La Storia Folia Cardiologica
AbstractsArchivio Folia Cardiologica
Forum di Bioetica
NEWSLETTER N. 41 - APRILE 2007
 
Chi siamo? “cultori di bioetica dell’Ospedale Maggiore di Novara attenti ai problemi etici nel mondo sanitario e sociale”.
Gli scopi del forum sono?
SUSCITARE UN INTERESSE CULTURALE SUI PRINCIPI FONDATI DELLA BIOETICA E FORNIRE GLI ELEMENTI CHE AIUTINO LE COSCIENZE ALLA FORMULAZIONE DI UN RETTO GIUDIZIO MORALE
 
APRILE 2007

Newsletter n. 41
Indice:
Intorno ai Principi dell'Etica
Obiezione di coscienza
di Paolo Rossi
• Profilo storico
• Tolleranza e obiezione di coscienza
• Evoluzione del concetto di Tolleranza
• La coscienza morale
• Prospettive giuridiche
Pag. 2 - 17
 
Dilemmi etici
L’esercizio della professione medica tra consuetudine e responsabilità
Cleto Antonini
Pag. 17 - 22
INTORNO AI PRINCIPI DELL'ETICA
Obiezione di coscienza
di Paolo Rossi
 
Profilo storico
Il conflitto tra legge umana e coscienza è antico come la storia dell’uomo. I motivi di disobbedire a una legge positiva devono poter essere riferiti all’istanza della coscienza, nella quale entrano in gioco altre leggi invece che la legge positiva: esse si distinguono da quest’ultima in quanto non sono sottomesse a cambiamento come le legislazioni umane; si tratta di leggi immutabili e che impegnano la totalità della persona. I più antichi scritti di filosofia e letteratura drammatica greca, gli scritti filosofici degli Stoici romani, i libri dell’Antico Testamento, e le storie dei martiri cristiani ci offrono le testimonianze di uomini e donne che in un dato momento della loro vita con una scelta personale, di portata religiosa o morale, decidono a costo della vita di disobbedire alle leggi dei loro Paesi:

a. La condanna a morte di Socrate
È l’opera del primo governo democratico della storia; i dibattiti intellettuali si trovano animati dai paradossi dei sofisti. La loro arte, eredità del razionalismo ionico, consisteva nel rimettere in questione tutti i fondamenti della città, in particolare le divinità e le leggi. Approfittando del carattere originale di Socrate, i suoi accusatori giunsero a formulare contro di lui due capi d’accusa, corruzione della gioventù e fede in divinità che non erano quelle della città, e a farlo condannare a morte al termine di un processo di cui è passata alla posterità l’ammirabile arringa del condannato: «Può essere che mi faranno condannare alla morte o all’esilio o alla perdita dei miei diritti di cittadino, e Anytos e gli altri prendono senza dubbio ciò come tre grandi mali, ma io non sono del loro avviso; a mio parere, il più grande di tutti i mali, è ciò che Anytos fa oggi, d’intraprendere di far perire un innocente.» (1)

b. Il faccia a faccia di Créonte e Antigone
Una simile unità tra le esigenze morali e i doveri religiosi si ritrova nel personaggio di Sofocle, Antigone. Il dramma oppone due volontà, quella di Antigone, che intende dare una sepoltura a suo fratello Polinice, e quella di Creonte, il re di Tebe che incarna dunque la legge positiva. Il dialogo tra Creonte e la sua donna merita attenzione. Dinanzi alla forza cieca e ingiusta della legge, ella si fa avvocato dei diritti della phusis, cioè delle esigenze della natura, che esprimono la volontà degli déi. Antigone, davanti al re, espone così il suo pensiero: «Io non pensavo che i tuoi decreti avessero una forza tale che tu, che sei un uomo, fossi capace di rovesciare le leggi degli déi, quelle leggi non scritte e indistruttibili. Esse non risalgono solamente a oggi o a ieri, ma esse vivono da sempre, da sempre. Nessuno sa quand’esse sono apparse.
Subire la morte per me non è una sofferenza. Ce ne sarebbe stata una, al contrario, se io avessi tollerato che il corpo di un figlio di mia madre non avesse, dopo la sua morte, ottenuto una tomba.» (2)

c. Seneca o il carattere sacro del dovere di coscienza
Malgrado le giustificazione del suicidio che si trova a Roma presso gli Stoici, azione condannata dagli spiriti anche diversi come Pitagora, Platone, Cicerone e Plotino, è presente la convinzione che gli uomini sono destinati a rispondere un giorno delle loro azioni dinanzi agli déi. Per Seneca, non c’è la possibilità per l’uomo di innalzarsi sopra il proprio destino senza Dio e senza di lui di venire veramente buono. La rivendicazione della coscienza ad agire bene entra nella prospettiva di dovere un giorno rendere conto alla divinità. Noi abbiamo, ancora là, l’unità tra le due dimensioni, religiosa e morale, vale a dire l’esigenza di condurre una vita virtuosa sebbene ciò costi.

d. La testimonianza resa al Dio unico come motivo dell’obiezione di coscienza religiosa: i sette fratelli del Libro dei Maccabei

In una prospettiva di primo acchito religiosa poiché essa si situa nell’atto cultuale per eccellenza, i sette fratelli del Libro dei Maccabei offrono l’esempio perfetto dell’obiezione di coscienza. Pur di essenza religiosa, il loro approccio è anche profondamente morale. Il loro rifiuto di mangiare delle carni sacrileghe offre loro l’occasione di offrire la testimonianza del martire.
Osserviamo che nel loro caso, come in quello di Eleazaro che li ha preceduti nella morte, si trova anche la testimonianza al Dio unico come la esprime il più giovane dei fratelli accettando il supplizio: «Anch’io come l’hanno già fatto i miei fratelli, io sacrifico il mio corpo e la mia vita per le leggi della nostra patria, supplicando Dio che si mostri piuttosto placato verso il nostro popolo.» (3)
Testimoniare Dio è un’esigenza della loro coscienza. E’ interessante notare che, presso il vegliardo Eleazaro, è pure presente la preoccupazione di non dare un cattivo esempio ai giovani che potrebbero essere confusi, se egli fa finta di mangiare le carni sacrileghe, come si tenta di persuaderlo a fare.
L’obiezione di coscienza include nettamente, in questo esempio, una responsabilità per gli altri. Ciò va aggiunto alla perfezione di voler guardarsi personalmente da ogni compromesso.

e. L’obbligo dell’obiezione di coscienza dei credenti
I cristiani si sono trovati, fin dall’inizio, in un equilibrio instabile in rapporto alla legge, ebraica e poi romana. La testimonianza è evidentemente, dapprima, di essenza religiosa, ciò che spiega lo scatenarsi delle persecuzioni. La risposta di Pietro all’ira del Sinedrio comincia dando una regola assoluta di discernimento: Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini, (At 5,29) principio che accompagnerà tutti i battezzati dopo di lui. Queste parole riferite dagli Atti degli Apostoli fornirono la struttura di quella che viene chiamata dai cristiani l’obiezione di coscienza specifica che può condurre al martirio. Essa esprime la libertà del credente. Gli elementi che ne costituiscono la struttura sono i seguenti:
1. le leggi divine hanno il primato;
2. allorquando la legge umana contraddice categoricamente la legge divina i credenti possono trovarsi nella situazione di disobbedire;
3. la testimonianza è una trasmissione di una verità precisa su Dio: insegnare nel nome di Gesù;
4. la testimonianza è resa possibile mediante la forza e l’aiuto dello Spirito Santo;
5. il credente non può sfuggire: l’obiezione è un dovere di coscienza, proprio perché gli è stato offerto il dono dello Spirito Santo.

