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Forum
di Bioetica |
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N. 41 - APRILE 2007 |
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| Chi
siamo? “cultori di bioetica dell’Ospedale
Maggiore di Novara attenti ai problemi etici nel mondo
sanitario e sociale”. |
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scopi del forum sono? |
SUSCITARE
UN INTERESSE CULTURALE SUI PRINCIPI FONDATI DELLA BIOETICA
E FORNIRE GLI ELEMENTI CHE AIUTINO LE COSCIENZE ALLA
FORMULAZIONE DI UN RETTO GIUDIZIO MORALE |
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APRILE
2007
Newsletter n. 41 |
| Indice: |
Intorno
ai Principi dell'Etica |
Obiezione
di coscienza |
| di
Paolo Rossi |
• Profilo storico
• Tolleranza e obiezione di coscienza
• Evoluzione del concetto di Tolleranza
• La coscienza morale
• Prospettive giuridiche |
Pag.
2 - 17 |
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Dilemmi
etici |
| L’esercizio
della professione medica tra consuetudine e responsabilità |
| Cleto
Antonini |
Pag.
17 - 22 |
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| INTORNO
AI PRINCIPI DELL'ETICA |
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Obiezione
di coscienza |
| di
Paolo Rossi |
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Profilo
storico |
Il conflitto tra legge umana e coscienza è antico
come la storia dell’uomo. I motivi di disobbedire
a una legge positiva devono poter essere riferiti all’istanza
della coscienza, nella quale entrano in gioco altre
leggi invece che la legge positiva: esse si distinguono
da quest’ultima in quanto non sono sottomesse
a cambiamento come le legislazioni umane; si tratta
di leggi immutabili e che impegnano la totalità
della persona. I più antichi scritti di filosofia
e letteratura drammatica greca, gli scritti filosofici
degli Stoici romani, i libri dell’Antico Testamento,
e le storie dei martiri cristiani ci offrono le testimonianze
di uomini e donne che in un dato momento della loro
vita con una scelta personale, di portata religiosa
o morale, decidono a costo della vita di disobbedire
alle leggi dei loro Paesi:
a. La condanna a morte di Socrate
È l’opera del primo governo democratico
della storia; i dibattiti intellettuali si trovano animati
dai paradossi dei sofisti. La loro arte, eredità
del razionalismo ionico, consisteva nel rimettere in
questione tutti i fondamenti della città, in
particolare le divinità e le leggi. Approfittando
del carattere originale di Socrate, i suoi accusatori
giunsero a formulare contro di lui due capi d’accusa,
corruzione della gioventù e fede in divinità
che non erano quelle della città, e a farlo condannare
a morte al termine di un processo di cui è passata
alla posterità l’ammirabile arringa del
condannato: «Può essere che mi faranno
condannare alla morte o all’esilio o alla perdita
dei miei diritti di cittadino, e Anytos e gli altri
prendono senza dubbio ciò come tre grandi mali,
ma io non sono del loro avviso; a mio parere, il più
grande di tutti i mali, è ciò che Anytos
fa oggi, d’intraprendere di far perire un innocente.»
(1)
b. Il faccia a faccia di Créonte e Antigone
Una simile unità tra le esigenze morali e i doveri
religiosi si ritrova nel personaggio di Sofocle, Antigone.
Il dramma oppone due volontà, quella di Antigone,
che intende dare una sepoltura a suo fratello Polinice,
e quella di Creonte, il re di Tebe che incarna dunque
la legge positiva. Il dialogo tra Creonte e la sua donna
merita attenzione. Dinanzi alla forza cieca e ingiusta
della legge, ella si fa avvocato dei diritti della phusis,
cioè delle esigenze della natura, che esprimono
la volontà degli déi. Antigone, davanti
al re, espone così il suo pensiero: «Io
non pensavo che i tuoi decreti avessero una forza tale
che tu, che sei un uomo, fossi capace di rovesciare
le leggi degli déi, quelle leggi non scritte
e indistruttibili. Esse non risalgono solamente a oggi
o a ieri, ma esse vivono da sempre, da sempre. Nessuno
sa quand’esse sono apparse.
Subire la morte per me non è una sofferenza.
Ce ne sarebbe stata una, al contrario, se io avessi
tollerato che il corpo di un figlio di mia madre non
avesse, dopo la sua morte, ottenuto una tomba.»
(2)
c. Seneca o il carattere sacro del dovere di
coscienza
Malgrado le giustificazione del suicidio che si trova
a Roma presso gli Stoici, azione condannata dagli spiriti
anche diversi come Pitagora, Platone, Cicerone e Plotino,
è presente la convinzione che gli uomini sono
destinati a rispondere un giorno delle loro azioni dinanzi
agli déi. Per Seneca, non c’è la
possibilità per l’uomo di innalzarsi sopra
il proprio destino senza Dio e senza di lui di venire
veramente buono. La rivendicazione della coscienza ad
agire bene entra nella prospettiva di dovere un giorno
rendere conto alla divinità. Noi abbiamo, ancora
là, l’unità tra le due dimensioni,
religiosa e morale, vale a dire l’esigenza di
condurre una vita virtuosa sebbene ciò costi.
d. La testimonianza resa al Dio unico come motivo dell’obiezione
di coscienza religiosa: i sette fratelli del Libro dei
Maccabei
In una prospettiva di primo acchito religiosa poiché
essa si situa nell’atto cultuale per eccellenza,
i sette fratelli del Libro dei Maccabei offrono l’esempio
perfetto dell’obiezione di coscienza. Pur di essenza
religiosa, il loro approccio è anche profondamente
morale. Il loro rifiuto di mangiare delle carni sacrileghe
offre loro l’occasione di offrire la testimonianza
del martire.
Osserviamo che nel loro caso, come in quello di Eleazaro
che li ha preceduti nella morte, si trova anche la testimonianza
al Dio unico come la esprime il più giovane dei
fratelli accettando il supplizio: «Anch’io
come l’hanno già fatto i miei fratelli,
io sacrifico il mio corpo e la mia vita per le leggi
della nostra patria, supplicando Dio che si mostri piuttosto
placato verso il nostro popolo.» (3)
Testimoniare Dio è un’esigenza della loro
coscienza. E’ interessante notare che, presso
il vegliardo Eleazaro, è pure presente la preoccupazione
di non dare un cattivo esempio ai giovani che potrebbero
essere confusi, se egli fa finta di mangiare le carni
sacrileghe, come si tenta di persuaderlo a fare.
L’obiezione di coscienza include nettamente, in
questo esempio, una responsabilità per gli altri.
Ciò va aggiunto alla perfezione di voler guardarsi
personalmente da ogni compromesso.
e. L’obbligo dell’obiezione di
coscienza dei credenti
I cristiani si sono trovati, fin dall’inizio,
in un equilibrio instabile in rapporto alla legge, ebraica
e poi romana. La testimonianza è evidentemente,
dapprima, di essenza religiosa, ciò che spiega
lo scatenarsi delle persecuzioni. La risposta di Pietro
all’ira del Sinedrio comincia dando una regola
assoluta di discernimento: Bisogna obbedire a Dio piuttosto
che agli uomini, (At 5,29) principio che accompagnerà
tutti i battezzati dopo di lui. Queste parole riferite
dagli Atti degli Apostoli fornirono la struttura di
quella che viene chiamata dai cristiani l’obiezione
di coscienza specifica che può condurre al martirio.
Essa esprime la libertà del credente. Gli elementi
che ne costituiscono la struttura sono i seguenti:
1. le leggi divine hanno il primato;
2. allorquando la legge umana contraddice categoricamente
la legge divina i credenti possono trovarsi nella situazione
di disobbedire;
3. la testimonianza è una trasmissione di una
verità precisa su Dio: insegnare nel nome di
Gesù;
4. la testimonianza è resa possibile mediante
la forza e l’aiuto dello Spirito Santo;
5. il credente non può sfuggire: l’obiezione
è un dovere di coscienza, proprio perché
gli è stato offerto il dono dello Spirito Santo.
f. Non sacrificare agli idoli, non riconoscere
i falsi déi
Le testimonianze, rese dai preti cristiani nel martirio,
comprenderanno tutte gli stessi elementi. Gli esempi
abbondano: sotto la persecuzione di Diocleziano, nell’anno
304 san Philea è interrogato dal presidente del
tribunale Culciano. Costui gli ordina di sacrificare
agli déi.
- Io non sacrifico, risponde Philea.
- Tu agisci per scrupolo di coscienza?
- Proprio a motivo di quella.
- Perché dunque non osservi con lo stesso scrupolo
di coscienza i doveri che riguardano i tuoi bambini
e la tua sposa? Philea risponde:
- Perché i doveri verso Dio sono più importanti
che gli altri doveri. Testimoniare del vero Dio astenendosi
dal culto agli idoli è ben un dovere di coscienza
per Philea. (4)
Il martirio di san Cipriano è ben conosciuto;
si conosce meno che il vescovo di Cartagine fu costretto
dapprima a soffrire l’esilio, in seguito ad una
precedente comparizione dinanzi al tribunale. Nel corso
di questo primo interrogatorio, il futuro martire associa
al compimento della volontà di Dio la rettitudine
di colui al quale Dio si è rivelato. Al Proconsole
Paterno che gli domanda: persisti in questa volontà
(di non sacrificare agli déi)? Cipriano risponde:
La retta volontà che conosce Dio non può
cambiare.
