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Forum
di Bioetica |
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NEWSLETTER N. 34 - AGOSTO - SETTEMBRE 2006 |
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| Gli scopi del Forum sono: |
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- suscitare un interesse culturale sui principi fondanti dell'etica e della bio-etica,
- fornire gli elementi che aiutino le coscienze alla formulazione di un retto giudizio morale,
- aprire il forum a tutte le voci di quelli che desiderano esprimere il proprio punto di vista morale o
le proprie perplessita' sulle problematiche suscitate dall'attivita' quotidiana,
- rispondere ai quesiti che potrebbero essere formulati dagli operatori sanitari e
dai cittadini. |
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| IN
QUESTO NUMERO |
| Intorno ai principi dell' etica |
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Il Bene Comune Proprio della Famiglia in una Societa' Multiculturale
di Paolo Rossi |
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- Perche' si giustifica un discorso sul bene comune
- Sfiducia nel concetto di bene comune
- Evoluzione storica della nozione di bene comune
- Fattori storici in antitesi al bene comune: gli esiti nefasti della globalizzazione; il dominio della tecnica; il fondamentalismo
- Le vie per una convivenza costruttiva
- Partecipazione individuale alla realizzazione del bene comune
- Concorso al bene comune nella famiglia: laicita' e laicismo; quattro principi come linee guida; il diritto alla educazione dei figli
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pag. 2-17 |
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Tutte le newsletter precedenti e l'indice analitico degli argomenti pubblicati
sono archiviati nel sito: |
| www.foliacardiologica.it |
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Indirizzo
per la corrispondenza: paolorossi_125@fastwebnet.it |
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Intorno ai Principi dell'Etica |
Il Bene Comune Proprio della Famiglia in una Societa' Multiculturale |
di Paolo Rossi |
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| INTRODUZIONE |
Il "bene comune" e' il bene di una comunita' di persone (famiglia, corpi sociali, citta', Stato, comunita' di nazioni, ecc.), ed e' quindi relativo alla natura della comunita' a cui si riferisce. Il bene comune della societa' politica e' quello piu' importante - principalissimum secondo S. Tommaso - e comprensivo di quello delle comunita' particolari proprio perche' nella societa' politica queste trovano il loro sostegno e completamento. Nei discorsi che vengono rivolti da pulpiti diversi ai politici e alla societa' in generale ho l'impressione di assistere ad un dialogo tra sordi.
Il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace con un lavoro straordinario d’inestimabile valore storico, culturale e morale ha raccolto nel "Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa" (Libreria Editrice Vaticana, 2004) l'insegnamento attuale della Chiesa Cattolica. Il Compendio, con autorita' certa e indiscussa, indica tutti i principi fondamentali e non negoziabili e descrive i mezzi necessari alla realizzazione del bene comune, e stigmatizza in termini generali le condizioni che ne impediscono la realizzazione.
Guardando pero' al comportamento delle persone e' indubbio che gia' tra le file dei christifideles laici sono numerosi i cattolici che in molte occasioni pubbliche e private dimostrano di essere sordi (o peggio indifferenti) all'insegnamento morale della Chiesa. Ancora piu' vasta e' l'area dei non cattolici sordi (o spesso ostili) che rifiutano a priori i principi fondamentali e la stessa concezione di bene comune.
Allora, su quali basi si giustifica un discorso sul bene comune? Rivolgendoci con la nostra riflessione ai singoli cittadini e' possibile promuovere la costruzione del bene comune nelle comunita' particolari poiche' si puo' fare leva su aspetti della natura umana che siano indipendenti da condizionamenti di natura culturale o ideologica. Non e' percio' un discorso rivolto ai politici o agli intellettuali. Trattasi di una ricerca che parte dal basso, avendo costantemente presenti gli ostacoli, le difficolta', i conflitti che si frappongono in una societa' come la nostra, multiculturale e multietnica. In ragione di cio' mi sembra opportuno descrivere prima le situazioni e le categorie di persone che si oppongono in forme diverse al bene comune, in modo che riconoscendole si cerchi di evitarne la influenza negativa. Successivamente, cerco come indicare alle persone di buona volonta' i passi che si debbono compiere per promuovere il bene comune della propria famiglia.
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Sfiducia nel concetto di
"bene comune" |
Il concorso dei cittadini verso un bene comune sembrerebbe a prima vista un atteggiamento assennato e per se stesso ricco di senso. Nella societa' contemporanea invece il tema si presenta molto complesso e contrastato. Per l'uomo contemporaneo consapevole della realta' sociale, economica e politica in cui vive, il principio del bene comune e' un concetto controverso, guardato con sfiducia o negato ed etichettato frequentemente come esclusivamente "cattolico". Gli effetti negativi di questa mentalita' non si limitano agli ambienti degli esperti, ma hanno anche pervaso tutta la societa'. Nel 1996, i Vescovi d’Inghilterra hanno analizzato come si colloca il principio del bene comune nella societa' inglese. Il documento episcopale si esprime al riguardo nel seguente modo: il popolo "non e' piu' sicuro che questo principio meriti la sua fiducia. Sente che viene messo in discussione nella teoria e ignorato nella pratica. Questa perdita di fiducia nel concetto di bene comune e' uno dei fattori principali che spiegano il sentimento di pessimismo della nazione. Rivela l'indebolimento del senso della mutua responsabilita' e il declino dello spirito di solidarieta' — vale a dire, rivela lo sgretolarsi del cemento che unisce gli individui di una societa' (1) .
