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Forum
di Bioetica |
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NEWSLETTER N. 36 - NOVEMBRE 2006 |
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| Gli scopi
del Forum sono: |
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- suscitare
un interesse culturale sui principi fondanti dell'etica
e della bio-etica,
- fornire gli elementi che aiutino le coscienze alla formulazione
di un retto giudizio morale,
- aprire il forum a tutte le voci di quelli che desiderano
esprimere il proprio punto di vista morale o le proprie
perplessita' sulle problematiche suscitate dall'attivita'
quotidiana,
- rispondere ai quesiti che potrebbero essere formulati
dagli operatori sanitari e dai cittadini. |
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| IN
QUESTO NUMERO |
| Intorno
ai principi dell' etica |
|
Un
approccio spirituale e religioso al dolore
seconda
parte |
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|
di
Pier Davide Guerenzi |
2.4
La relazione nella debolezza: la sofferenza e la morte
di Gesù
3. La qualità della relazione spirituale nell’approccio
alla persona ammalata
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pag.
3-9 |
| DILEMMI
ETICI |
Le
ricadute morali dei conflitti culturali |
di
Paolo Rossi |
1°
I radicali e l’eutanasia |
La
cultura radicale |
I
paradossi del caso Welby |
1.
La moglie per amore non rispettò la volontà
di morire del malato.
2. La coscienza di Welby e le possibilità di una
scelta
3. Con la lettera al Capo dello Stato, Welby chiede un
suicidio di Stato
4. Nessun rispetto nemmeno per la sua volontà
5. Usato come uno strumento politico da chi si diceva
suo amico
6. Il rammarico di certi medici che non vogliono il potere
di decidere
7. Nel caso Welby non c’è stato accanimento
terapeutico
8. Il dottor Mario Riccio ha violato il giuramento d’Ippocrate
9. Solitudine da curare invece che ospedalizzare la morte |
pag.
10-18 |
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Tutte
le newsletter precedenti e l'indice analitico degli argomenti
pubblicati
sono archiviati nel sito: |
| www.foliacardiologica.it
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| Indirizzo
per la corrispondenza: paolorossi_125@fastwebnet.it |
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Intorno
ai Principi dell'Etica |
Un
approccio spirituale e religioso al dolore |
Pier
Davide Guenzi |
| seconda
parte |
2.4
La relazione nella debolezza: la sofferenza e la morte
di Gesù |
La
chiave della relazione interpreta l’idea cristiana
dell’incarnazione di Dio in Gesù. Secondo
tale visione religiosa, nell’incarnazione e nella
assunzione integrale dell’umanità, cioè
dell’uomo e del suo destino di sofferenza e morte,
Dio, in Gesù, si svuota della sua prerogativa
di potenza e in virtù di questa rinuncia (kenosi)
giunge a vivere, comprendere e trascendere la nostra
esperienza di sofferenza. «Ciò che è
necessario, quindi, è una professione di fede
che identifichi con tale forza le sofferenze di Gesù
con le sofferenze dell’umanità da riconoscere
che il senso del pericolo, smarrimento, dolore e mancanza
di significato che egli visse è assoluto, come
il nostro».1
La relazione che, secondo il cristianesimo, Dio instaura
in Gesù con l’umanità, si mostra
nella sua verità integrale attraverso il velo
della debolezza mortale; trae la sua forza significativa,
proprio nella condivisione dell’indebolimento
di Gesù, che non recita, in qualità di
Dio il copione della sofferenza dell’umanità
a titolo di esempio, invitando gli uomini ad una sorta
di fatalismo rassegnato alla loro caducità, ma
la vive in modo agonico, dopo averla accostata direttamente
nell’esperienza della sua missione itinerante.
Durante la sua attività di predicatore itinerante
egli, infatti, non ha mai chiesto agli ammalati cui
si è avvicinato una offerta a Dio del loro soffrire,
ma ha tenacemente combattuto le forme di sofferenza,
fisica e spirituale, di cui erano affetti. Come afferma
lucidamente Bruno Chenu, anche per Gesù «la
sofferenza non ha valore in sé. Essa destruttura
e disumanizza. Apre una falla in tutte le relazioni
e innanzi tutto all’interno di se stessi. Trascina
verso il basso più che verso l’alto. È
quindi una bestemmia dire che Dio si rallegra della
sofferenza o la manipola come strumento di punizione
dell’umanità peccatrice. Dio non trova
alcun piacere sadico in una realtà che offusca
la sua immagine umana. Lungo tutta la Bibbia, egli si
rivela come un Dio di vita e non di morte, di liberazione
e non di frustrazione. Nei confronti della sofferenza
non chiama al compiacimento ma alla resistenza. Il dolore
degli uomini è sempre una prova per la loro immagine
di Dio».2
In tale prospettiva, non è il dolore che garantisce
la relazione del credente con il suo Dio, ma il desiderio
che essa possa continuarsi a compiere come amore nonostante
il dolore attraversato in tutta la sua consistenza.
Per questo, il dolore del corpo, quando impedisce, con
il suo ottundimento, tale relazione, domanda di essere
combattuto e rimosso, in nome di un bene più
grande seriamente messo a repentaglio dalla stessa sofferenza:
la possibilità di esprimere ciò che permette
sensatamente di assumersi il compito di vivere la propria
esistenza individuale e relazionale. A questo titolo
si può parlare, anche in ambito cristiano di
un “dolore inutile” che chiede di essere
attenuato, quando nel suo scatenarsi conduce l’uomo
o la donna sofferente ad essere incapaci di vivere quelle,
seppur minime, possibilità di significare l’esistenza.
La morte di Cristo, come proposta nei testi evangelici
e intesa come “sua” morte, con la quale
abita definitivamente la finitezza umana, è una
personale apprensione sul morire, nel duplice senso
offerto dal filosofo Jacques Derrida nel saggio Donare
la morte: quello proprio dell’immediatezza fenomenologica
della paura che paralizza e quello che, ad un livello
più profondo, ma non separato dal primo, può
condurre il vivente ad un apprendere qualcosa circa
la propria morte, proprio a partire da tale “apprensione”.
Il termine mantiene, nell’originale francese di
Derrida, una tensione tra i due possibili significati:
quello immediato della sollecitudine inquieta che l’ipotesi
della morte non cessa di riprodurre nell’uomo,
quanto un possibile atteggiamento interpretativo sull’evento
della morte. «L’approccio o l’apprensione
della morte designano tanto l’esperienza dell’anticipazione
quanto, indissociabilmente, il significato della morte
che si tratteggia in questo approssimarsi apprensivo».3
Derrida invita a trovare
un nesso tra l’apprendere (dal)la morte e l’apprensione
per la morte, vocaboli che nella lingua italiana conservano
anch’essi la loro ambivalenza. Questa tensione
terminologica non deve essere sciolta. Non c’è
un apprendere adeguato dalla e della morte se non nell’apprensione
per essa. L’apprensione per la morte non deve
essere rimossa in quanto da tale stato si svela un apprendere
circa la propria morte.