Nell’interrogatorio precedente al suo esilio,
Cipriano intende così formulare quello che si
attende da lui:
- I molto santi imperatori Valeriano e Gallieno, dichiara
Paterno, si sono degnati d’indirizzarmi una lettera
nella quale essi hanno ordinato che tutti coloro che
non praticano la religione romana ne riconoscano i riti.
Che mi
rispondi tu?
- Io sono cristiano e vescovo, sostiene Cipriano, io
non conosco alcun altro dio, se non il Dio unico e vero,
che ha creato il cielo e la terra, il mare e tutto ciò
che vi è contenuto. (5)
g. La lettera a Diogneto o la coerenza morale
della fede cristiana
La custodia fedele della dottrina e la limpida testimonianza
dei martiri permettono ai cristiani di dare l’esempio
coerente e credibile di una regola di vita escludente
un certo numero di pratiche. La rettitudine morale e
la rettitudine del volere sono indissolubilmente legate
alla testimonianza resa al vero Dio. Questa è
la descrizione dei discepoli di Cristo che fa la lettera
a Diogneto: i cristiani assolvono tutti i loro doveri
di cittadini e tollerano tutte le cariche come gli stranieri.
Si sposano come tutti, hanno dei bambini, ma non abbandonano
mai i neonati. Essi dividono tutti lo stesso tavolo.
Essi obbediscono alle leggi stabilite e il loro modo
di vivere supera in perfezione le leggi. (6)
h. La fedeltà alla Chiesa come contenuto
dell’obiezione di coscienza del cristiano
I cristiani sanno ormai che possono essere costretti
dalla pressione degli avvenimenti a scegliere la via
diritta che li conduce a non rinnegare la loro fede.
San Tommaso Moro costituisce senza dubbio il più
eclatante esempio, agli inizi dei tempi moderni, di
una obiezione di coscienza avanzata per dei motivi religiosi.
Moro dimostra che il diritto di obiettare ad una legge
ingiusta non è il frutto di una decisione altezzosa
di colui che si mette al di sopra della legge. Inoltre,
la difficoltà, come nel suo preciso caso, ad
esercitarlo per tappe, attesta che il martirio non è
mai una scelta a priori: esso rappresenta il punto d’arrivo
d’un processo desideroso di trovare, ad ogni stadio,
una soluzione che salvaguardi il diritto della coscienza
e, se è possibile, nello stesso tempo, il rispetto
dell’autorità. Tommaso Moro (7)
non è un rivoluzionario. Non si sottrae a nessuno
degli obblighi che gli sono imposti: si reca a Lambeth,
quando vi è convocato, testimonia rispetto e
deferenza al suo sovrano, e non si sottrae a nessuno
degli obblighi formali che gli sono richiesti, ad eccezione
di ciò che giustamente fece oggetto dell’obiezione:
il rigetto dell’autorità del papa. In nessun
momento è contestata la legittimità del
legislatore in quanto tale, l’obiezione verte
solamente sull’oggetto della legge ritenuta ingiusta.
Come per ogni obiettore di coscienza autentico, la sua
profonda umiltà vissuta come passività
e silenzio, la sua docilità, a riguardo delle
sanzioni che lo minaccia no, impediscono di trattarlo
come traditore e ribelle. Solo la sua impotenza assunta
testimonia del suo attaccamento allo Stato, al quale
riconosce l’autorità sovrana e il potere
di legiferare.
Il rifiuto di agire contro la propria coscienza si è
naturalmente sviluppato nel corso dei secoli in un terreno
cristiano; ha riguardato, come si è visto, diverse
materie quali il porto d’armi, il rinnegamento
della fede, le leggi contro la Chiesa. Dietro il rifiuto
di una legge o la disobbedienza ad un ordine immorale,
è sempre presente una forza che, al di là
della fermezza di una testimonianza personale, è
subita e interpretata dalla testimonianza civile come
una minaccia potenziale. Il rifiuto degli adolescenti
martiri d’Uganda, per esempio, di piegarsi ai
capricci immorali del re è stato interpretato
e giudicato come un crimine di lesa maestà. |
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Tolleranza
e Obiezione di coscienza |
In
tutti gli esempi sopra accennati emerge un conflitto
o un connubio con i concetti di tolleranza e intolleranza
vissuti in quel dato contesto sociale, politico e
religioso. La “tolleranza” è quell’atteggiamento
pratico che, pur respingendo in linea di principio
un modo di pensare o di agire considerato erroneo,
lo lascia sussistere o per un motivo di rispetto verso
la coscienza e la libertà altrui o per convenienza
pratica o di minor male. I suoi campi di applicazione
sono molteplici, ma è nell’ambito della
religione che il problema della tolleranza è
sorto e ha avuto la sua più larga applicazione
(8). Sia nel piano teorico che in quello
pratico, il principio della tolleranza in materia
religiosa è una delle grandi conquiste della
modernità. Quella della tolleranza è
una questione soprattutto di principio, una problematica
squisitamente etica, anzi, metafisica, in quanto riguarda
l'agire umano e le sue motivazioni.
In latino il verbo "tolerare", suscettibile
di molte sfumature, può essere globalmente
tradotto con il termine "sopportare". A
livello individuale, per l’uomo tollerante si
tratta di pazienza (9) e la pazienza è
"la virtù dei forti", perché
appartiene alla virtù cardinale della fortezza.
Essere moralmente forti significa non abbandonare
il bene onesto a causa di un timore riguardante qualche
danno nell'ambito dei beni utili. Tra l'altro si tratta
anche di conservare la pace d'animo dinanzi a dispiaceri
di ogni tipo il che richiede una certa grandezza spirituale
(magnanimità) che non bada alle piccole faccende
più o meno piacevoli dell'esistenza, ma le
supera largamente attendendo unicamente a qualche
grande e nobile scopo che un uomo si propone di realizzare
nella sua vita. Sembra fuori dubbio che ognuno di
noi abbia molte occasioni di sopportare nella sua
vita certe circostanze generalmente dovute ad altre
persone con cui viviamo, che incontriamo, ecc.
Portare pazienza appartiene alle esigenze della vita
di tutti i giorni. Come mai la tolleranza può
tollerare accanto a sé l'intolleranza? A parte
l'autorità scritturistica, la risposta starà
forse nella natura della tolleranza stessa. Dato che
l'agire umano riceve la sua determinazione dall'oggetto
(fine), occorre chiedersi quale sia la materia in
cui si esercita la suddetta sopportazione. Ciò
che si tollera non è un bene, un valore autentico,
bensì un male, un qualcosa di pesante e di
insopportabile in sé. Elevare alle stelle la
tolleranza e condannare altrettanto perentoriamente
la intolleranza suppone l'oblio dell'oggetto, spiegabile,
certo, nell'attuale clima soggettivistico, ma imperdonabile
in chiunque voglia affrontare la questione.
con spirito autenticamente critico. Ma il tollerante
non è solo libero in se stesso, riesce anche
a circondare di un clima di libertà il suo
prossimo, è disposto alla benevolenza, perché
possiede il senso della libertà altrui il che
altro non è se non il rispetto, condizione
e compimento di ogni buona amicizia. Sembra facile
allora, basta essere tolleranti e il gioco è
fatto. Ma, come generalmente accade, anche qui la
via più ovvia e semplice conduce, se non alla
perdizione, almeno all'inganno. Di fatto il magnanimo
non insiste sulle piccolezze, cioè sulla maggior
parte delle vicende umane, ma risulta “inamovibile”
su quelle poche cose che sole contano per lui; cioè
non può permettersi, non ammette, non tollera,
che i “valori non negoziabili” vengano
conculcati o disprezzati. Il benevolo rispetta certo
l'amico, ma rispetta più ancora quel bene superiore
che, se condiviso, si pone a fondamento dell'amicizia
stessa (10). Paradossalmente si potrebbe
dire che l'intolleranza riguardo ad alcune realtà
fondamentali condiziona e rende possibile proprio
la tolleranza autentica riguardo a tante altre realtà
derivate e secondarie. Le realtà fondamentali
e il bene superiore si rapportano alla libertà
autentica e alla verità (11) sulla
essenza dell’uomo.
