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Forum di Bioetica
NEWSLETTER N. 36 - NOVEMBRE 2006
 
Gli scopi del Forum sono:
- suscitare un interesse culturale sui principi fondanti dell'etica e della bio-etica,
- fornire gli elementi che aiutino le coscienze alla formulazione di un retto giudizio morale,
- aprire il forum a tutte le voci di quelli che desiderano esprimere il proprio punto di vista morale o le proprie perplessita' sulle problematiche suscitate dall'attivita' quotidiana,
- rispondere ai quesiti che potrebbero essere formulati dagli operatori sanitari e dai cittadini.
 
IN QUESTO NUMERO
Intorno ai principi dell' etica
Aspetti di un approccio spirituale e religioso al dolore
di
Pier Davide Guerenzi
1. La percezione della malattia e gli intrecci biografici della persona
2. La tradizione cristiana sulla sofferenza: una teologia interpellata
2.1 Sull’utilità della teologia come pensiero che alimenta e non anestetizza il dramma dell’esistenza
2.2 Il grido dall’abisso dell’uomo non-più-uomo
2.3 La forza e il pathos di una relazione: Dio e l’uomo
pag. 4-11
La parola ai lettori
I limiti etici nelle gravi mutilazioni chirurgiche
di
Paolo Rossi
1. Accanimento terapeutico
Caso Clinico (1)
(1) Presentato dalla Dr.ssa Albanese Maria Cecilia dirigente Ambulatorio Scompenso-Trapianto SOC Cardiologia A.O.S.Maria della Misericordia 33100 Udine tel 0432 552453 fax 0432 482353 cel 347 7997560 albanese.mariacecilia@aoud.sanita.fvg.it
1-a: Implicazioni etiche
2. Scientismo acritico
Caso clinico (2)
(2) Presentato dal Dr. Sivano Poma, primario di chirurgia nel Policlinico di Milano, silvano.poma@fastwebnet.it
2.1 Disamina scientifica sul cancro del seno
Il test BRCA
2.2 Disamina etica
La radice dei conflitti
Principi di bioetica
Iatrogenesi
Relazione medico - paziente
Risvolti morali nel caso clinico
pag. 11-20.
 
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Intorno ai Principi dell'Etica
Aspetti di un approccio spirituale e religioso al dolore
Pier Davide Guenzi

L’evoluzione diagnostica e curativa ha mutato la percezione della malattia e il suo radicarsi nella coscienza dell’uomo. Da un lato è evidente l’accrescimento del potere di intervento, di tipo preventivo, predittivo, diagnostico e terapeutico, della medicina sulla malattia, tuttavia, non di rado, a prezzo della scomposizione e reificazione dell’uomo nelle sue entità organiche difettose, rendendo meno evidente la comprensione della patologia come evento che incide sulla persona intesa nella sua totalità psico-somatico-spirituale. D’altro canto è lievitato il potere della malattia sull’uomo. L’uomo di oggi è destinato a convivere a lungo con la malattia e con la cronicità della sua evoluzione; a livello psichico è cresciuto il timore, quasi ossessivo, nei confronti della malattia, in forme più vistose rispetto a generazioni precedenti. (1) Il presente contributo intende accostare il tema dell’aiuto spirituale, all’interno di una situazione di dolore, prendendo le mosse dall’idea che la percezione del proprio essere malato si radica a più livelli e viene a toccare gli strati biografici della persona in tutte le sue dimensioni. Ugualmente decisivo è l’approfondimento della tradizione teologica cristiana in vista di una sua ripresa e comprensione per coglierne la specificità del suo apporto e prendere le distanze da letture semplificanti. L’attuale contesto, segnato anche da una pluralità religiosa, rende necessario anche un primo confronto con altre tradizioni religiose, in particolare quella islamica, per rilevare eventuali accentuazioni proprie. Al termine si cercherà di introdurre qualche spunto per una maggiore qualificazione dell’assistenza spirituale, integrata nel processo globale di cura e come contributo sinergico a ogni altra forma di sostegno fisiologico e psicologico a favore del paziente. Tali passaggi possono dare ragione del particolare valore, in chiave psico-sociale, che l’assistenza spirituale può avere nel delicato processo terapeutico che si compie “al letto del paziente” investendo più attori uniti nella responsabilità comune e condivisa di assicurare il suo possibile bene integrale.

 