La sua anticipazione reale trova un referto significativo
nell’esistenza di Gesù proposta dai racconti
evangelici nell’orazione nell’orto degli
Ulivi, descritta in particolare nel Vangelo secondo
Luca (22, 39-46). L’impossibilità di vegliare,
di mostrare partecipazione da parte dei discepoli (cfr.
vv. 45-46), conduce Gesù ad un’esperienza
di solitudine di fronte all’imminente dipartita.
Il Cristo “apprende” la sua morte, ne ricerca
un senso, raggiunto senza l’automatismo di una
supposta pre-scienza divina, bensì nel confronto
agonico con essa, tenendosi unito alla volontà
del Padre («non sia fatta la mia, ma la tua volontà»,
v. 42) alla quale egli ha uniformato la sua esistenza.
Tale senso, non è dato a monte, come sapere previo,
ma è raggiunto dentro una profonda esperienza
di “apprensione” («in preda all’angoscia,
pregava più intensamente; e il suo sudore diventò
come gocce di sangue che cadevano a terra», v.
44). La propria morte è manifestazione di superamento
del limite insuperato della separazione tra l’uomo
e Dio, nella forma, suggerita da Derrida, di un “attendersi
l’un l’altro al limite della verità”,
di penetrare l’aporia che è la morte, quell’impossibile
passaggio, che, tuttavia, secondo il cristianesimo,
è l’unico disponibile ad essere percorso
da parte dell’uomo.
Tuttavia, l’appartenere a Cristo non dispensa
il credente dal dramma della “propria” morte,
da un percorso fatto di apprensione davanti alla morte
come scacco dell’esistenza, cessazione di ogni
dimensione progettuale che dà senso all’esistere
nel tempo; ma anche di un personalissimo “apprendere”
dalla morte. L’uomo di fede non conosce un’idea
che aggiri la morte, ma piuttosto una strada –
insieme con il Cristo – che l’attraversi,
senza, per questo, risolverne miracolisticamente la
sua tensione tragica. Per il credente la morte di Gesù
resta la “sua” morte e solo perché
è tale può essere fonte di senso per lui:
la vita del credente, pur non essendo sottratta alla
“propria” morte, è posta sotto l’amore
di Cristo che l’ha liberamente assunta come la
“sua” morte.
Resta intatta, in tale prospettiva, anche la forza del
grido del crocifisso “Dio mio, Dio mio perché
mi hai abbandonato?” (Mc 15, 34) nel suo essere
lamento e protesta, senza che generi alcuna esplicita
richiesta (pur legittima) di non essere lasciato da
Dio nel morire. Ad esso fa eco il silenzio del Dio dei
padri, o forse quello di una teologia che anela frettolosamente
e superficialmente al riscatto del sofferente da parte
di Dio: il punto terminale cui tende lo stesso Salmo,
con cui Gesù dà espressione estrema al
suo soffrire, il Salmo 21 (22), che si conclude con
il ristabilimento integrale del positivo. Ogni precipitosa
proclamazione della risposta di Dio al crocifisso, infatti,
può rischiare di occultare la perenne verità
del punto di partenza, l’abbandono, e la dignità
stessa della preghiera di lamento. A tal proposito ricorda
in modo lucido Paul Ricouer: «vista dal suo punto
di partenza la preghiera è movimento che parte
dal silenzio di Dio senza lasciare mai il carattere
di lotta per ritrovare la fiducia».4
Per questo, commentando esegeticamente il grido di Gesù,
Xavier Léon-Dufour afferma: «per la prima
e unica volta nei vangeli, Gesù chiama JHWH non
Padre, ma Dio. Tutto avviene come se, in quest’ora
ultima, l’esperienza di filiazione cedesse il
posto a quella di creatura». Il grido «è
un appello che proclama la presenza di Colui che pare
assente. La relazione sussiste, anche se Dio sembra
ignorare Gesù. In tale tensione risiede il mistero
di quest’ultima parola».5
La religione cristiana, che si sente interpellata a
scrivere un possibile senso del vivere e del morire,
riprendendolo dal suo “racconto fondatore”,
non può che riportare in piena luce l’ambivalenza,
la duplicità di lettura che persiste nell’approccio
alla morte da parte dell’uomo di ogni tempo. Leggendo
ogni sofferenza integrale dell’uomo e, soprattutto,
ogni morte alla luce del testo evangelico dell’epilogo
tragico di Gesù, essa appare in tutto il suo
volto di scacco, di cessazione traumatica di ogni possibilità
di vita, di esperienza di estrema solitudine, cui non
è stata sottratta la stessa agonia di Gesù.
Il soffrire e la morte di ogni uomo chiede di essere
accostato in tutta la sua dimensione di negatività,
evanescenza e lontananza da tutti quegli aspetti che
hanno dato senso all’esistenza nel tempo della
vita, compresa la fede in
Dio. Ma la morte è suscettibile di ulteriore
lettura che coglie in essa il carattere di possibilità,
quando integrata in una realistica percezione del limite
come condizione esistenziale: «Essa – ha
scritto lucidamente il teologo Giannino Piana –
può diventare il momento nel quale l’esistenza
umana raggiunge la piena verità in quanto esistenza
segnata dal limite».6
Dentro i confini limitati della vita biologica, la morte,
e la malattia mortale che la precede, può diventare
il momento grazie a cui l’accettazione realistica
di sé si apre alla speranza di non vedere persa
irrimediabilmente tutta la ricchezza propria del dono
della vita. Per il cristiano sentire nella fede la morte
di Gesù come punto di passaggio verso la sua
resurrezione è motivo sincero di speranza sulla
propria vita e il suo morire. Questa speranza, che si
associa all’evento del morire, tuttavia, non annulla
l’altro volto della morte, il suo spessore drammatico,
né rappresenta per il cristiano una sorta di
illusione consolatoria per il suo morire.
In questa prospettiva anche l’accompagnamento
pastorale dei malati deve oggi guadagnare la sua immagine
più antica, secondo cui la malattia è
percepita come ambito negativo, nei confronti del quale
istituire una lotta attiva, non solitaria e titanica,
ma in unione con il Cristo medico e liberatore.
Ogni ulteriore interpretazione “mistica”
della sofferenza, quella legata all’assimilazione
più passiva delle proprie sofferenze con quelle
di Cristo, è piuttosto successiva alla fede biblica
e ha trovato spazio nella spiritualità cristiana
del secondo millennio. Sarà, dunque, importante
nel dialogo spirituale cristiano sottolineare, più
che l’offerta in se stessa della sofferenza, la
più radicale “offerta di noi stessi”
nell’amore, realtà che dà spessore
al tempo della vita del credente, sentita non come un
puro afflato idealistico, ma espressa a partire dalla
concretezza di ogni situazione sperimentata, compresa
la malattia. «No, noi non offriamo a Dio –
ricorda con vigore Enzo Bianchi – le nostre sofferenze,
ma ciò che siamo arrivati a farne, o meglio ancora
ciò che noi siamo divenuti passando attraverso
la sofferenza. Dando un senso alla sofferenza con l’amore.