Per i cristiani la liberta' non e' disancorata dalla legge: la finalita' della liberta' sta nel prendere consapevolezza di questa legge che orienta verso Dio e nel tradurla nel concreto dell'azione. "C’e' una responsabilita' politica fondamentale che grava su ciascuno senza eccezioni. Essa si esprime nel leale rapporto con le istituzioni, nella consapevole sottomissione alle leggi in quanto espressive delle esigenze del bene comune, nell'adempimento puntuale dei doveri e delle prestazioni sociali richiesti, a cominciare dagli obblighi fiscali, nell'esercizio delle forme di partecipazione democratica" (2) . |
1. Vescovi d’Inghilterra e Galles, Il Bene Comune e la Dottrina Sociale della Chiesa, 1996, n. 116
2. Conferenza Episcopale Triveneta, Per un'educazione cristiana alla politica, n. 5 |
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Evoluzione storica della nozione
di bene comune |
La nozione di to' koino'n agatho'n tradotto al latino con l'espressione bonum commune, nasce nel pensiero politico di Platone e Aristotele, e raggiunge uno spessore notevole nel Medioevo. Gli antichi la impiegavano per definire sia l'origine che la finalita' dell'attivita' politica. In seguito, nel Medioevo, per influsso della dottrina paolina del "corpo mistico di Cristo", acquisto' una speciale importanza alla luce di una concezione organica della societa', che sottolinea la subordinazione delle parti al bene del tutto, riconoscendo tuttavia nell'uomo una dimensione che trascende il regno politico Questa concezione medievale ispira un'azione politica basata su tre grandi principi: Dio e' il Creatore ed Ordinatore di tutto il creato; esiste una legge eterna, iscritta nella natura di ogni essere e divenuta percio' legge naturale, regolatrice di tutti gli esseri ed in modo speciale dell'uomo. Percio', anteriore ad ogni legislazione positiva c’e' una legge eterna e naturale dalla quale la legislazione positiva umana deve trarre ispirazione e norma.
Il mondo culturale e' nel Medioevo dominato dalla teologia con la totale subordinazione della ragione alla Rivelazione. Dopo il ritorno degli scritti di Aristotele, la risvegliata ragione rinnega progressivamente la visione metafisica della Scolastica e si sostituisce a Dio (3). Per il mondo moderno l'uomo non puo' vincere sulle passioni, ma, ciononostante, puo' manipolarle e farne un mezzo che serva per trasformare la vita in vista di un incrementato benessere. Ed e' questa istanza critica e realistica a caratterizzare la nascita della modernita', il cui vero e grande primo esponente e' Machiavelli. Il mondo che Machiavelli esibisce – lontanissimo da quello armonico della metafisica, in cui ogni cosa occupa il posto che le compete – e' assolutamente umano e appare retto da una logica economica di concorrenza spietata, in cui non vi e' posto per altra regola e tutti gareggiano contro tutti (e' un'anticipazione del bellum omnium contra omnes di Hobbes) in vista della propria individuale sopravvivenza. Successivamente sulla strada aperta da Machiavelli, autori come Hobbes e Locke cambiano il modo di interpretare la finalita' dell'attivita' politica: l'attenzione viene posta sui meccanismi di potere, e il concetto di unita' secondo l'ordine viene sostituito dal concetto di conciliazione tra i diritti degli individui. Si continua a parlare di beni comuni (la pace, il benessere) ma ormai con altri contenuti. Siamo nel regno dei contratti. Rimane lontano il concetto cristiano di bene comune come bene onesto in se stesso. La visione moderna utilitaristica e' il risultato di una nuova antropologia, secondo la quale l'uomo per natura e' antisociale. La societa' si sarebbe formata per "controllare" le passioni dell'egoismo, dell'invidia e dell'ambizione, naturali nell'uomo. Da qui il concetto di homo homini lupus di Hobbes e l'idea "funzionalista" della societa' che noi non possiamo accettare. Su queste nuove basi, predomina nelle menti dei governanti della vita pubblica la comprensione del bene politico come un bene utile, come benessere, come il maggior bene per il maggior numero possibile. |
| 3. Il "conosci te stesso" di Socrate (gnwqi sauton) puo' dare adito a due diverse interpretazioni, una metafisica, l'altra esistenziale: al "conosci che cosa sei in quanto essere umano", ossia "conosci che cosa e' l'uomo" (scienza di se'), si contrappone il "conosci te stesso come singolo" (coscienza di se'), cercando di vivere la tensione al bene come tua propria esclusiva. |
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Fattori storici in antitesi
al bene comune |
I frutti della modernita' si riassumono nell'illuminismo, nelle scoperte scientifiche e nel relativismo culturale e morale. La nostra epoca si puo', a ben ragione, definire post-moderna sia perche' la modernita' ha esaurito il suo ciclo storico da circa due secoli sia perche' ne possiamo verificare gli effetti prodotti sul tessuto sociale. Nonostante cio', a mio giudizio, non dovremmo assegnare al termine post-moderno una connotazione soltanto negativa ne' ritenerla una fase decadente della storia del mondo occidentale ma piuttosto una fase anche se molto sofferta di transizione verso una nuova forma di societa'. Le forze che si oppongono alla concezione del bene comune sono di natura ideologica, tecnologica, economica e sociale. |
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Gli esiti nefasti
della globalizzazione |
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| 1. Le trasformazioni sociali della modernita' |
Ideologicamente, la modernita' e' sinonimo di scetticismo e secolarizzazione. Per sommi capi:
a) Sul piano politico, si e' caratterizzata con l'affermazione dello Stato nazione centralistico, che ha di fatto privato i "corpi sociali intermedi"(costituitosi nella societa' feudale) di ogni autonomia, estendendo oggi i suoi interventi contro le liberta' individuali volendosi sostituire anche all'azione educativa dei genitori. La conseguenza si connota con l'individualismo (egoista ed egocentrico) e la societa' di massa (manipolata dai mass media dominati e guidati dagli interessi economici dei poteri forti), con i suoi conflitti ideologici interpretati dai partiti, liberali, democratici o totalitari.