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Evoluzione
del concetto di tolleranza |
Il concetto di tolleranza ha, come quello dell’obiezione
di coscienza, esso stesso una storia relativamente recente:
si può farlo risalire ai tempi della Riforma
protestante. Nella sua accezione la tolleranza ha subito
una evoluzione radicale che è molto importante
approfondire. Da virtù, quale espressione minore
della virtù cardinale della fortezza, la tolleranza
nella società odierna si è trasformata
in una concezione ideologica. L’evoluzione semantica
del termine illustra che il concetto, dall’Essay
on Toleration di Locke nel 1667, è divenuto nei
nostri giorni un autentico strumento politico, che contiene
in se stesso, sotto una forma paradossale, delle temibili
forze di totalitarismo e di esclusione. Da Erasmo
(12) a Locke (13) e Spinosa (14)
, da Voltaire (15), al secolo dei Lumi
(16), esso è stato l’oggetto
di più approfondimenti successivi e rivestito
di sfumature diverse. Se la natura dell’argomento
ci impone di pensare simultaneamente le due questioni
ben distinte dell’obiezione di coscienza e della
tolleranza, bisogna comprendere che l’atto
di rifiutare in coscienza di obbedire a una legge ingiusta
si realizza oggi in un contesto di tolleranza ideologica
che, secondo natura, non è disposta a sopportarlo.
La società ideologicamente tollerante non può
tollerare l’obiezione di coscienza, poiché
questa in qualche maniera sfugge al suo controllo.
Il tollerante ideologico, dicendo: tutte le opinioni
si equivalgono, egli afferma come una regola generale
quella che non è altro se
non una opinione fra altre, secondo la sua propria affermazione.
Come si può uscire da questo vicolo cieco? Solamente
mediante la violenza che ritorna a dire: se voi mi contraddite
quando io dico che tutte le opinioni si equivalgono,
voi siete un pericoloso intollerante, da combattere
con tutti i mezzi. In effetti, l’alternativa che
consisterebbe nel dire: la mia tolleranza non è
che una opinione tra le altre, non è sopportabile
per lui. La tolleranza
ideologica vuole imporsi a tutti; per questa ragione
costituisce una essenza politica e non morale, anche
se essa manifesta una pretesa morale abusiva.
Quanto più questa intolleranza di fatto resta
incosciente, tanto più essa si esprime con violenza.
Quello che la tolleranza ideologica non può
tollerare
Il paradosso del tollerante ideologico non è
un esercizio retorico. E’ necessario comprendere
che una società che si afferma alto e forte una
società tollerante, non è in grado di
sopportare, di tollerare tutto ciò che mette
in pericolo il suo equilibrio instabile e contraddittorio.
In particolare:
- essa non tollera l’idea che ci sia una verità
da cercarsi;
- essa non tollera che una tale verità possa
avere un carattere universale;
- essa impone l’evacuazione di ogni dibattito
di fondo; in effetti, in un dibattito di fondo, gli
interlocutori possono non essere d’accordo, ma
essi hanno in comune il desiderio di una verità
valida per tutte le parti coinvolte nel dibattito. Nella
società ideologicamente tollerante, si evita
la questione della ricerca della verità e, facendo
ciò, si trasforma il dibattito di fondo in uno
scambio di idee relative. Ciascun interlocutore informa
l’altro delle sue proprie idee e deve interdirsi
di considerarle eventualmente valide per l’altro.
Esse cessano di essere delle idee di fondo. Non c’è
posta in gioco nel dibattito;
- essa non sopporta le implicazioni etiche delle idee
di fondo;
- essa si colloca sempre al di sopra dei dibattiti di
fondo e rivendica il diritto, il buon diritto
di giudicare le parti presenti; facendo questo,
d’altronde, essa non esercita che un autentico
arbitrio
- ciò che si accorderebbe con un autentico potere
politico- poiché la sua posizione la
situerà sempre praticamente dalla parte delle
posizioni degli interlocutori più teoreticamente
tolleranti, posizioni sicuramente le meno disturbanti
per l’equilibrio consensuale che essa pretende
di mantenere. Insomma, la società tollerante
impone un pensiero unico (17). È in
questo senso che essa è totalitaria e che fa,
senza saperlo, da culla ai totalitarismi, talvolta in
tempi molto brevi. Per esempio, la proclamazione degli
ideali rivoluzionari di tolleranza presso i teorici
francesi del 1789 ha aperto la strada, nello spazio
di soli tre anni, all’instaurazione di un autentico
regime di terrore. E’ invano che, poco dopo, dei
preti hanno voluto far valere una obiezione di coscienza
che interdiva loro di prestare giuramento alla Costituzione
civile del clero. Il rifiuto di questi che vengono chiamati
in modo ben eloquente i refrattari, valse loro la morte
e, nel migliore dei casi, l’esilio con la perdita
dei loro diritti civili e di tutti i loro beni. Se ora
si desidera trovare risposta alla legittima preoccupazione
di Bayle, Locke e tanti altri, sul pericolo dei totalitarismi,
notiamo che essa non può trovarsi in una esigenza
teorica di tolleranza. La tolleranza ideologica è
una falsa risposta (18). La sola risposta veramente
realista, sul piano filosofico, è l’affermazione
positiva della dignità dell’uomo come verità
valida per tutti.
Nei fatti, lo si vede, la tolleranza ideologica sopprime
il solo punto di vista che rispetta la dignità
dell’uomo. Come meravigliarci allora che è
in nome della tolleranza che si porta danno alla vita
dei bambini nel seno della loro madre
e si manipola gli embrioni umani? Tutto diventa possibile
salvo rispettare l’uomo incondizionatamente. L’invettiva
contro la Chiesa e i suoi fedeli laici, poiché
essa è un corto circuito della ragione, sostituisce
nella cronaca giornaliera il dibattito argomentato e
leale. Ad essa seguono facilmente le minacce di morte
contro il Papa e mons Bagnasco, come quelle comparse
sui muri prima di Genova e poi in altre città.
La dignità dell’uomo si situa su un piano
filosofico; essa è un dono fondamentale che può
contribuire socialmente ad avvicinare più concezioni
filosofiche differenti. Sul piano religioso, il concetto
di dignità integra anche una visione dell’uomo
come essere creato. Così, nella prospettiva cristiana,
l’uomo trova la sua consistenza ultima nella sua
natura ad immagine di Dio.
I credenti non possono imporre la propria visione del
fenomeno vitale che integra esplicitamente una prospettiva
di fede. Tuttavia, l’apporto di quest’ultima
non è insignificante per la società degli
uomini. Il rifiuto a priori, da parte di una società
ideologicamente tollerante, delle espressioni di una
tale sensibilità (19), non può
che condurre a un impoverimento della coscienza sociale
che la vita umana, ivi compresa in tutti i suoi primi
istanti, è un bene da rispettare incondizionatamente,
proteggere e servire. E’ comprensibile che in
questo contesto essa sia banalizzata e ridotta sempre
di più a un semplice dono biologico. |
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La
coscienza morale |
La
tolleranza ideologica è sempre legata a una concezione
individualista della coscienza morale, secondo la quale
l’individuo che decide di agire e di adottare
un comportamento particolare è visto come un
soggetto totalmente autonomo e libero nelle scelte.
La norma morale oggettiva che dovrebbe guidarlo diventa
una minaccia per la libertà. Il rapporto tra
libertà e verità morale non è la
sola a costituire un problema nella visione tollerante
della coscienza. Tutta la problematica della coscienza
erronea è al contempo elusa. O l’errore
di coscienza è una possibilità che permette
di agire ordinariamente senza commettere un fallo morale;
o la realtà stessa dell’errore morale è
negata, per il fatto stesso che si concede alla coscienza
morale uno statuto d’infallibilità. In
una tale prospettiva, è negata l’idea che
una legge, scritta o non scritta, possa imporsi al soggetto,
in ragione della forza stessa della verità certa
di cui questa legge possa essere portatrice. A partire
dal momento in cui è rigettata a priori l’idea
stessa di leggi non scritte presenti nel cuore dell’uomo,
si trova irrimediabilmente escluso ogni legame tra Dio
e la coscienza. In altri termini, Dio è cacciato
dalla sfera morale e non gli si riconosce più
la possibilità d’intervenire nell’agire
umano (20).
Cosa in realtà è la coscienza? Infatti,
è troppo semplicistico pensare che essa possa
essere identificata con un ‘sentire’ immediato,
che invece tante volte è frutto o di uno stato
d’animo particolare o di una pressione dei mezzi
di comunicazione.
La coscienza, invece, è legata non all’istinto,
ma alla ragione, come ha ribadito recentemente il Santo
Padre: “[essa] è un giudizio della ragione
mediante il quale la persona umana riconosce la qualità
morale di un atto concreto che sta per porre, sta compiendo
o ha compiuto (…). Da questa definizione emerge
che la coscienza morale, per essere in grado di guidare
rettamente la condotta umana, deve anzitutto basarsi
sul solido fondamento della verità, deve cioè
essere illuminata per riconoscere il vero valore delle
azioni e la consistenza dei criteri di valutazione,
così da sapere distinguere il bene dal male,
anche laddove l’ambiente sociale, il pluralismo
culturale e gli interessi sovrapposti non aiutino a
ciò. Perché l'uomo possa essere guidato
dai giudizi della sua coscienza morale ad agire sempre
per realizzare il bene nella verità, è
necessario che egli ne curi con ogni impegno la formazione
continua, nutrendola con quei valori che corrispondono
alla dignità della persona umana, alla giustizia
e al bene comune: "La formazione di una coscienza
vera, perché fondata sulla verità, e retta,
perché determinata a seguirne i dettami, senza
contraddizioni, senza tradimenti e senza compromessi,
è oggi un’impresa difficile e delicata,
ma imprescindibile"(…) Occorre rieducare
al desiderio della conoscenza della verità autentica,
alla difesa della propria libertà di scelta di
fronte ai comportamenti di massa e alle lusinghe della
propaganda, per nutrire la passione della bellezza morale
e della chiarezza della coscienza. Questo è compito
delicato dei genitori e degli educatori che li affiancano;
ed è compito della comunità cristiana
nei confronti dei suoi fedeli. (Benedetto XVI, Discorso
ai partecipanti alla XIII Assemblea Generale della Pontificia
Accademia per la Vita, 24/2/2007).