f. Non sacrificare agli idoli, non riconoscere i falsi déi
Le testimonianze, rese dai preti cristiani nel martirio, comprenderanno tutte gli stessi elementi. Gli esempi abbondano: sotto la persecuzione di Diocleziano, nell’anno 304 san Philea è interrogato dal presidente del tribunale Culciano. Costui gli ordina di sacrificare agli déi.
- Io non sacrifico, risponde Philea.
- Tu agisci per scrupolo di coscienza?
- Proprio a motivo di quella.
- Perché dunque non osservi con lo stesso scrupolo di coscienza i doveri che riguardano i tuoi bambini e la tua sposa? Philea risponde:
- Perché i doveri verso Dio sono più importanti che gli altri doveri. Testimoniare del vero Dio astenendosi dal culto agli idoli è ben un dovere di coscienza per Philea. (4)
Il martirio di san Cipriano è ben conosciuto; si conosce meno che il vescovo di Cartagine fu costretto dapprima a soffrire l’esilio, in seguito ad una precedente comparizione dinanzi al tribunale. Nel corso di questo primo interrogatorio, il futuro martire associa al compimento della volontà di Dio la rettitudine di colui al quale Dio si è rivelato. Al Proconsole Paterno che gli domanda: persisti in questa volontà (di non sacrificare agli déi)? Cipriano risponde: La retta volontà che conosce Dio non può cambiare.
Nell’interrogatorio precedente al suo esilio, Cipriano intende così formulare quello che si attende da lui:
- I molto santi imperatori Valeriano e Gallieno, dichiara Paterno, si sono degnati d’indirizzarmi una lettera nella quale essi hanno ordinato che tutti coloro che non praticano la religione romana ne riconoscano i riti. Che mi
rispondi tu?
- Io sono cristiano e vescovo, sostiene Cipriano, io non conosco alcun altro dio, se non il Dio unico e vero, che ha creato il cielo e la terra, il mare e tutto ciò che vi è contenuto. (5)

g. La lettera a Diogneto o la coerenza morale della fede cristiana
La custodia fedele della dottrina e la limpida testimonianza dei martiri permettono ai cristiani di dare l’esempio coerente e credibile di una regola di vita escludente un certo numero di pratiche. La rettitudine morale e la rettitudine del volere sono indissolubilmente legate alla testimonianza resa al vero Dio. Questa è la descrizione dei discepoli di Cristo che fa la lettera a Diogneto: i cristiani assolvono tutti i loro doveri di cittadini e tollerano tutte le cariche come gli stranieri. Si sposano come tutti, hanno dei bambini, ma non abbandonano mai i neonati. Essi dividono tutti lo stesso tavolo. Essi obbediscono alle leggi stabilite e il loro modo di vivere supera in perfezione le leggi. (6)

h. La fedeltà alla Chiesa come contenuto dell’obiezione di coscienza del cristiano
I cristiani sanno ormai che possono essere costretti dalla pressione degli avvenimenti a scegliere la via diritta che li conduce a non rinnegare la loro fede. San Tommaso Moro costituisce senza dubbio il più eclatante esempio, agli inizi dei tempi moderni, di una obiezione di coscienza avanzata per dei motivi religiosi. Moro dimostra che il diritto di obiettare ad una legge ingiusta non è il frutto di una decisione altezzosa di colui che si mette al di sopra della legge. Inoltre, la difficoltà, come nel suo preciso caso, ad esercitarlo per tappe, attesta che il martirio non è mai una scelta a priori: esso rappresenta il punto d’arrivo d’un processo desideroso di trovare, ad ogni stadio, una soluzione che salvaguardi il diritto della coscienza e, se è possibile, nello stesso tempo, il rispetto dell’autorità. Tommaso Moro (7) non è un rivoluzionario. Non si sottrae a nessuno degli obblighi che gli sono imposti: si reca a Lambeth, quando vi è convocato, testimonia rispetto e deferenza al suo sovrano, e non si sottrae a nessuno degli obblighi formali che gli sono richiesti, ad eccezione di ciò che giustamente fece oggetto dell’obiezione: il rigetto dell’autorità del papa. In nessun momento è contestata la legittimità del legislatore in quanto tale, l’obiezione verte solamente sull’oggetto della legge ritenuta ingiusta. Come per ogni obiettore di coscienza autentico, la sua profonda umiltà vissuta come passività e silenzio, la sua docilità, a riguardo delle sanzioni che lo minaccia no, impediscono di trattarlo come traditore e ribelle. Solo la sua impotenza assunta testimonia del suo attaccamento allo Stato, al quale riconosce l’autorità sovrana e il potere di legiferare.
Il rifiuto di agire contro la propria coscienza si è naturalmente sviluppato nel corso dei secoli in un terreno cristiano; ha riguardato, come si è visto, diverse materie quali il porto d’armi, il rinnegamento della fede, le leggi contro la Chiesa. Dietro il rifiuto di una legge o la disobbedienza ad un ordine immorale, è sempre presente una forza che, al di là della fermezza di una testimonianza personale, è subita e interpretata dalla testimonianza civile come una minaccia potenziale. Il rifiuto degli adolescenti martiri d’Uganda, per esempio, di piegarsi ai capricci immorali del re è stato interpretato e giudicato come un crimine di lesa maestà.
Tolleranza e Obiezione di coscienza

In tutti gli esempi sopra accennati emerge un conflitto o un connubio con i concetti di tolleranza e intolleranza vissuti in quel dato contesto sociale, politico e religioso. La “tolleranza” è quell’atteggiamento pratico che, pur respingendo in linea di principio un modo di pensare o di agire considerato erroneo, lo lascia sussistere o per un motivo di rispetto verso la coscienza e la libertà altrui o per convenienza pratica o di minor male. I suoi campi di applicazione sono molteplici, ma è nell’ambito della religione che il problema della tolleranza è sorto e ha avuto la sua più larga applicazione (8). Sia nel piano teorico che in quello pratico, il principio della tolleranza in materia religiosa è una delle grandi conquiste della modernità. Quella della tolleranza è una questione soprattutto di principio, una problematica squisitamente etica, anzi, metafisica, in quanto riguarda l'agire umano e le sue motivazioni.
In latino il verbo "tolerare", suscettibile di molte sfumature, può essere globalmente tradotto con il termine "sopportare". A livello individuale, per l’uomo tollerante si tratta di pazienza (9) e la pazienza è "la virtù dei forti", perché appartiene alla virtù cardinale della fortezza. Essere moralmente forti significa non abbandonare il bene onesto a causa di un timore riguardante qualche danno nell'ambito dei beni utili. Tra l'altro si tratta anche di conservare la pace d'animo dinanzi a dispiaceri di ogni tipo il che richiede una certa grandezza spirituale (magnanimità) che non bada alle piccole faccende più o meno piacevoli dell'esistenza, ma le supera largamente attendendo unicamente a qualche grande e nobile scopo che un uomo si propone di realizzare nella sua vita. Sembra fuori dubbio che ognuno di noi abbia molte occasioni di sopportare nella sua vita certe circostanze generalmente dovute ad altre persone con cui viviamo, che incontriamo, ecc.
Portare pazienza appartiene alle esigenze della vita di tutti i giorni. Come mai la tolleranza può tollerare accanto a sé l'intolleranza? A parte l'autorità scritturistica, la risposta starà forse nella natura della tolleranza stessa. Dato che l'agire umano riceve la sua determinazione dall'oggetto (fine), occorre chiedersi quale sia la materia in cui si esercita la suddetta sopportazione. Ciò che si tollera non è un bene, un valore autentico, bensì un male, un qualcosa di pesante e di insopportabile in sé. Elevare alle stelle la tolleranza e condannare altrettanto perentoriamente la intolleranza suppone l'oblio dell'oggetto, spiegabile, certo, nell'attuale clima soggettivistico, ma imperdonabile in chiunque voglia affrontare la questione.
con spirito autenticamente critico. Ma il tollerante non è solo libero in se stesso, riesce anche a circondare di un clima di libertà il suo prossimo, è disposto alla benevolenza, perché possiede il senso della libertà altrui il che altro non è se non il rispetto, condizione e compimento di ogni buona amicizia. Sembra facile allora, basta essere tolleranti e il gioco è fatto. Ma, come generalmente accade, anche qui la via più ovvia e semplice conduce, se non alla perdizione, almeno all'inganno. Di fatto il magnanimo non insiste sulle piccolezze, cioè sulla maggior parte delle vicende umane, ma risulta “inamovibile” su quelle poche cose che sole contano per lui; cioè non può permettersi, non ammette, non tollera, che i “valori non negoziabili” vengano conculcati o disprezzati. Il benevolo rispetta certo l'amico, ma rispetta più ancora quel bene superiore che, se condiviso, si pone a fondamento dell'amicizia stessa (10). Paradossalmente si potrebbe dire che l'intolleranza riguardo ad alcune realtà fondamentali condiziona e rende possibile proprio la tolleranza autentica riguardo a tante altre realtà derivate e secondarie. Le realtà fondamentali e il bene superiore si rapportano alla libertà autentica e alla verità (11) sulla essenza dell’uomo.

