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Forum
di Bioetica |
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NEWSLETTER N. 36 - NOVEMBRE 2006 |
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| Gli scopi
del Forum sono: |
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- suscitare
un interesse culturale sui principi fondanti dell'etica
e della bio-etica,
- fornire gli elementi che aiutino le coscienze alla formulazione
di un retto giudizio morale,
- aprire il forum a tutte le voci di quelli che desiderano
esprimere il proprio punto di vista morale o le proprie
perplessita' sulle problematiche suscitate dall'attivita'
quotidiana,
- rispondere ai quesiti che potrebbero essere formulati
dagli operatori sanitari e dai cittadini. |
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| IN
QUESTO NUMERO |
| Intorno
ai principi dell' etica |
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| Aspetti
di un approccio spirituale e religioso al dolore |
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di
Pier Davide Guerenzi |
1.
La percezione della malattia e gli intrecci biografici
della persona
2. La tradizione cristiana sulla sofferenza: una teologia
interpellata
|
2.1
Sull’utilità della teologia come pensiero
che alimenta e non anestetizza il dramma dell’esistenza
2.2 Il grido dall’abisso dell’uomo non-più-uomo
2.3 La forza e il pathos di una relazione: Dio e l’uomo |
pag.
4-11 |
|
| La
parola ai lettori |
I limiti etici nelle gravi mutilazioni
chirurgiche
di
Paolo Rossi |
1.
Accanimento terapeutico
Caso Clinico (1) |
| (1)
Presentato dalla Dr.ssa Albanese Maria Cecilia dirigente
Ambulatorio Scompenso-Trapianto SOC Cardiologia A.O.S.Maria
della Misericordia 33100 Udine tel 0432 552453 fax 0432
482353 cel 347 7997560 albanese.mariacecilia@aoud.sanita.fvg.it
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1-a:
Implicazioni etiche |
2.
Scientismo acritico
Caso clinico (2) |
(2)
Presentato dal Dr. Sivano Poma, primario di chirurgia
nel Policlinico di Milano, silvano.poma@fastwebnet.it |
2.1
Disamina scientifica sul cancro del seno |
| Il
test BRCA |
2.2
Disamina etica |
La
radice dei conflitti
Principi di bioetica
Iatrogenesi
Relazione medico - paziente
Risvolti morali nel caso clinico |
pag.
11-20. |
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Tutte
le newsletter precedenti e l'indice analitico degli argomenti
pubblicati
sono archiviati nel sito: |
| www.foliacardiologica.it
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| Indirizzo
per la corrispondenza: paolorossi_125@fastwebnet.it |
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Intorno
ai Principi dell'Etica |
Aspetti
di un approccio spirituale e religioso al dolore |
Pier
Davide Guenzi |
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L’evoluzione
diagnostica e curativa ha mutato la percezione della
malattia e il suo radicarsi nella coscienza dell’uomo.
Da un lato è evidente l’accrescimento del potere di
intervento, di tipo preventivo, predittivo, diagnostico
e terapeutico, della medicina sulla malattia, tuttavia,
non di rado, a prezzo della scomposizione e reificazione
dell’uomo nelle sue entità organiche difettose, rendendo
meno evidente la comprensione della patologia come evento
che incide sulla persona intesa nella sua totalità psico-somatico-spirituale.
D’altro canto è lievitato il potere della malattia sull’uomo.
L’uomo di oggi è destinato a convivere a lungo con la
malattia e con la cronicità della sua evoluzione; a
livello psichico è cresciuto il timore, quasi ossessivo,
nei confronti della malattia, in forme più vistose rispetto
a generazioni precedenti. (1) Il presente contributo
intende accostare il tema dell’aiuto spirituale, all’interno
di una situazione di dolore, prendendo le mosse dall’idea
che la percezione del proprio essere malato si radica
a più livelli e viene a toccare gli strati biografici
della persona in tutte le sue dimensioni. Ugualmente
decisivo è l’approfondimento della tradizione teologica
cristiana in vista di una sua ripresa e comprensione
per coglierne la specificità del suo apporto e prendere
le distanze da letture semplificanti. L’attuale contesto,
segnato anche da una pluralità religiosa, rende necessario
anche un primo confronto con altre tradizioni religiose,
in particolare quella islamica, per rilevare eventuali
accentuazioni proprie. Al termine si cercherà di introdurre
qualche spunto per una maggiore qualificazione dell’assistenza
spirituale, integrata nel processo globale di cura e
come contributo sinergico a ogni altra forma di sostegno
fisiologico e psicologico a favore del paziente. Tali
passaggi possono dare ragione del particolare valore,
in chiave psico-sociale, che l’assistenza spirituale
può avere nel delicato processo terapeutico che si compie
“al letto del paziente” investendo più
attori uniti nella responsabilità comune e condivisa
di assicurare il suo possibile bene integrale. |
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1.
La percezione della malattia e gli intrecci biografici
della persona |
Malgrado
la difficoltà ad affrontare in modo pienamente umano
l’esperienza della malattia e della sofferenza, non
viene meno da parte dell’uomo contemporaneo, nonostante
un’incertezza globale, spesso paralizzante, l’esigenza
di essere riconosciuto come persona: «l’attesa dell’uomo
di essere colto nella sua globalità e di avere la possibilità
di manifestare ciò che costituisce il fondo della sua
umanità. È bisogno di una presenza, esigenza di ascolto,
manifestazione e ricerca di gratuità, desiderio di confidenza,
domanda di unità (anzitutto con se stessi), desiderio
di composizione delle proprie relazioni, sete di comunicazione…»
(2). Più che in chiave immediatamente etico-operativa,
questa esigenza si manifesta radicalmente nell’acconsentire
di porre, anche all’interno del tempo della malattia,
la questione umana circa un senso per la vita La criticità
della malattia in fase acuta fa entrare quasi improvvisamente
nella condizione di essere malati, il cui risvolto alla
coscienza immediata è quello di una rottura, di una
crisi nella linearità della vita e di ristrutturazione
della propria esperienza dello spazio e del tempo, intesi
più che come dimensioni fisiche e quantificabili, come
categorie della psiche umana. «Nella malattia tutte
le relazioni, con se stesso, con gli altri, con le cose
e con Dio, subiscono un profondo mutamento. La malattia
diviene così un osservatorio nel quale il malato è chiamato
ad ascoltare di nuovo, a vedere e ad assumere la realtà
da un’angolatura assolutamente inedita. Il rapporto
con il corpo, con il tempo, con la parola e dunque con
gli altri è profondamente sconvolto per il malato che
si trova in una situazione di radicale bisogno» (3)
. Un’eco letteraria di tale percezione connessa all’evento
patologico ci è offerta da Aleksandr Isaevic Solzenicyn
nel romanzo Padiglione cancro dove si tratteggia in
modo preciso la malattia come cesura e separazione rispetto
alla condizione precedente e introduzione in un tempo
di isolamento, foriero di pensanti domande circa il
senso dell’esistenza e la qualità del suo futuro: «Poche
ore dopo, quella stessa sera, in corsia Pàvel Nikolàevic
fu colto dalla paura. Il grumo duro del tumore, inaspettato,
assurdo, inutile, lo aveva trascinato qui, e lo aveva
gettato su quella branda di ferro, stretta, misera,
con la rete cigolante e il materasso troppo sottile.