1. La percezione della malattia e gli intrecci biografici della persona

Malgrado la difficoltà ad affrontare in modo pienamente umano l’esperienza della malattia e della sofferenza, non viene meno da parte dell’uomo contemporaneo, nonostante un’incertezza globale, spesso paralizzante, l’esigenza di essere riconosciuto come persona: «l’attesa dell’uomo di essere colto nella sua globalità e di avere la possibilità di manifestare ciò che costituisce il fondo della sua umanità. È bisogno di una presenza, esigenza di ascolto, manifestazione e ricerca di gratuità, desiderio di confidenza, domanda di unità (anzitutto con se stessi), desiderio di composizione delle proprie relazioni, sete di comunicazione…» (2). Più che in chiave immediatamente etico-operativa, questa esigenza si manifesta radicalmente nell’acconsentire di porre, anche all’interno del tempo della malattia, la questione umana circa un senso per la vita La criticità della malattia in fase acuta fa entrare quasi improvvisamente nella condizione di essere malati, il cui risvolto alla coscienza immediata è quello di una rottura, di una crisi nella linearità della vita e di ristrutturazione della propria esperienza dello spazio e del tempo, intesi più che come dimensioni fisiche e quantificabili, come categorie della psiche umana. «Nella malattia tutte le relazioni, con se stesso, con gli altri, con le cose e con Dio, subiscono un profondo mutamento. La malattia diviene così un osservatorio nel quale il malato è chiamato ad ascoltare di nuovo, a vedere e ad assumere la realtà da un’angolatura assolutamente inedita. Il rapporto con il corpo, con il tempo, con la parola e dunque con gli altri è profondamente sconvolto per il malato che si trova in una situazione di radicale bisogno» (3) . Un’eco letteraria di tale percezione connessa all’evento patologico ci è offerta da Aleksandr Isaevic Solzenicyn nel romanzo Padiglione cancro dove si tratteggia in modo preciso la malattia come cesura e separazione rispetto alla condizione precedente e introduzione in un tempo di isolamento, foriero di pensanti domande circa il senso dell’esistenza e la qualità del suo futuro: «Poche ore dopo, quella stessa sera, in corsia Pàvel Nikolàevic fu colto dalla paura. Il grumo duro del tumore, inaspettato, assurdo, inutile, lo aveva trascinato qui, e lo aveva gettato su quella branda di ferro, stretta, misera, con la rete cigolante e il materasso troppo sottile. Era bastato cambiarsi, lì, sotto la scala, salutare i familiari e salire in corsia, perché si chiudesse di scatto tutta la sua vita passata e un’altra ne sorgesse, ma talmente abbietta da far più paura del tumore stesso. Tutta la famiglia Rusànov, un modello di famiglia unita, tutta la loro vita così ben avviata e l’appartamento impeccabile, tutto si è staccato da lui per rimanere al di là del tumore. Essi vivono e continueranno a vivere, comunque vada a finire per il padre. Per quanto si preoccupino, si agitino, piangano, il tumore lo divide da loro come una parete: e da questa parte Pàvel è solo» (4) . La segnalazione di questo episodio narrativo consente di accostarci in modo meno imperfetto all’idea generale del “riconoscimento della soggettività personale” del paziente. È evidente nel testo l’idea per cui lo stato conclamato di malattia e il suo trattamento nella degenza ospedaliera venga a toccare più elementi che definiscono l’attuale identità di Pàvel: l’oggettività clinica della patologia tumorale («Il grumo duro del tumore»), la risonanza psicologica che essa viene ad avere in lui (una nuova vita «talmente abbietta da far più paura del tumore stesso»), il suo vissuto relazionale e sociale (la famiglia Rusànov «un modello di famiglia unita…»), le risorse più o meno a disposizione per fronteggiare la sua malattia («da questa parte Pàvel è solo»). L’identità, toccata dal processo patologico, è complessa, segnata dall’intreccio di biografie differenti che si condensano nell’unico vissuto personale. Ciascun paziente presenta livelli biografici pluristratificati; la patologia organica restituisce l’evidenza di un vissuto esistenziale complesso e di una storia di vita composita, che non possono essere rimossi, ma devono essere riconosciuti lasciandoli emergere con finezza ed attenzione per impostare un adeguata forma di cura e di sostegno spirituale. Semplificando possiamo rintracciare una biografia fisica, quella oggettivabile nell’anamnesi dell’organico; una biografia cognitiva, che rintraccia i pensieri e quanto è a disposizione della persona per esplicitare le sue richieste; una biografia affettiva che emerge attraverso la qualificazione degli affetti e dei sentimenti che segnano la persona nell’incedere della patologia; una biografia sociale che si esprime nelle relazioni interpersonali e nei ruoli propri di ciascuno all’interno della comunità; una biografia spirituale che introduce ad un livello esistenziale profondo, quello dell’universo personale dei valori e delle risorse interiori per far fronte alla malattia, compresa la sua adesione ad una particolare fede religiosa o ad una prospettiva di vita che consideri l’ipotesi del Trascendente (5). Quest’ultima è scossa, al di là della compromissione organica, e viene ad influire su tutte le altre dimensioni biografiche della persona, introducendola in una svolta di vita in cui ogni aspetto della sua storia si trova ad un punto di tensione che segnala l’impossibilità di ritornare ad essere quello di prima e di dover riorganizzare la propria esistenza e il suo senso. Una tale lettura, rispettosa nel far emergere e considerare alla luce dell’evento somatico patologico tutti gli altri aspetti implicati, domanda un’adeguata attenzione da parte dell’operatore sanitario, del consulente psicologico e dell’assistente spirituale, in quanto reciprocamente complicantesi nell’atto clinico. L’accostamento alla persona ammalata è dunque la prossimità ad una storia complessa che può essere fatta emergere in vista di un aiuto complessivo da offrire a chi soffre. In particolare deve essere compresa adeguatamente la “paura” di chi vive un’esperienza di malattia. Il testo di Solzenicyn, ne dà un referto significativo: ben più del tumore, ma sia detto anche a causa della disfunzione dell’organico occasionata dalla grave patologia, si agita nel soggetto un intreccio di paure, che a volte restano inconfessate, mute, che non affiorano a livello della parola, o restano prigioniere di “razionalizzazioni”, o per le quali non si trovano persone in grado di accoglierle lasciandole emergere attraverso il dialogo. Su questo livello si situa l’intervento di accompagnamento spirituale di qualità, integrato nel più globale processo di presa in carico del paziente, del suo vissuto biografico e delle sue storie esistenziali. Tali “paure”, presenti sempre nell’uomo, ma rese acute nella situazione di sofferenza, sono state ben evidenziate da Paolo Monformoso:
1. la paura di essere abbandonato, di essere o rimanere solo, di non essere amato;
2. la paura di non essere considerato, stimato, di non valere;
3. la paura di non essere all’altezza, di non farcela, di non avere le capacità per andare avanti, di non meritarsi la vita;
4. la paura che le cose non possano cambiare più, e che non sia possibile vivere la vita che si sognava o progettava prima dell’evento-malattia (6).
Accogliere queste paure, consentire al sofferente di portarle alla luce, è parte di un processo di aiuto spirituale che vuole essere rispettoso di quanto la persona vive. Sviluppare una relazione spirituale con il malato significa condurre un dialogo spirituale di estrema finezza, segno di vicinanza alla situazione “reale” di chi soffre, che permetta alla persona di dire il proprio dolore e le proprie paure e trovare in esso la sua personale interpretazione e verità.