b) Sul piano economico, la centralita' industriale si sostanzia con il compimento nazionale dei mercati, colonialistici, competitivi e quindi, in alcuni casi, imperialistici. Successivamente, nel secondo dopoguerra, il fordismo rende possibile per il capitale l'integrazione progressiva del proletariato in un indefinito ceto medio consumistico, sotto la tutela dello stato provvidenziale, che in nome della cooperazione individualistica distrugge le solidarieta' organiche comunitarie. Ovviamente tutto questo ha un costo ecologico devastante.
c) Sul piano morale, la liberta' umana diminuisce in maniera direttamente proporzionale allo sviluppo tecno-scientifico, che imprime un carattere di necessita' e un ritmo illimitato ad uno sviluppo anti-biologico. Cultura e natura si divaricano come non mai nell'evolversi della civilizzazione. L'egualitarismo marxista mortifica ancora oggi le diversita' naturali delle persone e disconosce il merito che si puo' acquisire con il lavoro. L'uguaglianza, che si e' cosi' affermata in forme egemonicamente utilitaristiche, consegue alla perdita della liberta'. L'esaurimento delle "risorse" naturali, le modificazioni climatiche, l'abbassamento dei suoli, la riduzione dell'ozonosfera e della biodiversita', l'urbanizzazione, creano una condizione unica ed epocale per il pianeta intero. La mondializzazione, fenomeno eminentemente tecnologico e finanziario, rende insufficienti gli Stati. Per dirla con de Benoist, troppo piccoli per il respiro internazionale dei tempi, troppo grandi per i problemi reali della gente (1). |
| 2. Il dominio della tecnica |
E' ormai di dominio anche laico, il risvolto inquietante della disillusione dell'homo faber. L'uomo e' subordinato al continuo potenziamento e affinamento dell'apparato tecnico, che assurge a vero soggetto del divenire sociale.
Per il fatto che abitiamo un mondo in ogni sua parte tecnicamente organizzato --dice Galimberti-- la tecnica non e' piu' oggetto di una nostra scelta, ma e' il nostro ambiente, dove fini e mezzi, persino sogni e desideri sono tecnicamente articolati e hanno bisogno della tecnica per esprimersi."(2). La tecnica, da mezzo e' divenuta un fine. E poiche' non si da' piu' un orizzonte capace di garantire l'ordine del mondo, che non dipende piu' dall'essere ma dal "fare" tecnico, l'efficacia diventa l'unico criterio di verita'. L'alienazione tecnologica, che vede solo nella tecnica la liberazione dell'uomo dai propri limiti, non offre alcuna speranza di salvezza. |
| 3. Il fondamentalismo |
Il fondamentalismo condanna coloro che hanno una fede diversa. E' l'incapacita' di accettare e rispettare colui che e' diverso. |
RELIGIOSO
Comune alle tre grandi religioni monoteiste, il fondamentalismo capovolge la realta' di Dio e blocca ogni possibilita' di relazioni autenticamente umane, impedendo cosi' lo sviluppo di un bene comune. L'Islamismo fondamentalista e' l'ala piu' conservatrice della religione islamica, esattamente come il fondamentalismo cristiano e' l'ala conservatrice del cristianesimo. La maggior parte dei terroristi mediorientali sono probabilmente Musulmani fondamentalisti, che credono che lo Stato islamico debba essere imposto dall'alto, anche tramite azioni violente, se necessario. La guerra internazionale condotta dal terrorismo islamico interferisce con il processo d’integrazione delle comunita' d’immigrati che aderiscono a questa fede e che spesso interpretano in modo fondamentalistico. |
POLITICO
Si puo' parlare di nazionalismo per le dottrine ed i movimenti che sostengono l'affermazione, l'esaltazione ed il potenziamento della propria nazione intesa come collettivita' omogenea, ritenuta depositaria di valori tradizionali tipici ed esclusivi, del patrimonio culturale e spirituale nazionale. Dopo l'11 settembre, mai si e' raggiunta una tale identificazione e omogeneizzazione delle opinioni pubbliche delle nazioni industrializzate sulla auto-referenzialita' e, quindi, sulla propria "superiorita'" civilizzatrice. A questa propensione si contrappone, in particolar modo, quella islamica, anch'essa convinta, in modo piu' o meno esplicito, della propria "unicita'" e "superiorita'". |
ATEO-ETICO-CULTURALE
Il paradigma materialistico e riduzionistico consiste in una quantita' di idee e valori che sembrano essersi radicati nella mentalita' comune, fra cui la visione dell'universo come sistema meccanico composto da mattoni elementari aggregati dal "caso", la visione del corpo umano come macchina che puo' essere manipolata dalla tecnica senza alcuna remora morale, la visione della vita sociale come competizione individuale per l'esistenza, la fiducia in un progresso materiale illimitato da raggiungere attraverso la crescita economica e tecnologica.