Era bastato cambiarsi, lì, sotto la scala, salutare
i familiari e salire in corsia, perché si chiudesse
di scatto tutta la sua vita passata e un’altra ne sorgesse,
ma talmente abbietta da far più paura del tumore stesso.
Tutta la famiglia Rusànov, un modello di famiglia unita,
tutta la loro vita così ben avviata e l’appartamento
impeccabile, tutto si è staccato da lui per rimanere
al di là del tumore. Essi vivono e continueranno a vivere,
comunque vada a finire per il padre. Per quanto si preoccupino,
si agitino, piangano, il tumore lo divide da loro come
una parete: e da questa parte Pàvel è solo» (4) . La
segnalazione di questo episodio narrativo consente di
accostarci in modo meno imperfetto all’idea generale
del “riconoscimento della soggettività personale” del
paziente. È evidente nel testo l’idea per cui lo stato
conclamato di malattia e il suo trattamento nella degenza
ospedaliera venga a toccare più elementi che definiscono
l’attuale identità di Pàvel: l’oggettività clinica della
patologia tumorale («Il grumo duro del tumore»), la
risonanza psicologica che essa viene ad avere in lui
(una nuova vita «talmente abbietta da far più paura
del tumore stesso»), il suo vissuto relazionale e sociale
(la famiglia Rusànov «un modello di famiglia unita…»),
le risorse più o meno a disposizione per fronteggiare
la sua malattia («da questa parte Pàvel è solo»). L’identità,
toccata dal processo patologico, è complessa, segnata
dall’intreccio di biografie differenti che si condensano
nell’unico vissuto personale. Ciascun paziente presenta
livelli biografici pluristratificati; la patologia organica
restituisce l’evidenza di un vissuto esistenziale complesso
e di una storia di vita composita, che non possono essere
rimossi, ma devono essere riconosciuti lasciandoli emergere
con finezza ed attenzione per impostare un adeguata
forma di cura e di sostegno spirituale. Semplificando
possiamo rintracciare una biografia fisica, quella oggettivabile
nell’anamnesi dell’organico; una biografia cognitiva,
che rintraccia i pensieri e quanto è a disposizione
della persona per esplicitare le sue richieste; una
biografia affettiva che emerge attraverso la qualificazione
degli affetti e dei sentimenti che segnano la persona
nell’incedere della patologia; una biografia sociale
che si esprime nelle relazioni interpersonali e nei
ruoli propri di ciascuno all’interno della comunità;
una biografia spirituale che introduce ad un livello
esistenziale profondo, quello dell’universo personale
dei valori e delle risorse interiori per far fronte
alla malattia, compresa la sua adesione ad una particolare
fede religiosa o ad una prospettiva di vita che consideri
l’ipotesi del Trascendente (5). Quest’ultima è scossa,
al di là della compromissione organica, e viene ad influire
su tutte le altre dimensioni biografiche della persona,
introducendola in una svolta di vita in cui ogni aspetto
della sua storia si trova ad un punto di tensione che
segnala l’impossibilità di ritornare ad essere quello
di prima e di dover riorganizzare la propria esistenza
e il suo senso. Una tale lettura, rispettosa nel far
emergere e considerare alla luce dell’evento somatico
patologico tutti gli altri aspetti implicati, domanda
un’adeguata attenzione da parte dell’operatore sanitario,
del consulente psicologico e dell’assistente spirituale,
in quanto reciprocamente complicantesi nell’atto clinico.
L’accostamento alla persona ammalata è dunque la prossimità
ad una storia complessa che può essere fatta emergere
in vista di un aiuto complessivo da offrire a chi soffre.
In particolare deve essere compresa adeguatamente la
“paura” di chi vive un’esperienza di malattia. Il testo
di Solzenicyn, ne dà un referto significativo: ben più
del tumore, ma sia detto anche a causa della disfunzione
dell’organico occasionata dalla grave patologia, si
agita nel soggetto un intreccio di paure, che a volte
restano inconfessate, mute, che non affiorano a livello
della parola, o restano prigioniere di “razionalizzazioni”,
o per le quali non si trovano persone in grado di accoglierle
lasciandole emergere attraverso il dialogo. Su questo
livello si situa l’intervento di accompagnamento spirituale
di qualità, integrato nel più globale processo di presa
in carico del paziente, del suo vissuto biografico e
delle sue storie esistenziali. Tali “paure”, presenti
sempre nell’uomo, ma rese acute nella situazione di
sofferenza, sono state ben evidenziate da Paolo Monformoso:
1. la paura di essere abbandonato, di essere o rimanere
solo, di non essere amato;
2. la paura di non essere considerato, stimato, di non
valere;
3. la paura di non essere all’altezza, di non farcela,
di non avere le capacità per andare avanti, di non meritarsi
la vita;
4. la paura che le cose non possano cambiare più, e
che non sia possibile vivere la vita che si sognava
o progettava prima dell’evento-malattia (6).
Accogliere queste paure, consentire al sofferente di
portarle alla luce, è parte di un processo di aiuto
spirituale che vuole essere rispettoso di quanto la
persona vive. Sviluppare una relazione spirituale con
il malato significa condurre un dialogo spirituale di
estrema finezza, segno di vicinanza alla situazione
“reale” di chi soffre, che permetta alla persona di
dire il proprio dolore e le proprie paure e trovare
in esso la sua personale interpretazione e verità. |
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2.
La tradizione cristiana sulla sofferenza: una teologia
interpellata |
2.1
Sull’utilità della teologia come pensiero
che alimenta e non anestetizza il dramma dell’esistenza |
Il
pensare Dio, da parte del teologo, alla luce del racconto
fondatore che struttura il proprio orizzonte mentale,
non è un’operazione di semplificazione del pensiero,
né dispensatore di risposte rassicuranti ad immediata
disposizione, ma piuttosto introduce in un ulteriore
snodo drammatico l’esercizio della riflessione (7).
Ciò si rende particolarmente evidente nella questione
della sofferenza umana, dove le stesse categorie elaborate
per “pensare” Dio arrivano ad una tensione estrema,
scontrandosi contro il fatto del soffrire che, se pure
può essere controllato a livello di sintomatologia corporea
attraverso l’intervento tecnico-medico, tuttavia non
può essere rimosso (né lo è facilmente) in ordine alla
questione del senso esistenziale. Sotto questo profilo,
pur nella fatica di pensare, e di continuare a pensare
Dio di fronte al dolore umano, la riflessione teologica
– quando correttamente intesa e sviluppata da parte
del teologo – può svolgere una salutare provocazione
alla coscienza contemporanea. Su tale questione possono
essere condivise le osservazioni di Maurizio Chiodi:
«L’illusione moderna che fugge o sospetta la sofferenza,
rischia di ridurla ad un “problema” di esclusiva competenza
tecnico-scientifica, affrontandola con soli mezzi clinici,
nell’illusione di “possedere” il mondo attraverso il
dominio strumentale. Ciò che manca è di riconoscere
che la malattia pone intrinsecamente la questione del
senso. Il dolore non è riconosciuto come interrogazione
e questione complessiva dell’esperienza umana (8). Per
questo «la fede, [e la sua riflessione critica, oggetto
della teologia] intesa correttamente, dovrebbe darci
la fiducia e il coraggio di penetrare ancora più profondamente
nelle realtà della vita (9). Lo sforzo di pensare Dio
accanto al dolore dell’uomo e la “pretesa” di giungere
a capire meglio chi sia il Dio cristiano e l’uomo nella
condizione di sofferenza può prendere le mosse proprio
da un testo poetico della Bibbia, un Salmo, in cui si
addensa tutta la drammaticità della condizione di sofferenza. |
2.2
Il grido dall’abisso dell’uomo non-più-uomo |
Il
Salmo 88 («Signore, Dio della mia salvezza, /
davanti a te grido giorno e notte») può
essere definito il più buio di tutta la raccolta
biblica: le tenebre e la morte imminente dell’orante
occupano l’intera scrittura del componimento,
senza alcun esito positivo e apparenti squarci di speranza.