Le esigenze specifiche della coscienza cristiana trovano
il loro banco di prova nell'applicazione alle professioni
sanitarie, allorquando si trovino di fronte al dovere
di proteggere la vita umana e di fronte al rischio di
trovarsi in situazioni di cooperazione al male nell'applicazione
dei doveri professionali.
In questa situazione, acquista maggiore rilievo l'esercizio
doveroso, di una "coraggiosa obiezione di coscienza",
da parte di medici, infermieri, farmacisti e personale
amministrativo, giudici e parlamentari, ed altre figure
professionali direttamente coinvolte nella tutela della
vita umana individuale, laddove le norme legislative
prevedessero azioni che la mettono in pericolo.
Ma, allo stesso tempo, va anche messo in rilievo come
il ricorso all'obiezione di coscienza avvenga, oggi,
in un contesto culturale di tolleranza ideologica, che
talvolta, paradossalmente, tende a non favorire l'accettazione
dell'esercizio di questo diritto, in quanto elemento
"destabilizzante" del quietismo delle coscienze.
Si deve sottolineare come, in particolare per le professioni
sanitarie, sia difficile l'esercizio del diritto all'obiezione
di coscienza, dal momento che questo diritto viene generalmente
riconosciuto solo alle singole persone, e non alle strutture
ospedaliere o associazioni (21).
Fino a poco tempo fa, l’obiezione di coscienza
sui temi della vita era limitata alla questione dell’aborto.
Più di recente, il suo ambito di applicazione
si è esteso ad altri contesti, tra cui quello
dell’eutanasia, delle pillole abortive e dell’uso
degli embrioni nella ricerca. |
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Prospettive
giuridiche |
“Indipendentemente
dal fatto che l’obiezione di coscienza sia o meno
basata su postulati di indole religiosa, la sua caratteristica
principale è che si tratta di un atteggiamento
di astensione di fronte a un dovere giuridico, mossa
da imperativi morali che hanno per il soggetto il rango
di suprema istanza normativa” (22). Le
fattispecie di obiezione si sono moltiplicate con singolare
rapidità e varietà, e tutto fa pensare
che il processo si prolungherà. È una
galassia in espansione. Se l’obiezione al servizio
militare ha segnalato in molti luoghi l’apparizione
del fenomeno, immediatamente se ne sono sommate ad essa
altre, sorte in diversi campi: fiscale, del lavoro,
sindacale, educativo, scolastico, medico (23),
ecc., dentro i quali si pongono a loro volta questioni
specifiche molto varie (rifiuto di pagare certe tasse,
d’iscriversi a sindacati, di lavorare in giorno
festivo, volere indossare certi abiti, ecc.). Solo in
una società in cui il potere politico sia decisamente
limitato dai diritti dei cittadini e controllato da
istanze di potere indipendenti, e nella quale i governanti
debbano avere il gradimento dell’opinione pubblica,
cessa di essere ovvio che la legge debba prevalere sempre
sulla coscienza di coloro a cui è rivolta. È
stato infatti necessario non solo un certo superamento
del potere assoluto del governante, ma anche quello
dell’assolutismo razionalista della legge, per
ammettere che la soluzione dei conflitti di coscienza
non debba demandarsi comodamente a una istanza divina,
ma che deve essere affrontata anche nell’ambito
del diritto civile. A questo bisogna aggiungere il pluralismo
religioso che caratterizza la nostra società
occidentale, con le conseguenti esigenze di adattamento
culturale che tale fenomeno reclama come condizione
di convivenza pacifica. Queste tematiche a loro volta
pongono le questioni
relative alla legge ingiusta: quando si deve e quando
si può resistere ad essa (cosa che ha portato
alcuni autori a distinguere tra obiezioni di coscienza
obbligatorie e facoltative), oppure quando la si deve
o la si può tollerare in vista di un bene maggiore,
ecc. Dal punto di vista giuridico, l’obiezione
di coscienza si presenta come un fenomeno di conflitto
di interessi legittimi, che richiede soluzioni giuste
entro alcune coordinate socio-poliche. Appare pertanto
arduo definire, dal punto di vista giuridico, l’obiezione
di coscienza; di fatto non pochi autori preferiscono
parlare al plurale di obiezioni di coscienza, non solo
per segnalare questa difficoltà, ma anche per
sottolineare che è più conveniente accostarsi
ad un fenomeno tanto vario con gli strumenti della giurisprudenza
piuttosto che con quelli della legge, che quasi sempre
risultano insufficienti (24). Oggi come oggi,
l’obiezione di coscienza, in quanto questione
di giustizia, presenta una molteplicità dinamica
difficile da inquadrare in modo unitario, tanto in sintesi
sistematico-deduttive di teoria generale, quanto nelle
previsioni astratte di una norma generale che permetta
di risolvere i problemi muovendo da istanze legislative.
Per obiezione di coscienza si può intendere la
resistenza personale a una prescrizione giuridica perché
contraria a una prescrizione morale che si considera
prevalente. Si tratta di un conflitto soggettivo irriducibile
tra dovere giuridico e dovere morale, “il rifiuto,
per motivi di coscienza, a realizzare un atto o una
condotta che in linea di principio risulterebbe giuridicamente
esigibile” (25).
Se le ragioni che portano alla disobbedienza sono semplicemente
ideologiche o politiche, il conflitto è di altro
genere, non si può dire che sia di coscienza.
Il problema sta nel fatto che la coscienza umana, pur
possedendo una luce naturale incancellabile, può
essere informata da codici morali molto diversi (religiosi,
filosofici, culturali), che il diritto, per mancanza
di risorse tecniche, non coglie in modo preciso.
Ne risulta, talvolta, la tendenza ad ammettere come
obiezione di coscienza anche il rifiuto della norma
per ragioni non specificamente morali (26).
In linea di principio c’è però un
certo accordo sul fatto che la prescrizione deve essere
oggetto di obiezione in quanto immorale, cioè
in quanto esige una condotta che il soggetto considera
immorale, in se stessa (obiezione diretta) o come cooperazione
illecita alla condotta immorale di altri (obiezione
indiretta). Si rende quindi necessario distinguere tra
prescrizione ingiusta e prescrizione immorale. Una norma
può sembrarmi ingiusta e tuttavia non impormi
nessuna condotta eticamente riprovevole: in questo caso
a rigor di logica non posso appellarmi alla mia coscienza
per tralasciare di compierla.
L’obiezione di coscienza “rinvia certo al
valore prioritario della persona rispetto allo Stato,
ma in ultima analisi si radica nel possibile disvalore
morale della legge civile” (27).
Con queste premesse alcuni autori hanno tentato, a ragione,
di distinguere l’obiezione di coscienza dalla
disobbedienza civile o resistenza passiva (28),
sebbene tale distinzione non sempre sia chiara in pratica.
Queste ultime consistono nella pacifica, collettiva
mancanza di sottomissione a determinate leggi, al fine
di indurre il potere a cambiare una politica o una legislazione
che forse non ha nulla a che vedere con le leggi a cui
si disobbedisce. Ad esempio se gli studenti decidono
di non pagare il bus per protestare contro il rincaro
delle tasse accademiche. L’obiezione di coscienza,
invece, è a rigore un conflitto personale, come
lo è la coscienza; non si può però
negare l’influsso che ha di fatto il numero di
persone che obietta a uno stesso obbligo. D’altra
parte, benché l’obiettore si proponga innanzitutto
di evitare la trasgressione di un dovere morale, in
alcune occasioni la sua resistenza è diretta
anche a ottenere la deroga della legge cui fa obiezione.
Così chi considera che non è moralmente
lecito compiere il servizio militare, non sempre si
accontenta soltanto del fatto di esserne personalmente
esonerato, ma facilmente tende ad adottare un atteggiamento
politico contrario all’esistenza di detto servizio
obbligatorio e anche all’esistenza di un esercito.
Il diritto civile
Diversamente, sia per la loro differente matrice filosofica
che per la loro finalità pratica, le costituzioni
e i documenti politici relativi ai diritti umani si
limitano di solito a garantire le libertà e alcune
delle loro manifestazioni pratiche; raramente contengono
una esplicita e generale immunità di coazione,
nel senso di una positiva affermazione che nessuno sarà
costretto ad agire contro coscienza e, ancor meno che
potrà agire sempre in modo conforme ad essa (29).