Evoluzione del concetto di tolleranza

Il concetto di tolleranza ha, come quello dell’obiezione di coscienza, esso stesso una storia relativamente recente: si può farlo risalire ai tempi della Riforma protestante. Nella sua accezione la tolleranza ha subito una evoluzione radicale che è molto importante approfondire. Da virtù, quale espressione minore della virtù cardinale della fortezza, la tolleranza nella società odierna si è trasformata in una concezione ideologica. L’evoluzione semantica del termine illustra che il concetto, dall’Essay on Toleration di Locke nel 1667, è divenuto nei nostri giorni un autentico strumento politico, che contiene in se stesso, sotto una forma paradossale, delle temibili forze di totalitarismo e di esclusione. Da Erasmo (12) a Locke (13) e Spinosa (14) , da Voltaire (15), al secolo dei Lumi (16), esso è stato l’oggetto di più approfondimenti successivi e rivestito di sfumature diverse. Se la natura dell’argomento ci impone di pensare simultaneamente le due questioni ben distinte dell’obiezione di coscienza e della tolleranza, bisogna comprendere che l’atto di rifiutare in coscienza di obbedire a una legge ingiusta si realizza oggi in un contesto di tolleranza ideologica che, secondo natura, non è disposta a sopportarlo. La società ideologicamente tollerante non può tollerare l’obiezione di coscienza, poiché questa in qualche maniera sfugge al suo controllo. Il tollerante ideologico, dicendo: tutte le opinioni si equivalgono, egli afferma come una regola generale quella che non è altro se
non una opinione fra altre, secondo la sua propria affermazione. Come si può uscire da questo vicolo cieco? Solamente mediante la violenza che ritorna a dire: se voi mi contraddite quando io dico che tutte le opinioni si equivalgono, voi siete un pericoloso intollerante, da combattere con tutti i mezzi. In effetti, l’alternativa che consisterebbe nel dire: la mia tolleranza non è che una opinione tra le altre, non è sopportabile per lui. La tolleranza
ideologica vuole imporsi a tutti; per questa ragione costituisce una essenza politica e non morale, anche se essa manifesta una pretesa morale abusiva.
Quanto più questa intolleranza di fatto resta incosciente, tanto più essa si esprime con violenza.
Quello che la tolleranza ideologica non può tollerare
Il paradosso del tollerante ideologico non è un esercizio retorico. E’ necessario comprendere che una società che si afferma alto e forte una società tollerante, non è in grado di sopportare, di tollerare tutto ciò che mette in pericolo il suo equilibrio instabile e contraddittorio. In particolare:
- essa non tollera l’idea che ci sia una verità da cercarsi;
- essa non tollera che una tale verità possa avere un carattere universale;
- essa impone l’evacuazione di ogni dibattito di fondo; in effetti, in un dibattito di fondo, gli interlocutori possono non essere d’accordo, ma essi hanno in comune il desiderio di una verità valida per tutte le parti coinvolte nel dibattito. Nella società ideologicamente tollerante, si evita la questione della ricerca della verità e, facendo ciò, si trasforma il dibattito di fondo in uno scambio di idee relative. Ciascun interlocutore informa l’altro delle sue proprie idee e deve interdirsi di considerarle eventualmente valide per l’altro.
Esse cessano di essere delle idee di fondo. Non c’è posta in gioco nel dibattito;
- essa non sopporta le implicazioni etiche delle idee di fondo;
- essa si colloca sempre al di sopra dei dibattiti di fondo e rivendica il diritto, il buon diritto di giudicare le parti presenti; facendo questo, d’altronde, essa non esercita che un autentico arbitrio
- ciò che si accorderebbe con un autentico potere politico- poiché la sua posizione la situerà sempre praticamente dalla parte delle posizioni degli interlocutori più teoreticamente tolleranti, posizioni sicuramente le meno disturbanti per l’equilibrio consensuale che essa pretende di mantenere. Insomma, la società tollerante impone un pensiero unico (17). È in questo senso che essa è totalitaria e che fa, senza saperlo, da culla ai totalitarismi, talvolta in tempi molto brevi. Per esempio, la proclamazione degli ideali rivoluzionari di tolleranza presso i teorici francesi del 1789 ha aperto la strada, nello spazio di soli tre anni, all’instaurazione di un autentico regime di terrore. E’ invano che, poco dopo, dei preti hanno voluto far valere una obiezione di coscienza che interdiva loro di prestare giuramento alla Costituzione civile del clero. Il rifiuto di questi che vengono chiamati in modo ben eloquente i refrattari, valse loro la morte e, nel migliore dei casi, l’esilio con la perdita dei loro diritti civili e di tutti i loro beni. Se ora si desidera trovare risposta alla legittima preoccupazione di Bayle, Locke e tanti altri, sul pericolo dei totalitarismi, notiamo che essa non può trovarsi in una esigenza teorica di tolleranza. La tolleranza ideologica è una falsa risposta (18). La sola risposta veramente realista, sul piano filosofico, è l’affermazione positiva della dignità dell’uomo come verità valida per tutti.
Nei fatti, lo si vede, la tolleranza ideologica sopprime il solo punto di vista che rispetta la dignità dell’uomo. Come meravigliarci allora che è in nome della tolleranza che si porta danno alla vita dei bambini nel seno della loro madre
e si manipola gli embrioni umani? Tutto diventa possibile salvo rispettare l’uomo incondizionatamente. L’invettiva contro la Chiesa e i suoi fedeli laici, poiché essa è un corto circuito della ragione, sostituisce nella cronaca giornaliera il dibattito argomentato e leale. Ad essa seguono facilmente le minacce di morte contro il Papa e mons Bagnasco, come quelle comparse sui muri prima di Genova e poi in altre città.
La dignità dell’uomo si situa su un piano filosofico; essa è un dono fondamentale che può contribuire socialmente ad avvicinare più concezioni filosofiche differenti. Sul piano religioso, il concetto di dignità integra anche una visione dell’uomo come essere creato. Così, nella prospettiva cristiana, l’uomo trova la sua consistenza ultima nella sua natura ad immagine di Dio.
I credenti non possono imporre la propria visione del fenomeno vitale che integra esplicitamente una prospettiva di fede. Tuttavia, l’apporto di quest’ultima non è insignificante per la società degli uomini. Il rifiuto a priori, da parte di una società ideologicamente tollerante, delle espressioni di una tale sensibilità (19), non può che condurre a un impoverimento della coscienza sociale che la vita umana, ivi compresa in tutti i suoi primi istanti, è un bene da rispettare incondizionatamente, proteggere e servire. E’ comprensibile che in questo contesto essa sia banalizzata e ridotta sempre di più a un semplice dono biologico.

La coscienza morale

La tolleranza ideologica è sempre legata a una concezione individualista della coscienza morale, secondo la quale l’individuo che decide di agire e di adottare un comportamento particolare è visto come un soggetto totalmente autonomo e libero nelle scelte. La norma morale oggettiva che dovrebbe guidarlo diventa una minaccia per la libertà. Il rapporto tra libertà e verità morale non è la sola a costituire un problema nella visione tollerante della coscienza. Tutta la problematica della coscienza erronea è al contempo elusa. O l’errore di coscienza è una possibilità che permette di agire ordinariamente senza commettere un fallo morale; o la realtà stessa dell’errore morale è negata, per il fatto stesso che si concede alla coscienza morale uno statuto d’infallibilità. In una tale prospettiva, è negata l’idea che una legge, scritta o non scritta, possa imporsi al soggetto, in ragione della forza stessa della verità certa di cui questa legge possa essere portatrice. A partire dal momento in cui è rigettata a priori l’idea stessa di leggi non scritte presenti nel cuore dell’uomo, si trova irrimediabilmente escluso ogni legame tra Dio e la coscienza. In altri termini, Dio è cacciato dalla sfera morale e non gli si riconosce più la possibilità d’intervenire nell’agire umano (20).
Cosa in realtà è la coscienza? Infatti, è troppo semplicistico pensare che essa possa essere identificata con un ‘sentire’ immediato, che invece tante volte è frutto o di uno stato d’animo particolare o di una pressione dei mezzi di comunicazione.
La coscienza, invece, è legata non all’istinto, ma alla ragione, come ha ribadito recentemente il Santo Padre: “[essa] è un giudizio della ragione mediante il quale la persona umana riconosce la qualità morale di un atto concreto che sta per porre, sta compiendo o ha compiuto (…). Da questa definizione emerge che la coscienza morale, per essere in grado di guidare rettamente la condotta umana, deve anzitutto basarsi sul solido fondamento della verità, deve cioè essere illuminata per riconoscere il vero valore delle azioni e la consistenza dei criteri di valutazione, così da sapere distinguere il bene dal male, anche laddove l’ambiente sociale, il pluralismo culturale e gli interessi sovrapposti non aiutino a ciò. Perché l'uomo possa essere guidato dai giudizi della sua coscienza morale ad agire sempre per realizzare il bene nella verità, è necessario che egli ne curi con ogni impegno la formazione continua, nutrendola con quei valori che corrispondono alla dignità della persona umana, alla giustizia e al bene comune: "La formazione di una coscienza vera, perché fondata sulla verità, e retta, perché determinata a seguirne i dettami, senza contraddizioni, senza tradimenti e senza compromessi, è oggi un’impresa difficile e delicata, ma imprescindibile"(…) Occorre rieducare al desiderio della conoscenza della verità autentica, alla difesa della propria libertà di scelta di fronte ai comportamenti di massa e alle lusinghe della propaganda, per nutrire la passione della bellezza morale e della chiarezza della coscienza. Questo è compito delicato dei genitori e degli educatori che li affiancano; ed è compito della comunità cristiana nei confronti dei suoi fedeli. (Benedetto XVI, Discorso ai partecipanti alla XIII Assemblea Generale della Pontificia Accademia per la Vita, 24/2/2007).
Le esigenze specifiche della coscienza cristiana trovano il loro banco di prova nell'applicazione alle professioni sanitarie, allorquando si trovino di fronte al dovere di proteggere la vita umana e di fronte al rischio di trovarsi in situazioni di cooperazione al male nell'applicazione dei doveri professionali.
In questa situazione, acquista maggiore rilievo l'esercizio doveroso, di una "coraggiosa obiezione di coscienza", da parte di medici, infermieri, farmacisti e personale amministrativo, giudici e parlamentari, ed altre figure professionali direttamente coinvolte nella tutela della vita umana individuale, laddove le norme legislative prevedessero azioni che la mettono in pericolo.
Ma, allo stesso tempo, va anche messo in rilievo come il ricorso all'obiezione di coscienza avvenga, oggi, in un contesto culturale di tolleranza ideologica, che talvolta, paradossalmente, tende a non favorire l'accettazione dell'esercizio di questo diritto, in quanto elemento "destabilizzante" del quietismo delle coscienze. Si deve sottolineare come, in particolare per le professioni sanitarie, sia difficile l'esercizio del diritto all'obiezione di coscienza, dal momento che questo diritto viene generalmente riconosciuto solo alle singole persone, e non alle strutture ospedaliere o associazioni (21).
Fino a poco tempo fa, l’obiezione di coscienza sui temi della vita era limitata alla questione dell’aborto. Più di recente, il suo ambito di applicazione si è esteso ad altri contesti, tra cui quello dell’eutanasia, delle pillole abortive e dell’uso degli embrioni nella ricerca.