Non è nell’“offerta della sofferenza”
che noi raggiungiamo il desiderio di Dio, ma quando
la nostra vita diviene dono di sé nell’amore».7 |
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3.
La qualità della relazione spirituale nell’approccio
alla persona ammalata |
La
secolarizzazione e il “disincantamento”
non hanno attenuato il bisogno spirituale, ma piuttosto
relativizzato quello religioso. Quanto può sembrare
in prima approssimazione un’affermazione lapidaria,
e per tanto meritevole di una maggiore lettura critica,
piuttosto introduce un’ipotesi importante per
suggerire la necessità di un approccio spirituale
all’evento patologico. La mancanza di riferimenti
confessionali con cui interpretare l’essere implicato
nel tempo della malattia, effetto del processo di secolarizzazione,
non comporta la tacitazione di un bisogno di spiritualità.
Né per questo una ricerca di spiritualità
all’interno della sofferenza, rappresenta un’illusione
dietro cui celare la realtà dura della propria
condizione. Saper riconoscere e qualificare il dolore
spirituale rappresenta anche per l’operatore sanitario,
e non solo per l’assistente religioso, la possibilità
di aver a disposizione un elemento supplementare con
cui entrare in una relazione terapeutica. La consistenza
di tale dolore spirituale è documentata anche
dalla letteratura scientifica in merito e può
essere descritta nei seguenti termini: «c’è
un dolore spirituale, fatto di perdita di speranza e
di amore, di colpa, di affannosa ricerca di un senso
in ciò che accade, che va tenuto in seria considerazione.
Dentro un approccio multidimensionale al dolore sempre
più attenzione stanno ricevendo le variabili
spirituali e religiose e i meccanismi di affrontamento
usati, valutati sempre più non come segni di
rassegnazione ma come “forme attive” di
coping (modello biopsicosociale-spirituale)».8
Per chiarificare ulteriormente, possiamo riconoscere
nella persona una dimensione spirituale con la quale
si esprime la propria relazione ai valori ultimi, le
risorse disponibili per riprendere il senso della propria
vita all’interno degli accadimenti. Tale dimensione
spirituale si esprime come religiosa quando incontra
e fa proprie le forme tipiche di una determinata forma
confessionale, come quella cristiana e delle altre forme
del pensiero religioso. «La spiritualità
allude a una scelta personale. Riguarda la propria visione
della vita, il proprio rapporto con Dio o il trascendente,
il fine ultimo o la missione della propria esistenza,
i significati e i valori che ispirano il proprio essere
e il proprio agire […]. L’orizzonte religioso
interessa quanti sono legati a una fede religiosa e
vi attingono conforto e speranza per far
fronte il dolore, alla malattia o alla morte. […]
Onorare l’esperienza religiosa di queste persone
significa comprendere ciò che li aiuta o conforta,
contattare un rappresentante della loro fede, affermare
le espressioni di culto e forme di meditazione o preghiera
proprie della loro tradizione».9
Saper raccogliere
e lasciar esprimere il dolore spirituale della persona
è uno degli elementi fondamentali da sviluppare
da parte del consigliere spirituale. Al pari del processo
medico anamnetico-diagnostico, o di quello psicologico,
anche per questa dimensione della persona possiamo parlare
di una “diagnosi spirituale”, di una capacità
propria leggere e comprendere la situazione spirituale
del malato attraverso i molteplici segni espliciti ed
impliciti con cui egli si presenta e che diventano oggetto
di osservazione da parte di chi vive una relazione spirituale
di aiuto. Si impone al consigliere spirituale la fragilità
della persona malata; essa non resta celata ma è
“posta di fronte a lui”. L’arte della
relazione con il malato inizia così dall’osservazione,
che è arte “medica” per eccellenza,
comportando la percezione della sintomatologia e la
formulazione diagnostica, cioè della conoscenza
maturata, a favore del processo di cura, attraverso
la lettura dei sintomi. In questa dinamica, va recepita
la pregnanza del verbo “osservare”: mettersi
di fronte (“os”) all’altro nella posizione
di servitore fedele (“serv”) del suo bene
e come persona chiamata a tutelarne la sua ricchezza
umana, che continua a splendere nella debolezza fisico-psichica
(“servare”).10
Accanto alla funzione percettiva da affinare da parte
dell’aiutante spirituale si pone anche quella
relazionale, attraverso l’arte del dialogo. L’assunzione
di uno stile comunicativo fa parte del bagaglio proprio
di chi si pone a fianco del malato. Non mancano espliciti
modelli psicologici per affinare tale aspetto. Quanto
preme qui sottolineare è piuttosto la pregnanza
dell’espressione “dialogo”. Esso avviene,
a differenza della chiacchiera e del discorso evasivo,
quando il senso di ciò che si vive (logos) è
al crocevia della parole (dia) scambiate, ma più
ancora donate nell’atto comunicativo interpersonale.
Parole e segni comunicativi che sono accolti dal consigliere
spirituale come un dono della persona che accosta (e
dunque non estorte, né ricercate per pura curiosità):
il malato fa dono della sua parola che è un apertura
sulla sua vita, su quanto è importante per lui
in questo momento. Parole e atti comunicativi che il
consigliere esprime facendo percepire che essi nascono
non da una semplice opportunità, da una abilità
tecnica acquisita o dal fatto che professionalmente
si trovi ad operare presso di lui, ma dal desiderio
di donare qualcosa di sé all’altra persona.
Atti comunicativi scambiati in vista della costruzione
di una relazione che potrà avere sviluppi non
del tutto prevedibili, a partire dall’incerta
variabile del tempo all’interno della quale potrà
prendere corpo.
L’intensificazione dell’osservazione e del
dialogo porta ad una “diagnosi spirituale”,
che pur fragile a livello di certezze ed evidenze scientifiche,
tuttavia, si rivela una preziosa traccia per interpretare
la possibilità di aiuto e per l’attivazione
nella persona sofferente della proprie risorse interiori.
Essa può essere vista come, un processo attraverso
cui l’operatore pastorale, dopo aver accostato
attraverso l’osservazione e l’ascolto il
mondo dell’aiutato, cerca di comprenderlo alla
luce di un quadro interpretativo di tipo teologico e
in vista della promozione del suo benessere spirituale.
In particolare si tratta di raccogliere tutta una serie
di elementi atti a delineare la biografia spirituale
dell’ammalato. Ciò può essere possibile
attraverso una griglia di domande utili che guidano
l’osservazione e il dialogo del consigliere spirituale.