"La vera contrapposizione che caratterizza il mondo di oggi non e' quella tra diverse culture religiose, ma quella tra la radicale emancipazione dell'uomo da Dio, dalle radici della vita, da una parte, e le grandi culture religiose dall'altra.[…] Anche il rifiuto del riferimento a Dio, non e' espressione di una tolleranza che vuole proteggere le religioni non teistiche e la dignita' degli atei e degli agnostici, ma piuttosto espressione di una coscienza che vorrebbe vedere Dio cancellato definitivamente dalla vita pubblica dell'umanita' e accantonato nell'ambito soggettivo di residue culture del passato. Il relativismo, che costituisce il punto di partenza di tutto questo, diventa cosi' un dogmatismo che si crede in possesso della definitiva conoscenza della ragione, ed in diritto di considerare tutto il resto soltanto come uno stadio dell'umanita' in fondo superato e che puo' essere adeguatamente relativizzato" (3) . Nei rapporti interpersonali e nelle relazioni pubbliche, tale dogmatismo si tramuta in totale intolleranza, non piu' circoscritto all'ambito religioso ma esteso alla vita civile, sia privata che pubblica. In altre parole non si tollera o si censura aspramente una persona, e in particolare un cattolico, che voglia rimanere fedele, nelle parole e negli atti, alla sua coscienza sui "principi non negoziabili", messi in discussione o negati dal relativismo morale. Una constatazione sulla quale credo che tutti consentiamo: "Mai come oggi l'ambiente, inteso come clima mentale e modo di vita, ha avuto a disposizione strumenti di cosi' dispotica invasione delle coscienze. Oggi piu' che mai l'educatore, o il diseducatore sovrano e' l'ambiente con tutte le sue forme espressive" (4). Penso che l'ambiente, cosi' inteso, oggi stia rendendo impraticabile o impensabile l'atto educativo necessario alla dinamica che conduce al bene comune. |
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1. A. de Benoist, Gli esiti nefasti della globalizzazione e i modi per contrastarla in "Trasgressioni", n. 22, Firenze, maggio-agosto 1996.
2. U. Garimberti, Psiche e techne, Feltrinelli, Milano, 1999.
3. Joseph Ratzinger L'EUROPA NELLA CRISI DELLE CULTURE conferenza tenuta venerdi' 1 aprile 2005 a Subiaco, al Monastero di Santa Scolastica
4. Giussani L. , Porta la speranza. Primi scritti, ed. Marietti 1820, Genova 1998, pag. 16 |
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Le vie per una convivenza
costruttiva
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La disomogeneita' culturale, etica e religiosa della societa' impone in tutti i Paesi il grande problema della convivenza. Le strade ipotizzabili per una convivenza a carattere interculturale e interreligioso sono in linea di principio soltanto tre: la via dell'assimilazione, la via della marginalizzazione e la via dell'integrazione. Le prime due, sperimentate in diversi contesti nazionali, si sono dimostrate impercorribili (1): L'integrazione e' quella che richiede un forte impegno intellettuale e buona volonta' politica e morale. Le diverse modalita' d’integrazioni sostenute dai liberals anglosassoni in difesa delle minoranze costituiscono varianti di "marginalizzazione" nelle quali si sono ripresentati i conflitti inter o infra etnici, verificatosi recentemente in Inghilterra, e dai quali sono emersi terroristi islamici con cittadinanza britannica. La forma d’integrazione che meglio si adegua al carattere non solo complesso ma altamente dinamico delle societa' multietniche e' quella anche definita con il termine personalismo interculturale, e che prende in adeguata considerazione il valore della persona, inteso come un elemento tipicamente dinamico che si trova a fondamento di ogni cultura. Gli elementi essenziali di tale forma d’integrazione si possono delineare nei seguenti punti D’Agostino F., Per una convivenza tra i popoli: pluralismo e tolleranza, Medicina e Morale 2006; 3: 469-484. "L'assimilazione e' antropofagica e pretende che chi si candida all'assimilazione abbandoni la sua identita' originaria. La marginalizzazione e' una soluzione burocratica che puo' comportare o la ghettizzazione e/o al profondo disinteresse verso le minoranze marginalizzate. L'Europa senza identita', quella stessa che predica sempre il dialogo, il confronto, la tolleranza, non sa accogliere ne' integrare nessuno, perche' non sa che cosa insegnare a nessuno. In Italia, si offre gratis la cittadinanza perche' si pensa che sia solo un certificato anagrafico. Percio' questa Europa, prima attira l'immigrato per fargli fare a basso costo cio' che essa non vuole piu' fare, poi, siccome a costui non piace la nouvelle cuisine spirituale europea, lo ghettizza. Il multiculturalismo europeo e' proprio la dottrina della ghettizzazione".
- il primato della persona, che si esplicita sullo Stato di cui sia cittadina e sulla comunita' di cui sia membro. Il termine "persona" appartiene ormai talmente al nostro linguaggio quotidiano, da esserne stato come deflazionata: non dice pressoche' piu' nulla. In realta' esso connota la piu' profonda definizione di uomo. Esso e' entrato nella consapevolezza dell'uomo solo col cristianesimo, e, come scrisse Hegel (2), questa e' stata la grande novita' apportata dalla predicazione evangelica. Che cosa dunque si intende dire quando si definisce l'uomo come persona? "Definendo l'uomo come persona si intende designare il singolo uomo nella sua interezza, concretezza ed unita' psicofisica di soggetto metafisico (sostanza) capace di pensiero e liberta' e per questo capace di relazionarsi come tale nei confronti di Dio, degli altri uomini e del resto degli enti che compongono l'universo. Per queste sue proprieta' la persona umana si caratterizza come unica ed irriducibile nei confronti di tutte le altre sostanze che compongono l'universo fisico e come tale soggetto di inalienabili diritti e doveri nei confronti della societa' e dello stato" (3). Nella storia dell'Occidente pero' alla tradizione personalistica si contrappone una tradizione antipersonalistica in cui, da Platone a Macchiavelli, a Rousseau a Robespierre, a Marx, a Bakunin, Stalin, ai marxisti dei nostri giorni, concordano nel non voler riconoscere alla persona alcun valore, se non subordinato a quello del soggetto collettivo, cui essa di necessita' dovrebbe appartenere e su cui dovrebbe radicare la sua identita'. Sono innumerevoli e conosciute da tutti le catastrofi prodotte nella storia dal misconoscimento del valore individuale della persona umana.