Per il suo drammatico andamento merita di essere letto
e accostato accanto agli altri testi che ci restituiscono
una particolare esperienza di malattia. (10) Il salmo
intreccia due motivi di fondo, ripresi per tre volte
nel corso della lamentazione: l’evocazione della
preghiera (vv. 2-3, 10b, 14) e la motivazione della
supplica, introdotta da tre interrogazioni retoriche,
attraverso la descrizione di una situazione estrema
che avvicina l’orante alla condizione dei “morti”(vv.
4-10a, 11-13, 15-19). Gli elementi ritornanti nel salmo
(l’io orante, Dio, i morti, la conoscenza e le
tenebre) rappresentano una chiave tematica per l’interpretazione
del testo. «Siamo di fronte a una preghiera di
domanda, ma non si tratta di una domanda che voglia
ottenere qualcosa […], bensì di una domanda
di senso». Qual è il senso dell’esperienza
dell’orante che sembra ormai solo conoscere la
tenebra?
Ciò di cui l’orante sta facendo esperienza
è la morte anticipata nella vita. Questo ammalato
sta “conoscendo”, essendovi coinvolto totalmente,
è solo il volto oscuro e tenebroso della vita
che si insinua ormai irreparabilmente nella morte. Nelle
sue parole, pur richiamandosi alle immagini percepite
dal confronto con la morte di altri, egli ha la certezza
soggettiva del proprio morire. Il silenzio di Dio è
l’irruzione della morte nella sua vita, o meglio,
il trasferimento della sua vita nell’impero della
morte. Ai vv. 4-5 si precisa la contraddizione della
sua condizione attraverso l’introduzione di immagini,
abitualmente connesse alla pienezza del vivere, rilette
come figure della morte. «Io sono sazio di mali»
(v. 4a): la sazietà, espressione della vita rigogliosa,
della nutrizione, della benedizione di Dio, è
ora per opposto quella negativa del tormento e del male.
«La mia vita ha raggiunto la She’ol»
(4b): la metafora del viaggio, associata alla vita e
alla sua dimensione progettuale, qui è impiegata
per mostrare l’epilogo estremo, la dimora dei
morti, la She’ol, secondo la cosmologia
biblica più antica. «Sono censito tra chi
scende nella fossa» (v. 5a): il censimento che
conta i nati e i viventi, qui diventa il registro dei
cittadini del regno dei morti. «Sono come un uomo
senza forza» (v. 5b): l’orante è
un uomo, designato nel testo ebraico con il termine
preciso che contiene in radice l’idea della forza,
privato di ciò che da consistenza alla sua vita;
“sono come un forte privato di forza”, “sono
come un uomo che non è più uomo”,
sembra dire il salmista nella sua invocazione.
Ponendo di fronte a Dio la sua condizione paradossale
non cessa di essere un credente, tuttavia pienamente
consapevole del radicale cimento a cui è sottoposta
la sua fede. Come autentico fedele si richiama al Dio
dell’alleanza, ai suoi attributi tradizionali
di amore, fedeltà, giustizia, ai prodigi del
suo agire. «Ma l’orante di Sal 88 ricorda
questi attributi divini solo per affermare che Dio
non li manifesta ai morti: la She’ol
(10) non è raggiunta dall’azione salvifica
di Dio. Questa si manifesta solo nella storia».
Nel regno delle ombre non c’è ricordo,
non c’è memoria, dunque non c’è
storia: per il morto, Dio non può fare più
nulla. Così l’interpellazione a Dio acquista
il significato di una domanda sull’enigmaticità
di Dio, più che una richiesta di guarigione.
Questo volto enigmatico di Dio resta per tutto lo sviluppo
del salmo e ne fa la sua grandezza particolare: «la
fede non fa scomparire, come d’incanto, la dimensione
di enigmaticità dall’esistenza. E non la
elimina neppure da Dio, altrimenti Dio si ridurrebbe
a un idolo manipolabile di cui ci si può appropriare
e che si può mettere al proprio servizio. Il
credente dunque arriva a sperimentare l’enigma».
Avvolto dalle tenebre, l’uomo biblico non cessa
di gridare, di “agire” l’ultimo atto
di fronte al “patire”; di vivere anche l’ultimo
evento, quello della morte, non come il piegarsi ad
una “necessità” ineluttabile, ma
come un’esperienza di “libertà”:
quella di lottare, invocando il suo Dio. Il suo grido
è un appello alla responsabilità di Dio
nei suoi confronti. «L’orante non nega
la presenza di Dio, non fa del silenzio di Dio un’assenza
di Dio, non dice – come l’empio –
“Dio non c’è” (Sal 10, 4; 14,
1), ma per lui questa presenza è avvolta nell’oscurità
e nel silenzio». Un urlo, quasi disperato, diventa
l’estrema forma con cui egli può esprimere
la sua fede: «lottando contro il silenzio della
morte egli vuole situare se stesso ancora in relazione
a Dio».
|
2.3 La forza e il pathos di una relazione: Dio e l’uomo
|
Tutta
la Bibbia può essere, dunque, percorsa alla luce
di una categoria, quella della relazione con l’uomo
da parte di Dio, che acquista una densità di
significato radicale, rispetto alla ricerca e alla giustapposizione
di attributi di Dio, quali la sua potenza e la sua bontà,
quegli stessi che vengono messi alla prova dal fatto
indubitabile che l’uomo soffre. Per questo non
appaiono convincenti tutta una serie di letture, pur
attestate nella storia del pensiero cristiano, che significano
la sofferenza umana in rapporto ad un discutibile disegno
di Dio, onnipotente e buono sull’uomo. O meglio
non si presentano come risposte immediate, a pronta
disposizione da parte del sofferente, o a superficiale
dispensazione da parte di chi si pone accanto in atteggiamento
di aiuto spirituale. Risposte di questo tipo finiscono
per deviare rispetto allo spessore muto e irriducibile
del soffrire umano, spiritualizzandolo fino ad evitarne
un confronto aperto e problematico anche nella sua consistenza
organica che intacca la stabilità psicologica
del malato. Risposte di questo tipo sono quelle che
attribuirebbero un senso alla sofferenza in rapporto
al peccato umano, o perché radicata in una insondabile
“volontà di Dio”, o per il valore
istruttivo circa la precarietà della vita come
condizione esistenziale umana, o che, semplicemente
pongono la sofferenza nella sfera di quelle cose che,
pur non collegabili alla volontà di Dio, sembrano
restare fuori dalla sfera della sua competenza e che
dunque Dio “permette”. (11)
Piuttosto, istruiti dall’estremo grido umano palesato
nel Salmo 88, un grido che continua ad appellarsi alla
relazione con Dio come significativa per la vita dell’orante
in cammino verso la morte, siamo rimandati ad un elemento
più convincente, attraverso la cui filigrana
interpretare l’intero testo biblico.