2. La tradizione cristiana sulla sofferenza: una teologia interpellata

2.1 Sull’utilità della teologia come pensiero che alimenta e non anestetizza il dramma dell’esistenza
Il pensare Dio, da parte del teologo, alla luce del racconto fondatore che struttura il proprio orizzonte mentale, non è un’operazione di semplificazione del pensiero, né dispensatore di risposte rassicuranti ad immediata disposizione, ma piuttosto introduce in un ulteriore snodo drammatico l’esercizio della riflessione (7). Ciò si rende particolarmente evidente nella questione della sofferenza umana, dove le stesse categorie elaborate per “pensare” Dio arrivano ad una tensione estrema, scontrandosi contro il fatto del soffrire che, se pure può essere controllato a livello di sintomatologia corporea attraverso l’intervento tecnico-medico, tuttavia non può essere rimosso (né lo è facilmente) in ordine alla questione del senso esistenziale. Sotto questo profilo, pur nella fatica di pensare, e di continuare a pensare Dio di fronte al dolore umano, la riflessione teologica – quando correttamente intesa e sviluppata da parte del teologo – può svolgere una salutare provocazione alla coscienza contemporanea. Su tale questione possono essere condivise le osservazioni di Maurizio Chiodi: «L’illusione moderna che fugge o sospetta la sofferenza, rischia di ridurla ad un “problema” di esclusiva competenza tecnico-scientifica, affrontandola con soli mezzi clinici, nell’illusione di “possedere” il mondo attraverso il dominio strumentale. Ciò che manca è di riconoscere che la malattia pone intrinsecamente la questione del senso. Il dolore non è riconosciuto come interrogazione e questione complessiva dell’esperienza umana (8). Per questo «la fede, [e la sua riflessione critica, oggetto della teologia] intesa correttamente, dovrebbe darci la fiducia e il coraggio di penetrare ancora più profondamente nelle realtà della vita (9). Lo sforzo di pensare Dio accanto al dolore dell’uomo e la “pretesa” di giungere a capire meglio chi sia il Dio cristiano e l’uomo nella condizione di sofferenza può prendere le mosse proprio da un testo poetico della Bibbia, un Salmo, in cui si addensa tutta la drammaticità della condizione di sofferenza.
2.2 Il grido dall’abisso dell’uomo non-più-uomo
Il Salmo 88 («Signore, Dio della mia salvezza, / davanti a te grido giorno e notte») può essere definito il più buio di tutta la raccolta biblica: le tenebre e la morte imminente dell’orante occupano l’intera scrittura del componimento, senza alcun esito positivo e apparenti squarci di speranza. Per il suo drammatico andamento merita di essere letto e accostato accanto agli altri testi che ci restituiscono una particolare esperienza di malattia. (10) Il salmo intreccia due motivi di fondo, ripresi per tre volte nel corso della lamentazione: l’evocazione della preghiera (vv. 2-3, 10b, 14) e la motivazione della supplica, introdotta da tre interrogazioni retoriche, attraverso la descrizione di una situazione estrema che avvicina l’orante alla condizione dei “morti”(vv. 4-10a, 11-13, 15-19). Gli elementi ritornanti nel salmo (l’io orante, Dio, i morti, la conoscenza e le tenebre) rappresentano una chiave tematica per l’interpretazione del testo. «Siamo di fronte a una preghiera di domanda, ma non si tratta di una domanda che voglia ottenere qualcosa […], bensì di una domanda di senso». Qual è il senso dell’esperienza dell’orante che sembra ormai solo conoscere la tenebra?
Ciò di cui l’orante sta facendo esperienza è la morte anticipata nella vita. Questo ammalato sta “conoscendo”, essendovi coinvolto totalmente, è solo il volto oscuro e tenebroso della vita che si insinua ormai irreparabilmente nella morte. Nelle sue parole, pur richiamandosi alle immagini percepite dal confronto con la morte di altri, egli ha la certezza soggettiva del proprio morire. Il silenzio di Dio è l’irruzione della morte nella sua vita, o meglio, il trasferimento della sua vita nell’impero della morte. Ai vv. 4-5 si precisa la contraddizione della sua condizione attraverso l’introduzione di immagini, abitualmente connesse alla pienezza del vivere, rilette come figure della morte. «Io sono sazio di mali» (v. 4a): la sazietà, espressione della vita rigogliosa, della nutrizione, della benedizione di Dio, è ora per opposto quella negativa del tormento e del male. «La mia vita ha raggiunto la She’ol» (4b): la metafora del viaggio, associata alla vita e alla sua dimensione progettuale, qui è impiegata per mostrare l’epilogo estremo, la dimora dei morti, la She’ol, secondo la cosmologia biblica più antica. «Sono censito tra chi scende nella fossa» (v. 5a): il censimento che conta i nati e i viventi, qui diventa il registro dei cittadini del regno dei morti. «Sono come un uomo senza forza» (v. 5b): l’orante è un uomo, designato nel testo ebraico con il termine preciso che contiene in radice l’idea della forza, privato di ciò che da consistenza alla sua vita; “sono come un forte privato di forza”, “sono come un uomo che non è più uomo”, sembra dire il salmista nella sua invocazione.
Ponendo di fronte a Dio la sua condizione paradossale non cessa di essere un credente, tuttavia pienamente consapevole del radicale cimento a cui è sottoposta la sua fede. Come autentico fedele si richiama al Dio dell’alleanza, ai suoi attributi tradizionali di amore, fedeltà, giustizia, ai prodigi del suo agire. «Ma l’orante di Sal 88 ricorda questi attributi divini solo per affermare che Dio non li manifesta ai morti: la She’ol (10) non è raggiunta dall’azione salvifica di Dio. Questa si manifesta solo nella storia». Nel regno delle ombre non c’è ricordo, non c’è memoria, dunque non c’è storia: per il morto, Dio non può fare più nulla. Così l’interpellazione a Dio acquista il significato di una domanda sull’enigmaticità di Dio, più che una richiesta di guarigione. Questo volto enigmatico di Dio resta per tutto lo sviluppo del salmo e ne fa la sua grandezza particolare: «la fede non fa scomparire, come d’incanto, la dimensione di enigmaticità dall’esistenza. E non la elimina neppure da Dio, altrimenti Dio si ridurrebbe a un idolo manipolabile di cui ci si può appropriare e che si può mettere al proprio servizio. Il credente dunque arriva a sperimentare l’enigma».
Avvolto dalle tenebre, l’uomo biblico non cessa di gridare, di “agire” l’ultimo atto di fronte al “patire”; di vivere anche l’ultimo evento, quello della morte, non come il piegarsi ad una “necessità” ineluttabile, ma come un’esperienza di “libertà”: quella di lottare, invocando il suo Dio. Il suo grido è un appello alla responsabilità di Dio nei suoi confronti. «L’orante non nega la presenza di Dio, non fa del silenzio di Dio un’assenza di Dio, non dice – come l’empio – “Dio non c’è” (Sal 10, 4; 14, 1), ma per lui questa presenza è avvolta nell’oscurità e nel silenzio». Un urlo, quasi disperato, diventa l’estrema forma con cui egli può esprimere la sua fede: «lottando contro il silenzio della morte egli vuole situare se stesso ancora in relazione a Dio».
2.3 La forza e il pathos di una relazione: Dio e l’uomo

Tutta la Bibbia può essere, dunque, percorsa alla luce di una categoria, quella della relazione con l’uomo da parte di Dio, che acquista una densità di significato radicale, rispetto alla ricerca e alla giustapposizione di attributi di Dio, quali la sua potenza e la sua bontà, quegli stessi che vengono messi alla prova dal fatto indubitabile che l’uomo soffre. Per questo non appaiono convincenti tutta una serie di letture, pur attestate nella storia del pensiero cristiano, che significano la sofferenza umana in rapporto ad un discutibile disegno di Dio, onnipotente e buono sull’uomo. O meglio non si presentano come risposte immediate, a pronta disposizione da parte del sofferente, o a superficiale dispensazione da parte di chi si pone accanto in atteggiamento di aiuto spirituale. Risposte di questo tipo finiscono per deviare rispetto allo spessore muto e irriducibile del soffrire umano, spiritualizzandolo fino ad evitarne un confronto aperto e problematico anche nella sua consistenza organica che intacca la stabilità psicologica del malato. Risposte di questo tipo sono quelle che attribuirebbero un senso alla sofferenza in rapporto al peccato umano, o perché radicata in una insondabile “volontà di Dio”, o per il valore istruttivo circa la precarietà della vita come condizione esistenziale umana, o che, semplicemente pongono la sofferenza nella sfera di quelle cose che, pur non collegabili alla volontà di Dio, sembrano restare fuori dalla sfera della sua competenza e che dunque Dio “permette”. (11)
Piuttosto, istruiti dall’estremo grido umano palesato nel Salmo 88, un grido che continua ad appellarsi alla relazione con Dio come significativa per la vita dell’orante in cammino verso la morte, siamo rimandati ad un elemento più convincente, attraverso la cui filigrana interpretare l’intero testo biblico.