- dire persona significa dire soggetto in relazione. La persona si realizza e manifesta le proprie potenzialita' soltanto se non si chiude in se stessa in un atteggiamento di autosufficienza (superbia) e di egocentrismo (l'altro non m’interessa). Entrare in relazione con altri soggetti invece vuol dire aprirsi per farsi conoscere, manifestare quella simpatia che e' desiderio di conoscere l'altro, e' come un donare se stesso all'altro. Il dono di se' costituisce un atto di amore. Solo amando il prossimo si puo' avere accesso alla sua verita', alla verita' di ogni uomo e di se stessi. Tale capacita' di amore e' una dote innata propria dell'uomo e puo' essere vissuta da chiunque sia ben disposto, indipendentemente da qualsiasi condizionamento ideologico. Siffatta disposizione, indispensabile per la realizzazione del bene comune, non e' poi cosi' rara ne' improbabile. Checche' dicano quelli della tradizione antipersonalista che non riconoscono il primato della persona. Guardando alla nostra personale esperienza, (escludendo le suggestioni dei media e di certi intellettuali) possiamo chiederci se e' proprio vero che tutti gli uomini sono le belve descritte da Macchiavelli, Hobbes e compagni? O piuttosto e' vero il contrario, che la maggioranza degli uomini (umili e silenziosi), pur nelle loro naturali debolezze, sono propensi ad aiutare e ad amare il prossimo.
- la relazionalita' chiede di essere garantita. Possiamo riscontrare una garanzia a piu' livelli. 1) La conoscenza amicale che si forma negli incontri tra due persone offre la garanzia di primo livello nelle relazioni interpersonali. Tra i coniugi, tra genitori e figli, tra gli amici di una comunita', se le relazioni sono aperte al dono di se' s’instaura un rapporto d’amore che garantisce un autentica crescita delle persone coinvolte. E' comunque ineludibile e vitale che nell'incontro il dono di se' sia sincero e soprattutto sia reciproco, altrimenti la relazione e' destinata al fallimento. Purtroppo, puo' verificarsi in qualunque momento, visto il carattere dinamico proprio della persona, che ci si trovi di malumore e scostanti, indifferenti e incapaci di comprendere il bisogno dell'altro. Chi non riconosce che quando si verifica un contrasto tra i coniugi, tra un genitore e il figlio, tra due amici, o tra due sconosciuti, prevalga in quel momento un atteggiamento egoistico responsabile della crisi. Chi non ha sperimentato che e' possibile superare incomprensioni e contrasti se con la buona volonta' correggiamo la nostra passione (orgoglio o avidita' o concupiscenza o invidia o gelosia o avarizia ecc.)? 2) Al livello superiore il garante della relazionalita' in una societa' multietnica e' il diritto, la forma di esperienza umana destinata a regolare le relazione tra le parti. Quindi in ultima analisi tocca allo Stato il compito di garantire la relazionalita' multietnica, assumendo un atteggiamento imparziale che esige neutralita' ma non indifferenza e discernendo tra le culture quelle con la maggiore capacita' di difendere i valori della persona rispetto ad altre.
- definizione dei limiti dell'integrazione. E' il punto piu' arduo. La tolleranza verso le culture non puo' che essere condizionata. Tollerare non significa accettare in modo disimpegnato e indulgente ogni cultura esistente ma significa che si debba formulare un giudizio (filosofico) che utilizza come misura critica comune il riferimento alla verita' antropologica. Se una cultura smarrisce se stessa, se diviene manifestazione deformata di violenza contro l'uomo, se si pone come chiusura al dialogo con le altre culture e assolutizzazione di se', non puo' essere tollerata, ma al contrario va condannata. Esiste un limite invalicabile della tolleranza: "l'intollerabilita' della intolleranza" (4). Non si puo' tollerare la cultura intollerante che viola la dignita' umana, ritenuta il valore biogiuridico minimo metaculturale. L'uguaglianza deve garantire a tutti gli uomini, a prescindere dall'appartenenza culturale, la possibilita' di riconoscersi in quanto uomini, di conservare la propria identita', senza annullare o reprimere le differenze.
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1.
D’Agostino F., Per una convivenza tra i popoli: pluralismo e tolleranza, Medicina e Morale 2006; 3: 469-484. "L'assimilazione e' antropofagica e pretende che chi si candida all'assimilazione abbandoni la sua identita' originaria. La marginalizzazione e' una soluzione burocratica che puo' comportare o la ghettizzazione e/o al profondo disinteresse verso le minoranze marginalizzate. L'Europa senza identita', quella stessa che predica sempre il dialogo, il confronto, la tolleranza, non sa accogliere ne' integrare nessuno, perche' non sa che cosa insegnare a nessuno. In Italia, si offre gratis la cittadinanza perche' si pensa che sia solo un certificato anagrafico. Percio' questa Europa, prima attira l'immigrato per fargli fare a basso costo cio' che essa non vuole piu' fare, poi, siccome a costui non piace la nouvelle cuisine spirituale europea, lo ghettizza. Il multiculturalismo europeo e' proprio la dottrina della ghettizzazione".