Ad esempio: perché questa persona mi sta chiedendo
aiuto? Cosa rappresento io per lei? Qual è la
concezione di Dio di questa persona? Qual è la
qualità della sua fede? Qual è il senso
del peccato di questa persona e quale ruolo gioca nella
situazione? Qual è il concetto di salvezza condiviso
dalla persona? Da quale speranza è abitata la
persona? Com’è vissuta dalla persona la
dimensione della comunità-comunione? Che tipo
di relazione si è instaurata con la persona?
Come si può notare interrogativi di questo tipo
non sono propri di una tradizione religiosa, ma possono
fungere da traccia interconfessionale utile anche per
gli operatori sanitari e gli psicologi nell’accostare
anche questa dimensione del dolore globale della persona.
Non si tratta di svolgere un’azione tesa a ricondurre
il sofferente alla visione religiosa e valoriale propria
del consigliere. Piuttosto si impone in quest’ultimo
la capacità di individuare, dopo un’attenta
diagnosi, quali sono le possibilità di reazione
da rinforzare a partire dal mondo e dalla biografia
spirituale di chi viene aiutato. Questo tipo di aiuto
spirituale domanda di essere compreso nella sua positività
anche dagli altri soggetti al capezzale del malato,
in particolare da parte degli operatori sanitari. Comprendere
il dolore spirituale e vedere in atto una forma di assistenza
spirituale può infatti stimolare in essi la sensibilità
alla lettura dei bisogni spirituali dei propri pazienti
e contribuire a chiarificare le scelte etiche nel percorso
terapeutico da compiere con e per la persona malata.
Può rappresentare, inoltre, un elemento supplementare
per la mediazione con i famigliari di un degente e,
infine, offrire un supporto allo stress emotivo proprio
di chi vive la sua responsabilità umana e professionale
all’interno di situazioni critiche e complesse
come quelle della malattia. C’è una vena
di inquietudine che non cessa di scorrere dentro gli
atti tecnici che ciascun operatore sanitario pone. Essa
riporta indubitabilmente alle risorse spirituali proprie
di un sanitario e, come un fiume carsico, a volte affiora
in superficie, nonostante i margini del tempo ridotto
e del carico di lavoro continuino a ricacciarla in profondità.
La stessa ansia che provava la dottoressa Vèra
Kornìl’evna, un’altra dei protagonisti
di Padiglione cancro: «Come si dice dell’anima
– avvilita? oppressa? – quando ti senti
stringere dentro? Una nebbia invisibile ma fitta e pesante
ti entra nel petto e avvolge tutto il tuo essere e lo
schiaccia verso il centro. E tu senti solo questa stretta
e questo torbido e non puoi neppure capire subito che
cos’è che ti opprime tanto. Vèra
Kornìl’evna era appunto in uno stato d’animo
simile, mentre, finita la visita, scendeva le scale
insieme con la Doncòva. Si sentiva molto giù.
In questi casi è utile ascoltarsi e cercare di
capire la causa del proprio malessere. Per opporre qualche
difesa.
Ma lei non aveva il tempo di riflettere».11
Saper cogliere il dolore spirituale del proprio paziente
può diventare occasione, per un operatore sanitario,
ma anche per un assistente religioso, di trovare tempo
e prestare attenzione all’interrogazione che sale
dalla propria interiorità, sapendo che anch’essa
è implicata nel difficile processo di cura. |
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1
SCHMIDT, Sofferenza, p. 111. «Nell’incarnazione,
attraverso Gesù Cristo, Dio si identifica con la
sofferenza umana, vive la rinuncia totale (kenosi) alla
potenza divina, e comprende e trascende la nostra esperienza
della sofferenza attraverso la morte e la risurrezione»,
ivi, p. 110.
2 B. CHENU, Dio e l’uomo sofferente, Magnano (BI),
Qiqajon, 2005, pp. 60-61.
3 J. DERRIDA, Donare la morte, Milano, Jaca Book, 2002,
p. 77. Su questo aspetto rimando più ampiamente
a P.D. GUENZI, Per incontrare la morte vera. Passi attraverso
la filosofia e la teologia, in “Archivio teologico
torinese”, 12 (2006), pp. 102-125.
4 P. RICOEUR, Lamentazione come preghiera, in LACOCQUE-RICOUER,
Come pensa la Bibbia, pp. 232-233.
5 Citato in CHENU, Dio e l’uomo sofferente, p. 45.
6 G. PIANA, Bioetica. Alla ricerca di nuovi modelli, Garzanti,
Milano 2002, p. 35.
7 BIANCHI, in Accanto al malato, p. 50.
8 L. SANDRIN, Complessità del dolore, in La spiritualità
nella sofferenza. Dialoghi tra antropologia, psicologia
e psicopatologia, a cura di A. FILIBERTI-R. LUCAS LUCAS,
Milano, Franco Angeli, 2006, p. 63.
9 PANGRAZZI, La diagnosi pastorale, p. 248.
10 Cfr. MONFORMOSO, Aiutare alla speranza, pp. 95-103.
11 SOLZENICYN, Padiglione cancro, p. 56 |
PIER
DAVIDE GUENZI, docente di teologia morale presso
la Facoltà Teologica dell’Italia
Settentrionale, Sezione parallela di Torino; e di Introduzione
alla teologia presso
l’Università Cattolica del S. Cuore di
Milano. |
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Dilemmi
etici |
Le
ricadute morali dei conflitti culturali |
1°
I radicali e l’eutanasia |
INTRODUZIONE
Mutazioni rapide e profonde stanno trasformando le caratteristiche
del nostro tessuto sociale. Fare i conti con le diversità
e le emarginazioni esistenti nella società può
essere un tratto comune dello spirito laico e dello
spirito cristiano, ma questo non sembra verificarsi
nelle discussioni interminabili sui temi sensibili concernenti,
da un lato eutanasia, testamento biologico, accanimento
terapeutico, cure palliative, dall’altro coppie
di fatto, eterosessuali o omosessuali, pacs, matrimonio
e adozioni gai, fecondazione artificiale, aborto, impiego
sperimentale degli embrioni umani. Tutti temi (sui quali
siamo intervenuti più volte nelle newsletter
precedenti 12),
che animamo l’opinione pubblica e suscitano forti
reazioni emotive, sulle quali speculano la disinformazione
e le ideologie politiche e gl’interessi economici.
Le diversità sociali sono analoghe a quelle da
sempre esistenti nella famiglia umana, ma nel mondo
contemporaneo assumono connotati nuovi ed originali.