Alcuni di questi documenti piuttosto includono l’avvertenza
generale e di principio che la libertà religiosa
non esime dal rispetto delle leggi (30); ciò
non toglie che, in alcuni di questi stessi paesi, sia
riconosciuta l’obiezione di coscienza militare,
anche nella stessa costituzione (31). Effettivamente,
da un punto di vista strettamente giuridico, l’obiezione
di coscienza è un problema di limiti, di collisioni
fra interessi, doveri e diritti. Entrano in gioco, da
una parte, gli ambiti di libertà personali di
pensiero e di religione, dei quali la libertà
di coscienza è manifestazione pratica; dall’altra
i principi di obbedienza alle leggi e di uguaglianza,
di solidarietà e di ordine pubblico. Tuttavia
l’obiezione di coscienza non può presentarsi
semplicemente come contrapposizione tra interesse pubblico
e interesse privato, giacché anche la possibilità
(personale e collettiva) di fruire di diritti e di libertà
forma parte principale del bene comune, che i poteri
pubblici devono tutelare e promuovere. In questo senso,
l’obiezione di coscienza deve essere vista piuttosto
come un’ulteriore esigenza di coerenza e finezza
per un ordinamento giuridico
basato sul rispetto dei diritti umani (32).
Per non pochi autori l’obiettore dimostra la sincerità
del suo conflitto nella misura in cui è disposto
a sopportare le conseguenze negative che comporta: le
sanzioni a cui dà luogo la sua mancanza di sottomissione
o il compimento di una obbligazione sostitutiva almeno
equivalente a quella rifiutata.
Questa ‘pazienza’ dell’obiettore sarebbe,
da un lato, un elemento costitutivo della nozione stessa
di obiezione di coscienza (33); dall’altro,
offre la possibilità tecnica di risolvere nella
pratica il problema della prova di sincerità,
evitando vie inquisitive di dubbiosa legittimità
ed efficacia in quanto riguardano l’intimità
della persona. Se confrontiamo l’obiezione di
coscienza negli Stati Uniti e nei Paesi europei, notiamo
come negli USA sia più rilevante il suo carattere
religioso; nelle controversie di solito è decisivo
il fatto che sia noto che un gruppo religioso rifiuti
determinate prescrizioni e che l’obiettore appartenga
a tale gruppo (34). Su queste basi i tribunali
hanno ammesso svariate obiezioni, alcune delle quali
conosciute a malapena nel nostro continente: per esempio
quelle a fotografie o codici numerici nei documenti
di identificazione (patente o carta di identità,
libretto di Sicurezza sociale); oppure alla scolarizzazione
obbligatoria o al pagamento di certi contributi sociali
o sindacali.
Volendo, infine, riassumere quanto abbiamo visto sull’obiezione
di coscienza, si può dire che questa presenta,
in una serie infinita di ipotesi concrete, un problema
di limiti e di equilibrio tra libertà e leggi,
di cui bisogna ancora definire i parametri di validità
generale. In questo sforzo gli autori e i giudici, indicando
la soluzione dei casi concreti, cercano di stabilire
i criteri e i mezzi, tanto di principio quanto di ordine
pratico, che possano servire per i casi generali. In
questo contesto vale forse la pena ricordare che, come
qualunque problema giuridico, l’obiezione di coscienza
richiede prima di tutto realismo: nell’impostazione,
distinguendo l’obiezione per motivi etici da altri
conflitti simili ma che hanno motivazioni di altro genere
(politiche, ideologiche, ecc.), e per circoscrivere
quello che appare chiaramente un conflitto irriducibile
entro precisi limiti; nella ricerca delle soluzioni
che permettano di eludere o almeno attenuare, per quanto
sia possibile, il contrasto tra coscienza e norma civile,
evitando l’esasperazione individualista della
coscienza o che le si contrappongano come limiti alla
sua libertà dogmi o miti ufficiali, la cui concreta
applicazione in materia deve forse essere ancora dimostrata.
P R |
|
Dilemmi
etici |
L’esercizio
della professione medica tra
consuetudine e responsabilità |
| Cleto
Antonini |
L’argomento
è ricorrente nel mondo medico quando l’esercizio
della professione si confronta con le implicazioni legali.
L’interesse è da ricondurre alla natura
del rapporto medico paziente che ha assunto un carattere
differente non solo in rapporto alle mutate condizioni
di esercizio della professione medica, ma anche alle
nuove istanze dettate da una società in rapida
evoluzione.
All’interno di una descrizione paternalistica
appariva scontata la proposta terapeutica da parte del
paziente che accettava con timida e riverente soggezione
dovuta alla suggestione dei ruoli, oggi invece, si delineano
delle differenti tendenze che proveremo a descrivere
in seguito.
L’avvento di una medicina sociale, sulla spinta
di un diritto alla salute sancito costituzionalmente,
ha messo in evidenza il carattere contrattuale del rapporto
medico/paziente e del medico con l’istituzione
in cui opera, non solo come contratto d’opera
intellettuale ma anche con l’obbligo di mezzi
che vincolano al risultato.
Per la giurisprudenza è ormai assodata la legittimità
del consenso quando è preceduto dall’informazione
sui benefici, sulle modalità d’intervento,
sui rischi, sulle possibilità terapeutiche, anche
alternative, sulla qualità del risultato e sulla
probabilità e possibilità di successo.
In questo il medico è obbligato a conseguire
il risultato e non solo a rispettare la leges artis
e se il professionista non ha ravvisato il paziente
da possibili margini di insuccesso o se si è
reso responsabile di lesioni personali potrebbe essere
imputato di omicidio preterintenzionale (Corte di Assise
di Firenze, 18 Ottobre 1990, Caso Massimo).
Sulla stessa linea esiste l’obbligo per il medico
di informare il paziente delle carenze della struttura
in cui opera per favorire l’erogazione della migliore
assistenza possibile presso un altro centro (Cassazione
sez. III civile, sentenza 21/7/2003 n°11316).
La giurisprudenza ha recepito un vincolo obbligante
per il medico di impegno di mezzi per il risultato più
favorevole.
Si delinea un rapporto lineare tra la prestazione medica,
l’impegno di mezzi e di tecnologie e la sua traduzione
in termini di efficacia clinica. Questo comporta la
presunzione, favorita dal contenzioso legale e sostenuta
dalla domanda di soddisfare l’ottimismo di una
medicina dei desideri, che lega il successo terapeutico
alla condotta del medico, dove altrimenti, diviene evidente
l’imputabilità del professionista con la
possibile di rivalsa in ambito civilistico o penalistico
del danneggiato.
La motivazione di questa possibile interpretazione è
riconducibile all’analisi dei contenuti espressi
da una società debole che ha perduto la capacità
di riconoscere il ruolo di un comportamento virtuoso
che opera all’interno dell’esercizio delle
professioni, soprattutto di quella medica, per svalutarla
a rango di arte o mestiere, dove il successo è
misurabile e parametrabile quando connesso al prodotto
ottenuto.
È il tentativo che nasce da una erronea interpretazione
filosofica di stampo materialista che nulla concede
al di fuori della dimensione pratica dell’agire.
Quindi l’indebolimento o la perdita di quelle
relazioni che ruotano attorno al progetto di cura dal
punto di vista umano, antropologico, personale e culturale
hanno finito per favorire la sola natura contrattuale
del rapporto M/P.
Per lo stesso meccanismo, la crescita dell’informazione
in ambito sanitario a vantaggio di tutti, colmando la
lacuna esistente nei confronti del sapere del medico,
non ha favorito un atteggiamento di crescita di quel
rapporto fiduciario che stimiamo alla base di un confronto
costruttivo; al contrario, come verifichiamo in corsia,
si rende complice di quel controllo crociato messo in
atto sia dal paziente come dai parenti su ciò
che il clinico propone.
Quindi, al di fuori dell’emergenza, che però
deve essere tale da delineare pericolo certo ed attuale
alla vita del paziente, in cui lo stato di necessità
si rapporta con l’obbligo di assistenza, il medico
non può mai imporsi alla volontà libera
di chi intende curarsi, pena incorrere nella imputazione
di violenza privata (art. 610 c.p.); l’opposizione
del paziente mai potrà legittimare l’azione
arbitraria del medico anche se opera a sostegno del
mobilissimo scopo di fare del bene.
Anche il rapporto conflittuale tra scienza ed applicazione
scientifica giocato dal punto di vista etico ed epistemologico,
ha dei connotati pratici: il medico non è più
il protagonista della ricerca scientifica che avviene
ovviamente nei grandi laboratori, si sente confinato
nel semplice ruolo applicativo di tecniche di cura dettate
da altri, dove minore è l’autostima e maggiore
il rischio di rivalsa nei suoi confronti per ogni sua
scelta terapeutica.
È frequente nella pratica clinica che l’operatività
sia dettata da un agire minimalista riferita all’adesione
sterile e poco argomentata ai protocolli previsti in
situazioni analoghe. È necessario, a ragione
dell’imperativo procedurale, che ciò che
si sceglie sia dovutamente giustificato e documentato
in cartella per il timore di una possibile rivalsa giudiziaria.
