malformazione del feto provochi alla donna gravi problemi psichici o fisici, viene interpretato con larghezza eugenetica; così accade che si abortisca per un labbro leporino, un piede con sei dita, una patologia lieve o una malformazione operabile. Il caso del bimbo di Careggi di 22 settimane abortito per una malformazione inesistente, e che forse, se assistito con più tempestività, avrebbe potuto sopravvivere, ha scoperchiato le pentole, messo a nudo la verità.
(la stessa atresia dell'esofago diagnosticata al bimbo di Careggi è risolvibile per via chirurgica nel 97% dei casi). Oggi si scopre che viene sistematicamente violato anche un altro articolo della legge, quello che vieta di interrompere la gravidanza quando il feto abbia già sviluppato possibilità autonome di sopravvivenza, a meno che non sia in pericolo la vita della madre. Nell'ospedale San Camillo di Roma, alle donne che si sottopongono a un aborto tardivo è chiesto di firmare un «consenso informato» nel quale si domanda di non rianimare il feto nel caso sia ancora vivo. È evidente che
una volta venuto alla luce il bambino ha diritto a tutte le cure possibili, e che stabilire di non soccorrerlo non ha niente a che fare con la libera scelta della donna e con il consenso informato: si tratta di omissione di soccorso, o di vera e propria eutanasia.
Il semplice fatto che l’eutanasia chiami sistematicamente e premeditatamente in causa, a partire da una volontà apparentemente suicidaria, un’altra volontà “esecutiva” di supporto dà tutta la misura dell’aberrazione in cui può cadere uno stato di diritto quando è andato perduto il senso autentico della pietà e il sincero ardore per il bene comune (10).
Paolo Rossi
 
1. Nel forum n. 23 (settembre 2005) si è parlato di accanimento terapeutico; nel forum n. 38 (gennaio 2007) di “eutanasia”: percorso giuridico-legislativo.
2. Karen Quinlan (Stati Uniti) nel 1975 cessò di respirare con conseguenti danni cerebrali e stato vegetativo persistente. La corte suprema del New Jersey autorizzò i genitori a staccare il respiratore, ritenuto un mezzo straordinario. Karen sopravvisse dieci anni grazie alla nutrizione parenterale (ritenuto dalla corte un mezzo ordinario). Karen morì di polmonite, per la quale non si ricorse a terapia antibiotica (ritenuta un mezzo straordinario). Nancy Cruzan (Stati Uniti), 1990, fu tenuta in vita per otto anni anche se priva di conoscenza. Successivamente i giudici decisero di sospendere anche l'alimentazione, considerando l'atto un accanimento terapeutico. Anthony Bland (Gran Bretagna),
1993, fu tenuto in vita artificialmente dopo essere stato schiacciato dalla folla in uno stadio. Gran parte della sua corteccia cerebrale era distrutta e successivamente i giudici decisero di sospendere l'alimentazione. Eluana Englaro Nel dicembre 1999 la Corte d'Appello di Milano ha rigettato la richiesta che il padre ha avanzato in qualità di tutore della figlia con la seguente motivazione: se in casi del genere sospendere la somministrazione di farmaci è lecito per evitare l'accanimento terapeutico, l'alimentazione non può essere tolta perché è un atto assistenziale e quindi sempre dovuto. Fino allo spegnimento "naturale", magari fra vent'anni o anche più.
3. G. Meotti, Quando sentite parlare di qualità e di dignità della vita, allontanatevi, “Il Foglio”, 23/12/2006.
4. L’espressione «diritto a morire» apparve per la prima volta nella «Dichiarazione dei diritti del malato», redatta dall’Associazione degli Ospedali di America (raccoglie settemila ospedali) e pubblicata sul "The New York Times", il 9 gennaio 1973. È un testo di 12 articoli, e tra essi il 4° dice: "Il paziente ha il diritto di rifiutare il trattamento, nell'estensione permessa dalla legge, e di essere informato delle conseguenze mediche della sua azione". Gli organi di informazione, in America e negli altri Paesi, presentarono il testo, falsificandone il significato effettivo, come una dichiarazione di diritto all'eutanasia, o a "morire con dignità". Un rilancio fortemente potenziato tre giorni dopo da un documento ancora più capace di influenzare la pubblica opinione. Mi riferisco al cosiddetto "Manifesto" dell'eutanasia, firmato da tre premi Nobel, J. Monod, L. Pauling e G. Thompson e da altre 37 personalità del mondo culturale, apparso il 12 gennaio 1973 su più di un quotidiano di prestigio.