Già il libro della Genesi, nella sua “ingenua profondità” di racconto sapienziale, mostra, attraverso il linguaggio del pathos partecipativo, l’ansia di relazione come elemento caratterizzante l’essere di Dio nei confronti dell’uomo. L’attributo più evidente di Dio, alla luce di questi testi, non è la suo onnipotenza o l’esercizio di una volontà che si impone sull’uomo, ma la passione per un confronto aperto e dialogico con l’uomo, nel rispetto pieno di entrambi i partner implicati. Tale relazione, attribuita a Dio, diventa una modalità di comprendersi da parte dell’uomo: di “definire” la fede come tensione ad una relazione che abita per intero l’esistenza fino ai suoi limiti. Tale pathos divino è, inoltre, a fondamento dell’autonomia dell’uomo; origina la sua libertà di corrispondere dialogicamente, come custode di quella parola con cui JHWH continua, secondo la fede biblica, a dare ordine al mondo, affidandolo alla responsabilità umana perché la sappia custodire e con essa significare l’esistenza. Tale idea implica anche quella per cui l’opera di Dio resta aperta ad un suo ulteriore compimento. In questa convinzione Israele sa, lo constata, che il caos e la sofferenza permangono. Così la perfezione di Dio, che ha davanti a sé il creato come realtà “buona e bella”, non è compiuta, ma in via di compimento. Un’eco di questa visione permane anche nei testi cristiani e in particolare nella lettera di Paolo ai Romani, in cui si raffigura il mondo e le creature nel continuo dolore di un parto verso la piena libertà (cfr. Rm 8, 18-25).
continua..

 
Pier Davide Guenzi, docente di teologia morale presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, Sezione parallela di Torino; e di Introduzione alla teologia presso l’Università Cattolica del S. Cuore di Milano.
 
La parola ai lettori
 I limiti etici nelle gravi mutilazioni chirurgiche
I casi clinici esposti dai nostri lettori ci permettono di etichettare gli aspetti etici delle gravi mutilazioni chirurgiche in due categorie: l’accanimento terapeutico e lo scientismo acritico.
1. Accanimento terapeutico
L'accanimento terapeutico avviene quando una persona o i suoi parenti considerano la morte stessa una malattia curabile, invece che un processo fisiologico di fine attività vitale. Il tentativo di opporsi con ogni mezzo al processo fisiologico della morte, riesce in realtà soltanto a prolungare l'agonia, che diventa così lunga, sfiancante e dolorosa, anche per i parenti. Il termine "accanimento" indica "l'ira ostinata dei cani", letteralmente segnala "ostinazione, tenacia" e per estensione "perseveranza rabbiosa e crudele". Terapia significa cura, assistenza, guarigione da una malattia. Dunque, accanimento terapeutico vuole significare perseveranza crudele nel trattamento di una malattia che non guarisce e che sta conducendo a morte.

Caso Clinico (1)
Il paziente cinquantenne, un ottimo tecnico che nonostante la malattia faceva il consulente per il mondo, presentava lesioni vascolari in molti organi (panvascolopatico), e quindi, la grave cardiopatia che ha reso necessario il trapianto di cuore, era associata con la malattia di altri organi vitali. Dopo il trapianto, un rigetto acuto del cuore ricevuto ha causato una caduta della portata circolatoria tale che il paziente è entrato in coma profondo per cui è stato tracheotomizzato e collegato al respiratore. La bassa gettata cardiaca ha evidenziato ed aggravato anche la insufficienza renale per cui il paziente è sottoposto alla dialisi extracorporea. Da ultimo durante la crisi di rigetto si è determinata una gravissima ischemia agli arti inferiori. Il paziente è stato quindi sottoposto ad amputazione delle due gambe per evitare la cancrena degli arti inferiori. E ciò, nonostante il parere contrario della sorella (essendo egli non sposato e senza figli) che  ha tentato di opporsi , dopo essere stata convocata dal cardiochirurgo e dal rianimatore. La Dr.ssa Albanese riferisce che il cuore adesso funziona bene, ma,  per fortuna°, °non è cosciente   e sta andando in MOF. Se per disgrazia dovesse uscirne fuori sarebbe disperato.
(1) Presentato dalla Dr.ssa Albanese Maria Cecilia dirigente Ambulatorio Scompenso-Trapianto SOC Cardiologia A.O.S.Maria della Misericordia 33100 Udine tel 0432 552453 fax 0432 482353 cel 347 7997560 albanese.mariacecilia@aoud.sanita.fvg.it
Implicazioni etiche

Concordo con la Dr.ssa Albanese nel considerare il caso clinico da lei presentato come una forma di accanimento terapeutico particolarmente gravoso. Ritengo tuttavia che una commissione etica, come da lei auspicata, non avrebbe influenzato sensibilmente il processo decisionale dei medici responsabili per due importanti motivi.
Innanzitutto, il parere di una commissione è solo consultivo e non è vincolante a differenza di quanto si verifica nel contesto di ricerche cliniche di tipo terapeutico, controllate con placebo. Una commissione etica ospedaliera è chiamata a dare giudizi di liceità etica sui protocolli di ricerca prima che questi vengano autorizzati dalle autorità sanitarie. I suoi membri in genere non vengono coinvolti in responsabilità dirette sulla evoluzione dei singoli casi clinici. Di questi sono invece responsabili dal punto di vista medico, morale e giudiziario i medici curanti, per cui è nelle loro mani il processo decisionale diagnostico e terapeutico che dovrebbe essere realizzato nel rispetto dei principi del consenso informato e della dignità della persona.

Il secondo motivo è più importante perché l’errore morale risulta essere legato, a mio giudizio, ad una impropria applicazione della scienza medica, sulla quale una commissione etica è molto improbabile che possa essere coinvolta. Nel presente caso, l’applicazione impropria della scienza medica configura accanimento terapeutico già nella prima decisione di effettuare il trapianto cardiaco in un soggetto così compromesso nei suoi organi vitali. Nei protocolli internazionali tra le controindicazioni al trapianto cardiaco oltre all’età sono comprese le alterazioni irreversibili in altri sistemi le quali, riducendo di per sé l’aspettativa di vita, non solo renderebbero “futile” il trapianto, ma priverebbero un altro potenziale ricevente in ansiosa attesa dell’organo donato. Una forma di accanimento terapeutico è l’impiego continuato di mezzi terapeutici inutili. La pluralità di valori morali esistente nella nostra società rende difficile un accordo sul concetto di “futilità”. I medici sono continuamente di fronte al problema dei pazienti e dei famigliari che insistono per avere trattamenti salvavita che altri giudicano inutili. Una chiara comprensione della futilità in medicina si è rivelata piuttosto elusiva. Molti medici possono non essere capaci di definirla, ma quando si presenta sanno riconoscerla bene. Un atto medico potrebbe essere giudicato inutile o nel caso in cui non serve a curare la malattia primaria o quando un trattamento è chiaramente futile nel raggiungere i suoi obiettivi o scopi fisiologici e non offre alcun beneficio al paziente.
Un’altra impropria applicazione di scienza medica si potrebbe configurare nell’evento del rigetto acuto che ha scatenato l’accanimento successivo. I moderni sistemi di tipizzazione immunitaria che accertano la compatibilità tra ricevente e donatore insieme alla terapia antirigetto hanno reso il rigetto acuto molto raro e prevenibile.

