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Forum di Bioetica
NEWSLETTER N. 36 - NOVEMBRE 2006
 
Gli scopi del Forum sono:
- suscitare un interesse culturale sui principi fondanti dell'etica e della bio-etica,
- fornire gli elementi che aiutino le coscienze alla formulazione di un retto giudizio morale,
- aprire il forum a tutte le voci di quelli che desiderano esprimere il proprio punto di vista morale o le proprie perplessita' sulle problematiche suscitate dall'attivita' quotidiana,
- rispondere ai quesiti che potrebbero essere formulati dagli operatori sanitari e dai cittadini.
 
IN QUESTO NUMERO
Intorno ai principi dell' etica
Un approccio spirituale e religioso al dolore
seconda parte
di
Pier Davide Guerenzi
2.4 La relazione nella debolezza: la sofferenza e la morte di Gesù
3. La qualità della relazione spirituale nell’approccio alla persona ammalata
pag. 3-9
DILEMMI ETICI
Le ricadute morali dei conflitti culturali
di
Paolo Rossi
1° I radicali e l’eutanasia
La cultura radicale
I paradossi del caso Welby
1. La moglie per amore non rispettò la volontà di morire del malato.
2. La coscienza di Welby e le possibilità di una scelta
3. Con la lettera al Capo dello Stato, Welby chiede un suicidio di Stato
4. Nessun rispetto nemmeno per la sua volontà
5. Usato come uno strumento politico da chi si diceva suo amico
6. Il rammarico di certi medici che non vogliono il potere di decidere
7. Nel caso Welby non c’è stato accanimento terapeutico
8. Il dottor Mario Riccio ha violato il giuramento d’Ippocrate
9. Solitudine da curare invece che ospedalizzare la morte
pag. 10-18
 
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sono archiviati nel sito:
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Intorno ai Principi dell'Etica
Un approccio spirituale e religioso al dolore
Pier Davide Guenzi
seconda parte
2.4 La relazione nella debolezza: la sofferenza e la morte di Gesù

La chiave della relazione interpreta l’idea cristiana dell’incarnazione di Dio in Gesù. Secondo tale visione religiosa, nell’incarnazione e nella assunzione integrale dell’umanità, cioè dell’uomo e del suo destino di sofferenza e morte, Dio, in Gesù, si svuota della sua prerogativa di potenza e in virtù di questa rinuncia (kenosi) giunge a vivere, comprendere e trascendere la nostra esperienza di sofferenza. «Ciò che è necessario, quindi, è una professione di fede che identifichi con tale forza le sofferenze di Gesù con le sofferenze dell’umanità da riconoscere che il senso del pericolo, smarrimento, dolore e mancanza di significato che egli visse è assoluto, come il nostro».1
La relazione che, secondo il cristianesimo, Dio instaura in Gesù con l’umanità, si mostra nella sua verità integrale attraverso il velo della debolezza mortale; trae la sua forza significativa, proprio nella condivisione dell’indebolimento di Gesù, che non recita, in qualità di Dio il copione della sofferenza dell’umanità a titolo di esempio, invitando gli uomini ad una sorta di fatalismo rassegnato alla loro caducità, ma la vive in modo agonico, dopo averla accostata direttamente nell’esperienza della sua missione itinerante.
Durante la sua attività di predicatore itinerante egli, infatti, non ha mai chiesto agli ammalati cui si è avvicinato una offerta a Dio del loro soffrire, ma ha tenacemente combattuto le forme di sofferenza, fisica e spirituale, di cui erano affetti. Come afferma lucidamente Bruno Chenu, anche per Gesù «la sofferenza non ha valore in sé. Essa destruttura e disumanizza. Apre una falla in tutte le relazioni e innanzi tutto all’interno di se stessi. Trascina verso il basso più che verso l’alto. È quindi una bestemmia dire che Dio si rallegra della sofferenza o la manipola come strumento di punizione dell’umanità peccatrice. Dio non trova alcun piacere sadico in una realtà che offusca la sua immagine umana. Lungo tutta la Bibbia, egli si rivela come un Dio di vita e non di morte, di liberazione e non di frustrazione. Nei confronti della sofferenza non chiama al compiacimento ma alla resistenza. Il dolore degli uomini è sempre una prova per la loro immagine di Dio».2 In tale prospettiva, non è il dolore che garantisce la relazione del credente con il suo Dio, ma il desiderio che essa possa continuarsi a compiere come amore nonostante il dolore attraversato in tutta la sua consistenza. Per questo, il dolore del corpo, quando impedisce, con il suo ottundimento, tale relazione, domanda di essere combattuto e rimosso, in nome di un bene più grande seriamente messo a repentaglio dalla stessa sofferenza: la possibilità di esprimere ciò che permette sensatamente di assumersi il compito di vivere la propria esistenza individuale e relazionale. A questo titolo si può parlare, anche in ambito cristiano di un “dolore inutile” che chiede di essere attenuato, quando nel suo scatenarsi conduce l’uomo o la donna sofferente ad essere incapaci di vivere quelle, seppur minime, possibilità di significare l’esistenza.
La morte di Cristo, come proposta nei testi evangelici e intesa come “sua” morte, con la quale abita definitivamente la finitezza umana, è una personale apprensione sul morire, nel duplice senso offerto dal filosofo Jacques Derrida nel saggio Donare la morte: quello proprio dell’immediatezza fenomenologica della paura che paralizza e quello che, ad un livello più profondo, ma non separato dal primo, può condurre il vivente ad un apprendere qualcosa circa la propria morte, proprio a partire da tale “apprensione”. Il termine mantiene, nell’originale francese di Derrida, una tensione tra i due possibili significati: quello immediato della sollecitudine inquieta che l’ipotesi della morte non cessa di riprodurre nell’uomo, quanto un possibile atteggiamento interpretativo sull’evento della morte. «L’approccio o l’apprensione della morte designano tanto l’esperienza dell’anticipazione quanto, indissociabilmente, il significato della morte che si tratteggia in questo approssimarsi apprensivo».3
Derrida invita a trovare un nesso tra l’apprendere (dal)la morte e l’apprensione per la morte, vocaboli che nella lingua italiana conservano anch’essi la loro ambivalenza. Questa tensione terminologica non deve essere sciolta. Non c’è un apprendere adeguato dalla e della morte se non nell’apprensione per essa. L’apprensione per la morte non deve essere rimossa in quanto da tale stato si svela un apprendere circa la propria morte.