Questo comportamento se da un lato limita gli effetti
derivanti dall’abuso professionale, dall’altro
rende altrettanto impossibile che l’esercizio
della professione avvenga al di fuori di un rapporto
contrattuale, quindi oltre schemi e protocolli che potrebbero
limitare la proposta di cura, soprattutto nelle patologie
cosiddette difficili, dove non è definito o consolidato
un progetto terapeutico. Ne deriva che le condotte rischiose
vengono automaticamente eluse dal sanitario che non
intende mettere in pericolo la propria incolumità
professionale.
L’esempio è l’aumento della natalità
per parto cesareo, dove gli ostetrici, anche se non
hanno perso la manualità di pilotare il parto
per via naturale, non vogliono far correre il rischio
alla paziente o intraprendere una condotta che potrebbe
facilmente essere pesantemente sanzionata in caso di
insuccesso. In generale, operare in una atmosfera in
cui è preponderante la visione legalista rende
possibile solamente l’assunzione di quei trattamenti
obbliganti ed indifferibili che ricadono nella propria
competenza professionale per ruolo e grado.
L’esempio, a me più diretto tra tanti,
è la gestione di un paziente politraumatizzato
(in emergenza come in elezione) relativamente alla necessità
di evacuare un emotorace: la competenza del rianimatore
risulta indubbia nella manovra di posizionare il drenaggio
toracico; al contrario, in un ospedale polispecialistico
è facile rinviare la manovra al chirurgo toracico,
non con l’intenzione riconosciuta e condivisa
di controllare le possibili evoluzioni del quadro clinico,
che potrebbero portare alla toracotomia, ma per condividere
responsabilità di gestione clinica con altri.
Se da un lato è accettabile l’ipotesi di
condividere con altri specialisti la gestione del caso
in modo che il paziente possa valersi della maggiore
professionalità possibile, dall’altro il
ricorso alla collaborazione dei colleghi può
essere vantata per un concorso di colpa nel caso di
un intervento non riuscito con la conseguente rivalsa
in ambito legale.
Sono messaggi subliminali che col tempo trovano facile
accoglimento e si consolidano togliendo all’esercizio
della professione quel piacere di partecipare alla cura
in modo globale, col significato di servizio di cura
al paziente.
Oppure è il caso della frammentarietà
degli interventi specialistici sul controllo dei soli
sintomi attribuiti a patologie differenti, come spesso
è la diagnosi d’ingresso in ospedale: ad
esso è connesso il dramma che ruota attorno all’incapacità
di gestire in modo unitario e sintetico la cura del
paziente.
Ognuno è chiamato a dare il proprio contributo
professionale, perché capace di offrire la migliore
soluzione nello specifico (il cardiologo, il radiologo,
il rianimatore, il chirurgo), però da questo
risulta difficile far derivare un comportamento univoco
in grado di elaborare una traiettoria di cura valida
per quel paziente.
Questo a ragione che la settorialità tende a
far perdere la visione sull’efficacia globale
dell’intervento, come è tipico dei clinici
che discutono la proiezione su monitor di tracce registrate,
che così facendo perdono la consapevolezza che
derivano dal paziente che giace su un letto vicino o
lontano che sia, ma non certamente appartenente ad una
realtà virtuale, cui si è sempre più
catturati dal fascino della tecnologia.
È il frutto della crisi dell’uomo di oggi,
che ha gli occhi per vedere ma non sa guardare, in medicina,
ovviamente, questa realtà assume una connotazione
di maggior gravità per ciò che comporta.
Una prima debolezza deriva senz’altro dall’insegnamento
nelle sedi universitarie: chi ha più anni ricorda
il coinvolgimento forte delle lezioni magistrali dei
cattedratici più valenti capaci di trasmettere
col sapere l’amore e la condivisione di una disciplina
vissuta.
Gli effetti di una società laica hanno prodotto
l’annullamento del privato, come necessità
di confinare la morale, come la passione e la formazione
personale in un ambito esclusivamente soggettivo, per
promuovere solo l’evidenza epurata dal contributo
di quanto detto, per erogare semplicemente ed esclusivamente
una prestazione professionale a contenuto tecnico scientifico.
Chi esercita in medicina sa invece che questo orientamento
è fallimentare già nelle premesse. L’arte
medica è l’esercizio di una professione
scientifica in un contesto di valori umani. Gli ordinamenti
universitari consci della propria debolezza della proposta
di insegnamento, incapaci di promuovere la scienza assieme
alla crescita umana, per una crisi vocazionale che non
è solo interna agli atenei, ricorre al vigore
di nuove scienze come riconosciuto alla bioetica per
la sua capacità di intervenire con argomentazioni
di natura etica sulle scelte in medicina.
È auspicabile il dialogo tra i due saperi, quello
tecnico scientifico con quello di natura etico. Ma in
una realtà pratica, sostenuta da conflittualità
a tutti i livelli, chi ne fa le spese oltre una dissonante
operatività, è certamente il paziente
che non riceve la proposta di cura completa ed esauriente
a soddisfare i propri bisogni. Né è causa
la stessa struttura erogante, il SSN, che si compone
dell’apporto di due entità: la universitaria
e l’ospedaliera con obiettivi e programmi operativi
differenti, ma che suppongono la stessa finalità:
il servizio di cura al paziente.
Purtroppo questi due operatori non sono capaci di dialogare,
una delle ragioni è da imputare alle indicazioni
di politica sanitaria che preferisce creare servizi
a direzione universitaria cui è subordinata anche
l’attività di assistenza e cura ospedaliera,
che ha invece esigenze autonome proprie, oltre quelle
espresse dalla L. 502 relativa alla finalità
di collaborare con i programmi di insegnamento degli
istituti universitari, che è solo la parte meno
importante.
Purtroppo l’indebolimento dell’identità
dei medici ospedalieri, dovuto ad un loro nuovo ruolo,
aspecifico ed imposto dalla politica sanitaria in subordinazione
alla “mission didattico universitaria”,
ha minato ciò che storicamente era loro riconosciuto
come un valore: la capacità di erogare un servizio
di cura e di assistenza al malato in modo esauriente
e all’altezza di risolvere problemi concreti.
Anche lo sviluppo della gestione economica in Sanità,
che pur avendo il merito di aver contribuito a migliorare
la descrizione della spesa, ha prodotto effetti negativi:
il primo è da ricondurre al ruolo medico che
è stato esautorato, perché, pur riconoscendogli
la responsabilità della spesa lo ha privato di
fatto della potestà di controllo e di intervento
sulle scelte, contributo, a mio parere insostituibile
per la specificità del compito, che invece è
stato attribuito ad una classe di burocrati che operano
secondo criteri di mercato.
C’è un piano di contrattazione insoddisfacente,
dove il ruolo del medico è marginale. In generale
il problema si sposta sull’esclusivo interesse
della spesa dove il dictat è il suo controllo
e ridimensionamento.
In questa ottica, dove il costo dei servizi dipende
per il 60-70% della spesa globale dal controllo di gestione
del personale, appare evidente che le scelte di politica
sanitaria operino in questa direzione. Questo ha permesso
il blocco delle assunzioni, la crescita di una forbice
lavorativa, dove gli strutturati sono sempre più
lontani dalla pensione e dall’altro non c’è
accesso per i neospecializzati di sostituirli, con la
mancanza del tournover generazionale, la proposta di
contratti a tempo determinato sfavorevoli non solo dal
punto di vista della retribuzione, ma anche della qualità
del ruolo, con l’annullamento delle fasce di crescita
professionale, vedasi che l’80% dei medici è
collocato nel ruolo di “medico a tempo unico”.
La spesa e il suo controllo divengono il motore unico
e l’incubo di ogni possibile scelta in sanità.
Lo stesso disagio è condiviso anche nel mondo
della giustizia dove addirittura sono insufficienti
gli stanziamenti a copertura degli acquisti di cancelleria,
come lamentano gli operatori del settore, la scuola
non è da meno, la previdenza lo stesso: l’intera
politica sociale è in crisi, sulla quale si fonda
l’ordine sociale e il senso civico. Allora resistere,
nonostante tutto, con tutta la propria capacità
e vigore e proporre un buon servizio diviene per noi
un imperativo morale che deve trovarci impegnati personalmente
sempre e comunque, se vogliamo che la nostra professione
rimanga capace di porsi al servizio della persona, causa
di giustificazione e soddisfazione del nostro agire
come medici.
C.A. |
| |
1
PLATONE, Apologia di Socrate, 30 c et 30 d.
2 SOPHOCLE, Antigone, II, Sc. 3, 462-470.
3 2 Mac 7, 37.
4 Martyre des saints Phileas et Philorome (in Actes
des Martyrs, ed it.: Atti dei Martiri, Paoline, Milano
1985, 753).
5 Ibid., 467
6 Lettera A DIOGNETO sulla presenza dei cristiani
nel mondo. V, 6-10.