Una guida di comportamento morale. Non solo il medico ma ogni persona potrebbe trovarla meditando su queste parole di Giovanni Paolo II. Nella Evangelium Vitae, n.65, il Papa definisce l’accanimento terapeutico in questi termini: «Dalla eutanasia, va distinta la decisione di rinunciare al cosiddetto «accanimento terapeutico», ossia a certi interventi medici non più adeguati alla reale situazione del malato, perché ormai sproporzionati ai risultati che si potrebbero sperare o anche perché troppo gravosi per lui e per la sua famiglia. In queste situazioni, quando la morte si preannuncia imminente e inevitabile, si può in coscienza «rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute all'ammalato in simili casi». Si dà certamente l'obbligo morale di curarsi e di farsi curare, ma tale obbligo deve misurarsi con le situazioni concrete; occorre cioè valutare se i mezzi terapeutici a disposizione siano oggettivamente proporzionati rispetto alle prospettive di miglioramento. La rinuncia a mezzi straordinari o sproporzionati non equivale al suicidio o all'eutanasia; esprime piuttosto l'accettazione della condizione umana di fronte alla morte.»

2. Scientismo acritico
L’applicazione sull’uomo di teorie scientifiche, in forma indiscriminata e priva di discernimento, cioè non preceduta da ponderata riflessione, costituisce un uso improprio della scienza che introduce lo scientismo nella pratica sanitaria, in quanto indica un dogmatico eccesso di fiducia nel metodo scientifico. Lo scientismo è un termine con significato negativo, che indica la degenerazione culturale di chi, affascinato e conquistato dall'importanza e dalla novità delle scoperte scientifiche, finisce per trasformare la scienza in una specie di fede, attribuendole un ruolo che va oltre i confini della conoscenza ed esprime in modo acritico e superficiale la convinzione che la scienza può essere lo strumento che potrà eliminare tutti i mali dell'umanità. Lo scientismo, fu un atteggiamento che si diffuse in una parte dell'opinione pubblica alla fine del 1700; c'è da notare come quasi mai gli scienziati e coloro che si occuparono seriamente di cultura e scienza,nutrirono tali idee. Oggi, la convinzione di poter raggiungere la "certezza" scientifica appare infondata a causa della complessità dei fenomeni che la stessa ricerca scientifica continuamente rivela.
Finora, non è stato possibile eliminare le erronee convinzioni che sussistono nei profani, ma anche in molti degli stessi medici, circa lo stato della scienza e dell'arte medica il cui grado di conoscenza, e soprattutto i cui poteri, vengono spesso sopravvalutati. Di questo dato di fatto occorre prendere atto, perché altrimenti si rischia di travisare gravemente sia gli scopi della Medicina scientifica sia la natura dei mezzi di cui essa dispone e soprattutto i limiti di tali mezzi. E si corre anche il rischio, sul terreno dell'etica, di non tracciare alcun confine all'opera dei medici, confine che deve essere invece individuato, per quanto possibile, ad opera della società intera. Anche se sul piano pratico lo squilibrio tra medico e paziente è ineliminabile, spetta certamente al medico ridurre al massimo questa asimmetria, fa parte della sua Arte sul piano tecnico prima ancora che su quello morale.

Il caso clinico (2)
Donna di 38 anni, operata 5 anni fà per carcinoma mammario, attualmente senza segni di progressione. Ha eseguito il test per il BRCA che è risultato positivo. L’oncologo e il genetista, visto l’alto rischio di Carcinoma della mammella e dell’ovaio, > 60% nella vita, hanno consigliato la mastectomia controlaterale e la isteroannessiectomia totale (asportare cioè interamente la mammella, l’utero e le ovaie del tutto sani). La signora ha pienamente accettato, anzi spinge per eseguire al più presto l’intervento. Il Dr. Poma, che dovrebbe effettuare l’intervento, non ritiene giustificato eseguire questa grave mutilazione sia perché non modifica il rischio di progressione della malattia primaria, sia perché quel rischio del 60% di sviluppare un altro cancro (su base genetica) è diluito nel tempo, e stimato per una durata della vita di 80 anni.
(2) Presentato dal Dr. Sivano Poma, primario di chirurgia nel Policlinico di Milano, silvano.poma@fastwebnet.it

Disamina scientifica sul cancro del seno

Il quesito che pone il Dr. Silvano Poma, primario chirurgo del Policlinico di Milano, è delicato perché viene messa in gioco la sopravvivenza di un essere umano ed è difficile perché i giudizi clinici che sono stati formulati su questo caso, sono fondati su probabilità di rischio che possono costituire di per sé un artificio statistico senza corrispondenza con la vera storia naturale della persona coinvolta. Prima di discutere gli aspetti etici è sempre necessario delimitare bene i contenuti scientifici, cioè le conoscenze acquisite e le ipotesi che si trovano a monte del caso clinico. In questo caso dobbiamo analizzare il significato medico del test BRCA con le sue implicazioni morali.
Il test BRCA