La sua anticipazione reale trova un referto significativo nell’esistenza di Gesù proposta dai racconti evangelici nell’orazione nell’orto degli Ulivi, descritta in particolare nel Vangelo secondo Luca (22, 39-46). L’impossibilità di vegliare, di mostrare partecipazione da parte dei discepoli (cfr. vv. 45-46), conduce Gesù ad un’esperienza di solitudine di fronte all’imminente dipartita. Il Cristo “apprende” la sua morte, ne ricerca un senso, raggiunto senza l’automatismo di una supposta pre-scienza divina, bensì nel confronto agonico con essa, tenendosi unito alla volontà del Padre («non sia fatta la mia, ma la tua volontà», v. 42) alla quale egli ha uniformato la sua esistenza.
Tale senso, non è dato a monte, come sapere previo, ma è raggiunto dentro una profonda esperienza di “apprensione” («in preda all’angoscia, pregava più intensamente; e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra», v. 44). La propria morte è manifestazione di superamento del limite insuperato della separazione tra l’uomo e Dio, nella forma, suggerita da Derrida, di un “attendersi l’un l’altro al limite della verità”, di penetrare l’aporia che è la morte, quell’impossibile passaggio, che, tuttavia, secondo il cristianesimo, è l’unico disponibile ad essere percorso da parte dell’uomo.
Tuttavia, l’appartenere a Cristo non dispensa il credente dal dramma della “propria” morte, da un percorso fatto di apprensione davanti alla morte come scacco dell’esistenza, cessazione di ogni dimensione progettuale che dà senso all’esistere nel tempo; ma anche di un personalissimo “apprendere” dalla morte. L’uomo di fede non conosce un’idea che aggiri la morte, ma piuttosto una strada – insieme con il Cristo – che l’attraversi, senza, per questo, risolverne miracolisticamente la sua tensione tragica. Per il credente la morte di Gesù resta la “sua” morte e solo perché è tale può essere fonte di senso per lui: la vita del credente, pur non essendo sottratta alla “propria” morte, è posta sotto l’amore di Cristo che l’ha liberamente assunta come la “sua” morte.
Resta intatta, in tale prospettiva, anche la forza del grido del crocifisso “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?” (Mc 15, 34) nel suo essere lamento e protesta, senza che generi alcuna esplicita richiesta (pur legittima) di non essere lasciato da Dio nel morire. Ad esso fa eco il silenzio del Dio dei padri, o forse quello di una teologia che anela frettolosamente e superficialmente al riscatto del sofferente da parte di Dio: il punto terminale cui tende lo stesso Salmo, con cui Gesù dà espressione estrema al suo soffrire, il Salmo 21 (22), che si conclude con il ristabilimento integrale del positivo. Ogni precipitosa proclamazione della risposta di Dio al crocifisso, infatti, può rischiare di occultare la perenne verità del punto di partenza, l’abbandono, e la dignità stessa della preghiera di lamento. A tal proposito ricorda in modo lucido Paul Ricouer: «vista dal suo punto di partenza la preghiera è movimento che parte dal silenzio di Dio senza lasciare mai il carattere di lotta per ritrovare la fiducia».4 Per questo, commentando esegeticamente il grido di Gesù, Xavier Léon-Dufour afferma: «per la prima e unica volta nei vangeli, Gesù chiama JHWH non Padre, ma Dio. Tutto avviene come se, in quest’ora ultima, l’esperienza di filiazione cedesse il posto a quella di creatura». Il grido «è un appello che proclama la presenza di Colui che pare assente. La relazione sussiste, anche se Dio sembra ignorare Gesù. In tale tensione risiede il mistero di quest’ultima parola».5 La religione cristiana, che si sente interpellata a scrivere un possibile senso del vivere e del morire, riprendendolo dal suo “racconto fondatore”, non può che riportare in piena luce l’ambivalenza, la duplicità di lettura che persiste nell’approccio alla morte da parte dell’uomo di ogni tempo. Leggendo ogni sofferenza integrale dell’uomo e, soprattutto, ogni morte alla luce del testo evangelico dell’epilogo tragico di Gesù, essa appare in tutto il suo volto di scacco, di cessazione traumatica di ogni possibilità di vita, di esperienza di estrema solitudine, cui non è stata sottratta la stessa agonia di Gesù. Il soffrire e la morte di ogni uomo chiede di essere accostato in tutta la sua dimensione di negatività, evanescenza e lontananza da tutti quegli aspetti che hanno dato senso all’esistenza nel tempo della vita, compresa la fede in
Dio. Ma la morte è suscettibile di ulteriore lettura che coglie in essa il carattere di possibilità, quando integrata in una realistica percezione del limite come condizione esistenziale: «Essa – ha scritto lucidamente il teologo Giannino Piana – può diventare il momento nel quale l’esistenza umana raggiunge la piena verità in quanto esistenza segnata dal limite».6 Dentro i confini limitati della vita biologica, la morte, e la malattia mortale che la precede, può diventare il momento grazie a cui l’accettazione realistica di sé si apre alla speranza di non vedere persa irrimediabilmente tutta la ricchezza propria del dono della vita. Per il cristiano sentire nella fede la morte di Gesù come punto di passaggio verso la sua resurrezione è motivo sincero di speranza sulla propria vita e il suo morire. Questa speranza, che si associa all’evento del morire, tuttavia, non annulla l’altro volto della morte, il suo spessore drammatico, né rappresenta per il cristiano una sorta di illusione consolatoria per il suo morire.
In questa prospettiva anche l’accompagnamento pastorale dei malati deve oggi guadagnare la sua immagine più antica, secondo cui la malattia è percepita come ambito negativo, nei confronti del quale istituire una lotta attiva, non solitaria e titanica, ma in unione con il Cristo medico e liberatore.