Prospettive giuridiche

“Indipendentemente dal fatto che l’obiezione di coscienza sia o meno basata su postulati di indole religiosa, la sua caratteristica principale è che si tratta di un atteggiamento di astensione di fronte a un dovere giuridico, mossa da imperativi morali che hanno per il soggetto il rango di suprema istanza normativa” (22). Le fattispecie di obiezione si sono moltiplicate con singolare rapidità e varietà, e tutto fa pensare che il processo si prolungherà. È una galassia in espansione. Se l’obiezione al servizio militare ha segnalato in molti luoghi l’apparizione del fenomeno, immediatamente se ne sono sommate ad essa altre, sorte in diversi campi: fiscale, del lavoro, sindacale, educativo, scolastico, medico (23), ecc., dentro i quali si pongono a loro volta questioni specifiche molto varie (rifiuto di pagare certe tasse, d’iscriversi a sindacati, di lavorare in giorno festivo, volere indossare certi abiti, ecc.). Solo in una società in cui il potere politico sia decisamente limitato dai diritti dei cittadini e controllato da istanze di potere indipendenti, e nella quale i governanti debbano avere il gradimento dell’opinione pubblica, cessa di essere ovvio che la legge debba prevalere sempre sulla coscienza di coloro a cui è rivolta. È stato infatti necessario non solo un certo superamento del potere assoluto del governante, ma anche quello dell’assolutismo razionalista della legge, per ammettere che la soluzione dei conflitti di coscienza non debba demandarsi comodamente a una istanza divina, ma che deve essere affrontata anche nell’ambito del diritto civile. A questo bisogna aggiungere il pluralismo religioso che caratterizza la nostra società occidentale, con le conseguenti esigenze di adattamento culturale che tale fenomeno reclama come condizione di convivenza pacifica. Queste tematiche a loro volta pongono le questioni
relative alla legge ingiusta: quando si deve e quando si può resistere ad essa (cosa che ha portato alcuni autori a distinguere tra obiezioni di coscienza obbligatorie e facoltative), oppure quando la si deve o la si può tollerare in vista di un bene maggiore, ecc. Dal punto di vista giuridico, l’obiezione di coscienza si presenta come un fenomeno di conflitto di interessi legittimi, che richiede soluzioni giuste entro alcune coordinate socio-poliche. Appare pertanto arduo definire, dal punto di vista giuridico, l’obiezione di coscienza; di fatto non pochi autori preferiscono parlare al plurale di obiezioni di coscienza, non solo per segnalare questa difficoltà, ma anche per sottolineare che è più conveniente accostarsi ad un fenomeno tanto vario con gli strumenti della giurisprudenza piuttosto che con quelli della legge, che quasi sempre risultano insufficienti (24). Oggi come oggi, l’obiezione di coscienza, in quanto questione di giustizia, presenta una molteplicità dinamica difficile da inquadrare in modo unitario, tanto in sintesi sistematico-deduttive di teoria generale, quanto nelle previsioni astratte di una norma generale che permetta di risolvere i problemi muovendo da istanze legislative. Per obiezione di coscienza si può intendere la resistenza personale a una prescrizione giuridica perché contraria a una prescrizione morale che si considera prevalente. Si tratta di un conflitto soggettivo irriducibile tra dovere giuridico e dovere morale, “il rifiuto, per motivi di coscienza, a realizzare un atto o una condotta che in linea di principio risulterebbe giuridicamente esigibile” (25).
Se le ragioni che portano alla disobbedienza sono semplicemente ideologiche o politiche, il conflitto è di altro genere, non si può dire che sia di coscienza. Il problema sta nel fatto che la coscienza umana, pur possedendo una luce naturale incancellabile, può essere informata da codici morali molto diversi (religiosi, filosofici, culturali), che il diritto, per mancanza di risorse tecniche, non coglie in modo preciso.
Ne risulta, talvolta, la tendenza ad ammettere come obiezione di coscienza anche il rifiuto della norma per ragioni non specificamente morali (26). In linea di principio c’è però un certo accordo sul fatto che la prescrizione deve essere oggetto di obiezione in quanto immorale, cioè in quanto esige una condotta che il soggetto considera immorale, in se stessa (obiezione diretta) o come cooperazione illecita alla condotta immorale di altri (obiezione indiretta). Si rende quindi necessario distinguere tra prescrizione ingiusta e prescrizione immorale. Una norma può sembrarmi ingiusta e tuttavia non impormi nessuna condotta eticamente riprovevole: in questo caso a rigor di logica non posso appellarmi alla mia coscienza per tralasciare di compierla.
L’obiezione di coscienza “rinvia certo al valore prioritario della persona rispetto allo Stato, ma in ultima analisi si radica nel possibile disvalore morale della legge civile” (27).
Con queste premesse alcuni autori hanno tentato, a ragione, di distinguere l’obiezione di coscienza dalla disobbedienza civile o resistenza passiva (28), sebbene tale distinzione non sempre sia chiara in pratica. Queste ultime consistono nella pacifica, collettiva mancanza di sottomissione a determinate leggi, al fine di indurre il potere a cambiare una politica o una legislazione che forse non ha nulla a che vedere con le leggi a cui si disobbedisce. Ad esempio se gli studenti decidono di non pagare il bus per protestare contro il rincaro delle tasse accademiche. L’obiezione di coscienza, invece, è a rigore un conflitto personale, come lo è la coscienza; non si può però negare l’influsso che ha di fatto il numero di persone che obietta a uno stesso obbligo. D’altra parte, benché l’obiettore si proponga innanzitutto di evitare la trasgressione di un dovere morale, in alcune occasioni la sua resistenza è diretta anche a ottenere la deroga della legge cui fa obiezione. Così chi considera che non è moralmente lecito compiere il servizio militare, non sempre si accontenta soltanto del fatto di esserne personalmente esonerato, ma facilmente tende ad adottare un atteggiamento politico contrario all’esistenza di detto servizio obbligatorio e anche all’esistenza di un esercito.