Innanzitutto, voci e comportamenti delle minoranze,
diverse o disabili, sono strumentalizzate dai mass media
al punto che piccoli gruppi possono condizionare pesantemente
il mondo politico tanto che potrebbero provocare la
caduta del governo. Sulle minoranze estreme si riflettono
specularmente le diversità delle culture provocando
l’emersione di conflitti etici, apparentemente
irrisolvibili. La cultura comprende nel suo insieme
un patrimonio di conoscenze e di formazioni intellettuali
peculiari che permettono di spiegare le posizioni ideologiche
e le battaglie politiche. |
La
cultura radicale |
| Nella
cultura radicale l'unico diritto è il diritto
positivo e si tratta perciò di concessione dei
diritti fatti con leggi dello Stato. Ogni problema diviene
quindi un problema politico perché si definisce
mediante una legge. Il caso singolo può offrire
il pretesto ma l'obiettivo è sempre un istituto,
una legge dello Stato. Unire un caso emotivo con la
politica dello Stato mediante la norma giuridica è
presente in tutte le azioni del partito radicale, sia
di quello transnazionale che di quello italiano. Ricordate
gli aborti praticati da Emma Bonino per spingere la
classe politica a fare una legge che consentisse l’interruzione
di gravidanza? Il rifiuto a indossare la divisa per
far approvare il diritto a non impugnare un’arma,
svolgendo un servizio civile alternativo a quello militare?
O – ancora – l’hashish distribuito
da Marco Pannella per indurre il Parlamento a liberalizzare
le droghe? Le loro erano scelte politiche studiate ad
arte per suscitare scandalo, finire sui giornali, aprire
processi in cui, alla fine, non loro – i radicali
– ma le questioni degli aborti clandestini, dell’obiezione
di coscienza e dello spaccio di droga finissero sul
banco degli imputati. Il caso emotivo è quello
offerto da Luca Coscioni nella questione della ricerca
scientifica sulle staminali embrionali. E non a caso
la ricerca sulle staminali embrionali fu oggetto di
un referendum che mirava a una legge dello Stato tale
da permettere la ricerca scientifica su di esse. Il
referendum abrogativo è stato lo strumento dei
radicali e della loro cultura per imporre una legge.
È questo anche il caso doloroso di Piergiorgio
Welby, “poeta e scrittore prolifico”. Un
caso drammatico per il modo in cui ha coinvolto l'opinione
pubblica e i responsabili della politica. Una storia
umana che suscita compassione per la strumentalizzazione
ideologica a cui è stata sottoposta la persona
come lo dimostrano i “paradossi” e le incongruenze
che costellano tutta la vicenda. |
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I
paradossi del caso Welby |
1.
La moglie per amore non rispettò la volontà
di morire del malato |
Nel
2002 Welby, da tempo affetto da sclerosi laterale amiotrofica,
scriveva:
«Poniamo il caso che un medico vi dicesse: Mi
dispiace, lei ha una malattia incurabile e le resta
poco da vivere. A questo punto dovrò farle un
buco in pancia (gastrostomia) per poterla alimentare.
Dovrò praticarle un foro nel collo (tracheostomia)
per permetterle di respirare (...) In queste condizioni,
tuttavia, potrà vivere ancora qualche anno o
più. E poniamo poi il caso di un altro medico
che invece vi dicesse: Mi dispiace, lei ha una malattia
incurabile e le resta poco da vivere, però noi
potremmo ridurre le sue sofferenze al minimo e, su sua
richiesta, procurarle una morte indolore. Voi quale
dei due medici scegliereste?». Per la legge italiana
il medico non può procurare attivamente la morte,
ma il paziente può rifiutare la cura, anche se
il suo rifiuto crea dilemmi etici laceranti. Chi ritiene
che vivere appesi ai tubi sia una menomazione intollerabile,
ha tutto il diritto di dire no pur sapendo di andare
incontro alla morte, e optare quindi per cure palliative,
per forme di sedazione che attutiscano la sofferenza.
Quando però Welby si è trovato davanti
alla tragica scelta, contrariamente a quanto aveva scritto,
ha deciso per la respirazione artificiale. Secondo il
suo racconto, al quale crediamo, è stata la moglie
a non rispettare le sue raccomandazioni. |
2.
La coscienza di Welby e le possibilità di una
scelta |
La
morte privata di Piergiorgio Welby è quella di
un uomo che con la sua supplica di morte, sceglie il
primato della sua coscienza. Il laico non credente interpreta
la coscienza insindacabile e anche inafferrabile, è
relativa, individuale, privata. Invece, il laico di
fede cattolica crede che la libertà dell’uomo
non è assoluta né insindacabile proprio
perché nella parte più intima della sua
coscienza è il tribunale dove la libertà
di ogni uomo (credente o non credente) si confronta
con la voce di Dio. È tale confronto che suscita
il “rimorso della coscienza” che si verifica
in ogni uomo normale (non affetto cioè da psicosi
depressiva, schizofrenica, maniacale o demenza) pur
variando i codici morali personali di riferimento. Welby
respinge le proposte di uno dei medici che si sono avvicendati
al suo capezzale. Il dottor Giuseppe Casale dal 1997
guida l’associazione Antea, che sostiene gratuitamente
i malati terminali nel loro domicilio e le loro famiglie.
“Mai abbandonare il valore di una vita”,
è il motto di Antea. Il Dr. Casale si era offerto
di fare quello che già oggi è possibile,
senza leggi che autorizzino l’eutanasia o fissino
paradigmi tecnico-giuridici a partire dai quali erogare
iniezioni letali. “Gli ho proposto di assisterlo
a casa con farmaci e sostegno psicologico e spirituale
oppure con ansiolitici e antidepressivi. Non ha accettato.
Infine gli ho prospettato una sedazione non per accelerare
la morte ma per smettere di soffrire. Gli ho assicurato
che gli sarei stato vicino quando se ne sarebbe andato
naturalmente, dopo pochi giorni. Ma lui vuole essere
addormentato e subito staccato dal respiratore”.
Secondo Casale, che lo ha ripetuto in varie interviste,
si può eliminare la sofferenza con una sedazione
che procuri un sonno incosciente, per poi “quando
sarà il momento, staccare il respiratore”.
E quando per alimentarsi Welby avrà bisogno di
un tubo inserito chirurgicamente nello stomaco, avrà
tutto il diritto di rifiutarlo. Potrà, se vorrà,
essere protetto da una sedazione ma “la morte
dovrà arrivare da sola, senza scorciatoie”. |
3.
Con la lettera al Capo dello Stato, Welby chiede un
suicidio di Stato |
La
morte di Welby e la morte in pubblico di Welby sono
due cose diverse, ma con la sua invocazione di una norma
legislativa fatta per erogare la morte sceglie il primato
della sua cultura radicale, piena di contraddizioni:
a) Esorcizza la guerra degli eserciti, promuovendo l’obiezione
di coscienza al servizio militare;
b) Serializza la morte nella pancia delle donne, con
il demoniaco pretesto della loro “salute”;
c) Fa una guerra planetaria agli embrioni umani nei
laboratori eugenetici e a quella adulta nel diritto
di morire come nuovo codice morale. Compassionevoli
quando si tratti della coscienza libera e solitaria,
del desiderio illimitato di essere padroni di sé,
un sé senza se e senza ma, del diritto a spurgare
di significato e di dolore l’esistenza, e spietati
per tutto il resto 13.
Se il problema fosse
soltanto interrompere la respirazione artificiale e
lenire le sofferenze che ne seguono, la soluzione si
troverebbe, come ha affermato anche il presidente dell'Ordine
dei medici, Amedeo Bianco. Ma Welby non vuole questo.