Nella metà degli anni '90, a seguito di studi condotti su rare famiglie in cui numerosi casi di tumore al seno e/o tumori all'ovaio erano stati diagnosticati in donne di giovane età, sono stati identificati due geni, BRCA1 e BRCA2 (BReast CAncer 1 e 2).
La scoperta che una mutazione ereditaria di BRCA1 o BRCA2 era presente nelle donne malate ma non nelle donne sane di queste famiglie ha permesso di affermare che donne portatrici di mutazioni dei geni BRCA ed appartenenti a quel tipo di famiglie sono ad alto rischio di sviluppare un tumore al seno (attorno all'80% se si considera un arco di vita fino ai 70 anni: ovvero 80% di probabilità di sviluppare la malattia se si vive fino a 70 anni ma nessuna informazione certa su quando)(12) e all'ovaio (40-60% se si considera un arco di vita fino ai 70 anni, con rischio aumentato soprattutto a partire dai 40 anni). Studi di tipo epidemiologico hanno dimostrato che donne con familiari di primo grado (madre, sorelle, figlie) che hanno sviluppato uno di questi tumori hanno un rischio aumentato (circa due-tre volte nel caso del tumore della mammella e tre-quattro volte nel caso di tumore dell'ovaio) di sviluppare anch'esse la stessa malattia nell'arco della loro vita rispetto a donne senza tale storia familiare. E' noto che in alcune famiglie il tumore del seno e/o dell'ovaio si presenta in circa la metà delle donne della famiglia che sono figlie di donne malate (13) secondo i caratteri propri delle malattie ereditarie dovute ad alterazioni di una delle due copie di specifici geni (14).
Dal 1995 ad oggi numerosi gruppi di ricerca in tutto il mondo hanno cercato di capire quale sia la percentuale di casi familiari di tumore al seno e/o all'ovaio riconducibile a mutazioni ereditabili dei geni BRCA1/BRCA2. Per far ciò, oltre alle famiglie invitate a partecipare agli studi negli anni '90, molte altre famiglie con varie combinazioni di storie di tumore al seno e/o all'ovaio (in termini di numero di casi ed età d'insorgenza della malattia) sono state inserite in progetti di ricerca riguardanti BRCA1 e BRCA2 che sono, in parte, ancora in corso. Inoltre, mutazioni in questi geni sono state anche ricercate in donne con tumore del seno o dell'ovaio, indipendentemente dalla loro storia familiare.
Dai risultati delle analisi mutazionali oggi disponibili si può dedurre che la probabilità di trovare una mutazione BRCA1/2 è alta (più del 50%) soprattutto quando la storia famigliare riporta numerosi casi di tumore al seno e/o casi di tumore all'ovaio in giovane età mentre, ad esempio, la presenza di un solo caso di tumore al seno in giovane età (meno di 40 anni) sembra riconducibile ad una mutazione BRCA1/2 in meno del 10% dei casi.
Da questi studi è emersa un'altra importante informazione: il rischio di cancro associato a specifiche mutazioni BRCA1/BRCA2 sembra essere più alto nelle donne portatrici di mutazione selezionate perché appartenenti a famiglie 'ad alto rischio' rispetto a quello di donne portatrici di mutazione non appartenenti a tali famiglie.
Quindi, le attuali stime sul rischio di cancro associato a specifiche mutazioni BRCA1/BRCA2 sono di tipo preliminare e non conosciamo i fattori in grado di modulare l'effetto di una mutazione nelle singole donne.
Tutto ciò deve essere tenuto presente nel momento in cui si decide di prendere in considerazione una o l'altra delle ipotesi di sorveglianza o di riduzione del rischio oggi proposte ai soggetti portatori di mutazioni BRCA1. (Istituto Nazionale per la Ricerca sul Cancro di Genova).
La maggior parte delle ricerche relative a BRCA1 e BRCA2 è stata fatta sulle grandi famiglie con molti individui malati. Le valutazioni del rischio di cancro del seno e delle ovaie collegato con le alterazioni BRCA1 e BRCA2 sono state calcolate dagli studi di queste famiglie. Poiché i membri della famiglia ripartiscono una proporzione dei loro geni e, spesso, il loro ambiente, è possibile che il grande numero di casi di cancro visti in queste famiglie può essere parzialmente dovuto altri fattori genetici o ambientali. Di conseguenza, le valutazioni di rischio che sono basate sulle famiglie con molti membri malati non possono riflettere esattamente i livelli del rischio nella popolazione generale. (A Service of the National Cancer Institute, 2002, USA)

Disamina etica

Le divergenze che possono manifestarsi tra gli scienziati nella interpretazione e nell’applicazione delle ipotesi scientifiche rientrano nella normalità del dibattito scientifico. Si può anche affermare che ciò dipende innanzitutto dal fatto che tali ipotesi non sono mai definitive e che esse sussistono finché non vengano contraddette da altre prove sperimentali come è necessario che accada nella dinamica del progresso scientifico. La scienza si occupa di un mondo di puri oggetti. Il mondo reale, in cui noi viviamo, però, non è fatto di puri oggetti ma di oggetti e di soggetti. Continuamente i soggetti proiettano sugli oggetti le loro emozioni, i loro desideri, e rendono il mondo naturale antropomorfo, cioè gli attribuiscono una forma umana. Per costruire la scienza è stato necessario depurare il mondo di tutti gli elementi soggettivi, ridurlo a pura oggettività, di modo che tutta la realtà naturale possa essere compresa sulla base di poche semplici categorie (materia, estensione, velocità, massa, ecc.) e delle loro interazioni.

Naturalmente il mondo descritto dalla scienza non è il mondo reale. È una astrazione metodologica: il mondo della soggettività umana che la scienza mette tra parentesi non cessa di esistere. La degenerazione della scienza moderna è il riduzionismo scientista o, più semplicemente, lo scientismo, cioè lo sforzo di spiegare il mondo umano, e con esso la morale e la religione, con le categorie delle scienze naturali. Il riduzionismo è portato alla semplificazione di tutto anche dei fenomeni complessi, di per sé irriducibili, e quelle che sono ancora ipotesi vengono dogmaticamente considerate teorie definitive e diventa lecito tutto ciò che è tecnicamente possibile. Tutto questo investe un delicato contenzioso morale in cui si confrontano posizioni che mettono in gioco o meglio in pericolo il vero bene dell’uomo.

La radice dei conflitti
Dal punto di vista morale, la radice dei conflitti tra le persone coinvolte in un processo decisionale si trova in genere nella diversa concezione e nel diverso modo di vivere il naturale diritto alla propria libertà. Ci sono coloro, medici, pazienti e loro famigliari, che non subordinano la propria autonomia ad altri valori quali il valore intangibile della vita ricevuta come un dono di cui si deve rispondere e la dignità assoluta della persona fondata sulla natura razionale dell’essere umano. Ci sono invece coloro che, pur considerando la libertà il dono più prezioso alla natura razionale dell’uomo, avvertono la responsabilità intellettuale, morale e civile che deve essere messa in atto ogniqualvolta viene interpellata l’autonomia, propria e altrui.
Principi di bioetica

Le decisioni sugli interventi terapeutici sono subordinate ad alcuni principi di bioetica che valgono non solo per il medico ma anche per il paziente.
Primo Principio Il valore della vita fisica
La inviolabilità della vita umana è un precetto morale fondamentale per la persona stessa, in quanto il corpo è co-essenziale, è il fondamento nel quale e con il quale la persona si esprime e si realizza. Senza la vita tutti gli altri principi sotto elencati perdono di significato.
Il Secondo Principio di Totalità o Principio Terapeutico
Questo principio deve essere riferito all'essere umano come persona, nella sua unitotalità, fisica, psichica e spirituale; coinvolge, quindi, tutta la dignità della persona così come sopra è stata configurata. Il principio terapeutico è definito di totalità proprio perché non si può decidere un intervento sull'uomo senza valutarne prima tutte le conseguenze. Pertanto, l'importanza del principio terapeutico è tale da caratterizzare tutta l'etica medica che è incentrata: sulla guarigione della malattia, sulla eliminazione del dolore, sul sollievo della sofferenza e della solitudine, sulla dignità del morire, sul divieto di ogni forma di accanimento terapeutico. Questo principio fonda la liceità e l'obbligatorietà' della terapia medica e chirurgica. Per essere applicato si devono verificare alcune condizioni: - che si tratti di intervento terapeutico sull'organo malato, sulla causa primaria o secondaria della malattia, necessario per salvare l'organismo sano - che non vi siano altri modi o mezzi per ovviare alla malattia - che vi sia una possibilità buona o proporzionatamente alta per la riuscita - che vi sia il consenso informato del paziente. In molti casi non è tanto in questione la vita, quanto l'integrità' fisica che è anche da considerare un bene prezioso, insito nel concetto di corporeità e pertanto è un valore della persona.
Il Terzo Principio: Libertà e Responsabilità
Senza libertà non c’è moralità né responsabilità. Coscienza, libertà e responsabilità costituiscono il soggetto morale. Il diritto alla libertà, al rispetto dell'autonomia con tutte le sue conseguenze pratiche, pur essendo il fondamento dell'atto etico, è tuttavia subordinato a quello della difesa della vita e a quello terapeutico. Tale gerarchia è giustificata dal fatto che la libertà è un bene della vita senza la quale essa non ha ragione di essere. In nome della libertà di scegliere, non si ha il diritto di disporre della vita, della sua soppressione per qualunque ragione, o dell'uso del corpo umano come se si trattasse di un oggetto. Non infrequentemente l’accanimento terapeutico e l’atto medico futile diventano iatrogeni cioè sono di per sé stessi causa di malattia.