Il diritto civile
Diversamente, sia per la loro differente matrice filosofica che per la loro finalità pratica, le costituzioni e i documenti politici relativi ai diritti umani si limitano di solito a garantire le libertà e alcune delle loro manifestazioni pratiche; raramente contengono una esplicita e generale immunità di coazione, nel senso di una positiva affermazione che nessuno sarà costretto ad agire contro coscienza e, ancor meno che potrà agire sempre in modo conforme ad essa (29). Alcuni di questi documenti piuttosto includono l’avvertenza generale e di principio che la libertà religiosa non esime dal rispetto delle leggi (30); ciò non toglie che, in alcuni di questi stessi paesi, sia riconosciuta l’obiezione di coscienza militare, anche nella stessa costituzione (31). Effettivamente, da un punto di vista strettamente giuridico, l’obiezione di coscienza è un problema di limiti, di collisioni fra interessi, doveri e diritti. Entrano in gioco, da una parte, gli ambiti di libertà personali di pensiero e di religione, dei quali la libertà di coscienza è manifestazione pratica; dall’altra i principi di obbedienza alle leggi e di uguaglianza, di solidarietà e di ordine pubblico. Tuttavia l’obiezione di coscienza non può presentarsi semplicemente come contrapposizione tra interesse pubblico e interesse privato, giacché anche la possibilità (personale e collettiva) di fruire di diritti e di libertà forma parte principale del bene comune, che i poteri pubblici devono tutelare e promuovere. In questo senso, l’obiezione di coscienza deve essere vista piuttosto come un’ulteriore esigenza di coerenza e finezza per un ordinamento giuridico
basato sul rispetto dei diritti umani (32). Per non pochi autori l’obiettore dimostra la sincerità del suo conflitto nella misura in cui è disposto a sopportare le conseguenze negative che comporta: le sanzioni a cui dà luogo la sua mancanza di sottomissione o il compimento di una obbligazione sostitutiva almeno equivalente a quella rifiutata.
Questa ‘pazienza’ dell’obiettore sarebbe, da un lato, un elemento costitutivo della nozione stessa di obiezione di coscienza (33); dall’altro, offre la possibilità tecnica di risolvere nella pratica il problema della prova di sincerità, evitando vie inquisitive di dubbiosa legittimità ed efficacia in quanto riguardano l’intimità della persona. Se confrontiamo l’obiezione di coscienza negli Stati Uniti e nei Paesi europei, notiamo come negli USA sia più rilevante il suo carattere religioso; nelle controversie di solito è decisivo il fatto che sia noto che un gruppo religioso rifiuti determinate prescrizioni e che l’obiettore appartenga a tale gruppo (34). Su queste basi i tribunali hanno ammesso svariate obiezioni, alcune delle quali conosciute a malapena nel nostro continente: per esempio quelle a fotografie o codici numerici nei documenti di identificazione (patente o carta di identità, libretto di Sicurezza sociale); oppure alla scolarizzazione obbligatoria o al pagamento di certi contributi sociali o sindacali.
Volendo, infine, riassumere quanto abbiamo visto sull’obiezione di coscienza, si può dire che questa presenta, in una serie infinita di ipotesi concrete, un problema di limiti e di equilibrio tra libertà e leggi, di cui bisogna ancora definire i parametri di validità generale. In questo sforzo gli autori e i giudici, indicando la soluzione dei casi concreti, cercano di stabilire i criteri e i mezzi, tanto di principio quanto di ordine pratico, che possano servire per i casi generali. In questo contesto vale forse la pena ricordare che, come qualunque problema giuridico, l’obiezione di coscienza richiede prima di tutto realismo: nell’impostazione, distinguendo l’obiezione per motivi etici da altri conflitti simili ma che hanno motivazioni di altro genere (politiche, ideologiche, ecc.), e per circoscrivere quello che appare chiaramente un conflitto irriducibile entro precisi limiti; nella ricerca delle soluzioni che permettano di eludere o almeno attenuare, per quanto sia possibile, il contrasto tra coscienza e norma civile, evitando l’esasperazione individualista della coscienza o che le si contrappongano come limiti alla sua libertà dogmi o miti ufficiali, la cui concreta applicazione in materia deve forse essere ancora dimostrata.
P R
Dilemmi etici
L’esercizio della professione medica tra
consuetudine e responsabilità
Cleto Antonini
L’argomento è ricorrente nel mondo medico quando l’esercizio della professione si confronta con le implicazioni legali.
L’interesse è da ricondurre alla natura del rapporto medico paziente che ha assunto un carattere differente non solo in rapporto alle mutate condizioni di esercizio della professione medica, ma anche alle nuove istanze dettate da una società in rapida evoluzione.
All’interno di una descrizione paternalistica appariva scontata la proposta terapeutica da parte del paziente che accettava con timida e riverente soggezione dovuta alla suggestione dei ruoli, oggi invece, si delineano delle differenti tendenze che proveremo a descrivere in seguito.
L’avvento di una medicina sociale, sulla spinta di un diritto alla salute sancito costituzionalmente, ha messo in evidenza il carattere contrattuale del rapporto medico/paziente e del medico con l’istituzione in cui opera, non solo come contratto d’opera intellettuale ma anche con l’obbligo di mezzi che vincolano al risultato.
Per la giurisprudenza è ormai assodata la legittimità del consenso quando è preceduto dall’informazione sui benefici, sulle modalità d’intervento, sui rischi, sulle possibilità terapeutiche, anche alternative, sulla qualità del risultato e sulla probabilità e possibilità di successo. In questo il medico è obbligato a conseguire il risultato e non solo a rispettare la leges artis e se il professionista non ha ravvisato il paziente da possibili margini di insuccesso o se si è reso responsabile di lesioni personali potrebbe essere imputato di omicidio preterintenzionale (Corte di Assise di Firenze, 18 Ottobre 1990, Caso Massimo).
Sulla stessa linea esiste l’obbligo per il medico di informare il paziente delle carenze della struttura in cui opera per favorire l’erogazione della migliore assistenza possibile presso un altro centro (Cassazione sez. III civile, sentenza 21/7/2003 n°11316).
La giurisprudenza ha recepito un vincolo obbligante per il medico di impegno di mezzi per il risultato più favorevole.
Si delinea un rapporto lineare tra la prestazione medica, l’impegno di mezzi e di tecnologie e la sua traduzione in termini di efficacia clinica. Questo comporta la presunzione, favorita dal contenzioso legale e sostenuta dalla domanda di soddisfare l’ottimismo di una medicina dei desideri, che lega il successo terapeutico alla condotta del medico, dove altrimenti, diviene evidente l’imputabilità del professionista con la possibile di rivalsa in ambito civilistico o penalistico del danneggiato.
La motivazione di questa possibile interpretazione è riconducibile all’analisi dei contenuti espressi da una società debole che ha perduto la capacità di riconoscere il ruolo di un comportamento virtuoso che opera all’interno dell’esercizio delle professioni, soprattutto di quella medica, per svalutarla a rango di arte o mestiere, dove il successo è misurabile e parametrabile quando connesso al prodotto ottenuto.
È il tentativo che nasce da una erronea interpretazione filosofica di stampo materialista che nulla concede al di fuori della dimensione pratica dell’agire.
Quindi l’indebolimento o la perdita di quelle relazioni che ruotano attorno al progetto di cura dal punto di vista umano, antropologico, personale e culturale hanno finito per favorire la sola natura contrattuale del rapporto M/P.
Per lo stesso meccanismo, la crescita dell’informazione in ambito sanitario a vantaggio di tutti, colmando la lacuna esistente nei confronti del sapere del medico, non ha favorito un atteggiamento di crescita di quel rapporto fiduciario che stimiamo alla base di un confronto costruttivo; al contrario, come verifichiamo in corsia, si rende complice di quel controllo crociato messo in atto sia dal paziente come dai parenti su ciò che il clinico propone.
Quindi, al di fuori dell’emergenza, che però deve essere tale da delineare pericolo certo ed attuale alla vita del paziente, in cui lo stato di necessità si rapporta con l’obbligo di assistenza, il medico non può mai imporsi alla volontà libera di chi intende curarsi, pena incorrere nella imputazione di violenza privata (art. 610 c.p.); l’opposizione del paziente mai potrà legittimare l’azione arbitraria del medico anche se opera a sostegno del mobilissimo scopo di fare del bene.
Anche il rapporto conflittuale tra scienza ed applicazione scientifica giocato dal punto di vista etico ed epistemologico, ha dei connotati pratici: il medico non è più il protagonista della ricerca scientifica che avviene ovviamente nei grandi laboratori, si sente confinato nel semplice ruolo applicativo di tecniche di cura dettate da altri, dove minore è l’autostima e maggiore il rischio di rivalsa nei suoi confronti per ogni sua scelta terapeutica.
È frequente nella pratica clinica che l’operatività sia dettata da un agire minimalista riferita all’adesione sterile e poco argomentata ai protocolli previsti in situazioni analoghe. È necessario, a ragione dell’imperativo procedurale, che ciò che si sceglie sia dovutamente giustificato e documentato in cartella per il timore di una possibile rivalsa giudiziaria. Questo comportamento se da un lato limita gli effetti derivanti dall’abuso professionale, dall’altro rende altrettanto impossibile che l’esercizio della professione avvenga al di fuori di un rapporto contrattuale, quindi oltre schemi e protocolli che potrebbero limitare la proposta di cura, soprattutto nelle patologie cosiddette difficili, dove non è definito o consolidato un progetto terapeutico. Ne deriva che le condotte rischiose vengono automaticamente eluse dal sanitario che non intende mettere in pericolo la propria incolumità professionale.
L’esempio è l’aumento della natalità per parto cesareo, dove gli ostetrici, anche se non hanno perso la manualità di pilotare il parto per via naturale, non vogliono far correre il rischio alla paziente o intraprendere una condotta che potrebbe facilmente essere pesantemente sanzionata in caso di insuccesso. In generale, operare in una atmosfera in cui è preponderante la visione legalista rende possibile solamente l’assunzione di quei trattamenti obbliganti ed indifferibili che ricadono nella propria competenza professionale per ruolo e grado.
L’esempio, a me più diretto tra tanti, è la gestione di un paziente politraumatizzato (in emergenza come in elezione) relativamente alla necessità di evacuare un emotorace: la competenza del rianimatore risulta indubbia nella manovra di posizionare il drenaggio toracico; al contrario, in un ospedale polispecialistico è facile rinviare la manovra al chirurgo toracico, non con l’intenzione riconosciuta e condivisa di controllare le possibili evoluzioni del quadro clinico, che potrebbero portare alla toracotomia, ma per condividere responsabilità di gestione clinica con altri. Se da un lato è accettabile l’ipotesi di condividere con altri specialisti la gestione del caso in modo che il paziente possa valersi della maggiore professionalità possibile, dall’altro il ricorso alla collaborazione dei colleghi può essere vantata per un concorso di colpa nel caso di un intervento non riuscito con la conseguente rivalsa in ambito legale.
Sono messaggi subliminali che col tempo trovano facile accoglimento e si consolidano togliendo all’esercizio della professione quel piacere di partecipare alla cura in modo globale, col significato di servizio di cura al paziente.
Oppure è il caso della frammentarietà degli interventi specialistici sul controllo dei soli sintomi attribuiti a patologie differenti, come spesso è la diagnosi d’ingresso in ospedale: ad esso è connesso il dramma che ruota attorno all’incapacità di gestire in modo unitario e sintetico la cura del paziente.
Ognuno è chiamato a dare il proprio contributo professionale, perché capace di offrire la migliore soluzione nello specifico (il cardiologo, il radiologo, il rianimatore, il chirurgo), però da questo risulta difficile far derivare un comportamento univoco in grado di elaborare una traiettoria di cura valida per quel paziente.
Questo a ragione che la settorialità tende a far perdere la visione sull’efficacia globale dell’intervento, come è tipico dei clinici che discutono la proiezione su monitor di tracce registrate, che così facendo perdono la consapevolezza che derivano dal paziente che giace su un letto vicino o lontano che sia, ma non certamente appartenente ad una realtà virtuale, cui si è sempre più catturati dal fascino della tecnologia.
È il frutto della crisi dell’uomo di oggi, che ha gli occhi per vedere ma non sa guardare, in medicina, ovviamente, questa realtà assume una connotazione di maggior gravità per ciò che comporta.
Una prima debolezza deriva senz’altro dall’insegnamento nelle sedi universitarie: chi ha più anni ricorda il coinvolgimento forte delle lezioni magistrali dei cattedratici più valenti capaci di trasmettere col sapere l’amore e la condivisione di una disciplina vissuta.
Gli effetti di una società laica hanno prodotto l’annullamento del privato, come necessità di confinare la morale, come la passione e la formazione personale in un ambito esclusivamente soggettivo, per promuovere solo l’evidenza epurata dal contributo di quanto detto, per erogare semplicemente ed esclusivamente una prestazione professionale a contenuto tecnico scientifico.
Chi esercita in medicina sa invece che questo orientamento è fallimentare già nelle premesse. L’arte medica è l’esercizio di una professione scientifica in un contesto di valori umani. Gli ordinamenti universitari consci della propria debolezza della proposta di insegnamento, incapaci di promuovere la scienza assieme alla crescita umana, per una crisi vocazionale che non è solo interna agli atenei, ricorre al vigore di nuove scienze come riconosciuto alla bioetica per la sua capacità di intervenire con argomentazioni di natura etica sulle scelte in medicina.
È auspicabile il dialogo tra i due saperi, quello tecnico scientifico con quello di natura etico. Ma in una realtà pratica, sostenuta da conflittualità a tutti i livelli, chi ne fa le spese oltre una dissonante operatività, è certamente il paziente che non riceve la proposta di cura completa ed esauriente a soddisfare i propri bisogni. Né è causa la stessa struttura erogante, il SSN, che si compone dell’apporto di due entità: la universitaria e l’ospedaliera con obiettivi e programmi operativi differenti, ma che suppongono la stessa finalità: il servizio di cura al paziente.
Purtroppo questi due operatori non sono capaci di dialogare, una delle ragioni è da imputare alle indicazioni di politica sanitaria che preferisce creare servizi a direzione universitaria cui è subordinata anche l’attività di assistenza e cura ospedaliera, che ha invece esigenze autonome proprie, oltre quelle espresse dalla L. 502 relativa alla finalità di collaborare con i programmi di insegnamento degli istituti universitari, che è solo la parte meno importante.
Purtroppo l’indebolimento dell’identità dei medici ospedalieri, dovuto ad un loro nuovo ruolo, aspecifico ed imposto dalla politica sanitaria in subordinazione alla “mission didattico universitaria”, ha minato ciò che storicamente era loro riconosciuto come un valore: la capacità di erogare un servizio di cura e di assistenza al malato in modo esauriente e all’altezza di risolvere problemi concreti.
Anche lo sviluppo della gestione economica in Sanità, che pur avendo il merito di aver contribuito a migliorare la descrizione della spesa, ha prodotto effetti negativi: il primo è da ricondurre al ruolo medico che è stato esautorato, perché, pur riconoscendogli la responsabilità della spesa lo ha privato di fatto della potestà di controllo e di intervento sulle scelte, contributo, a mio parere insostituibile per la specificità del compito, che invece è stato attribuito ad una classe di burocrati che operano secondo criteri di mercato.
C’è un piano di contrattazione insoddisfacente, dove il ruolo del medico è marginale. In generale il problema si sposta sull’esclusivo interesse della spesa dove il dictat è il suo controllo e ridimensionamento.
In questa ottica, dove il costo dei servizi dipende per il 60-70% della spesa globale dal controllo di gestione del personale, appare evidente che le scelte di politica sanitaria operino in questa direzione. Questo ha permesso il blocco delle assunzioni, la crescita di una forbice lavorativa, dove gli strutturati sono sempre più lontani dalla pensione e dall’altro non c’è accesso per i neospecializzati di sostituirli, con la mancanza del tournover generazionale, la proposta di contratti a tempo determinato sfavorevoli non solo dal punto di vista della retribuzione, ma anche della qualità del ruolo, con l’annullamento delle fasce di crescita professionale, vedasi che l’80% dei medici è collocato nel ruolo di “medico a tempo unico”.
La spesa e il suo controllo divengono il motore unico e l’incubo di ogni possibile scelta in sanità. Lo stesso disagio è condiviso anche nel mondo della giustizia dove addirittura sono insufficienti gli stanziamenti a copertura degli acquisti di cancelleria, come lamentano gli operatori del settore, la scuola non è da meno, la previdenza lo stesso: l’intera politica sociale è in crisi, sulla quale si fonda l’ordine sociale e il senso civico. Allora resistere, nonostante tutto, con tutta la propria capacità e vigore e proporre un buon servizio diviene per noi un imperativo morale che deve trovarci impegnati personalmente sempre e comunque, se vogliamo che la nostra professione rimanga capace di porsi al servizio della persona, causa di giustificazione e soddisfazione del nostro agire come medici.
C.A.
 