Già il libro della Genesi,
nella sua “ingenua profondità” di
racconto sapienziale, mostra, attraverso il linguaggio
del pathos partecipativo, l’ansia di
relazione come elemento caratterizzante l’essere
di Dio nei confronti dell’uomo. L’attributo
più evidente di Dio, alla luce di questi testi,
non è la suo onnipotenza o l’esercizio
di una volontà che si impone sull’uomo,
ma la passione per un confronto aperto e dialogico con
l’uomo, nel rispetto pieno di entrambi i partner
implicati. Tale relazione, attribuita a Dio, diventa
una modalità di comprendersi da parte dell’uomo:
di “definire” la fede come tensione ad una
relazione che abita per intero l’esistenza fino
ai suoi limiti. Tale pathos divino è,
inoltre, a fondamento dell’autonomia dell’uomo;
origina la sua libertà di corrispondere dialogicamente,
come custode di quella parola con cui JHWH continua,
secondo la fede biblica, a dare ordine al mondo, affidandolo
alla responsabilità umana perché la sappia
custodire e con essa significare l’esistenza.
Tale idea implica anche quella per cui l’opera
di Dio resta aperta ad un suo ulteriore compimento.
In questa convinzione Israele sa, lo constata, che il
caos e la sofferenza permangono. Così
la perfezione di Dio, che ha davanti a sé il
creato come realtà “buona e bella”,
non è compiuta, ma in via di compimento. Un’eco
di questa visione permane anche nei testi cristiani
e in particolare nella lettera di Paolo ai Romani, in
cui si raffigura il mondo e le creature nel continuo
dolore di un parto verso la piena libertà (cfr.
Rm 8, 18-25).
continua.. |
| |
| Pier
Davide Guenzi, docente di teologia morale presso la Facoltà
Teologica dell’Italia Settentrionale, Sezione parallela
di Torino; e di Introduzione alla teologia presso l’Università
Cattolica del S. Cuore di Milano. |
| |
La
parola ai lettori |
I
limiti etici nelle gravi mutilazioni chirurgiche |
|
I
casi clinici esposti dai nostri lettori ci permettono
di etichettare gli aspetti etici delle gravi mutilazioni
chirurgiche in due categorie: l’accanimento terapeutico
e lo scientismo acritico. |
1.
Accanimento terapeutico |
L'accanimento
terapeutico avviene quando una persona o i suoi parenti
considerano la morte stessa una malattia curabile, invece
che un processo fisiologico di fine attività
vitale. Il tentativo di opporsi con ogni mezzo al processo
fisiologico della morte, riesce in realtà soltanto
a prolungare l'agonia, che diventa così lunga,
sfiancante e dolorosa, anche per i parenti. Il termine
"accanimento" indica "l'ira ostinata
dei cani", letteralmente segnala "ostinazione,
tenacia" e per estensione "perseveranza
rabbiosa e crudele". Terapia significa cura,
assistenza, guarigione da una malattia. Dunque, accanimento
terapeutico vuole significare perseveranza crudele nel
trattamento di una malattia che non guarisce e che sta
conducendo a morte.
Caso Clinico (1)
Il paziente cinquantenne, un ottimo tecnico che nonostante
la malattia faceva il consulente per il mondo, presentava
lesioni vascolari in molti organi (panvascolopatico),
e quindi, la grave cardiopatia che ha reso necessario
il trapianto di cuore, era associata con la malattia
di altri organi vitali. Dopo il trapianto, un rigetto
acuto del cuore ricevuto ha causato una caduta della
portata circolatoria tale che il paziente è entrato
in coma profondo per cui è stato tracheotomizzato
e collegato al respiratore. La bassa gettata cardiaca
ha evidenziato ed aggravato anche la insufficienza renale
per cui il paziente è sottoposto alla dialisi
extracorporea. Da ultimo durante la crisi di rigetto
si è determinata una gravissima ischemia agli
arti inferiori. Il paziente è stato quindi sottoposto
ad amputazione delle due gambe per evitare la cancrena
degli arti inferiori. E ciò, nonostante il parere
contrario della sorella (essendo egli non sposato e
senza figli) che ha tentato di opporsi ,
dopo essere stata convocata dal cardiochirurgo e dal
rianimatore. La Dr.ssa Albanese riferisce che il cuore
adesso funziona bene, ma, per fortuna°, °non
è cosciente e sta andando in MOF. Se per
disgrazia dovesse uscirne fuori sarebbe disperato. |
| (1)
Presentato dalla Dr.ssa Albanese Maria Cecilia dirigente
Ambulatorio Scompenso-Trapianto SOC Cardiologia A.O.S.Maria
della Misericordia 33100 Udine tel 0432 552453 fax 0432
482353 cel 347 7997560 albanese.mariacecilia@aoud.sanita.fvg.it
|
|
Implicazioni
etiche |
Concordo
con la Dr.ssa Albanese nel considerare il caso clinico
da lei presentato come una forma di accanimento terapeutico
particolarmente gravoso. Ritengo tuttavia che una commissione
etica, come da lei auspicata, non avrebbe influenzato
sensibilmente il processo decisionale dei medici responsabili
per due importanti motivi.
Innanzitutto, il parere di una commissione è
solo consultivo e non è vincolante a differenza
di quanto si verifica nel contesto di ricerche cliniche
di tipo terapeutico, controllate con placebo. Una commissione
etica ospedaliera è chiamata a dare giudizi di
liceità etica sui protocolli di ricerca prima
che questi vengano autorizzati dalle autorità
sanitarie. I suoi membri in genere non vengono coinvolti
in responsabilità dirette sulla evoluzione dei
singoli casi clinici. Di questi sono invece responsabili
dal punto di vista medico, morale e giudiziario i medici
curanti, per cui è nelle loro mani il processo
decisionale diagnostico e terapeutico che dovrebbe essere
realizzato nel rispetto dei principi del consenso informato
e della dignità della persona.
Il secondo motivo è più
importante perché l’errore morale risulta
essere legato, a mio giudizio, ad una impropria
applicazione della scienza medica, sulla quale
una commissione etica è molto improbabile che
possa essere coinvolta. Nel presente caso, l’applicazione
impropria della scienza medica configura accanimento
terapeutico già nella prima decisione di effettuare
il trapianto cardiaco in un soggetto così compromesso
nei suoi organi vitali. Nei protocolli internazionali
tra le controindicazioni al trapianto cardiaco oltre
all’età sono comprese le alterazioni irreversibili
in altri sistemi le quali, riducendo di per sé
l’aspettativa di vita, non solo renderebbero “futile”
il trapianto, ma priverebbero un altro potenziale ricevente
in ansiosa attesa dell’organo donato. Una forma
di accanimento terapeutico è l’impiego
continuato di mezzi terapeutici inutili. La pluralità
di valori morali esistente nella nostra società
rende difficile un accordo sul concetto di “futilità”.
I medici sono continuamente di fronte al problema dei
pazienti e dei famigliari che insistono per
avere trattamenti salvavita che altri giudicano inutili.