2. Enciclopedia delle scienze filosofiche, § 482. In realta' la posizione hegeliana precisa e categorica solo in apparenza, ha in se stessa germi di riflessione che mettono in crisi in realta' cio' che con una certa retorica viene da lui detto.
3. G.Basti, Filosofia dell'uomo, ESD, Bologna 1995, pag. 334.
4. Palazzoni L..Bioetica e culture: imperialismo, relativismo o transculturalismo? Medicina e Morale 2006;3: 517-531. |
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| Partecipazione individuale alla realizzazione del bene comune |
"Il bene comune non consiste nella semplice somma dei beni particolari di ciascun soggetto del corpo sociale. Essendo di tutti e di ciascuno e' e rimane comune, perche' indivisibile e perche' soltanto insieme e' possibile raggiungerlo, accrescerlo e custodirlo, anche in vista del futuro. Come l'agire morale del singolo si realizza nel compiere il bene, cosi' l'agire sociale giunge a pienezza realizzando il bene comune. Il bene comune, infatti, puo' essere inteso come la dimensione sociale e comunitaria del bene morale" (1). Nella Mater et magistra si legge che il bene comune e' una "concezione che si concreta nell'insieme di quelle condizioni sociali che consentono e favoriscono negli esseri umani lo sviluppo integrale della loro persona" (n. 69). La realizzazione del bene comune nelle societa' particolari non puo' essere semplicemente demandato all'autorita' politica, bensi' impegna la responsabilita' morale di tutti i cittadini in quanto dipende di volta in volta dai comportamenti dei singoli componenti di una data comunita'. La piu' importante delle societa' particolari e' la famiglia perche' costituisce l'elemento primo del tessuto sociale in tutte le etnie. |
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Concorso al bene comune nella famiglia |
| DIMENSIONI DELLA FAMIGLIA |
Nella societa' postmoderna si fronteggiano due concezioni contrapposte della famiglia, che potremmo definire, una laica ed una laicista.
La concezione laica (2).definisce la famiglia: "comunione di un uomo e una donna uniti in matrimonio, aperta alla vita; descrive una dimensione orizzontale, che le deriva dalla legge naturale, e che trae origine dalla realta' stessa delle cose". A questa si lega una dimensione di profondita', che si manifesta nell'apertura "sociale" del matrimonio, che non e' un fatto privato fra gli sposi, ma che assume sempre un significato pubblico che interessa lo Stato e le sue leggi. Per i cattolici, laici cristefidelis, si aggiunge la dimensione verticale, rappresentata dalla Grazia del sacramento istituito da Gesu' Cristo, che si innesta - trasformandola in maniera essenziale - nella realta' naturale dell'amore tra un uomo e una donna. I tre pilastri della famiglia alla luce del Vangelo sono la totalita', la fedelta', la fecondita':, secondo una parola che - al di fuori di qualsiasi confessionalismo - e' profondamente umana, proprio perche' autenticamente cristiana. Totalita': perche' nella famiglia si accoglie l'altro tutto intero, sano o malato, simpatico o antipatico, nel bene e nel male, per sempre. Fedelta': perche' gli sposi si fanno reciproco dono di un tesoro che e' spendibile una volta sola e per sempre, e che non puo' essere dato in affitto per gioco, o per prova. Fecondita': perche' per amare bisogna essere in tre. Il bambino che nascera' e' il segno visibile di come l'amore sia diffusivo, procreativo. La tradizione cattolica ha sempre inteso il matrimonio anche come una relazione naturale. Le persone di qualunque fede possono sposarsi e il loro matrimonio interessa Dio, i figli, i coniugi e la comunita' tutta. Il matrimonio e' uno strumento fondamentale che consente di generare e crescere le giovani generazioni, dando agli uomini e alle donne la possibilita' di soddisfare il bisogno profondo di comunicazione tra loro, e il bisogno profondo dei figli di conoscere e di farsi conoscere dalla propria mamma e dal proprio papa'.
La concezione laicista: trova la sua completa espressione nella legge approvata in Spagna nel 2005. La nuova legge equipara i matrimoni alle unioni fra omosessuali. Il matrimonio e' stato distrutto giuridicamente, perche' non e' piu' neppure contemplato dalla legge. Attraverso la modifica apportata al Codice Civile sono scomparsi i termini "padre" e "madre" o "sposo" e "sposa". L'attuale legislazione spagnola sul matrimonio ha fatto in modo che coloro che dicono che il matrimonio e' l'unione fra un uomo e una donna non siano protetti dalla legge, ma si trovino "al margine di essa". E' ingiusta e settaria e non destinata a tutti, perche' e' stata fatta solamente per pochi. Inoltre, nell'insegnamento dell'Educazione civica, che sara' obbligatorio per tutti i centri a tutti i livelli dell'educazione, verra' insegnato che il matrimonio non e' l'unione fra un uomo e una donna.. Durante questa lezione si chiedera' ai bambini, a quelli che hanno otto anni, se hanno una opzione sessuale, che affermino se sono uomini o donne o quale sara' il loro orientamento sessuale. In altri Paesi il matrimonio e' stato equiparato all'unione fra persone dello stesso sesso, pero' non e' stato distrutto come e' avvenuto in Spagna (3).