1 PLATONE, Apologia di Socrate, 30 c et 30 d.
2 SOPHOCLE, Antigone, II, Sc. 3, 462-470.
3 2 Mac 7, 37.
4 Martyre des saints Phileas et Philorome (in Actes des Martyrs, ed it.: Atti dei Martiri, Paoline, Milano 1985, 753).
5 Ibid., 467
6 Lettera A DIOGNETO sulla presenza dei cristiani nel mondo. V, 6-10.
7 Tommaso Moro è il nome italianizzato con cui è ricordato Thomas More (7 febbraio 1478 - 6 luglio 1535), avvocato, scrittore e uomo politico inglese. Nel corso della sua vita si guadagnò fama a livello europeo come autore umanista e occupò numerose cariche pubbliche. Acceso difensore del primato della Chiesa, sia dal punto di vista spirituale (come il titolo del clero di redimere il peccato) o temporale (come per il primato della legge canonica sulla legge comune). Il cardinale Thomas Wolsey, arcivescovo di York, non riuscì ad ottenere il divorzio e l'annullamento del matrimonio con Caterina D’Aragona, che il re Enrico VIII aveva cercato, e fu costretto a dimettersi e nel 1529, Moro venne nominato cancelliere al suo posto. La reazione di Enrico fu quella di mettersi a capo della Chiesa d'Inghilterra. Solo al clero venne richiesto di prestare l'iniziale giuramento di supremazia, dichiarando il sovrano come capo della Chiesa. Moro, in quanto laico, non sarebbe stato soggetto a questo giuramento, ma si dimise da cancelliere il 16 maggio 1532, piuttosto che servire il nuovo regime. Moro sfuggi ad un tentativo iniziale di collegarlo ad un episodio di tradimento, ma nel 1534 il Parlamento passò l'"Atto di successione", che includeva un giuramento che (1) riconosceva la legittimità di ogni figlio nato da Enrico ed Anna Bolena, e (2) ripudiava "ogni autorità straniera, principe, o potentato". Come per il "giuramento di supremazia", questo non venne richiesto a tutti i sudditi, ma solo a coloro che vennero specificamente convocati a prestarlo; in altre parole, coloro che rivestivano un incarico pubblico e coloro i quali erano sospettati di non appoggiare Enrico. Moro venne chiamato a prestare giuramento nell'aprile del 1535 e, a causa del suo rifiuto, imprigionato nella Torre di Londra, dove continuò a
scrivere. Fu giustiziato a Tower Hill il 6 luglio.
8 Tommaso D’Aquino: Secunda Secundae (q. 10, a. 11 e a. 12). S. Tommaso visse in un’epoca decisamente intollerante: era il tempo in cui i Pontefici bandivano le crociate per cacciare i mussulmani dalla Terra Santa o per estirpare le eresie dei catari e degli albigesi,
tuttavia la sua definizione è sorprendentemente attuale. Alla questione della tolleranza egli dedica due preziosi articoli: uno riguarda la tolleranza del culto degli infedeli; l’altro concerne il battesimo di bambini ebrei o di altra religione non cristiana contro la volontà dei genitori.
9 S. Caterina da Siena: Il dialogo della divina provvidenza: «se questa dolce pazienza, midollo della carità, è nell’anima, ella dimostra che tutte le virtù sono vive e perfette; e se non c’è manifesta che tutte le virtù sono imperfette». Ed Cantagalli, 2005. pag. 203.
10 Il culto gradito a Dio, infatti, non è mai atto meramente privato, senza conseguenze sulle nostre relazioni sociali: esso richiede la pubblica testimonianza della propria fede. Ciò vale ovviamente per tutti i battezzati, ma si impone con particolare urgenza nei confronti di coloro che, per la posizione sociale o politica che occupano, devono prendere decisioni a proposito di valori fondamentali, come il rispetto e la difesa della vita umana, dal concepimento fino alla morte naturale, la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, la libertà di educazione dei figli e la promozione del bene comune in tutte le sue forme. Tali valori non sono negoziabili. Pertanto, i politici e i legislatori cattolici, consapevoli della loro grave responsabilità sociale, devono sentirsi particolarmente interpellati dalla loro coscienza, rettamente formata, a sostenere leggi ispirate ai valori fondati nella natura umana.
11 La questione della verità è inevitabile. Essa è indispensabile all’uomo e riguarda proprio le decisioni ultime della sua esistenza: esiste Dio? Esiste la verità? Esiste il bene?(...) Il Dio unico è un “Dio geloso”, come lo chiama l’Antico Testamento. Egli smaschera gli dei perché nella sua luce si vede che gli “dei” non sono Dio, che il plurale di Dio è di per sé una menzogna. La menzogna è sempre non libertà (….) Solo la verità rende liberi. I temi del vero e del bene non sono separabili. (…) se non possiamo conoscere la verità riguardo a Dio, allora anche la verità riguardo a ciò che è bene e a ciò che è male resta inaccessibile. In tal caso non esiste il bene e il male; rimane solo il calcolo delle conseguenze: l’ethos viene sostituito dal calcolo. Detto ancora più chiaramente: le tre domande sulla verità, sul bene,
su Dio sono un’unica domanda(…). Il concetto biblico di Dio riconosce Dio come il Bene, come il Buono (cfr. Mc 10,18). Questo concetto di Dio raggiunge il suo culmine nell’affermazione giovannea: «Dio è amore» (1Gv 4,8). Verità e amore sono identici.
Quest’affermazione - se ne raccoglie tutta la sua portata - è la più grande garanzia della tolleranza; di un rapporto con la verità, la cui unica arma è essa stessa e quindi l’amore. Joseph Ratzinger: Fede verità e tolleranza. Ed. Cantagalli, Siena 2005, pag.244.
12 Erasmo da Rotterdam (1469-1536) secondo cui il cristianesimo è innanzitutto impegno di vita morale, pratica di carità e pace. S’impegnò pubblicamente affinché i metodi violenti fossero evitati nella lotta contro la Riforma. Egli preconizzava una sorta di compromesso politico che mirava a lasciare alle regioni la libertà di praticare la loro fede, nell’attesa che si realizzasse un accordo tra le diverse parti. E’ questo che valse a colui che divenne il miglior amico di Tommaso Moro, una reputazione di tolleranza. Presso Erasmo, la tolleranza era più una attitudine religiosa che il frutto di un relativismo, come lo si era a torto sovente interpretato.
13 John Locke (1632-1704). Nella sua Epistola de Tolerantia (1689) sono definiti i doveri di chiesa, privati, magistratura ecclesiastica e civile verso la tolleranza: la chiesa si limiterà a scomunicare chi non segue la sua dottrina, senza arrecargli alcun danno materiale; nessun privato può danneggiare chi si professi estraneo alla sua religione; Chiesa e stato sono due istituzioni diverse e separate; la magistratura civile deve astenersi da ingerenze nella sfera religiosa degli individui. Un passo importante è stato compiuto in rapporto a Erasmo: l’ortodossia non è concessa ad alcuna religione. Locke, come ogni tollerante teorico, si pone al di sopra delle parti e offre dei criteri per lui autentici della vera ortodossia: è veramente cristiano colui che è tollerante.
14 La tolleranza di Baruch Spinoza articola nel suo Tractatus teologico-politicus (1670) un approccio totalmente centrato sulla libertà individuale. In questo senso Spinoza è un grande ispiratore dei filosofi soggettivisti attuali, i quali molto si riferiscono a lui. L’idea è la seguente: gli Stati non devono costituirsi che sulla base della libertà degli individui; ciò fonda a sua volta il dovere fondamentale dello Stato di salvaguardarla. Nessuna considerazione religiosa deve intervenire poiché, in questa materia, prevale una totale libertà di coscienza. Il diritto di giudicare e di interpretare la religione appartiene a ciascuno, è un affare personale. Si può trovare in questa posizione un’origine filosofica del laicismo rigido che esiste oggi in certe democrazie occidentali (Francia, Spagna in particolare).
15 Voltaire crede in un Dio che unifica, Dio di tutti gli uomini: universale come la ragione, Dio è di tutti. Uno dei suoi maggior nemici fu la chiesa cattolica (che lui chiama l'infame), egli infatti tenta di demolire il cattolicesimo per proclamare la validità della religione naturale. La sua fede nei principi della morale naturale mira ad unire spiritualmente gli uomini al di là delle differenze di costumi e di usanze. Nella Francia della metà del Settecento sono ancora presenti forti contrasti ideologico-religiosi. La pratica della tortura e dell'incriminazione sommaria è più che in uso e basta poco perché un clima tanto avvelenato esploda in ritorsioni estremamente violente verso gli esponenti della parte avversa, quale che sia in quel momento. In questo ambiente culturale Voltaire si batte contro quella che definisce come "superstizione": un misto di fanatismo religioso, irrazionalità e incapacità di vedere le gravi conseguenze del ricorso alla violenza gratuita, alla sopraffazione, alla tortura e diffamazione, che spesso spazza via intere famiglie. Proclama quindi la tolleranza contro il fanatismo e la superstizione (che stanno alla religione come l' astrologia alla astronomia) nel "Trattato sulla tolleranza" (1763). Per liberare le religioni positive da queste piaghe è necessario trasformare tali culti, compreso il cristianesimo, nella religione naturale, lasciando cadere il loro patrimonio dogmatico e facendo ricorso all'azione illuminatrice della ragione.