Ogni ulteriore interpretazione “mistica” della sofferenza, quella legata all’assimilazione più passiva delle proprie sofferenze con quelle di Cristo, è piuttosto successiva alla fede biblica e ha trovato spazio nella spiritualità cristiana del secondo millennio. Sarà, dunque, importante nel dialogo spirituale cristiano sottolineare, più che l’offerta in se stessa della sofferenza, la più radicale “offerta di noi stessi” nell’amore, realtà che dà spessore al tempo della vita del credente, sentita non come un puro afflato idealistico, ma espressa a partire dalla concretezza di ogni situazione sperimentata, compresa la malattia. «No, noi non offriamo a Dio – ricorda con vigore Enzo Bianchi – le nostre sofferenze, ma ciò che siamo arrivati a farne, o meglio ancora ciò che noi siamo divenuti passando attraverso la sofferenza. Dando un senso alla sofferenza con l’amore. Non è nell’“offerta della sofferenza” che noi raggiungiamo il desiderio di Dio, ma quando la nostra vita diviene dono di sé nell’amore».7

 
3. La qualità della relazione spirituale nell’approccio alla persona ammalata
La secolarizzazione e il “disincantamento” non hanno attenuato il bisogno spirituale, ma piuttosto relativizzato quello religioso. Quanto può sembrare in prima approssimazione un’affermazione lapidaria, e per tanto meritevole di una maggiore lettura critica, piuttosto introduce un’ipotesi importante per suggerire la necessità di un approccio spirituale all’evento patologico. La mancanza di riferimenti confessionali con cui interpretare l’essere implicato nel tempo della malattia, effetto del processo di secolarizzazione, non comporta la tacitazione di un bisogno di spiritualità. Né per questo una ricerca di spiritualità all’interno della sofferenza, rappresenta un’illusione dietro cui celare la realtà dura della propria condizione. Saper riconoscere e qualificare il dolore spirituale rappresenta anche per l’operatore sanitario, e non solo per l’assistente religioso, la possibilità di aver a disposizione un elemento supplementare con cui entrare in una relazione terapeutica. La consistenza di tale dolore spirituale è documentata anche dalla letteratura scientifica in merito e può essere descritta nei seguenti termini: «c’è un dolore spirituale, fatto di perdita di speranza e di amore, di colpa, di affannosa ricerca di un senso in ciò che accade, che va tenuto in seria considerazione. Dentro un approccio multidimensionale al dolore sempre più attenzione stanno ricevendo le variabili spirituali e religiose e i meccanismi di affrontamento usati, valutati sempre più non come segni di rassegnazione ma come “forme attive” di coping (modello biopsicosociale-spirituale)».8 Per chiarificare ulteriormente, possiamo riconoscere nella persona una dimensione spirituale con la quale si esprime la propria relazione ai valori ultimi, le risorse disponibili per riprendere il senso della propria vita all’interno degli accadimenti. Tale dimensione spirituale si esprime come religiosa quando incontra e fa proprie le forme tipiche di una determinata forma confessionale, come quella cristiana e delle altre forme del pensiero religioso. «La spiritualità allude a una scelta personale. Riguarda la propria visione della vita, il proprio rapporto con Dio o il trascendente, il fine ultimo o la missione della propria esistenza, i significati e i valori che ispirano il proprio essere e il proprio agire […]. L’orizzonte religioso interessa quanti sono legati a una fede religiosa e vi attingono conforto e speranza per far
fronte il dolore, alla malattia o alla morte. […] Onorare l’esperienza religiosa di queste persone significa comprendere ciò che li aiuta o conforta, contattare un rappresentante della loro fede, affermare le espressioni di culto e forme di meditazione o preghiera proprie della loro tradizione».9
Saper raccogliere e lasciar esprimere il dolore spirituale della persona è uno degli elementi fondamentali da sviluppare da parte del consigliere spirituale. Al pari del processo medico anamnetico-diagnostico, o di quello psicologico, anche per questa dimensione della persona possiamo parlare di una “diagnosi spirituale”, di una capacità propria leggere e comprendere la situazione spirituale del malato attraverso i molteplici segni espliciti ed
impliciti con cui egli si presenta e che diventano oggetto di osservazione da parte di chi vive una relazione spirituale di aiuto. Si impone al consigliere spirituale la fragilità della persona malata; essa non resta celata ma è “posta di fronte a lui”. L’arte della relazione con il malato inizia così dall’osservazione, che è arte “medica” per eccellenza, comportando la percezione della sintomatologia e la formulazione diagnostica, cioè della conoscenza maturata, a favore del processo di cura, attraverso la lettura dei sintomi. In questa dinamica, va recepita la pregnanza del verbo “osservare”: mettersi di fronte (“os”) all’altro nella posizione di servitore fedele (“serv”) del suo bene e come persona chiamata a tutelarne la sua ricchezza umana, che continua a splendere nella debolezza fisico-psichica (“servare”).10 Accanto alla funzione percettiva da affinare da parte dell’aiutante spirituale si pone anche quella relazionale, attraverso l’arte del dialogo. L’assunzione di uno stile comunicativo fa parte del bagaglio proprio di chi si pone a fianco del malato. Non mancano espliciti modelli psicologici per affinare tale aspetto. Quanto preme qui sottolineare è piuttosto la pregnanza dell’espressione “dialogo”. Esso avviene, a differenza della chiacchiera e del discorso evasivo, quando il senso di ciò che si vive (logos) è al crocevia della parole (dia) scambiate, ma più ancora donate nell’atto comunicativo interpersonale.
Parole e segni comunicativi che sono accolti dal consigliere spirituale come un dono della persona che accosta (e dunque non estorte, né ricercate per pura curiosità): il malato fa dono della sua parola che è un apertura sulla sua vita, su quanto è importante per lui in questo momento. Parole e atti comunicativi che il consigliere esprime facendo percepire che essi nascono non da una semplice opportunità, da una abilità tecnica acquisita o dal fatto che professionalmente si trovi ad operare presso di lui, ma dal desiderio di donare qualcosa di sé all’altra persona. Atti comunicativi scambiati in vista della costruzione di una relazione che potrà avere sviluppi non del tutto prevedibili, a partire dall’incerta variabile del tempo all’interno della quale potrà prendere corpo.
L’intensificazione dell’osservazione e del dialogo porta ad una “diagnosi spirituale”, che pur fragile a livello di certezze ed evidenze scientifiche, tuttavia, si rivela una preziosa traccia per interpretare la possibilità di aiuto e per l’attivazione nella persona sofferente della proprie risorse interiori. Essa può essere vista come, un processo attraverso cui l’operatore pastorale, dopo aver accostato attraverso l’osservazione e l’ascolto il mondo dell’aiutato, cerca di comprenderlo alla luce di un quadro interpretativo di tipo teologico e in vista della promozione del suo benessere spirituale. In particolare si tratta di raccogliere tutta una serie di elementi atti a delineare la biografia spirituale dell’ammalato. Ciò può essere possibile attraverso una griglia di domande utili che guidano l’osservazione e il dialogo del consigliere spirituale. Ad esempio: perché questa persona mi sta chiedendo aiuto? Cosa rappresento io per lei? Qual è la concezione di Dio di questa persona? Qual è la qualità della sua fede? Qual è il senso del peccato di questa persona e quale ruolo gioca nella situazione? Qual è il concetto di salvezza condiviso dalla persona? Da quale speranza è abitata la persona? Com’è vissuta dalla persona la dimensione della comunità-comunione? Che tipo di relazione si è instaurata con la persona? Come si può notare interrogativi di questo tipo non sono propri di una tradizione religiosa, ma possono fungere da traccia interconfessionale utile anche per gli operatori sanitari e gli psicologi nell’accostare anche questa dimensione del dolore globale della persona.