EFFETTI NOCIVI DEL DIVORZIO E DELLE COPPIE DI FATTO
Gran parte della ricerca scientifica sociologica oggi sostiene l'importanza del matrimonio per il bene comune. Ad esempio, si e' visto che il matrimonio riduce l'incidenza della poverta' per i figli e per la comunita'. La maggioranza dei bambini i cui genitori non si sposano o non rimangono sposati, attraversano almeno un anno di poverta'. L'assenza del padre nella famiglia aumenta l'incidenza del crimine. I ragazzi i cui genitori hanno divorziato o non si sono mai sposati, ad esempio, hanno una probabilita' dalle due alle tre volte maggiore di ritrovarsi in carcere da adulti. Il matrimonio protegge la salute fisica e mentale dei bambini. I figli i cui genitori sono stabilmente sposati godono di un migliore stato di salute e sono meno soggetti a malattie mentali tra cui la depressione e il suicidio in eta' adolescenziale. I genitori che non si sposano o non rimangono sposati, mettono anche a rischio l'educazione dei figli. I figli di genitori divorziati o mai sposati hanno rendimenti scolastici inferiori e sono piu' soggetti ad essere bocciati e ad abbandonare la scuola. Essi hanno anche minori probabilita' di laurearsi. Quando fallisce un matrimonio, si indeboliscono anche i legami tra i genitori e i figli. I figli, diventati adulti, hanno poi la meta' delle probabilita' di intrattenere rapporti affettivi stretti sia con la madre che con il padre. Ad esempio, secondo uno studio ampio, svolto a livello nazionale negli USA e in Gran Bretagna, il 65% dei figli adulti cresciuti con genitori divorziati hanno affermato di non avere legami stretti con il padre, rispetto al 29% di quelli cresciuti con genitori sposati. Il matrimonio e' molto importante. La mera convivenza non e' ad esso equiparabile. Le persone che semplicemente vivono insieme non godono, mediamente, della stessa salute, benessere e felicita', rispetto alle persone sposate. Lo stesso vale per i figli. I figli con genitori conviventi non sposati hanno maggiori probabilita' di subire violenza domestica, abusi e di essere trascurati. I figli nati da genitori solo conviventi hanno anche una probabilita' tre volte maggiore di vedere i propri genitori separarsi entro il quinto anno di eta' (4). La difesa del matrimonio rientra quindi tra le nostre condivise convinzioni di laici su come assicurare il bene comune, la giustizia sociale e il meglio per i nostri bambini (5). |
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IL CONCORSO AL BENE COMUNE NELLA FAMIGLIA |
Ho ritenuto opportuno raccogliere in alcuni principi le linee guida per tutte le famiglie che si uniformino alla concezione laica sopra descritta. E' implicito che le persone, appartenendo a gruppi culturali e religiosi diversi, attribuiscano un valore diverso allo stesso termine. Invece si auto-escludono dal concorso al bene comune coloro che seguono una cultura laicista e/o fondamentalista.
Il primo principio e' ineludibile: |
"tutti i membri di una famiglia (nonni, genitori e figli) sono vincolati alla realizzazione del bene comune nella verita', nella giustizia e nell'amore". |
Gli elementi naturali della famiglia sono il consenso tra gli sposi, il bene tra i coniugi, e la procreazione ed educazione dei figli (CCC, n. 2201). Inoltre, dentro la famiglia tutti hanno eguale dignita', ma con responsabilita' e ruoli diversi in vista del bene comune (CCC, n. 2203). Le societa' piu' svariate, gia' prima dell'avvento del cristianesimo, riconoscono questa elementare realta': "la famiglia come istituzione precede qualsiasi riconoscimento da parte della pubblica autorita': si impone da se'". Il bene comune di ogni famiglia e' quindi essenziale per tutta la societa'. Quando una societa' che muore cerca le cause del proprio malessere, essa non deve far altro che guardare alla famiglia: li' trovera' il germe della sua malattia, o i semi della propria rinascita. E' nella famiglia che marito e moglie imparano a essere davvero adulti, rispettando quotidianamente "la parola data" una volta per tutte. La partecipazione alla costruzione del bene comune diventa un atto naturale se tutti i membri apprendono, anche se gradualmente e con velocita' diverse, come applicare nel vivere quotidiano il rispetto della verita' e della giustizia. Se non si e' sempre sinceri (amore della verita'), se non si riconoscono i propri torti ed errori (amore della giustizia), se non c’e' amore reciproco per perdonare o meglio dimenticare le offese, non si realizza il bene comune.
Il secondo principio e' un passo concreto: |
| "compi il tuo dovere nelle piccole cose di ogni giorno per il bene di un altro" |
Il primo salto di qualita' che dobbiamo compiere e' metterci bene in testa che il bene comune si compie in mezzo alle circostanze piu' ordinarie: una donna che partorisce, una famiglia riunita a tavola, una casa dove bambini giocano, un padre che rincasa la sera dopo una giornata di lavoro (6). Un "focolare luminoso e allegro", ecco i due aggettivi che dovremmo sforzarci di "realizzare" ogni giorno dentro le nostre case, secondo l'insistente e gioioso insegnamento del Beato Escriva'. Gia', ma come si fa? Da che parte si comincia? Con tanti piccoli gesti, o atteggiamenti, che tutti insieme fanno la nostra giornata nella famiglia: la serenita' nell'affrontare i piccoli problemi come le grandi difficolta'; la propensione a saper sorridere, mettendo da parte l'ingombrante preoccupazione per il nostro io; l'attitudine ad ascoltare il marito, la moglie, i figli; l'incessante lotta per estirpare l'orgoglio, perche' in fondo sappiamo bene che nelle piccole liti domestiche nessuno ha veramente ragione.