16 A partire dai Lumi, la tolleranza è stata inscritta nel cuore del messaggio diffuso in seno alle elites politiche ed economiche delle leggi massoniche. “La tolleranza nel XVII secolo è concepita come una conquista della libertà umana dinanzi ad un discorso religioso che pretenderebbe di legiferare sul bene e sul male. Per primo è preso di mira il cattolicesimo romano: la fede, vista in maniera negativa, è, agli occhi del massone come a quelli del filosofo dei Lumi, questo accecamento che permette a delle intelligenze sospette di aderire ingenuamente ad un certo numero di dati che la ragione non può impedirsi di rigettare…Così interpretata, la fede non può essere che il luogo di un settarismo e di un fanatismo di cui i sostenitori non provano alcun male nell’aver generato il terrore. Superiore ad essa appare allora questa virtù esemplare: la tolleranza” (N. EMONT, La Franc- Maçonnerie, Plon/Mame, Paris 1995, pp 231-232).
17 Jean Laffitte: Storia dell’obiezione di coscienza e differenti accezioni del concetto di tolleranza. Accademia Pontificia per la Vita. XIII Assemblea Generale, 24 febbraio 2007.
18 “Noi viviamo sotto l’influenza di un terrorismo morale…una morale della comodità. Il pensiero unico, la morale unica sono tuttavia le più soventi reazioni di comodo. Un tempo ciò si chiamava conformismo…In un regime dispotico, il conformismo può andare verso la violenza. In democrazia, va sempre nel senso della moderazione. Il problema è che la moderazione può divenire dispotica. Tocqueville l’ha ben spiegato…C’è qualcosa di totalitario nel pensiero molle che ci governa”.(P. TESSON, in Un terrorisme intellectuel assez bienveillant. Propos recueillis par D. Lensel, in J.-M. Chardon et D. Lensel, éditeurs: La pensée unique. Le vrai procès, Economica, Paris 1998, 34-35.
19 L’espressione pubblica della sensibilità di una cultura propria alle tradizioni di un Paese non è più garantita nelle società occidentali, come l’hanno tristemente illustrato due piccoli incidenti recenti: a Londra, in dicembre 2006, è stato deciso di sopprimere nelle celebrazioni
festive di fine anno, ogni menzione del Natale, per non offendere le comunità d’immigrati; nel nord d’Italia, una maestra ha deciso di non far più cantare ai bambini i canti tradizionali del Natale, per lo stesso motivo: non offendere i bambini immigrati che frequentano questa scuola. Al di là dell’atto di violenza che consiste nel privare i cittadini di un Paese dell’accesso legittimo alle loro tradizioni che sono parte del bene comune, si nasconde un’antropologia totalmente deficiente: essa misconosce l’importanza per il legame sociale di salvaguardare gli aspetti festivi che mettono insieme tutte le generazioni da secoli; inoltre, essa cela inconsciamente un profondo disprezzo delle popolazioni immigrate, pregiudicando che esse potrebbero, nel loro insieme, offendersi del fatto che si celebri una ricorrenza gioiosa nel Paese che li accoglie.
20 La legge naturale, infatti, procede dalla luce dell'intelletto che Dio ha dato all'uomo al momento della sua creazione. La legge naturale è un insieme di atti conoscitivi che ci fanno percepire, in modo imperativo, cioè pratico, il bene da compiere ed il male da evitare. Questa legge si chiama legge naturale "perché la ragione che la promulga è propria della natura umana", allo stesso modo in cui è proprio della natura umana l'intelletto che il Creatore ha dato all'uomo. È una legge che l'uomo attraverso i suoi atti intellettivi stabilisce, formula o promulga naturalmente (Veritatis splendor, 42).
21 Dichiarazione finale del Congresso internazionale, organizzato dalla Pontificia Accademia per la Vita (23 e 24 febbraio 2007) sul tema: "La coscienza cristiana a sostegno del diritto alla vita".
22 J. Martínez-Torrón, La objeción de conciencia en el derecho internacional, in “Quaderni di diritto e politica ecclesiastica” (1989/2), p. 150.
23 Crisi di coscienza tra i medici inglesi. Un numero sempre crescente di medici e infermieri britannici si rifiuta di praticare l’aborto e l’intero sistema rischia il collasso. Così scriveva il quotidiano britannico Independent del 16 aprile/07, dedicando alla crisi di coscienza dei medici ospedalieri inglesi l’intera prima pagina del giornale. Il numero di obiettori di coscienza tra i ginecologi dell’Nhs, il sistema sanitario nazionale, è talmente alto che quattro su cinque interruzioni di gravidanza – che lo stato garantisce gratuitamente – nell’ultimo anno sono state dirottate su cliniche private, con relativo esborso da parte dei contribuenti. Il problema non è soltanto il brusco aumento dei casi in cui i medici si appellano alla possibilità dell’obiezione di coscienza – garantita per legge dagli anni Novanta – ma sarebbe una vera crisi di “vocazioni”. Tra i neolaureati in medicina inglesi quasi nessuno vuole specializzarsi nelle pratiche abortive.
24 F. Onida, Contributo a un inquadramento giuridico del fenomeno delle obiezioni di coscienza, in “Il Diritto Ecclesiastico”, (1982) P. I, p. 222-225.
25 J. Martínez-Torrón, La objeción de conciencia en el derecho internacional, in “Quaderni di diritto e politica ecclesiastica” (1989/2), p. 150.
26 R. Bertolino, L’obiezione di coscienza moderna, Torino 1994, p. 10-13 e 18-21
27 V. Possenti, Sull’obiezione di coscienza, in “Vita e Pensiero”, (1992), p. 666.
28 P. Sanchís, non ammette l’obiezione di coscienza indiretta considerando che deve trattarsi di una resistenza a una condotta personale imposta dalla legge (La objeción de conciencia como forma de desobediencia al derecho, in “Il Diritto Ecclesiastico”, (1984) P. I, p.15-18).
29 Negli Stati Uniti, dopo la sentenza sul caso Reynolds (1879), che ha proibito la poligamia ai mormoni, restò segnata la distinzione tra libertà di credere (freedom to belive), che è assoluta, e libertà di agire (freedom to act), che può essere limitata se si contrappone ad un interesse statale prevalente.
30 Per esempio, la costituzione danese (1953) ammonisce che nessuno per motivi religiosi o di origine potrà esimersi dal compiere “i normali doveri civici” (art. 70); la Costituzione dell’Islanda (1944) afferma che appartenere o meno a una confessione non influisce sui diritti e sui doveri civili (art. 64); secondo quella della Grecia (1975) nessuno sarà esonerato dal compiere i suoi doveri né potrà ricusare obbedienza alle leggi, a causa delle sue convinzioni religiose (art. 13. 5).
31 Vd. tra le altre le costituzioni di Germania (Legge Fondamentale del 1949, art. 4 e art. 136 della Costituzione di Weimar); Spagna (1978, art. 30. 2), Portogallo (1975, art. 41, nn. 2 e 5) e Finlandia (1999, art 127).
32 “Quanto al lato positivo -dice Possenti-, l’esercizio fondato di critica e resistenza morali è un bene e può condurre ad un incremento di civiltà, e non andrebbe quindi immediatamente valutato come un pericolo per la convivenza sociale, quanto piuttosto come un’importante risorsa capace di mantenere movimento e novità in essa. D’altro canto non può essere accolta l’idea di una applicazione illimitata dell’obiezione di coscienza, pena la frantumazione dell’ordinamento giuridico e l’attacco al principio dell’obbligatorietà della legge” (Sull’obiezione di coscienza, cit., p. 665).
33 F. D’Agostino, Obiezione di coscienza e verità del diritto tra moderno e postmoderno, in “Quaderni di diritto e politica ecclesiastica”, (1989/2), p. 3-5.
34 R. Navarro-Valls, Las objeciones de conciencia, in AA. VV., “Derecho Eclesiástico del Estado español”, 3ª ed., Pamplona 1993, p. 489; J. Martínez-Torrón, La objeción de conciencia en la jurisprudencia..., cit., p. 451.