Una chiara comprensione della futilità in medicina
si è rivelata piuttosto elusiva. Molti medici
possono non essere capaci di definirla, ma quando si
presenta sanno riconoscerla bene. Un atto medico potrebbe
essere giudicato inutile o nel caso in cui non serve
a curare la malattia primaria o quando un trattamento
è chiaramente futile nel raggiungere i suoi obiettivi
o scopi fisiologici e non offre alcun beneficio al paziente.
Un’altra impropria applicazione di scienza medica
si potrebbe configurare nell’evento del rigetto
acuto che ha scatenato l’accanimento successivo.
I moderni sistemi di tipizzazione immunitaria che accertano
la compatibilità tra ricevente e donatore insieme
alla terapia antirigetto hanno reso il rigetto acuto
molto raro e prevenibile.
Una guida di comportamento morale.
Non solo il medico ma ogni persona potrebbe trovarla
meditando su queste parole di Giovanni Paolo II. Nella
Evangelium Vitae, n.65, il Papa definisce l’accanimento
terapeutico in questi termini: «Dalla eutanasia,
va distinta la decisione di rinunciare al cosiddetto
«accanimento terapeutico», ossia a certi
interventi medici non più adeguati alla reale
situazione del malato, perché ormai sproporzionati
ai risultati che si potrebbero sperare o anche perché
troppo gravosi per lui e per la sua famiglia. In queste
situazioni, quando la morte si preannuncia imminente
e inevitabile, si può in coscienza «rinunciare
a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento
precario e penoso della vita, senza tuttavia interrompere
le cure normali dovute all'ammalato in simili casi».
Si dà certamente l'obbligo morale di curarsi
e di farsi curare, ma tale obbligo deve misurarsi con
le situazioni concrete; occorre cioè valutare
se i mezzi terapeutici a disposizione siano oggettivamente
proporzionati rispetto alle prospettive di miglioramento.
La rinuncia a mezzi straordinari o sproporzionati non
equivale al suicidio o all'eutanasia; esprime piuttosto
l'accettazione della condizione umana di fronte alla
morte.» |
|
2.
Scientismo acritico |
L’applicazione
sull’uomo di teorie scientifiche, in forma indiscriminata
e priva di discernimento, cioè non preceduta
da ponderata riflessione, costituisce un uso improprio
della scienza che introduce lo scientismo nella pratica
sanitaria, in quanto indica un dogmatico eccesso di
fiducia nel metodo scientifico. Lo scientismo è
un termine con significato negativo, che indica la degenerazione
culturale di chi, affascinato e conquistato dall'importanza
e dalla novità delle scoperte scientifiche, finisce
per trasformare la scienza in una specie di fede, attribuendole
un ruolo che va oltre i confini della conoscenza ed
esprime in modo acritico e superficiale la convinzione
che la scienza può essere lo strumento che potrà
eliminare tutti i mali dell'umanità. Lo scientismo,
fu un atteggiamento che si diffuse in una parte dell'opinione
pubblica alla fine del 1700; c'è da notare come
quasi mai gli scienziati e coloro che si occuparono
seriamente di cultura e scienza,nutrirono tali idee.
Oggi, la convinzione di poter raggiungere la "certezza"
scientifica appare infondata a causa della complessità
dei fenomeni che la stessa ricerca scientifica continuamente
rivela.
Finora, non è stato possibile eliminare le erronee
convinzioni che sussistono nei profani, ma anche in
molti degli stessi medici, circa lo stato della scienza
e dell'arte medica il cui grado di conoscenza, e soprattutto
i cui poteri, vengono spesso sopravvalutati. Di questo
dato di fatto occorre prendere atto, perché altrimenti
si rischia di travisare gravemente sia gli scopi della
Medicina scientifica sia la natura dei mezzi di cui
essa dispone e soprattutto i limiti di tali mezzi. E
si corre anche il rischio, sul terreno dell'etica, di
non tracciare alcun confine all'opera dei medici, confine
che deve essere invece individuato, per quanto possibile,
ad opera della società intera. Anche se sul piano
pratico lo squilibrio tra medico e paziente è
ineliminabile, spetta certamente al medico ridurre al
massimo questa asimmetria, fa parte della sua Arte sul
piano tecnico prima ancora che su quello morale.
Il caso clinico (2)
Donna di 38 anni, operata 5 anni fà per carcinoma
mammario, attualmente senza segni di progressione. Ha
eseguito il test per il BRCA che è risultato
positivo. L’oncologo e il genetista, visto l’alto
rischio di Carcinoma della mammella e dell’ovaio,
> 60% nella vita, hanno consigliato la mastectomia
controlaterale e la isteroannessiectomia totale (asportare
cioè interamente la mammella, l’utero e
le ovaie del tutto sani). La signora ha pienamente accettato,
anzi spinge per eseguire al più presto l’intervento.
Il Dr. Poma, che dovrebbe effettuare l’intervento,
non ritiene giustificato eseguire questa grave mutilazione
sia perché non modifica il rischio di progressione
della malattia primaria, sia perché quel rischio
del 60% di sviluppare un altro cancro (su base genetica)
è diluito nel tempo, e stimato per una durata
della vita di 80 anni. |
| (2)
Presentato dal Dr. Sivano Poma, primario di chirurgia
nel Policlinico di Milano, silvano.poma@fastwebnet.it |
|
Disamina
scientifica sul cancro del seno |
Il
quesito che pone il Dr. Silvano Poma, primario chirurgo
del Policlinico di Milano, è delicato perché
viene messa in gioco la sopravvivenza di un essere umano
ed è difficile perché i giudizi clinici
che sono stati formulati su questo caso, sono fondati
su probabilità di rischio che possono costituire
di per sé un artificio statistico senza corrispondenza
con la vera storia naturale della persona coinvolta.
Prima di discutere gli aspetti etici è sempre
necessario delimitare bene i contenuti scientifici,
cioè le conoscenze acquisite e le ipotesi che
si trovano a monte del caso clinico. In questo caso
dobbiamo analizzare il significato medico del test BRCA
con le sue implicazioni morali. |
Il
test BRCA |
Nella
metà degli anni '90, a seguito di studi condotti
su rare famiglie in cui numerosi casi
di tumore al seno e/o tumori all'ovaio erano stati diagnosticati
in donne di giovane età, sono stati identificati
due geni, BRCA1 e BRCA2 (BReast CAncer
1 e 2).
La scoperta che una mutazione ereditaria di BRCA1 o
BRCA2 era presente nelle donne malate ma non nelle donne
sane di queste famiglie ha permesso di affermare che
donne portatrici di mutazioni dei geni BRCA ed appartenenti
a quel tipo di famiglie sono ad alto rischio di sviluppare
un tumore al seno (attorno all'80% se si considera un
arco di vita fino ai 70 anni: ovvero 80% di probabilità
di sviluppare la malattia se si vive fino a 70 anni
ma nessuna informazione certa su quando)(12) e all'ovaio
(40-60% se si considera un arco di vita fino ai 70 anni,
con rischio aumentato soprattutto a partire dai 40 anni).
Studi di tipo epidemiologico hanno dimostrato che donne
con familiari di primo grado (madre, sorelle, figlie)
che hanno sviluppato uno di questi tumori hanno un rischio
aumentato (circa due-tre volte nel caso del tumore della
mammella e tre-quattro volte nel caso di tumore dell'ovaio)
di sviluppare anch'esse la stessa malattia nell'arco
della loro vita rispetto a donne senza tale storia familiare.