Iatrogenesi
Secondo il Comitato Nazionale di Bioetica, il problema della patologia iatrogena - da farmaci e da interventi chirurgici - per la sua crescita esponenziale, impone una riflessione anche bioetica, del resto iniziata da tempo da alcuni autori, soprattutto per quanto riguarda la ipermedicalizzazione della società. Ivan Illich ha elaborato gli interessanti concetti di iatrogenesi clinica, di iatrogenesi sociale e iatrogenesi culturale. Egli definisce iatrogenesi clinica "non soltanto il danno che i medici infliggono nell'intento di guarire o di sfruttare il paziente, ma anche quegli altri danni che discendono dalla preoccupazione del medico di tutelarsi da un'eventuale denuncia per “malapratica”: è l'anticipazione del concetto di Medicina Difensiva. Iatrogenesi sociale è stata denominata quella di secondo livello, per cui "la pratica medica promuove malessere rafforzando una società morbosa che spinge la gente a diventare consumatrice di medicina curativa, preventiva, del lavoro, dell'ambiente, ecc". La iatrogenesi di secondo livello si manifesta in vari "sintomi di supermedicalizzazione sociale" che costituiscono quella che Illich chiama "espropriazione della salute". E' denominata infine iatrogenesi culturale quella di terzo livello nel quale le professioni sanitarie "hanno, sulla salute, un ancor più profondo effetto negativo d'ordine culturale in quanto distruggono la capacità potenziale dell'individuo di far fronte in modo personale e autonomo alla propria umana debolezza, vulnerabilità e unicità(15).
Relazione medico - paziente
La dottrina dell'autonomia del paziente e il modello contrattualistico si richiamano in filosofia morale ed in bioetica al concetto di autonomia che riconosce la capacità umana di autodeterminazione ed il principio che l'autonomia di ogni persona deve essere sempre rispettata. Il problema è quello di formulare un preciso concetto di autodeterminazione e di stabilire come ed in quale misura l'autonomia del singolo individuo debba essere rispettata. In bioetica clinica (o, se si preferisce, nell'etica medica) il diritto all'autonomia del singolo paziente può entrare in tensione conflittuale con l'obbligo professionale del medico di beneficialità nei confronti del proprio paziente. La dottrina dell'autonomia contrappone di fatto il modello contrattualistico di medicina (per il quale è il paziente che decide) al modello paternalistico (per il quale è il medico che decide ciò che è meglio per il paziente). E' probabile che essa sia sorta principalmente a causa dell'aumento di conseguenze negative iatrogene, dirette od indirette, dei trattamenti diagnostici e terapeutici. Da queste situazioni, è nata la dottrina del consenso informato intimamente correlata con quella dell'autonomia perché richiede che il paziente venga portato a conoscenza non soltanto dei trattamenti cui verrà sottoposto ma anche delle possibili conseguenze negative al fine di lasciargli l'autonoma possibilità di accettare o rifiutare il trattamento anche a rischio della salute e della vita. Molta parte del progresso medico passa inevitabilmente attraverso fasi sperimentali sull'uomo che pure non sono esplicitamente riconosciute come tali. I pazienti ed i loro famigliari forse ne sono in qualche misura consapevoli: ciononostante appare sorprendente come essi cerchino, spesso ad ogni costo e specie nei casi più gravi, di sottoporsi alle terapie più nuove e per questo motivo più incerte. Tale è il timore della malattia e della morte, e tale la forza della speranza, e la fiducia nel progresso medico, che ogni proposta che sembri aprire uno spiraglio di migliorare la salute e soprattutto di salvezza o prolungamento della vita è accolta spesso senza esitazione (16).
Risvolti morali nel caso clinico

Ci si può chiedere con quale diritto o autorità cerchiamo un risvolto morale. Ciò in quanto si può facilmente obbiettare che nel nostro contesto sociale, pluralista e dominato dal relativismo etico e culturale, ogni individuo è tenuto a rispondere solo alla propria coscienza, nella quale gli altri non hanno alcun diritto di intervenire. Ma l’obbiezione è priva di fondamento: 1) perché l’uso della libertà comporta inevitabilmente anche una responsabilità morale; 2) perché nell’ambito della medicina i medici debbono rispondere di tale responsabilità, non solo com’è ovvio alla propria coscienza, ma al paziente stesso e alla società intera che ha reso possibile la loro formazione e la loro professione; 3) perché non è concepibile contraddire il principio di beneficialità, anche se la concezione di bene (clinico, soggettivo, personale, spirituale ecc.) è spesso non univoca.
L’oncologo e il genetista innescando un processo decisionale gravoso per le estese mutilazioni proposte, hanno seguito comportamenti che non sono moralmente ineccepibili, dal punto di vista umano, sociale, scientifico e deontologico.

Dal punto di vista umano, per quanto concerne la relazione medico-paziente i due medici sembra abbiano abusato del loro ascendente praticando una specie di “paternalismo negativo”. La grave mutilazione chirurgica è stata proposta senza alternative e senza adeguata informazione, accentuando in tal modo la paura e la dipendenza della paziente.
Dal punto di vista sociale, i due medici hanno coinvolto il sistema sanitario nazionale con una catena di obbligazioni pesanti destinate al finanziamento di atti che se attentamente vagliati potrebbero risultare come futili.
Dal punto di vista scientifico, si configura come sopra documentato l’errore dell’indicazione medica al quale si lega la responsabilità morale di un insufficiente approfondimento culturale. Innanzitutto, non hanno tenuto conto delle limitate conoscenze attuali sul rischio reale di sviluppare un cancro del seno e/o delle ovaie. Rischio non ancora scientificamente dimostrato e che è applicabile soltanto alle donne che appartengono alle “rare famiglie” con molti casi di cancro tra madri, figlie e sorelle. E la nostra paziente non presenta tali relazioni genetiche.
Dal punto di vista deontologico, in quanto l’oncologo e il genetista non si sono sentiti in dovere, prima di suscitare nella paziente paure e speranze non fondate, di consultare il chirurgo, che ha curato la malattia primaria e che è e rimane il primo e diretto responsabile delle gravi mutilazioni proposte. Il fatto che il chirurgo, poi interpellato dalla paziente, non abbia condiviso la proposta della grave mutilazione chirurgica accentua le responsabilità morali degli altri colleghi.