5. Materstved L.J. et al., Eutanasia and physician-assisted suicide: a view from an EAPC Ethics Task Force, “Palliative medicine”, 17, 2003, p. 97-101.
6. DIGNITATIS HUMANAE , 14. La missione della chiesa
I cristiani poi nella formazione della loro coscienza devono considerare diligentemente la dottrina sacra e certa della chiesa. Infatti per volontà di Cristo la chiesa cattolica è maestra di verità, e il suo compito è di annunziare e di insegnare in modo autentico la verità che è Cristo, e nello stesso tempo di dichiarare e di confermare con la sua autorità i principi dell'ordine morale che scaturiscono dalla stessa natura umana. Doc. Concilio Vaticano II sulla “libertà religiosa”, Roma (S. Pietro), 7 dicembre 1965.
7. Nell’ambito penalistico l’eutanasia è ordinata nella fattispecie all’art. 579 che recita:” Chi cagiona la morte dell’uomo, con il consenso di lui, è punito con la reclusione da sei a quindici anni. Non si applicano le aggravanti indicate all’art. 61. Si applicano le disposizioni relative all’omicidio se il fatto è commesso: 1) contro una persona minore di 18 anni; 2) contro una persona inferma di mente, o che si trova in condizioni di deficienza psichica, per un’altra infermità o per abuso di sostanze alcoliche o stupefacenti; 3) contro la persona il cui consenso sia stato dal colpevole estorto con la violenza o suggestione, ovvero carpito con l’inganno”.
8. G.L. Gigli, Lo stato vegetativo “permanente”: oggettività clinica, problemi etici e risposte di cura, “Medicina e Morale”, 2002/2, pp. 207-228. Sul numero dell'8 settembre 2006 della rivista Science alcuni ricercatori delle università di Cambridge e Liegi coordinati dal neurologo Adrian Owen hanno rese note le esperienze scientifiche condotte su di una paziente, una ventitreenne inglese ridottasi in coma per un incidente stradale e poi rimasta in stato vegetativo permanente, grazie a un sofisticato sistema di risonanza magnetica nucleare, la Functional magnetic resonance imaging (f-Mri). La paziente, ha mostrato attraverso la sua attività cerebrale di rispondere a stimoli verbali, di conservare la capacità di comprendere ordini parlati. Inoltre, la sua decisione di collaborare con gli autori immaginando compiti concreti quando le chiedevano di farlo rappresenta un chiaro atto intenzionale, che conferma al di là di ogni dubbio che era consapevole di se stessa e di ciò che la circondava.
9 Gianna Beretta Molla: Una giovane madre della diocesi di Milano che, per dare la vita alla sua bambina sacrificava, con meditata immolazione, la propria (Paolo VI).
10 Claudia Navarini: Quando sospendere la terapia è un atto eutanasico. 29 ottobre 2006 (ZENIT.org).
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Dott. Cleto Antonini, (C.A.), Aiuto anestesista del dpt di Rianimazione Ospedale Maggiore di Novara;
Don Pier Davide Guenzi, (P.D.G.), docente di teologia morale presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, Sezione parallela di Torino; e di Introduzione alla teologia presso l’Università Cattolica del S. Cuore di Milano e vice-presidente del Comitato Etico dell’Azienda Ospedaliera “Maggiore della Carità” di Novara.
Prof. Paolo Rossi, (P.R.) Primario cardiologo

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