E' noto che in alcune famiglie il tumore del seno e/o
dell'ovaio si presenta in circa la metà delle
donne della famiglia che sono figlie di donne malate
(13) secondo i caratteri propri delle malattie ereditarie
dovute ad alterazioni di una delle due copie di specifici
geni (14).
Dal 1995 ad oggi numerosi gruppi di ricerca in tutto
il mondo hanno cercato di capire quale sia la percentuale
di casi familiari di tumore al seno e/o all'ovaio riconducibile
a mutazioni ereditabili dei geni BRCA1/BRCA2. Per far
ciò, oltre alle famiglie invitate a partecipare
agli studi negli anni '90, molte altre famiglie con
varie combinazioni di storie di tumore al seno e/o all'ovaio
(in termini di numero di casi ed età d'insorgenza
della malattia) sono state inserite in progetti di ricerca
riguardanti BRCA1 e BRCA2 che sono, in parte, ancora
in corso. Inoltre, mutazioni in questi geni sono
state anche ricercate in donne con tumore del seno o
dell'ovaio, indipendentemente dalla loro storia familiare.
Dai risultati delle analisi mutazionali oggi disponibili
si può dedurre che la probabilità di trovare
una mutazione BRCA1/2 è alta (più del
50%) soprattutto quando la storia famigliare riporta
numerosi casi di tumore al seno e/o casi di tumore all'ovaio
in giovane età mentre, ad esempio, la presenza
di un solo caso di tumore al seno in giovane età
(meno di 40 anni) sembra riconducibile ad una mutazione
BRCA1/2 in meno del 10% dei casi.
Da questi studi è emersa un'altra importante
informazione: il rischio di cancro associato a specifiche
mutazioni BRCA1/BRCA2 sembra essere più alto
nelle donne portatrici di mutazione selezionate perché
appartenenti a famiglie 'ad alto rischio' rispetto a
quello di donne portatrici di mutazione non appartenenti
a tali famiglie.
Quindi, le attuali stime sul rischio di cancro associato
a specifiche mutazioni BRCA1/BRCA2 sono di tipo preliminare
e non conosciamo i fattori in grado di modulare l'effetto
di una mutazione nelle singole donne.
Tutto ciò deve essere tenuto presente nel momento
in cui si decide di prendere in considerazione una o
l'altra delle ipotesi di sorveglianza o di riduzione
del rischio oggi proposte ai soggetti portatori di mutazioni
BRCA1. (Istituto Nazionale per la Ricerca sul Cancro
di Genova).
La maggior parte delle ricerche relative a BRCA1 e BRCA2
è stata fatta sulle grandi famiglie con molti
individui malati. Le valutazioni del rischio di cancro
del seno e delle ovaie collegato con le alterazioni
BRCA1 e BRCA2 sono state calcolate dagli studi di queste
famiglie. Poiché i membri della famiglia ripartiscono
una proporzione dei loro geni e, spesso, il loro ambiente,
è possibile che il grande numero di casi di cancro
visti in queste famiglie può essere parzialmente
dovuto altri fattori genetici
o ambientali. Di conseguenza, le valutazioni di rischio
che sono basate sulle famiglie con molti membri malati
non possono riflettere esattamente i livelli del
rischio nella popolazione generale. (A Service of
the National Cancer Institute, 2002, USA) |
Disamina
etica |
Le
divergenze che possono manifestarsi tra gli scienziati
nella interpretazione e nell’applicazione delle
ipotesi scientifiche rientrano nella normalità
del dibattito scientifico. Si può anche affermare
che ciò dipende innanzitutto dal fatto che tali
ipotesi non sono mai definitive e che esse sussistono
finché non vengano contraddette da altre prove
sperimentali come è necessario che accada nella
dinamica del progresso scientifico. La scienza si occupa
di un mondo di puri oggetti. Il mondo reale,
in cui noi viviamo, però, non è fatto
di puri oggetti ma di oggetti e di soggetti. Continuamente
i soggetti proiettano sugli oggetti le loro emozioni,
i loro desideri, e rendono il mondo naturale antropomorfo,
cioè gli attribuiscono una forma umana. Per costruire
la scienza è stato necessario depurare il mondo
di tutti gli elementi soggettivi, ridurlo a pura oggettività,
di modo che tutta la realtà naturale possa essere
compresa sulla base di poche semplici categorie (materia,
estensione, velocità, massa, ecc.) e delle loro
interazioni.
Naturalmente il mondo descritto
dalla scienza non è il mondo reale. È
una astrazione metodologica: il mondo della soggettività
umana che la scienza mette tra parentesi non cessa di
esistere. La degenerazione della scienza moderna è
il riduzionismo scientista o, più semplicemente,
lo scientismo, cioè lo sforzo di spiegare il
mondo umano, e con esso la morale e la religione, con
le categorie delle scienze naturali. Il riduzionismo
è portato alla semplificazione di tutto anche
dei fenomeni complessi, di per sé irriducibili,
e quelle che sono ancora ipotesi vengono dogmaticamente
considerate teorie definitive e diventa lecito tutto
ciò che è tecnicamente possibile. Tutto
questo investe un delicato contenzioso morale in cui
si confrontano posizioni che mettono in gioco o meglio
in pericolo il vero bene dell’uomo. |
La
radice dei conflitti |
Dal
punto di vista morale, la radice dei conflitti tra le
persone coinvolte in un processo decisionale si trova
in genere nella diversa concezione e nel diverso modo
di vivere il naturale diritto alla propria libertà.
Ci sono coloro, medici, pazienti e loro famigliari,
che non subordinano la propria autonomia ad altri valori
quali il valore intangibile della vita ricevuta come
un dono di cui si deve rispondere e la dignità
assoluta della persona fondata sulla natura razionale
dell’essere umano. Ci sono invece coloro che,
pur considerando la libertà il dono più
prezioso alla natura razionale dell’uomo, avvertono
la responsabilità intellettuale, morale e civile
che deve essere messa in atto ogniqualvolta viene interpellata
l’autonomia, propria e altrui. |
Principi
di bioetica |
Le
decisioni sugli interventi terapeutici sono subordinate
ad alcuni principi di bioetica che valgono non solo
per il medico ma anche per il paziente.
Primo Principio Il valore della vita fisica
La inviolabilità della vita umana è un
precetto morale fondamentale per la persona stessa,
in quanto il corpo è co-essenziale, è
il fondamento nel quale e con il quale la persona si
esprime e si realizza. Senza la vita tutti gli altri
principi sotto elencati perdono di significato.
Il Secondo Principio di Totalità o Principio
Terapeutico
Questo principio deve essere riferito all'essere umano
come persona, nella sua unitotalità, fisica,
psichica e spirituale; coinvolge, quindi, tutta la dignità
della persona così come sopra è stata
configurata. Il principio terapeutico è definito
di totalità proprio perché non si può
decidere un intervento sull'uomo senza valutarne prima
tutte le conseguenze. Pertanto, l'importanza del principio
terapeutico è tale da caratterizzare tutta l'etica
medica che è incentrata: sulla guarigione della
malattia, sulla eliminazione del dolore, sul sollievo
della sofferenza e della solitudine, sulla dignità
del morire, sul divieto di ogni forma di accanimento
terapeutico. Questo principio fonda la liceità
e l'obbligatorietà' della terapia medica e chirurgica.