Non si tratta di svolgere un’azione tesa a ricondurre il sofferente alla visione religiosa e valoriale propria del consigliere. Piuttosto si impone in quest’ultimo la capacità di individuare, dopo un’attenta diagnosi, quali sono le possibilità di reazione da rinforzare a partire dal mondo e dalla biografia spirituale di chi viene aiutato. Questo tipo di aiuto spirituale domanda di essere compreso nella sua positività anche dagli altri soggetti al capezzale del malato, in particolare da parte degli operatori sanitari. Comprendere il dolore spirituale e vedere in atto una forma di assistenza spirituale può infatti stimolare in essi la sensibilità alla lettura dei bisogni spirituali dei propri pazienti e contribuire a chiarificare le scelte etiche nel percorso terapeutico da compiere con e per la persona malata. Può rappresentare, inoltre, un elemento supplementare per la mediazione con i famigliari di un degente e, infine, offrire un supporto allo stress emotivo proprio di chi vive la sua responsabilità umana e professionale all’interno di situazioni critiche e complesse come quelle della malattia. C’è una vena di inquietudine che non cessa di scorrere dentro gli atti tecnici che ciascun operatore sanitario pone. Essa riporta indubitabilmente alle risorse spirituali proprie di un sanitario e, come un fiume carsico, a volte affiora in superficie, nonostante i margini del tempo ridotto e del carico di lavoro continuino a ricacciarla in profondità. La stessa ansia che provava la dottoressa Vèra Kornìl’evna, un’altra dei protagonisti di Padiglione cancro: «Come si dice dell’anima – avvilita? oppressa? – quando ti senti stringere dentro? Una nebbia invisibile ma fitta e pesante ti entra nel petto e avvolge tutto il tuo essere e lo schiaccia verso il centro. E tu senti solo questa stretta e questo torbido e non puoi neppure capire subito che cos’è che ti opprime tanto. Vèra Kornìl’evna era appunto in uno stato d’animo simile, mentre, finita la visita, scendeva le scale insieme con la Doncòva. Si sentiva molto giù. In questi casi è utile ascoltarsi e cercare di capire la causa del proprio malessere. Per opporre qualche difesa.
Ma lei non aveva il tempo di riflettere».11
Saper cogliere il dolore spirituale del proprio paziente può diventare occasione, per un operatore sanitario, ma anche per un assistente religioso, di trovare tempo e prestare attenzione all’interrogazione che sale dalla propria interiorità, sapendo che anch’essa è implicata nel difficile processo di cura.
 
1 SCHMIDT, Sofferenza, p. 111. «Nell’incarnazione, attraverso Gesù Cristo, Dio si identifica con la sofferenza umana, vive la rinuncia totale (kenosi) alla potenza divina, e comprende e trascende la nostra esperienza della sofferenza attraverso la morte e la risurrezione», ivi, p. 110.
2 B. CHENU, Dio e l’uomo sofferente, Magnano (BI), Qiqajon, 2005, pp. 60-61.
3 J. DERRIDA, Donare la morte, Milano, Jaca Book, 2002, p. 77. Su questo aspetto rimando più ampiamente a P.D. GUENZI, Per incontrare la morte vera. Passi attraverso la filosofia e la teologia, in “Archivio teologico torinese”, 12 (2006), pp. 102-125.
4 P. RICOEUR, Lamentazione come preghiera, in LACOCQUE-RICOUER, Come pensa la Bibbia, pp. 232-233.
5 Citato in CHENU, Dio e l’uomo sofferente, p. 45.
6 G. PIANA, Bioetica. Alla ricerca di nuovi modelli, Garzanti, Milano 2002, p. 35.
7 BIANCHI, in Accanto al malato, p. 50.
8 L. SANDRIN, Complessità del dolore, in La spiritualità nella sofferenza. Dialoghi tra antropologia, psicologia e psicopatologia, a cura di A. FILIBERTI-R. LUCAS LUCAS, Milano, Franco Angeli, 2006, p. 63.
9 PANGRAZZI, La diagnosi pastorale, p. 248.
10 Cfr. MONFORMOSO, Aiutare alla speranza, pp. 95-103.
11 SOLZENICYN, Padiglione cancro, p. 56
PIER DAVIDE GUENZI, docente di teologia morale presso la Facoltà Teologica dell’Italia
Settentrionale, Sezione parallela di Torino; e di Introduzione alla teologia presso
l’Università Cattolica del S. Cuore di Milano.
 
Dilemmi etici
Le ricadute morali dei conflitti culturali
1° I radicali e l’eutanasia
INTRODUZIONE
Mutazioni rapide e profonde stanno trasformando le caratteristiche del nostro tessuto sociale. Fare i conti con le diversità e le emarginazioni esistenti nella società può essere un tratto comune dello spirito laico e dello spirito cristiano, ma questo non sembra verificarsi nelle discussioni interminabili sui temi sensibili concernenti, da un lato eutanasia, testamento biologico, accanimento terapeutico, cure palliative, dall’altro coppie di fatto, eterosessuali o omosessuali, pacs, matrimonio e adozioni gai, fecondazione artificiale, aborto, impiego sperimentale degli embrioni umani. Tutti temi (sui quali siamo intervenuti più volte nelle newsletter precedenti 12), che animamo l’opinione pubblica e suscitano forti reazioni emotive, sulle quali speculano la disinformazione e le ideologie politiche e gl’interessi economici. Le diversità sociali sono analoghe a quelle da sempre esistenti nella famiglia umana, ma nel mondo contemporaneo assumono connotati nuovi ed originali. Innanzitutto, voci e comportamenti delle minoranze, diverse o disabili, sono strumentalizzate dai mass media al punto che piccoli gruppi possono condizionare pesantemente il mondo politico tanto che potrebbero provocare la caduta del governo. Sulle minoranze estreme si riflettono specularmente le diversità delle culture provocando l’emersione di conflitti etici, apparentemente irrisolvibili. La cultura comprende nel suo insieme un patrimonio di conoscenze e di formazioni intellettuali peculiari che permettono di spiegare le posizioni ideologiche e le battaglie politiche.