La paziente è stata male informata dai primi due medici. Per tale motivo, ha vissuto in modo più accentuato il forte squilibrio già esistente tra medico e paziente. Trascinata dalla paura e da una mal riposta speranza nel potere della medicina scientifica è caduta nell’errore morale di ritenere che il suo giusto diritto all’autonomia sia predominante e incontrovertibile rispetto al valore intangibile della vita (primo principio, il valore della vita fisica), e alla dignità della persona (secondo principio di totalità o terapeutico). A ciò si aggiunge un errato rapporto con il chirurgo, il suo vero medico curante. Volendo imporre il metodo contrattualistico, la paziente vuole di fatto esautorare il chirurgo delle sue prerogative morali che contemplano l’obbligo professionale della beneficialità e della non maleficenza nei confronti del proprio paziente.
Paolo Rossi

1. Cfr. G. Angelini, La malattia un tempo per volere, Milano, Vita e Pensiero, 2000, pp. 43-63. Su una lettura complessiva della malattia e del senso della cura cfr. anche: R. Mordacci, I significati di salute e malattia, in Introduzione allo studio della bioetica, Milano, Europa Scienze Umane Editrice, 1996, pp. 157-203 C. Casalone, Medicina, macchine e uomini. La malattia al crocevia delle interpretazioni, Roma-Brescia, Gregorian University Press-Morcelliana, 1999; M.T. Bosco, La ferita di Chirone. Itinerari di antropologia ed etica in medicina, Milano, Vita e Pensiero, 2006; M. Chiodi, Etica della vita. Le sfide della pratica e le questioni teoriche, Milano, Glossa, 2006.
2. E. Bianchi - L. Manicardi, Accanto al malato. Riflessioni sul senso della malattia e sull’accompagnamento dei malati, Magnano (BI), Qiqajon, 2000, pp. 20-21.
3. Ivi, p. 28-29.
4. A.I. Solzenicyn, Padiglione cancro, ed. or. 1967, Roma, Newton Compton, 1994, pp. 25 e 29.  
5. Queste dimensioni, con qualche variante, sono riprese da A. Pangrazzi, La diagnosi spirituale, «Il Regno-attualità», 8, 2004, p. 247.
6. P. Monformoso, Aiutare alla speranza. Counseling per chi abita lo spazio del soffrire, Torino, Edizioni Camilliane, 2002, p. 80.
7. Per questo cfr. K. Demmer, Fondamenti di etica teologica, Assisi, Cittadella, pp. 40-41.
8. M. Chiodi, L’enigma della sofferenza e la testimonianza della cura. Teologia e filosofia dinanzi alla sfida del dolore, Milano, Glossa, 2003, pp. 249-250.
9. F.W. Schmidt jr., Sofferenza. Alla ricerca di una risposta, Torino, Claudiana, 2004, p. 32.
10. Per l’analisi del salmo sono debitore a L. Manicardi, “Perché, Signore, mi respingi” (Sal 88), in Esperienza e silenzio di Dio, “Parola spirito e vita. Quaderni di lettura biblica”, n° 30, Bologna, EDB, 1994, pp. 61-80. Tutte le citazioni riportare nel presente paragrafo sono tratte da questo articolo di Manicardi a cui si rimanda per un puntuale approfondimento.
11. Per una ripresa teorica del problema della sofferenza e del male nella teologia cristiana e nella filosofia cfr. A. Kreiner, Dio nel dolore. Sulla validità degli argomenti della teodicea, Brescia, Queriniana, 2000; P.A. Sequeri, Il senso del discorso teologico sull’agire di Dio e le difficoltà irrisolte della sua «giustificazione» in rapporto alla sofferenza dell’uomo, in Il significato cristiano della sofferenza, Brescia, La Scuola, 1982, pp. 99-110; Id., L’esperienza religiosa e lo scandalo del male, in L’esperienza religiosa oggi. La coscienza cristiana di fronte all’ateismo e all’indifferenza, Milano, Vita e Pensiero, 1986, pp. 135-148; Id., Il Dio affidabile. Saggio di teologia fondamentale, Brescia, Queriniana, 1996 (Biblioteca di teologia contemporanea, 85), pp. 406-427; C. Ciancio, Del male e di Dio, Brescia, Morcelliana 2006.
12. Il rischio di sviluppare tumore al seno non è il 100% perché anche in queste famiglie si sono osservati dei casi di donne con mutazione BRCA1 che non hanno sviluppato tumore neppure in età avanzata.
13. Gli uomini di queste famiglie, di solito, non sviluppano il tumore ma le loro figlie possono invece ammalarsi per aver ereditato dal padre il gene alterato.
14. Ciascun individuo possiede due copie per ciascun gene, una ereditata dal padre ed una dalla madre. I geni sono quelle parti del DNA che contengono sia il messaggio necessario alla cellula per costruire una data proteina (questa parte del gene è detta perciò "codificante") sia i segnali per la lettura di tale messaggio, ad esempio per far sì che il messaggio venga utilizzato solo in determinate situazioni di vita della cellula o in particolari tipi di cellule (queste parti del gene sono dette perciò "regolatrici"). Le alterazioni di un gene in grado di produrre un effetto dannoso sulla lettura del messaggio genetico (perché alterano il messaggio stesso o perché determinano una sua lettura in modi e tempi sbagliati) vengono dette mutazioni per distinguerle da quelle varianti geniche che non hanno particolare significato funzionale. Non sempre è possibile distinguere con facilità tra queste due situazioni.
15. Comitato Nazionale di Bioetica. SCOPI LIMITI E RISCHI DELLA MEDICINA 14 dicembre 2001 pag. 14 e pag. 21.
16. Comitato Nazionale di Bioetica. SCOPI LIMITI E RISCHI DELLA MEDICINA 14 dicembre 2001 pag. 25-38.
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Dott. Cleto Antonini, (C.A.), Aiuto anestesista del dpt di Rianimazione Ospedale Maggiore di Novara;
Don Pier Davide Guenzi, (P.D.G.), docente di bioetica presso l'Istituto Superiore di Scienze Religiose di Novara e vice-presidente del Comitato Etico dell'Azienda Ospedaliera "Maggiore della Carita'" di Novara.
Coordinatore: Prof. Paolo Rossi, (P.R.) Primario cardiologo
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Dott. Gianfranco Zulian, Responsabile medicina legale Ospedale ASL 13 Novara, Presidente del Comitato Etico dell'Azienda Ospedaliera "Maggiore della Carita'" di Novara
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