Per essere applicato si devono verificare alcune condizioni:
- che si tratti di intervento terapeutico sull'organo
malato, sulla causa primaria o secondaria della malattia,
necessario per salvare l'organismo sano - che non vi
siano altri modi o mezzi per ovviare alla malattia -
che vi sia una possibilità buona o proporzionatamente
alta per la riuscita - che vi sia il consenso informato
del paziente. In molti casi non è tanto in questione
la vita, quanto l'integrità' fisica che è
anche da considerare un bene prezioso, insito nel concetto
di corporeità e pertanto è un valore della
persona.
Il Terzo Principio: Libertà e Responsabilità
Senza libertà non c’è moralità
né responsabilità. Coscienza, libertà
e responsabilità costituiscono il soggetto morale.
Il diritto alla libertà, al rispetto dell'autonomia
con tutte le sue conseguenze pratiche, pur essendo il
fondamento dell'atto etico, è tuttavia subordinato
a quello della difesa della vita e a quello terapeutico.
Tale gerarchia è giustificata dal fatto che la
libertà è un bene della vita senza la
quale essa non ha ragione di essere. In nome della libertà
di scegliere, non si ha il diritto di disporre della
vita, della sua soppressione per qualunque ragione,
o dell'uso del corpo umano come se si trattasse di un
oggetto. Non infrequentemente l’accanimento terapeutico
e l’atto medico futile diventano iatrogeni cioè
sono di per sé stessi causa di malattia. |
Iatrogenesi |
Secondo
il Comitato Nazionale di Bioetica, il problema della
patologia iatrogena - da farmaci e da interventi chirurgici
- per la sua crescita esponenziale, impone una riflessione
anche bioetica, del resto iniziata da tempo da alcuni
autori, soprattutto per quanto riguarda la ipermedicalizzazione
della società. Ivan Illich ha elaborato gli interessanti
concetti di iatrogenesi clinica, di iatrogenesi sociale
e iatrogenesi culturale. Egli definisce iatrogenesi
clinica "non soltanto il danno che i medici infliggono
nell'intento di guarire o di sfruttare il paziente,
ma anche quegli altri danni che discendono dalla preoccupazione
del medico di tutelarsi da un'eventuale denuncia per
“malapratica”: è l'anticipazione
del concetto di Medicina Difensiva. Iatrogenesi sociale
è stata denominata quella di secondo livello,
per cui "la pratica medica promuove malessere rafforzando
una società morbosa che spinge la gente a diventare
consumatrice di medicina curativa, preventiva, del lavoro,
dell'ambiente, ecc". La iatrogenesi di secondo
livello si manifesta in vari "sintomi di supermedicalizzazione
sociale" che costituiscono quella che Illich chiama
"espropriazione della salute". E' denominata
infine iatrogenesi culturale quella di terzo livello
nel quale le professioni sanitarie "hanno, sulla
salute, un ancor più profondo effetto negativo
d'ordine culturale in quanto distruggono la capacità
potenziale dell'individuo di far fronte in modo personale
e autonomo alla propria umana debolezza, vulnerabilità
e unicità(15). |
Relazione
medico - paziente |
La
dottrina dell'autonomia del paziente e il modello contrattualistico
si richiamano in filosofia morale ed in bioetica al
concetto di autonomia che riconosce la capacità
umana di autodeterminazione ed il principio che l'autonomia
di ogni persona deve essere sempre rispettata. Il problema
è quello di formulare un preciso concetto di
autodeterminazione e di stabilire come ed in quale misura
l'autonomia del singolo individuo debba essere rispettata.
In bioetica clinica (o, se si preferisce, nell'etica
medica) il diritto all'autonomia del singolo paziente
può entrare in tensione conflittuale con l'obbligo
professionale del medico di beneficialità nei
confronti del proprio paziente. La dottrina dell'autonomia
contrappone di fatto il modello contrattualistico di
medicina (per il quale è il paziente che decide)
al modello paternalistico (per il quale è il
medico che decide ciò che è meglio per
il paziente). E' probabile che essa sia sorta principalmente
a causa dell'aumento di conseguenze negative iatrogene,
dirette od indirette, dei trattamenti diagnostici e
terapeutici. Da queste situazioni, è nata la
dottrina del consenso informato intimamente correlata
con quella dell'autonomia perché richiede che
il paziente venga portato a conoscenza non soltanto
dei trattamenti cui verrà sottoposto ma anche
delle possibili conseguenze negative al fine di lasciargli
l'autonoma possibilità di accettare o rifiutare
il trattamento anche a rischio della salute e della
vita. Molta parte del progresso medico passa inevitabilmente
attraverso fasi sperimentali sull'uomo che pure non
sono esplicitamente riconosciute come tali. I pazienti
ed i loro famigliari forse ne sono in qualche misura
consapevoli: ciononostante appare sorprendente come
essi cerchino, spesso ad ogni costo e specie nei casi
più gravi, di sottoporsi alle terapie più
nuove e per questo motivo più incerte. Tale è
il timore della malattia e della morte, e tale la forza
della speranza, e la fiducia nel progresso medico, che
ogni proposta che sembri aprire uno spiraglio di migliorare
la salute e soprattutto di salvezza o prolungamento
della vita è accolta spesso senza esitazione
(16). |
Risvolti
morali nel caso clinico |
Ci
si può chiedere con quale diritto o autorità
cerchiamo un risvolto morale. Ciò in quanto si
può facilmente obbiettare che nel nostro contesto
sociale, pluralista e dominato dal relativismo etico
e culturale, ogni individuo è tenuto a rispondere
solo alla propria coscienza, nella quale gli altri non
hanno alcun diritto di intervenire. Ma l’obbiezione
è priva di fondamento: 1) perché l’uso
della libertà comporta inevitabilmente anche
una responsabilità morale; 2) perché nell’ambito
della medicina i medici debbono rispondere di tale responsabilità,
non solo com’è ovvio alla propria coscienza,
ma al paziente stesso e alla società intera che
ha reso possibile la loro formazione e la loro professione;
3) perché non è concepibile contraddire
il principio di beneficialità, anche se la concezione
di bene (clinico, soggettivo, personale, spirituale
ecc.) è spesso non univoca.
L’oncologo e il genetista innescando un
processo decisionale gravoso per le estese mutilazioni
proposte, hanno seguito comportamenti che non sono moralmente
ineccepibili, dal punto di vista umano, sociale, scientifico
e deontologico.
Dal punto di vista umano, per quanto
concerne la relazione medico-paziente i due medici sembra
abbiano abusato del loro ascendente praticando una specie
di “paternalismo negativo”. La grave mutilazione
chirurgica è stata proposta senza alternative
e senza adeguata informazione, accentuando in tal modo
la paura e la dipendenza della paziente.
Dal punto di vista sociale, i due medici hanno coinvolto
il sistema sanitario nazionale con una catena di obbligazioni
pesanti destinate al finanziamento di atti che se attentamente
vagliati potrebbero risultare come futili.
Dal punto di vista scientifico, si configura come sopra
documentato l’errore dell’indicazione medica
al quale si lega la responsabilità morale di
un insufficiente approfondimento culturale. Innanzitutto,
non hanno tenuto conto delle limitate conoscenze attuali
sul rischio reale di sviluppare un cancro del seno e/o
delle ovaie. Rischio non ancora scientificamente dimostrato
e che è applicabile soltanto alle donne che appartengono
alle “rare famiglie” con molti casi di cancro
tra madri, figlie e sorelle. E la nostra paziente non
presenta tali relazioni genetiche.