7 Tommaso Moro è il nome italianizzato con
cui è ricordato Thomas More (7 febbraio 1478
- 6 luglio 1535), avvocato, scrittore e uomo politico
inglese. Nel corso della sua vita si guadagnò
fama a livello europeo come autore umanista e occupò
numerose cariche pubbliche. Acceso difensore del primato
della Chiesa, sia dal punto di vista spirituale (come
il titolo del clero di redimere il peccato) o temporale
(come per il primato della legge canonica sulla legge
comune). Il cardinale Thomas Wolsey, arcivescovo di
York, non riuscì ad ottenere il divorzio e
l'annullamento del matrimonio con Caterina D’Aragona,
che il re Enrico VIII aveva cercato, e fu costretto
a dimettersi e nel 1529, Moro venne nominato cancelliere
al suo posto. La reazione di Enrico fu quella di mettersi
a capo della Chiesa d'Inghilterra. Solo al clero venne
richiesto di prestare l'iniziale giuramento di supremazia,
dichiarando il sovrano come capo della Chiesa. Moro,
in quanto laico, non sarebbe stato soggetto a questo
giuramento, ma si dimise da cancelliere il 16 maggio
1532, piuttosto che servire il nuovo regime. Moro
sfuggi ad un tentativo iniziale di collegarlo ad un
episodio di tradimento, ma nel 1534 il Parlamento
passò l'"Atto di successione", che
includeva un giuramento che (1) riconosceva la legittimità
di ogni figlio nato da Enrico ed Anna Bolena, e (2)
ripudiava "ogni autorità straniera, principe,
o potentato". Come per il "giuramento di
supremazia", questo non venne richiesto a tutti
i sudditi, ma solo a coloro che vennero specificamente
convocati a prestarlo; in altre parole, coloro che
rivestivano un incarico pubblico e coloro i quali
erano sospettati di non appoggiare Enrico. Moro venne
chiamato a prestare giuramento nell'aprile del 1535
e, a causa del suo rifiuto, imprigionato nella Torre
di Londra, dove continuò a
scrivere. Fu giustiziato a Tower Hill il 6 luglio.
8 Tommaso D’Aquino: Secunda Secundae (q. 10,
a. 11 e a. 12). S. Tommaso visse in un’epoca
decisamente intollerante: era il tempo in cui i Pontefici
bandivano le crociate per cacciare i mussulmani dalla
Terra Santa o per estirpare le eresie dei catari e
degli albigesi,
tuttavia la sua definizione è sorprendentemente
attuale. Alla questione della tolleranza egli dedica
due preziosi articoli: uno riguarda la tolleranza
del culto degli infedeli; l’altro concerne il
battesimo di bambini ebrei o di altra religione non
cristiana contro la volontà dei genitori.
9 S. Caterina da Siena: Il dialogo della divina provvidenza:
«se questa dolce pazienza, midollo della carità,
è nell’anima, ella dimostra che tutte
le virtù sono vive e perfette; e se non c’è
manifesta che tutte le virtù sono imperfette».
Ed Cantagalli, 2005. pag. 203.
10 Il culto gradito a Dio, infatti, non è mai
atto meramente privato, senza conseguenze sulle nostre
relazioni sociali: esso richiede la pubblica testimonianza
della propria fede. Ciò vale ovviamente per
tutti i battezzati, ma si impone con particolare urgenza
nei confronti di coloro che, per la posizione sociale
o politica che occupano, devono prendere decisioni
a proposito di valori fondamentali, come il rispetto
e la difesa della vita umana, dal concepimento fino
alla morte naturale, la famiglia fondata sul matrimonio
tra uomo e donna, la libertà di educazione
dei figli e la promozione del bene comune in tutte
le sue forme. Tali valori non sono negoziabili. Pertanto,
i politici e i legislatori cattolici, consapevoli
della loro grave responsabilità sociale, devono
sentirsi particolarmente interpellati dalla loro coscienza,
rettamente formata, a sostenere leggi ispirate ai
valori fondati nella natura umana.
11 La questione della verità è inevitabile.
Essa è indispensabile all’uomo e riguarda
proprio le decisioni ultime della sua esistenza: esiste
Dio? Esiste la verità? Esiste il bene?(...)
Il Dio unico è un “Dio geloso”,
come lo chiama l’Antico Testamento. Egli smaschera
gli dei perché nella sua luce si vede che gli
“dei” non sono Dio, che il plurale di
Dio è di per sé una menzogna. La menzogna
è sempre non libertà (….) Solo
la verità rende liberi. I temi del vero e del
bene non sono separabili. (…) se non possiamo
conoscere la verità riguardo a Dio, allora
anche la verità riguardo a ciò che è
bene e a ciò che è male resta inaccessibile.
In tal caso non esiste il bene e il male; rimane solo
il calcolo delle conseguenze: l’ethos viene
sostituito dal calcolo. Detto ancora più chiaramente:
le tre domande sulla verità, sul bene,
su Dio sono un’unica domanda(…). Il concetto
biblico di Dio riconosce Dio come il Bene, come il
Buono (cfr. Mc 10,18). Questo concetto di Dio raggiunge
il suo culmine nell’affermazione giovannea:
«Dio è amore» (1Gv 4,8). Verità
e amore sono identici.
Quest’affermazione - se ne raccoglie tutta la
sua portata - è la più grande garanzia
della tolleranza; di un rapporto con la verità,
la cui unica arma è essa stessa e quindi l’amore.
Joseph Ratzinger: Fede verità e tolleranza.
Ed. Cantagalli, Siena 2005, pag.244.
12 Erasmo da Rotterdam (1469-1536) secondo cui il
cristianesimo è innanzitutto impegno di vita
morale, pratica di carità e pace. S’impegnò
pubblicamente affinché i metodi violenti fossero
evitati nella lotta contro la Riforma. Egli preconizzava
una sorta di compromesso politico che mirava a lasciare
alle regioni la libertà di praticare la loro
fede, nell’attesa che si realizzasse un accordo
tra le diverse parti. E’ questo che valse a
colui che divenne il miglior amico di Tommaso Moro,
una reputazione di tolleranza. Presso Erasmo, la tolleranza
era più una attitudine religiosa che il frutto
di un relativismo, come lo si era a torto sovente
interpretato.
13 John Locke (1632-1704). Nella sua Epistola de Tolerantia
(1689) sono definiti i doveri di chiesa, privati,
magistratura ecclesiastica e civile verso la tolleranza:
la chiesa si limiterà a scomunicare chi non
segue la sua dottrina, senza arrecargli alcun danno
materiale; nessun privato può danneggiare chi
si professi estraneo alla sua religione; Chiesa e
stato sono due istituzioni diverse e separate; la
magistratura civile deve astenersi da ingerenze nella
sfera religiosa degli individui. Un passo importante
è stato compiuto in rapporto a Erasmo: l’ortodossia
non è concessa ad alcuna religione. Locke,
come ogni tollerante teorico, si pone al di sopra
delle parti e offre dei criteri per lui autentici
della vera ortodossia: è veramente cristiano
colui che è tollerante.
14 La tolleranza di Baruch Spinoza articola nel suo
Tractatus teologico-politicus (1670) un approccio
totalmente centrato sulla libertà individuale.
In questo senso Spinoza è un grande ispiratore
dei filosofi soggettivisti attuali, i quali molto
si riferiscono a lui. L’idea è la seguente:
gli Stati non devono costituirsi che sulla base della
libertà degli individui; ciò fonda a
sua volta il dovere fondamentale dello Stato di salvaguardarla.
Nessuna considerazione religiosa deve intervenire
poiché, in questa materia, prevale una totale
libertà di coscienza. Il diritto di giudicare
e di interpretare la religione appartiene a ciascuno,
è un affare personale. Si può trovare
in questa posizione un’origine filosofica del
laicismo rigido che esiste oggi in certe democrazie
occidentali (Francia, Spagna in particolare).
15 Voltaire crede in un Dio che unifica, Dio di tutti
gli uomini: universale come la ragione, Dio è
di tutti. Uno dei suoi maggior nemici fu la chiesa
cattolica (che lui chiama l'infame), egli infatti
tenta di demolire il cattolicesimo per proclamare
la validità della religione naturale. La sua
fede nei principi della morale naturale mira ad unire
spiritualmente gli uomini al di là delle differenze
di costumi e di usanze. Nella Francia della metà
del Settecento sono ancora presenti forti contrasti
ideologico-religiosi. La pratica della tortura e dell'incriminazione
sommaria è più che in uso e basta poco
perché un clima tanto avvelenato esploda in
ritorsioni estremamente violente verso gli esponenti
della parte avversa, quale che sia in quel momento.
In questo ambiente culturale Voltaire si batte contro
quella che definisce come "superstizione":
un misto di fanatismo religioso, irrazionalità
e incapacità di vedere le gravi conseguenze
del ricorso alla violenza gratuita, alla sopraffazione,
alla tortura e diffamazione, che spesso spazza via
intere famiglie. Proclama quindi la tolleranza contro
il fanatismo e la superstizione (che stanno alla religione
come l' astrologia alla astronomia) nel "Trattato
sulla tolleranza" (1763). Per liberare le religioni
positive da queste piaghe è necessario trasformare
tali culti, compreso il cristianesimo, nella religione
naturale, lasciando cadere il loro patrimonio dogmatico
e facendo ricorso all'azione illuminatrice della ragione.