La sua richiesta è un'altra: «È
mia ferma decisione rinunciare alla ventilazione polmonare
assistita. Staccare la spina mi porterebbe ad una agonia
lunga e dolorosa.
Anche una sedazione protratta nel tempo non mi garantirebbe
una morte immediata senza dolore. Chiedo: è ossibile
che mi sia somministrata una sedazione terminale che
mi permetta di poter staccare la spina senza dover soffrire?».
Welby non chiede un accompagnamento medico verso una
fine il più possibile priva di sofferenze, ma
una sedazione terminale con effetti immediati, cioè
un suicidio di stato. |
4.
Nessun rispetto nemmeno per la sua volontà |
| È
nella prova suprema che vengono fuori la verità
e il coraggio d’un uomo e Welby ha ordinato al
medico: staccami prima di tutto il respiratore automatico,
e solo dopo somministrami i farmaci per combattere il
dolore.
Gli era ostile la macchina, non la vita. Ma il dottor
Mario Riccio, l’anestesista arrivato da Cremona
per dargli la morte, non ha voluto accontentarlo. «Era
improponibile dal punto di vista deontologico e giuridico,
avrebbe sofferto troppo», s’è giustificato.
La moglie Mina ha dichiarato che suo marito aveva il
terrore di morire soffocato. A giudicare dalla richiesta
posta al medico, si stenta persino a crederlo. I malati
di distrofia muscolare o di sclerosi laterale amiotrofica
a un certo punto della loro malattia degenerativa vengono
in fretta e furia intubati e restano attaccati per sempre
a un ventilatore polmonare: per non farli soffocare.
E non c’è testamento biologico che tenga,
di fronte a un evento di tale spropositata cogenza,
come lo dimostrano tanti esempi concreti. Quando subentra
la paralisi della muscolatura respiratoria, il paziente
cessa di vivere per anossia, lentamente, crudelmente,
a meno che non lo sottopongano a tracheotomia. Il medico
venuto da Cremona se n’è fregato della
tempistica imposta da Welby. Ha preferito adottare il
sistema collaudato dagli aguzzini che eseguono le sentenze
capitali nelle prigioni degli Stati Uniti. Più
sicuro, meno sporco. I boia americani prima imbottiscono
il condannato a morte di sodio thiopental, un anestetico
ad azione rapida che fa perdere conoscenza; quindi gli
iniettano bromuro di curaro che provoca il collasso
del diaframma, in modo da impedire ai polmoni di espandersi;
infine mettono nella flebo la dose letale vera e propria
di cloruro di potassio che ferma il cuore. Nel caso
di Welby il distacco dal tubo ha semplicemente sostituito
il bromuro di curaro: la macchina ha smesso di gonfiargli
i polmoni. Ma il dottor Riccio dovrebbe spiegarci quale
sostanza ha provocato l’arresto cardiaco dopo
40 minuti di spasmi. E dirci qualcosa di più,
su quei terribili 40 minuti, perché se nel braccio
della morte di Huntsville, in Texas, dove per queste
faccende hanno la mano, non c’è condannato
che non rovesci le orbite all’indietro e non rantoli
atrocemente – ci sono testimonianze dirette su
questa barbarie – è assai difficile immaginare
che in un appartamento di Roma possa essere accaduto
come per incanto qualcosa di diverso. Il paziente Welby
aveva chiesto per sé l’esatto contrario
di ciò che ha avuto. Si preoccupava per la moglie,
per la sorella, per il medico, per gli amici radicali,
lui. Fanno sempre così, quelli che muoiono: si
preoccupano per quelli che restano. Perciò via
il respiratore, e poi la sedazione, ha detto. Non viceversa.
La tempistica non è affare di poco conto. Non
è stato accontentato in nulla, Piergiorgio Welby.
Chiedeva di morire da vivo. L’hanno fatto morire
da morto. Ora il dottor Riccio confessa che «no,
non è stata una cosa facile». |
5.
Usato come uno strumento politico da chi si diceva suo
amico |
| Welby
è morto |
 |
Se
n’è andato alle 23.40, del 21 dicembre.
Tecnicamente per arresto cardiocircolatorio. Ma è
morto per un intervento esterno: il distacco del ventilatore
polmonare operato dal medico anestesista rianimatore
Mario Riccio di Cremona, che non conosceva Welby e si
è presentato al suo capezzale per farlo morire
insieme a un gruppo di radicali, i quali, dichiarandosi
suoi amici, lo hanno “usato”come uno strumento
politico. |
6.
Il rammarico di certi medici che non vogliono il potere
di decidere |
Ma
è possibile che i medici possano sentirsi sollevati
o rassicurati, un giorno, dall’esistenza di un
protocollo giuridico e sanitario che li autorizzi ad
anticipare, per legge, la morte di un paziente? Nelle
dichiarazioni di altri medici coinvolti nella vicenda
Welby risuona invece il rammarico perché l’assenza
di un’autorizzazione legale (un’ordinanza
del giudice, in mancanza di una legge vera e propria)
non copre le spalle a chi volentieri si farebbe strumento
di morte, di una fine liberatoria. Allora, si dice,
quando la sofferenza è davvero insopportabile,
all’uomo libero deve essere consentito non soltanto
di poter scegliere se e come porre fine alla propria
esistenza, ma di poterlo fare aiutato da un medico,
in piena e riconosciuta legalità. Questo è
il punto. Scrive il giurista e bioeticista belga Etienne
Montero, in “Eutanasia” (Edizione Ares),
che “è falso presentare il ‘diritto’
all’eutanasia come corollario del diritto di disporre
di se stessi”, perché essa riguarda anche
il diritto “concesso alla categoria dei medici
di procurare la morte di altri uomini”. A un terzo,
il medico, sia pure investito del ruolo di fiduciario
assoluto del malato, viene attribuita la facoltà
di porre un limite artificiale a una vita che altrimenti
continuerebbe. Al medico, che per definizione ha il
compito di curare, lenire, contrastare il dolore e infine
lasciare che venga la morte, rifiutando l’accanimento
terapeutico, ma certamente non quello di provocarla.
Come non capire che, alla fine di tutto, a decidere
se dar seguito o no alla richiesta di morire avanzata
dal paziente sarà il medico, e solo lui?
Là dove l’eutanasia è già
consentita (in Belgio, per esempio, dove il suicidio
assistito è ammesso anche per sofferenze psichiche
giudicate “intollerabili”) è chiaro
come non è mai sufficiente la semplice volontà
del malato a garantirgli la “dolce morte”.
È invece al medico che spetta (non potrebbe essere
altrimenti) la valutazione della qualità e della
famosa “dignità” della vita che si
chiede di interrompere. Etienne Montero fa il caso di
un malato di Alzheimer che sta sprofondando lentamente
nella demenza, ma che continua a sorridere ai figli.