Dal punto di vista deontologico, in quanto l’oncologo
e il genetista non si sono sentiti in dovere, prima
di suscitare nella paziente paure e speranze non fondate,
di consultare il chirurgo, che ha curato la malattia
primaria e che è e rimane il primo e diretto
responsabile delle gravi mutilazioni proposte. Il fatto
che il chirurgo, poi interpellato dalla paziente, non
abbia condiviso la proposta della grave mutilazione
chirurgica accentua le responsabilità morali
degli altri colleghi.
La paziente è stata male informata dai
primi due medici. Per tale motivo, ha vissuto in modo
più accentuato il forte squilibrio già
esistente tra medico e paziente. Trascinata dalla paura
e da una mal riposta speranza nel potere della medicina
scientifica è caduta nell’errore morale
di ritenere che il suo giusto diritto all’autonomia
sia predominante e incontrovertibile rispetto al valore
intangibile della vita (primo principio, il valore della
vita fisica), e alla dignità della persona (secondo
principio di totalità o terapeutico). A ciò
si aggiunge un errato rapporto con il chirurgo, il suo
vero medico curante. Volendo imporre il metodo contrattualistico,
la paziente vuole di fatto esautorare il chirurgo delle
sue prerogative morali che contemplano l’obbligo
professionale della beneficialità e della non
maleficenza nei confronti del proprio paziente.
Paolo Rossi |
|
1.
Cfr. G. Angelini, La malattia un tempo per volere, Milano,
Vita e Pensiero, 2000, pp. 43-63. Su una lettura complessiva
della malattia e del senso della cura cfr. anche: R. Mordacci,
I significati di salute e malattia, in Introduzione allo
studio della bioetica, Milano, Europa Scienze Umane Editrice,
1996, pp. 157-203 C. Casalone, Medicina, macchine e uomini.
La malattia al crocevia delle interpretazioni, Roma-Brescia,
Gregorian University Press-Morcelliana, 1999; M.T. Bosco,
La ferita di Chirone. Itinerari di antropologia ed etica
in medicina, Milano, Vita e Pensiero, 2006; M. Chiodi,
Etica della vita. Le sfide della pratica e le questioni
teoriche, Milano, Glossa, 2006.
2. E. Bianchi - L. Manicardi, Accanto al malato. Riflessioni
sul senso della malattia e sull’accompagnamento
dei malati, Magnano (BI), Qiqajon, 2000, pp. 20-21.
3. Ivi, p. 28-29.
4. A.I. Solzenicyn, Padiglione cancro, ed. or. 1967, Roma,
Newton Compton, 1994, pp. 25 e 29.
5. Queste dimensioni, con qualche variante, sono riprese
da A. Pangrazzi, La diagnosi spirituale, «Il Regno-attualità»,
8, 2004, p. 247.
6. P. Monformoso, Aiutare alla speranza. Counseling
per chi abita lo spazio del soffrire, Torino, Edizioni
Camilliane, 2002, p. 80.
7. Per questo cfr. K. Demmer, Fondamenti di etica
teologica, Assisi, Cittadella, pp. 40-41.
8. M. Chiodi, L’enigma della sofferenza e la
testimonianza della cura. Teologia e filosofia dinanzi
alla sfida del dolore, Milano, Glossa, 2003, pp.
249-250.
9. F.W. Schmidt jr., Sofferenza. Alla ricerca di una
risposta, Torino, Claudiana, 2004, p. 32.
10. Per l’analisi del salmo sono debitore a L. Manicardi,
“Perché, Signore, mi respingi”
(Sal 88), in Esperienza e silenzio di Dio,
“Parola spirito e vita. Quaderni di lettura biblica”,
n° 30, Bologna, EDB, 1994, pp. 61-80. Tutte le citazioni
riportare nel presente paragrafo sono tratte da questo
articolo di Manicardi a cui si rimanda per un puntuale
approfondimento.
11. Per una ripresa teorica del problema della sofferenza
e del male nella teologia cristiana e nella filosofia
cfr. A. Kreiner, Dio nel dolore. Sulla validità
degli argomenti della teodicea, Brescia, Queriniana,
2000; P.A. Sequeri, Il senso del discorso teologico
sull’agire di Dio e le difficoltà irrisolte
della sua «giustificazione» in rapporto alla
sofferenza dell’uomo, in Il significato
cristiano della sofferenza, Brescia, La Scuola, 1982,
pp. 99-110; Id., L’esperienza religiosa e lo
scandalo del male, in L’esperienza religiosa
oggi. La coscienza cristiana di fronte all’ateismo
e all’indifferenza, Milano, Vita e Pensiero,
1986, pp. 135-148; Id., Il Dio affidabile. Saggio
di teologia fondamentale, Brescia, Queriniana, 1996
(Biblioteca di teologia contemporanea, 85), pp. 406-427;
C. Ciancio, Del male e di Dio, Brescia, Morcelliana
2006.
12. Il rischio di sviluppare tumore al seno non è
il 100% perché anche in queste famiglie si sono
osservati dei casi di donne con mutazione BRCA1 che non
hanno sviluppato tumore neppure in età avanzata.
13. Gli uomini di queste famiglie, di solito, non sviluppano
il tumore ma le loro figlie possono invece ammalarsi per
aver ereditato dal padre il gene alterato.
14. Ciascun individuo possiede due copie per ciascun gene,
una ereditata dal padre ed una dalla madre. I geni
sono quelle parti del DNA che contengono sia il messaggio
necessario alla cellula per costruire una data proteina
(questa parte del gene è detta perciò "codificante")
sia i segnali per la lettura di tale messaggio, ad esempio
per far sì che il messaggio venga utilizzato solo
in determinate situazioni di vita della cellula o in particolari
tipi di cellule (queste parti del gene sono dette perciò
"regolatrici"). Le alterazioni di un gene in
grado di produrre un effetto dannoso sulla lettura del
messaggio genetico (perché alterano il messaggio
stesso o perché determinano una sua lettura in
modi e tempi sbagliati) vengono dette mutazioni
per distinguerle da quelle varianti geniche che non hanno
particolare significato funzionale. Non sempre è
possibile distinguere con facilità tra queste due
situazioni.
15. Comitato Nazionale di Bioetica. SCOPI LIMITI
E RISCHI DELLA MEDICINA 14 dicembre 2001 pag.
14 e pag. 21.
16. Comitato Nazionale di Bioetica. SCOPI LIMITI
E RISCHI DELLA MEDICINA 14 dicembre 2001 pag.
25-38. |
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Dott. Cleto Antonini, (C.A.), Aiuto
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Don Pier Davide Guenzi, (P.D.G.), docente
di bioetica presso l'Istituto Superiore di Scienze Religiose
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Coordinatore: Prof. Paolo
Rossi, (P.R.) Primario cardiologo |
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Prof.
Ilario Viano, Direttore dell'Istituto di Farmacologia
Clinica, Facolta' di Medicina e Chirurgia dell'Universita'
degli Studi del Piemonte Orientale A. Avogadro.
Dott. Gianfranco Zulian, Responsabile medicina legale
Ospedale ASL 13 Novara, Presidente del Comitato Etico
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