16 A partire dai Lumi, la tolleranza è stata
inscritta nel cuore del messaggio diffuso in seno
alle elites politiche ed economiche delle leggi massoniche.
“La tolleranza nel XVII secolo è concepita
come una conquista della libertà umana dinanzi
ad un discorso religioso che pretenderebbe di legiferare
sul bene e sul male. Per primo è preso di mira
il cattolicesimo romano: la fede, vista in maniera
negativa, è, agli occhi del massone come a
quelli del filosofo dei Lumi, questo accecamento che
permette a delle intelligenze sospette di aderire
ingenuamente ad un certo numero di dati che la ragione
non può impedirsi di rigettare…Così
interpretata, la fede non può essere che il
luogo di un settarismo e di un fanatismo di cui i
sostenitori non provano alcun male nell’aver
generato il terrore. Superiore ad essa appare allora
questa virtù esemplare: la tolleranza”
(N. EMONT, La Franc- Maçonnerie, Plon/Mame,
Paris 1995, pp 231-232).
17 Jean Laffitte: Storia dell’obiezione di coscienza
e differenti accezioni del concetto di tolleranza.
Accademia Pontificia per la Vita. XIII Assemblea Generale,
24 febbraio 2007.
18 “Noi viviamo sotto l’influenza di un
terrorismo morale…una morale della comodità.
Il pensiero unico, la morale unica sono tuttavia le
più soventi reazioni di comodo. Un tempo ciò
si chiamava conformismo…In un regime dispotico,
il conformismo può andare verso la violenza.
In democrazia, va sempre nel senso della moderazione.
Il problema è che la moderazione può
divenire dispotica. Tocqueville l’ha ben spiegato…C’è
qualcosa di totalitario nel pensiero molle che ci
governa”.(P. TESSON, in Un terrorisme intellectuel
assez bienveillant. Propos recueillis par D. Lensel,
in J.-M. Chardon et D. Lensel, éditeurs: La
pensée unique. Le vrai procès, Economica,
Paris 1998, 34-35.
19 L’espressione pubblica della sensibilità
di una cultura propria alle tradizioni di un Paese
non è più garantita nelle società
occidentali, come l’hanno tristemente illustrato
due piccoli incidenti recenti: a Londra, in dicembre
2006, è stato deciso di sopprimere nelle celebrazioni
festive di fine anno, ogni menzione del Natale, per
non offendere le comunità d’immigrati;
nel nord d’Italia, una maestra ha deciso di
non far più cantare ai bambini i canti tradizionali
del Natale, per lo stesso motivo: non offendere i
bambini immigrati che frequentano questa scuola. Al
di là dell’atto di violenza che consiste
nel privare i cittadini di un Paese dell’accesso
legittimo alle loro tradizioni che sono parte del
bene comune, si nasconde un’antropologia totalmente
deficiente: essa misconosce l’importanza per
il legame sociale di salvaguardare gli aspetti festivi
che mettono insieme tutte le generazioni da secoli;
inoltre, essa cela inconsciamente un profondo disprezzo
delle popolazioni immigrate, pregiudicando che esse
potrebbero, nel loro insieme, offendersi del fatto
che si celebri una ricorrenza gioiosa nel Paese che
li accoglie.
20 La legge naturale, infatti, procede dalla luce
dell'intelletto che Dio ha dato all'uomo al momento
della sua creazione. La legge naturale è un
insieme di atti conoscitivi che ci fanno percepire,
in modo imperativo, cioè pratico, il bene da
compiere ed il male da evitare. Questa legge si chiama
legge naturale "perché la ragione che
la promulga è propria della natura umana",
allo stesso modo in cui è proprio della natura
umana l'intelletto che il Creatore ha dato all'uomo.
È una legge che l'uomo attraverso i suoi atti
intellettivi stabilisce, formula o promulga naturalmente
(Veritatis splendor, 42).
21 Dichiarazione finale del Congresso internazionale,
organizzato dalla Pontificia Accademia per la Vita
(23 e 24 febbraio 2007) sul tema: "La coscienza
cristiana a sostegno del diritto alla vita".
22 J. Martínez-Torrón, La objeción
de conciencia en el derecho internacional, in “Quaderni
di diritto e politica ecclesiastica” (1989/2),
p. 150.
23 Crisi di coscienza tra i medici inglesi. Un numero
sempre crescente di medici e infermieri britannici
si rifiuta di praticare l’aborto e l’intero
sistema rischia il collasso. Così scriveva
il quotidiano britannico Independent del 16 aprile/07,
dedicando alla crisi di coscienza dei medici ospedalieri
inglesi l’intera prima pagina del giornale.
Il numero di obiettori di coscienza tra i ginecologi
dell’Nhs, il sistema sanitario nazionale, è
talmente alto che quattro su cinque interruzioni di
gravidanza – che lo stato garantisce gratuitamente
– nell’ultimo anno sono state dirottate
su cliniche private, con relativo esborso da parte
dei contribuenti. Il problema non è soltanto
il brusco aumento dei casi in cui i medici si appellano
alla possibilità dell’obiezione di coscienza
– garantita per legge dagli anni Novanta –
ma sarebbe una vera crisi di “vocazioni”.
Tra i neolaureati in medicina inglesi quasi nessuno
vuole specializzarsi nelle pratiche abortive.
24 F. Onida, Contributo a un inquadramento giuridico
del fenomeno delle obiezioni di coscienza, in “Il
Diritto Ecclesiastico”, (1982) P. I, p. 222-225.
25 J. Martínez-Torrón, La objeción
de conciencia en el derecho internacional, in “Quaderni
di diritto e politica ecclesiastica” (1989/2),
p. 150.
26 R. Bertolino, L’obiezione di coscienza moderna,
Torino 1994, p. 10-13 e 18-21
27
V. Possenti, Sull’obiezione di coscienza, in
“Vita e Pensiero”, (1992), p. 666.
28 P. Sanchís, non ammette l’obiezione
di coscienza indiretta considerando che deve trattarsi
di una resistenza a una condotta personale imposta
dalla legge (La objeción de conciencia como
forma de desobediencia al derecho, in “Il Diritto
Ecclesiastico”, (1984) P. I, p.15-18).
29 Negli Stati Uniti, dopo la sentenza sul caso Reynolds
(1879), che ha proibito la poligamia ai mormoni, restò
segnata la distinzione tra libertà di credere
(freedom to belive), che è assoluta, e libertà
di agire (freedom to act), che può essere limitata
se si contrappone ad un interesse statale prevalente.
30 Per esempio, la costituzione danese (1953) ammonisce
che nessuno per motivi religiosi o di origine potrà
esimersi dal compiere “i normali doveri civici”
(art. 70); la Costituzione dell’Islanda (1944)
afferma che appartenere o meno a una confessione non
influisce sui diritti e sui doveri civili (art. 64);
secondo quella della Grecia (1975) nessuno sarà
esonerato dal compiere i suoi doveri né potrà
ricusare obbedienza alle leggi, a causa delle sue
convinzioni religiose (art. 13. 5).
31 Vd. tra le altre le costituzioni di Germania (Legge
Fondamentale del 1949, art. 4 e art. 136 della Costituzione
di Weimar); Spagna (1978, art. 30. 2), Portogallo
(1975, art. 41, nn. 2 e 5) e Finlandia (1999, art
127).
32 “Quanto al lato positivo -dice Possenti-,
l’esercizio fondato di critica e resistenza
morali è un bene e può condurre ad un
incremento di civiltà, e non andrebbe quindi
immediatamente valutato come un pericolo per la convivenza
sociale, quanto piuttosto come un’importante
risorsa capace di mantenere movimento e novità
in essa. D’altro canto non può essere
accolta l’idea di una applicazione illimitata
dell’obiezione di coscienza, pena la frantumazione
dell’ordinamento giuridico e l’attacco
al principio dell’obbligatorietà della
legge” (Sull’obiezione di coscienza, cit.,
p. 665).
33 F. D’Agostino, Obiezione di coscienza e verità
del diritto tra moderno e postmoderno, in “Quaderni
di diritto e politica ecclesiastica”, (1989/2),
p. 3-5.
34 R. Navarro-Valls, Las objeciones de conciencia,
in AA. VV., “Derecho Eclesiástico del
Estado español”, 3ª ed., Pamplona
1993, p. 489; J. Martínez-Torrón, La
objeción de conciencia en la jurisprudencia...,
cit., p. 451.
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Comitato
di redazione |
Dott. Cleto Antonini, (C.A.), Aiuto
anestesista del dpt di Rianimazione Ospedale Maggiore
di Novara;
Don Pier Davide Guenzi, (P.D.G.), docente
di teologia morale presso la Facoltà Teologica
dell’Italia Settentrionale, Sezione parallela
di Torino; e di Introduzione alla teologia presso l’Università
Cattolica del S. Cuore di Milano e vice-presidente del
Comitato Etico dell’Azienda Ospedaliera “Maggiore
della Carità” di Novara.
Prof. Paolo Rossi,
(P.R.) Primario cardiologo |
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