Tutti coloro che ricevono questa newsletter sono invitati ad utilizzare la opportunita' offerta dal forum per far conoscere il proprio pensiero su quanto letto o sollecitare ulteriori riflessioni ed ampliare la riflessione. La corrispondenza potra' essere inviata all'indirizzo qui specificato.
Indirizzo per la corrispondenza: paolorossi_125@fastwebnet.it
Tutte le newsletter precedenti con l’indice analitico degli argomenti pubblicati sono archiviati nel sito:
www.foliacardiologica.it
La newsletter e' inviata automaticamente secondo la mailing list predisposta, chi non desidera riceverla puo' chiedere di essere cancellato dalla lista. Chi volesse segnalare altri nominativi di posta elettronica cui inviare la News-letter e' pregato di fare riferimento all'indirizzo riportato nella sezione precedente.
Comitato di redazione
Dott. Cleto Antonini, (C.A.), Aiuto anestesista del dpt di Rianimazione Ospedale Maggiore di Novara;
Don Pier Davide Guenzi, (P.D.G.), docente di teologia morale presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, Sezione parallela di Torino; e di Introduzione alla teologia presso l’Università Cattolica del S. Cuore di Milano e vice-presidente del Comitato Etico dell’Azienda Ospedaliera “Maggiore della Carità” di Novara.
Prof. Paolo Rossi, (P.R.) Primario cardiologo

Torna all'home pageRichiedi InformazioniLink