La cultura radicale
Nella cultura radicale l'unico diritto è il diritto positivo e si tratta perciò di concessione dei diritti fatti con leggi dello Stato. Ogni problema diviene quindi un problema politico perché si definisce mediante una legge. Il caso singolo può offrire il pretesto ma l'obiettivo è sempre un istituto, una legge dello Stato. Unire un caso emotivo con la politica dello Stato mediante la norma giuridica è presente in tutte le azioni del partito radicale, sia di quello transnazionale che di quello italiano. Ricordate gli aborti praticati da Emma Bonino per spingere la classe politica a fare una legge che consentisse l’interruzione di gravidanza? Il rifiuto a indossare la divisa per far approvare il diritto a non impugnare un’arma, svolgendo un servizio civile alternativo a quello militare? O – ancora – l’hashish distribuito da Marco Pannella per indurre il Parlamento a liberalizzare le droghe? Le loro erano scelte politiche studiate ad arte per suscitare scandalo, finire sui giornali, aprire processi in cui, alla fine, non loro – i radicali – ma le questioni degli aborti clandestini, dell’obiezione di coscienza e dello spaccio di droga finissero sul banco degli imputati. Il caso emotivo è quello offerto da Luca Coscioni nella questione della ricerca scientifica sulle staminali embrionali. E non a caso la ricerca sulle staminali embrionali fu oggetto di un referendum che mirava a una legge dello Stato tale da permettere la ricerca scientifica su di esse. Il referendum abrogativo è stato lo strumento dei radicali e della loro cultura per imporre una legge. È questo anche il caso doloroso di Piergiorgio Welby, “poeta e scrittore prolifico”. Un caso drammatico per il modo in cui ha coinvolto l'opinione pubblica e i responsabili della politica. Una storia umana che suscita compassione per la strumentalizzazione ideologica a cui è stata sottoposta la persona come lo dimostrano i “paradossi” e le incongruenze che costellano tutta la vicenda.
 
I paradossi del caso Welby
1. La moglie per amore non rispettò la volontà di morire del malato
Nel 2002 Welby, da tempo affetto da sclerosi laterale amiotrofica, scriveva:
«Poniamo il caso che un medico vi dicesse: Mi dispiace, lei ha una malattia incurabile e le resta poco da vivere. A questo punto dovrò farle un buco in pancia (gastrostomia) per poterla alimentare. Dovrò praticarle un foro nel collo (tracheostomia) per permetterle di respirare (...) In queste condizioni, tuttavia, potrà vivere ancora qualche anno o più. E poniamo poi il caso di un altro medico che invece vi dicesse: Mi dispiace, lei ha una malattia incurabile e le resta poco da vivere, però noi potremmo ridurre le sue sofferenze al minimo e, su sua richiesta, procurarle una morte indolore. Voi quale dei due medici scegliereste?». Per la legge italiana il medico non può procurare attivamente la morte, ma il paziente può rifiutare la cura, anche se il suo rifiuto crea dilemmi etici laceranti. Chi ritiene che vivere appesi ai tubi sia una menomazione intollerabile, ha tutto il diritto di dire no pur sapendo di andare incontro alla morte, e optare quindi per cure palliative, per forme di sedazione che attutiscano la sofferenza. Quando però Welby si è trovato davanti alla tragica scelta, contrariamente a quanto aveva scritto, ha deciso per la respirazione artificiale. Secondo il suo racconto, al quale crediamo, è stata la moglie a non rispettare le sue raccomandazioni.
2. La coscienza di Welby e le possibilità di una scelta
La morte privata di Piergiorgio Welby è quella di un uomo che con la sua supplica di morte, sceglie il primato della sua coscienza. Il laico non credente interpreta la coscienza insindacabile e anche inafferrabile, è relativa, individuale, privata. Invece, il laico di fede cattolica crede che la libertà dell’uomo non è assoluta né insindacabile proprio perché nella parte più intima della sua coscienza è il tribunale dove la libertà di ogni uomo (credente o non credente) si confronta con la voce di Dio. È tale confronto che suscita il “rimorso della coscienza” che si verifica in ogni uomo normale (non affetto cioè da psicosi depressiva, schizofrenica, maniacale o demenza) pur variando i codici morali personali di riferimento. Welby respinge le proposte di uno dei medici che si sono avvicendati al suo capezzale. Il dottor Giuseppe Casale dal 1997 guida l’associazione Antea, che sostiene gratuitamente i malati terminali nel loro domicilio e le loro famiglie. “Mai abbandonare il valore di una vita”, è il motto di Antea. Il Dr. Casale si era offerto di fare quello che già oggi è possibile, senza leggi che autorizzino l’eutanasia o fissino paradigmi tecnico-giuridici a partire dai quali erogare iniezioni letali. “Gli ho proposto di assisterlo a casa con farmaci e sostegno psicologico e spirituale oppure con ansiolitici e antidepressivi. Non ha accettato. Infine gli ho prospettato una sedazione non per accelerare la morte ma per smettere di soffrire. Gli ho assicurato che gli sarei stato vicino quando se ne sarebbe andato naturalmente, dopo pochi giorni. Ma lui vuole essere addormentato e subito staccato dal respiratore”.
Secondo Casale, che lo ha ripetuto in varie interviste, si può eliminare la sofferenza con una sedazione che procuri un sonno incosciente, per poi “quando sarà il momento, staccare il respiratore”. E quando per alimentarsi Welby avrà bisogno di un tubo inserito chirurgicamente nello stomaco, avrà tutto il diritto di rifiutarlo. Potrà, se vorrà, essere protetto da una sedazione ma “la morte dovrà arrivare da sola, senza scorciatoie”.
3. Con la lettera al Capo dello Stato, Welby chiede un suicidio di Stato
La morte di Welby e la morte in pubblico di Welby sono due cose diverse, ma con la sua invocazione di una norma legislativa fatta per erogare la morte sceglie il primato della sua cultura radicale, piena di contraddizioni:
a) Esorcizza la guerra degli eserciti, promuovendo l’obiezione di coscienza al servizio militare;
b) Serializza la morte nella pancia delle donne, con il demoniaco pretesto della loro “salute”;
c) Fa una guerra planetaria agli embrioni umani nei laboratori eugenetici e a quella adulta nel diritto di morire come nuovo codice morale. Compassionevoli quando si tratti della coscienza libera e solitaria, del desiderio illimitato di essere padroni di sé, un sé senza se e senza ma, del diritto a spurgare di significato e di dolore l’esistenza, e spietati per tutto il resto 13.