Se egli ha lasciato per iscritto la volontà che
il medico interrompa la sua vita in caso di incoscienza,
il medico dovrà obbedire? E da quale momento
si sentirà autorizzato a farlo? Quel potere che
nasce da un’ impotenza (dall’impossibilità
di guarire) non rischia però di ritorcersi contro
i medici, di gravarli di un peso che nessuna osservanza
dei “requisiti tecnici richiesti” potrebbe
rendere meno evastante? |
7.
Nel caso Welby non c’è stato accanimento
terapeutico |
Riuniti
in seduta plenaria, i cinquantuno componenti del Consiglio
superiore di sanità, l’organo consultivo
del ministero, hanno ribadito il giudizio espresso il
giorno precedente dal comitato di presidenza: i trattamenti
ai quali è sottoposto Welby, che lui denuncia
come imposti e insopportabili, non costituiscono accanimento
terapeutico. Il Css ritiene “che di accanimento
terapeutico si possa parlare in quei casi in cui un
paziente è sottoposto a trattamenti sanitari
in eccesso rispetto ai risultati ottenibili e non in
grado, comunque, di assicurare al paziente una più
elevata qualità della vita residua in situazioni
in cui la morte sia imminente e inevitabile”.
È a partire da questa definizione che il Css
ha ritenuto che per Piergiorgio Welby di accanimento
non si possa parlare. L’accanimento terapeutico,
secondo il Consiglio, “non è ancora definito
compiutamente dal punto di vista scientifico nelle sue
diverse accezioni e circostanze”, e se il caso
Welby è stato detonante, il problema si pone
ben al di là di lui. Si pone, per esempio, nella
valutazione del “peso della percezione che il
singolo paziente ha di un determinato trattamento. Due
pazienti in condizioni analoghe possono infatti percepire
diversamente i trattamenti sanitari cui sono sottoposti:
uno potrebbe sentirsi vittima di accanimento, l’altro
no”. Di questo particolare aspetto della questione
posta dalla richiesta di Welby si occupa anche una lettera-appello
di dieci medici di ispirazione cattolica. I quali si
chiedono se nella richiesta di eutanasia da parte di
Welby non sia venuto meno “qualcosa di fondamentale”
nella relazione con il paziente, “dal momento
che altre persone, in condizioni di malattia simili
o anche più pesanti, non fanno la stessa richiesta”.
Welby non desidera quei trattamenti, ma “spegnere
un interruttore per far morire una persona non è
un atto medico e può farlo chiunque: perché
volere uno specialista per spingere un bottone, per
di più mortale? Neanche per somministrare il
sedativo per via orale richiesto da Welby come ‘sedazione
terminale’ serve necessariamente un atto da parte
del medico”. Vincenzo Saraceni, fisiatra e docente
alla Seconda Università di Roma, oltre che presidente
dell’Associazione medici cattolici italiani, si
dice convinto che “non sia possibile modificare
l’inclinazione profondamente inscritta nella storia
e nella cultura del medico, e cioè il desiderio
di intervenire a favore della vita. Cresce però,
anche giustamente, una cultura dell’autodeterminazione
del paziente”. Qualcosa che può tradursi,
e spesso si traduce, nell’attribuzione di sempre
maggior potere al medico, visto come unico e competente
detentore di un sapere salvifico. Quel potere, prosegue
Saraceni, “può diventare una condanna e
un peso difficile da sostenere per chi ne è titolare.
Soprattutto se non è temperato dal senso di responsabilità,
all’interno di una vera alleanza con il paziente.
Un’alleanza che però deve sempre essere
indirizzata verso la cura e la riduzione del dolore,
e mai a procurare dolosamente la morte, per quanto essa
possa essere desiderata e invocata”. |
8.
Il dottor Mario Riccio ha violato il giuramento d’Ippocrate |
La
medicina è un’arte nata per la vita. Mentre
l’eutanasia è il nodo che da millenni si
chiede ai medici di sciogliere, togliendo ai malati,
alle loro famiglie, alla società, il peso di
un’azione che tutti percepiscono dolorosa anche
quando è desiderata. Il giuramento di Ippocrate,
molti secoli prima di Cristo, enuncia l’impegno
di ogni medico a non dare a nessuno un veleno mortale,
neppure se richiesto È la prova eloquente che
la richiesta eutanasica anche allora era rivolta ai
medici. Possiamo dire che è antica quanto l’arte
medica, ed era così pressante, oltre che inaccettabile,
da indurre i medici a giurare di rifiutarla. Riformulato
in termini moderni, il giuramento d’Ippocrate
è prestato anche oggi da ogni medico al conseguimento
della laurea 14.
Il motivo di ciò non è difficile da individuare.
È il medico che da sempre accompagna il malato
grave nei dolenti passaggi della sua sofferenza. È
lui che possiede per definizione strumenti e farmaci,
ed è autorizzato ad usarli. I medici, d’altro
canto, non di rado si sono prestati, accettandolo pubblicamente
o nel segreto che la loro attività spesso consente,
a tramutare il loro destino di guardiani della vita
e della salute in quello di operatori di morte. Per
pietà, si dice, per alleviare la durezza dell’ultimo
percorso terreno. Tutto questo non è vero ed
è inaccettabile dal medico che compie integralmente
i suoi compiti professionali, anche se a volte può
essere richiesto dai pazienti. Quella richiesta fatta
per ottenere una “morte opportuna”, come
la chiama Piergiorgio Welby, può addirittura
sollecitare l’orgoglio del medico, mettendogli
in capo il potere supremo di vita e di morte. Ma la
millenaria scelta ippocratica, che ha percorso i secoli
(pur con le ovvie eccezioni) è stata quella di
appartenere a un solo versante: quello della vita. Ogni
cedimento sul versante opposto, nel caso in cui la medicina
si trasformasse per legge anche in un tribunale di morte,
provocherebbe la sua distruzione, l’azzeramento
del senso stesso dell’essere medico, l’alterazione
devastante di equilibri consolidati nella coscienza
di colui che è tenuto a curare, nel modo di guardare
alla persona che a lui si affida. Il dottor Mario Riccio
non ha rispettato l’ultima richiesta di Welby
e si è così giustificato «Era improponibile
dal punto di vista deontologico e giuridico, avrebbe
sofferto troppo», farebbe bene a rileggere il
giuramento riportato in nota prestato al conseguimento
della laurea in Medicina. |
9.
Solitudine da curare invece che ospedalizzare la morte |
A
Piergiorgio Welby è stato negato l’accompagnamento
alla morte. In definitiva ciò che i radicali
stanno mostrando è una consolidata anche se recente
rivoluzione culturale. Oggi è ormai totalmente
scomparso un rito fondamentale: il rito dell'accompagnamento
alla morte. Fino a pochi anni fa, i nostri genitori
o i nostri nonni nascevano e morivano in casa. Adesso
tutti nascono in ospedale, e nella stragrande maggioranza
dei casi si muore in ospedale. Si è ospedalizzata
la vita e si è ospedalizzata la morte. I miei
ricordi personali sono laceranti: mia madre è
morta in ospedale mentre lavoravo lontano; mio padre
è morto improvviso in un prato anche lui con
me lontano, assente; un fratello invece già malato
mi ha cercato ed è venuto vivere i suoi ultimi
mesi in seno alla mia famiglia. Morire nella propria
casa significa rimanere in famiglia: sono i propri cari
che curano e accompagnano il congiunto debole e malato
all'altro mondo. Un rito silente, carico di mestizia
che può essere ricchissimo di vita interiore
se sostenuta dall’amore e ancor più con
la carità cristiana in cui si trasmette al moribondo
il sentimento di una vita che pur nell'immensa tristezza
continua ad esserci intorno a lui. E per lui questo
significa l'affetto di silenziose presenze che l'aiutano
anche spiritualmente al trapasso. Oggi si muore in ospedale,
in una impietosa solitudine e in una drammatica consapevolezza
dello strappo che avverrà dalla propria vita,
sottolineata inevitabilmente dalle visite ad orario
prestabilito di parenti e amici: quando il tempo è
scaduto, si raccoglie la propria roba e ci si allontana
dalla camera del malato. Lo si lascia solo a trascorrere
la notte e ad aspettare. Lo si affida al medico. Il
medico è generalmente impreparato a guardare
negli occhi la morte del paziente perché culturalmente
ha un'altra esperienza: è stato educato per curare,
per prolungare la vita, non per aiutare a morire che
è un'esperienza altrettanto fondamentale di quella
di vivere. Nei malati per i quali si sono esaurite le
capacità mediche di ottenere anche un semplice
miglioramento del quadro clinico si rende necessario
istituire le cure palliative. “Palliativo”,
dal latino pallium mantello, volendo significare che
anche in questa fase bisogna avvolgere il malato di
tutto l’accompagnamento e di cura necessari. In
primo luogo queste cure sono state applicate ai malati
oncologici, a quelli di AIDS e oggi sempre di più
anche ad altre malattie (deterioramento di specifici
organi come il rene, il cuore, il fegato). L’Organizzazione
Mondiale della Sanità (OMS) nel 1990, ne ha dato
la seguente definizione, riferita allora ai malati oncologici:
«Le cure palliative sono la continua, attiva,
integrale cura del paziente e dei suoi cari ad opera
di una team interdisciplinare. L'obiettivo primario
delle cure palliative è la più elevata
qualità di vita del paziente così come
per i suoi cari. Il paziente viene curato da un partner
responsabile. La cura palliativa risponde ad esigenze
spirituali ed essa dovrebbe estendere questi supporti».
Si tratta pertanto di una cura integrale che dovrebbe
abbracciare tutte le dimensioni fisiche, psichiche,
sociali e spirituali del paziente e si estende all'intero
contesto in cui si svolge la vita della persona affidata.
Per questo ha bisogno di una equipe multidisciplinare
formata da medici, infermieri, psicologi, assistenti
sociali, sacerdoti o operatori pastorali ed anche volontari.
La proposta dell’associazione Antea era un vero
trattamento palliativo che Piergiorgio rifiutò
per la strumentalizzazione ideologica di una morte senza
alcuna speranza.
Prof. Paolo Rossi |
| |
12
Per una rapida consultazione, si rimanda all’indice
analitico degli argomenti trattati nelle newsletter e
pubblicato in www.foliacardiologica.it
13 Giuliano Ferrara: La morte privata e quella pubblica
di Welby sono due cose diverse. IL FOGLIO QUOTIDIANO MERCOLEDÌ
6 DICEMBRE 2006
14 Il Giuramento di Ippocrate è il giuramento che
ogni medico presta prima di iniziare la sua professione.
Prende il nome da Ippocrate che lo formulò nel
430 a.C..
Giuramento moderno
Consapevole dell'importanza e della solennità dell'atto
che compio e dell'impegno che assumo, GIURO:
• di esercitare la medicina in libertà e
indipendenza di giudizio e di comportamento;
• di perseguire come scopi esclusivi la difesa della
vita, la tutela della salute fisica e psichica dell'uomo
e il sollievo della sofferenza, cui ispirerò con
responsabilità e costante impegno scientifico,
culturale e sociale, ogni mio atto professionale;
• di non compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente
la morte di un paziente;
• di attenermi nella mia attività ai principi
etici della solidarietà umana, contro i quali,
nel rispetto della vita e della persona non utilizzerò
mai le mie conoscenze;
• di prestare la mia opera con diligenza, perizia
e prudenza secondo scienza e coscienza ed osservando le
norme deontologiche che regolano l'esercizio della medicina
e quelle giuridiche che non risultino in contrasto con
gli scopi della mia professione;
• di affidare la mia reputazione esclusivamente
alle mie capacità professionali ed alle mie doti
morali;
• di evitare, anche al di fuori dell'esercizio professionale,
ogni atto e comportamento che possano ledere il prestigio
e la dignità della professione;
• di rispettare i colleghi anche in caso di contrasto
di opinioni;
• di curare tutti i miei pazienti con eguale scrupolo
e impegno indipendentemente dai sentimenti che essi mi
ispirano e prescindendo da ogni differenza di razza, religione,
nazionalità, condizione sociale e ideologia politica;
• di prestare assistenza d'urgenza a qualsiasi infermo
che ne abbisogni e di mettermi, in caso di pubblica calamità,
a disposizione dell'Autorità competente;
• di rispettare e facilitare in ogni caso il diritto
del malato alla libera scelta del suo medico tenuto conto
che il rapporto tra medico e paziente è fondato
sulla fiducia e in ogni caso sul reciproco rispetto;
• di osservare il segreto su tutto ciò che
mi è confidato, che vedo o che ho veduto, inteso
o intuito nell'esercizio della mia professione o in ragione
del mio stato. |
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di redazione |
Direttori:
Dott. Cleto Antonini, (C.A.), Aiuto
anestesista del dpt di Rianimazione Ospedale Maggiore
di Novara;
Don Pier Davide Guenzi, (P.D.G.), docente
di bioetica presso l'Istituto Superiore di Scienze Religiose
di Novara e vice-presidente del Comitato Etico dell'Azienda
Ospedaliera "Maggiore della Carita'" di Novara.
Coordinatore: Prof. Paolo
Rossi, (P.R.) Primario cardiologo |
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Consulenti |
Prof.
Ilario Viano, Direttore dell'Istituto di Farmacologia
Clinica, Facolta' di Medicina e Chirurgia dell'Universita'
degli Studi del Piemonte Orientale A. Avogadro.
Dott. Gianfranco Zulian, Responsabile medicina legale
Ospedale ASL 13 Novara, Presidente del Comitato Etico
dell'Azienda Ospedaliera "Maggiore della Carita'"
di Novara |
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con
il patrocinio di:
Ospedale Maggiore di Novara |
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