Se il problema fosse soltanto interrompere la respirazione artificiale e lenire le sofferenze che ne seguono, la soluzione si troverebbe, come ha affermato anche il presidente dell'Ordine dei medici, Amedeo Bianco. Ma Welby non vuole questo. La sua richiesta è un'altra: «È mia ferma decisione rinunciare alla ventilazione polmonare assistita. Staccare la spina mi porterebbe ad una agonia lunga e dolorosa.
Anche una sedazione protratta nel tempo non mi garantirebbe una morte immediata senza dolore. Chiedo: è ossibile che mi sia somministrata una sedazione terminale che mi permetta di poter staccare la spina senza dover soffrire?». Welby non chiede un accompagnamento medico verso una fine il più possibile priva di sofferenze, ma una sedazione terminale con effetti immediati, cioè un suicidio di stato.
4. Nessun rispetto nemmeno per la sua volontà
È nella prova suprema che vengono fuori la verità e il coraggio d’un uomo e Welby ha ordinato al medico: staccami prima di tutto il respiratore automatico, e solo dopo somministrami i farmaci per combattere il dolore.
Gli era ostile la macchina, non la vita. Ma il dottor Mario Riccio, l’anestesista arrivato da Cremona per dargli la morte, non ha voluto accontentarlo. «Era improponibile dal punto di vista deontologico e giuridico, avrebbe sofferto troppo», s’è giustificato. La moglie Mina ha dichiarato che suo marito aveva il terrore di morire soffocato. A giudicare dalla richiesta posta al medico, si stenta persino a crederlo. I malati di distrofia muscolare o di sclerosi laterale amiotrofica a un certo punto della loro malattia degenerativa vengono in fretta e furia intubati e restano attaccati per sempre a un ventilatore polmonare: per non farli soffocare. E non c’è testamento biologico che tenga, di fronte a un evento di tale spropositata cogenza, come lo dimostrano tanti esempi concreti. Quando subentra la paralisi della muscolatura respiratoria, il paziente cessa di vivere per anossia, lentamente, crudelmente, a meno che non lo sottopongano a tracheotomia. Il medico venuto da Cremona se n’è fregato della tempistica imposta da Welby. Ha preferito adottare il sistema collaudato dagli aguzzini che eseguono le sentenze capitali nelle prigioni degli Stati Uniti. Più sicuro, meno sporco. I boia americani prima imbottiscono il condannato a morte di sodio thiopental, un anestetico ad azione rapida che fa perdere conoscenza; quindi gli iniettano bromuro di curaro che provoca il collasso del diaframma, in modo da impedire ai polmoni di espandersi; infine mettono nella flebo la dose letale vera e propria di cloruro di potassio che ferma il cuore. Nel caso di Welby il distacco dal tubo ha semplicemente sostituito il bromuro di curaro: la macchina ha smesso di gonfiargli i polmoni. Ma il dottor Riccio dovrebbe spiegarci quale sostanza ha provocato l’arresto cardiaco dopo 40 minuti di spasmi. E dirci qualcosa di più, su quei terribili 40 minuti, perché se nel braccio della morte di Huntsville, in Texas, dove per queste faccende hanno la mano, non c’è condannato che non rovesci le orbite all’indietro e non rantoli atrocemente – ci sono testimonianze dirette su questa barbarie – è assai difficile immaginare che in un appartamento di Roma possa essere accaduto come per incanto qualcosa di diverso. Il paziente Welby aveva chiesto per sé l’esatto contrario di ciò che ha avuto. Si preoccupava per la moglie, per la sorella, per il medico, per gli amici radicali, lui. Fanno sempre così, quelli che muoiono: si preoccupano per quelli che restano. Perciò via il respiratore, e poi la sedazione, ha detto. Non viceversa. La tempistica non è affare di poco conto. Non è stato accontentato in nulla, Piergiorgio Welby. Chiedeva di morire da vivo. L’hanno fatto morire da morto. Ora il dottor Riccio confessa che «no, non è stata una cosa facile».
5. Usato come uno strumento politico da chi si diceva suo amico
Welby è morto
Se n’è andato alle 23.40, del 21 dicembre. Tecnicamente per arresto cardiocircolatorio. Ma è morto per un intervento esterno: il distacco del ventilatore polmonare operato dal medico anestesista rianimatore Mario Riccio di Cremona, che non conosceva Welby e si è presentato al suo capezzale per farlo morire insieme a un gruppo di radicali, i quali, dichiarandosi suoi amici, lo hanno “usato”come uno strumento politico.
6. Il rammarico di certi medici che non vogliono il potere di decidere
Ma è possibile che i medici possano sentirsi sollevati o rassicurati, un giorno, dall’esistenza di un protocollo giuridico e sanitario che li autorizzi ad anticipare, per legge, la morte di un paziente? Nelle dichiarazioni di altri medici coinvolti nella vicenda Welby risuona invece il rammarico perché l’assenza di un’autorizzazione legale (un’ordinanza del giudice, in mancanza di una legge vera e propria) non copre le spalle a chi volentieri si farebbe strumento di morte, di una fine liberatoria. Allora, si dice, quando la sofferenza è davvero insopportabile, all’uomo libero deve essere consentito non soltanto di poter scegliere se e come porre fine alla propria esistenza, ma di poterlo fare aiutato da un medico, in piena e riconosciuta legalità. Questo è il punto. Scrive il giurista e bioeticista belga Etienne Montero, in “Eutanasia” (Edizione Ares), che “è falso presentare il ‘diritto’ all’eutanasia come corollario del diritto di disporre di se stessi”, perché essa riguarda anche il diritto “concesso alla categoria dei medici di procurare la morte di altri uomini”. A un terzo, il medico, sia pure investito del ruolo di fiduciario assoluto del malato, viene attribuita la facoltà di porre un limite artificiale a una vita che altrimenti continuerebbe. Al medico, che per definizione ha il compito di curare, lenire, contrastare il dolore e infine lasciare che venga la morte, rifiutando l’accanimento terapeutico, ma certamente non quello di provocarla. Come non capire che, alla fine di tutto, a decidere se dar seguito o no alla richiesta di morire avanzata dal paziente sarà il medico, e solo lui?
Là dove l’eutanasia è già consentita (in Belgio, per esempio, dove il suicidio assistito è ammesso anche per sofferenze psichiche giudicate “intollerabili”) è chiaro come non è mai sufficiente la semplice volontà del malato a garantirgli la “dolce morte”. È invece al medico che spetta (non potrebbe essere altrimenti) la valutazione della qualità e della famosa “dignità” della vita che si chiede di interrompere. Etienne Montero fa il caso di un malato di Alzheimer che sta sprofondando lentamente nella demenza, ma che continua a sorridere ai figli. Se egli ha lasciato per iscritto la volontà che il medico interrompa la sua vita in caso di incoscienza, il medico dovrà obbedire? E da quale momento si sentirà autorizzato a farlo? Quel potere che nasce da un’ impotenza (dall’impossibilità di guarire) non rischia però di ritorcersi contro i medici, di gravarli di un peso che nessuna osservanza dei “requisiti tecnici richiesti” potrebbe rendere meno evastante?
7. Nel caso Welby non c’è stato accanimento terapeutico
Riuniti in seduta plenaria, i cinquantuno componenti del Consiglio superiore di sanità, l’organo consultivo del ministero, hanno ribadito il giudizio espresso il giorno precedente dal comitato di presidenza: i trattamenti ai quali è sottoposto Welby, che lui denuncia come imposti e insopportabili, non costituiscono accanimento terapeutico. Il Css ritiene “che di accanimento terapeutico si possa parlare in quei casi in cui un paziente è sottoposto a trattamenti sanitari in eccesso rispetto ai risultati ottenibili e non in grado, comunque, di assicurare al paziente una più elevata qualità della vita residua in situazioni in cui la morte sia imminente e inevitabile”.
È a partire da questa definizione che il Css ha ritenuto che per Piergiorgio Welby di accanimento non si possa parlare. L’accanimento terapeutico, secondo il Consiglio, “non è ancora definito compiutamente dal punto di vista scientifico nelle sue diverse accezioni e circostanze”, e se il caso Welby è stato detonante, il problema si pone ben al di là di lui. Si pone, per esempio, nella valutazione del “peso della percezione che il singolo paziente ha di un determinato trattamento. Due pazienti in condizioni analoghe possono infatti percepire diversamente i trattamenti sanitari cui sono sottoposti: uno potrebbe sentirsi vittima di accanimento, l’altro no”. Di questo particolare aspetto della questione posta dalla richiesta di Welby si occupa anche una lettera-appello di dieci medici di ispirazione cattolica. I quali si chiedono se nella richiesta di eutanasia da parte di Welby non sia venuto meno “qualcosa di fondamentale” nella relazione con il paziente, “dal momento che altre persone, in condizioni di malattia simili o anche più pesanti, non fanno la stessa richiesta”. Welby non desidera quei trattamenti, ma “spegnere un interruttore per far morire una persona non è un atto medico e può farlo chiunque: perché volere uno specialista per spingere un bottone, per di più mortale? Neanche per somministrare il sedativo per via orale richiesto da Welby come ‘sedazione terminale’ serve necessariamente un atto da parte del medico”. Vincenzo Saraceni, fisiatra e docente alla Seconda Università di Roma, oltre che presidente dell’Associazione medici cattolici italiani, si dice convinto che “non sia possibile modificare l’inclinazione profondamente inscritta nella storia e nella cultura del medico, e cioè il desiderio di intervenire a favore della vita. Cresce però, anche giustamente, una cultura dell’autodeterminazione del paziente”. Qualcosa che può tradursi, e spesso si traduce, nell’attribuzione di sempre maggior potere al medico, visto come unico e competente detentore di un sapere salvifico. Quel potere, prosegue Saraceni, “può diventare una condanna e un peso difficile da sostenere per chi ne è titolare. Soprattutto se non è temperato dal senso di responsabilità, all’interno di una vera alleanza con il paziente. Un’alleanza che però deve sempre essere indirizzata verso la cura e la riduzione del dolore, e mai a procurare dolosamente la morte, per quanto essa possa essere desiderata e invocata”.
8. Il dottor Mario Riccio ha violato il giuramento d’Ippocrate
La medicina è un’arte nata per la vita. Mentre l’eutanasia è il nodo che da millenni si chiede ai medici di sciogliere, togliendo ai malati, alle loro famiglie, alla società, il peso di un’azione che tutti percepiscono dolorosa anche quando è desiderata. Il giuramento di Ippocrate, molti secoli prima di Cristo, enuncia l’impegno di ogni medico a non dare a nessuno un veleno mortale, neppure se richiesto È la prova eloquente che la richiesta eutanasica anche allora era rivolta ai medici. Possiamo dire che è antica quanto l’arte medica, ed era così pressante, oltre che inaccettabile, da indurre i medici a giurare di rifiutarla. Riformulato in termini moderni, il giuramento d’Ippocrate è prestato anche oggi da ogni medico al conseguimento della laurea 14. Il motivo di ciò non è difficile da individuare. È il medico che da sempre accompagna il malato grave nei dolenti passaggi della sua sofferenza. È lui che possiede per definizione strumenti e farmaci, ed è autorizzato ad usarli. I medici, d’altro canto, non di rado si sono prestati, accettandolo pubblicamente o nel segreto che la loro attività spesso consente, a tramutare il loro destino di guardiani della vita e della salute in quello di operatori di morte. Per pietà, si dice, per alleviare la durezza dell’ultimo percorso terreno. Tutto questo non è vero ed è inaccettabile dal medico che compie integralmente i suoi compiti professionali, anche se a volte può essere richiesto dai pazienti. Quella richiesta fatta per ottenere una “morte opportuna”, come la chiama Piergiorgio Welby, può addirittura sollecitare l’orgoglio del medico, mettendogli in capo il potere supremo di vita e di morte. Ma la millenaria scelta ippocratica, che ha percorso i secoli (pur con le ovvie eccezioni) è stata quella di appartenere a un solo versante: quello della vita. Ogni cedimento sul versante opposto, nel caso in cui la medicina si trasformasse per legge anche in un tribunale di morte, provocherebbe la sua distruzione, l’azzeramento del senso stesso dell’essere medico, l’alterazione devastante di equilibri consolidati nella coscienza di colui che è tenuto a curare, nel modo di guardare alla persona che a lui si affida. Il dottor Mario Riccio non ha rispettato l’ultima richiesta di Welby e si è così giustificato «Era improponibile dal punto di vista deontologico e giuridico, avrebbe sofferto troppo», farebbe bene a rileggere il giuramento riportato in nota prestato al conseguimento della laurea in Medicina.
9. Solitudine da curare invece che ospedalizzare la morte
A Piergiorgio Welby è stato negato l’accompagnamento alla morte. In definitiva ciò che i radicali stanno mostrando è una consolidata anche se recente rivoluzione culturale. Oggi è ormai totalmente scomparso un rito fondamentale: il rito dell'accompagnamento alla morte. Fino a pochi anni fa, i nostri genitori o i nostri nonni nascevano e morivano in casa. Adesso tutti nascono in ospedale, e nella stragrande maggioranza dei casi si muore in ospedale. Si è ospedalizzata la vita e si è ospedalizzata la morte. I miei ricordi personali sono laceranti: mia madre è morta in ospedale mentre lavoravo lontano; mio padre è morto improvviso in un prato anche lui con me lontano, assente; un fratello invece già malato mi ha cercato ed è venuto vivere i suoi ultimi mesi in seno alla mia famiglia. Morire nella propria casa significa rimanere in famiglia: sono i propri cari che curano e accompagnano il congiunto debole e malato all'altro mondo. Un rito silente, carico di mestizia che può essere ricchissimo di vita interiore se sostenuta dall’amore e ancor più con la carità cristiana in cui si trasmette al moribondo il sentimento di una vita che pur nell'immensa tristezza continua ad esserci intorno a lui. E per lui questo significa l'affetto di silenziose presenze che l'aiutano anche spiritualmente al trapasso. Oggi si muore in ospedale, in una impietosa solitudine e in una drammatica consapevolezza dello strappo che avverrà dalla propria vita, sottolineata inevitabilmente dalle visite ad orario prestabilito di parenti e amici: quando il tempo è scaduto, si raccoglie la propria roba e ci si allontana dalla camera del malato. Lo si lascia solo a trascorrere la notte e ad aspettare. Lo si affida al medico. Il medico è generalmente impreparato a guardare negli occhi la morte del paziente perché culturalmente ha un'altra esperienza: è stato educato per curare, per prolungare la vita, non per aiutare a morire che è un'esperienza altrettanto fondamentale di quella di vivere. Nei malati per i quali si sono esaurite le capacità mediche di ottenere anche un semplice miglioramento del quadro clinico si rende necessario istituire le cure palliative. “Palliativo”, dal latino pallium mantello, volendo significare che anche in questa fase bisogna avvolgere il malato di tutto l’accompagnamento e di cura necessari. In primo luogo queste cure sono state applicate ai malati oncologici, a quelli di AIDS e oggi sempre di più anche ad altre malattie (deterioramento di specifici organi come il rene, il cuore, il fegato). L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nel 1990, ne ha dato la seguente definizione, riferita allora ai malati oncologici: «Le cure palliative sono la continua, attiva, integrale cura del paziente e dei suoi cari ad opera di una team interdisciplinare. L'obiettivo primario delle cure palliative è la più elevata qualità di vita del paziente così come per i suoi cari. Il paziente viene curato da un partner responsabile. La cura palliativa risponde ad esigenze spirituali ed essa dovrebbe estendere questi supporti». Si tratta pertanto di una cura integrale che dovrebbe abbracciare tutte le dimensioni fisiche, psichiche, sociali e spirituali del paziente e si estende all'intero contesto in cui si svolge la vita della persona affidata. Per questo ha bisogno di una equipe multidisciplinare formata da medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali, sacerdoti o operatori pastorali ed anche volontari. La proposta dell’associazione Antea era un vero trattamento palliativo che Piergiorgio rifiutò per la strumentalizzazione ideologica di una morte senza alcuna speranza.
Prof. Paolo Rossi
 
12 Per una rapida consultazione, si rimanda all’indice analitico degli argomenti trattati nelle newsletter e pubblicato in www.foliacardiologica.it
13 Giuliano Ferrara: La morte privata e quella pubblica di Welby sono due cose diverse. IL FOGLIO QUOTIDIANO MERCOLEDÌ 6 DICEMBRE 2006
14 Il Giuramento di Ippocrate è il giuramento che ogni medico presta prima di iniziare la sua professione. Prende il nome da Ippocrate che lo formulò nel 430 a.C..
Giuramento moderno
Consapevole dell'importanza e della solennità dell'atto che compio e dell'impegno che assumo, GIURO:
• di esercitare la medicina in libertà e indipendenza di giudizio e di comportamento;
• di perseguire come scopi esclusivi la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell'uomo e il sollievo della sofferenza, cui ispirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, ogni mio atto professionale;
• di non compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente la morte di un paziente;
• di attenermi nella mia attività ai principi etici della solidarietà umana, contro i quali, nel rispetto della vita e della persona non utilizzerò mai le mie conoscenze;
• di prestare la mia opera con diligenza, perizia e prudenza secondo scienza e coscienza ed osservando le norme deontologiche che regolano l'esercizio della medicina e quelle giuridiche che non risultino in contrasto con gli scopi della mia professione;
• di affidare la mia reputazione esclusivamente alle mie capacità professionali ed alle mie doti morali;
• di evitare, anche al di fuori dell'esercizio professionale, ogni atto e comportamento che possano ledere il prestigio e la dignità della professione;
• di rispettare i colleghi anche in caso di contrasto di opinioni;
• di curare tutti i miei pazienti con eguale scrupolo e impegno indipendentemente dai sentimenti che essi mi ispirano e prescindendo da ogni differenza di razza, religione, nazionalità, condizione sociale e ideologia politica;
• di prestare assistenza d'urgenza a qualsiasi infermo che ne abbisogni e di mettermi, in caso di pubblica calamità, a disposizione dell'Autorità competente;
• di rispettare e facilitare in ogni caso il diritto del malato alla libera scelta del suo medico tenuto conto che il rapporto tra medico e paziente è fondato sulla fiducia e in ogni caso sul reciproco rispetto;
• di osservare il segreto su tutto ciò che mi è confidato, che vedo o che ho veduto, inteso o intuito nell'esercizio della mia professione o in ragione del mio stato.
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Dott. Cleto Antonini, (C.A.), Aiuto anestesista del dpt di Rianimazione Ospedale Maggiore di Novara;
Don Pier Davide Guenzi, (P.D.G.), docente di bioetica presso l'Istituto Superiore di Scienze Religiose di Novara e vice-presidente del Comitato Etico dell'Azienda Ospedaliera "Maggiore della Carita'" di Novara.
Coordinatore: Prof. Paolo Rossi, (P.R.) Primario cardiologo
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Prof. Ilario Viano, Direttore dell'Istituto di Farmacologia Clinica, Facolta' di Medicina e Chirurgia dell'Universita' degli Studi del Piemonte Orientale A. Avogadro.
Dott. Gianfranco Zulian, Responsabile medicina legale Ospedale ASL 13 Novara, Presidente del Comitato Etico dell'Azienda Ospedaliera "Maggiore della Carita'" di Novara
con il patrocinio di:
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