Il terzo principio e' un diritto naturale: |
| "Avendo dato la vita ai loro figli, i genitori hanno l'originario, primario e inalienabile diritto di educarli; essi devono percio' essere riconosciuti come i primi e principali educatori dei loro figli" |
Il dono della vita in forza del quale i due sposi diventano padre e madre, non si riduce ad un fatto puramente biologico. Radicate nella biologia, la paternita'-maternita' la superano poiche' il dono della vita significa porre una persona nella realta': generare una persona e' un processo che non finisce fino a quando l'umanita' della persona abbia raggiunto la sua completezza.
La CIDE (Convention internationale des droits de l'enfant) ci introduce nel cuore della conciliazione tra la necessaria autorita' dell'adulto e il tener conto della liberta' e della parola del bambino. Intesa come un rimettere in causa l'esigenza educativa rispetto a due considerazioni che non appaiono sempre conciliabili: da un lato la necessita' di proteggere il bambino con le scelte d’autorita' della madre e del padre che tengono conto della sua particolare fragilita', dall'altro lato di riconoscergli il diritto alla liberta' di espressione, alla libera scelta delle sue opinioni e appartenenze, vale a dire di considerarlo come fosse un adulto responsabile, il che, per la precisione, ancora non e'. La mancanza dei limiti disciplinari che le istituzioni tradizionali (genitori, scuola) non hanno saputo porre, nello stadio della prima e seconda infanzia, per la confusione delle teorie pedagogiche, sotto l'influsso di una ideologia della "non-direzionalita'", si traduce in carenze profonde, una grande vulnerabilita' e un sentimento di insicurezza profondo che genera nei bambini stati di ansia o vere sindromi depressive (psicosi). Sulla educazione dei figli (dal neonato all'eta' di 18 anni) e' in corso un dibattito o meglio una guerra che vede vincente su scala mondiale la concezione laicista (7). Sono piuttosto noti i fallimenti di un certo tipo di educazione dove i genitori non osano svolgere un ruolo di autorita' per timore di una loro eccessiva distanza dal figlio, o per la propria debolezza, o per seguire le mode, oppure perche' sono preoccupati di farlo accedere quanto prima all'autonomia di decisione o di azione: "Sei abbastanza grande, adesso sbrogliatela". Ma il figlio, per l'appunto, non e' sempre "abbastanza grande", mentre e' proprio di un limite e di una regola - educatori e psicologi sono concordi in modo sempre piu' unanime nel riconoscerlo - che egli ha bisogno per svilupparsi in maniera equilibrata (8). La famiglia educa convivendo, mediante cioe' una situazione o condizione di vita di intensa relazionalita' interpersonale. E' una vera e propria trasmissione di umanita' dentro al vissuto quotidiano. E' qui che per il bene comune i figli vengono allenati alla virtu' della fortezza (sia del corpo che dello spirito), a esercitare la liberta' nel rispetto dell'altro; a prendersi cura di malati, anziani, poveri; a praticare la pazienza, ad amare.
Nel nostro contesto sociale, purtroppo, la realta' che viviamo e' molto diversa per il sovrapporsi di due condizioni che di fatto appaiono in un certo senso interdipendenti. La prima concerne i genitori, la seconda lo Stato:
- I genitori delle presenti generazioni sono frequentemente impreparati ad educare i figli, poiche' e' stata negata loro una vera e propria educazione dai loro padri appartenenti alla generazione del Sessantotto: "quella del 18 negli esami collettivi, del permissivismo e della indisciplina, del pieno impiego e della crescita economica, che ha dilapidato l'eredita' del benessere, senza riuscire a infondere quel piu' di anima di cui denunciava l'assenza, che ha installato nella societa', nell'istruzione e nella politica, una inversione di valore e un pensiero unico di cui i giovani di oggi sono le vittime principali" (9). Nonostante tutto, tra i giovani pero' non sono rari i coniugi che vivono il loro reciproco amore in modo sincero e profondo, e sul quale poter innestare il bene comune della loro famiglia. Essi possono uscire dal circolo vizioso della metafora descritta in nota facendosi guidare sulla educazione dei figli dai veri esperti, da coloro che dopo aver eseguito studi post-universitari sono diventati "specialisti di orientamento famigliare".
- Lo Stato attraverso soprattutto la scuola e' entrato sempre piu' pervasivamente dentro alla gestione dell'educazione della persona. Le leggi anzi dello Stato si sono orientate sempre piu' verso una scolarizzazione pressoche' completa del tempo, della giornata del bambino, dell'adolescente e del giovane. Ci sono poi libere associazioni che con diverse modalita' intervengono nel processo educativo. Bisogna prendere coscienza che e' in atto una vera e propria strategia, a vari livelli istituzionali, di distruzione dell'istituzione matrimoniale e della famiglia, e che pertanto e' attorno alla famiglie e alla difesa della vita che si svolge oggi la battaglia fondamentale per la dignita' della persona umana. La crisi economica colpisce la famiglia e forse sta creando un nuovo proletariato, quello delle famiglie che hanno perso o stanno perdendo la loro autonomia, dovendo dipendere sempre piu' dallo Stato per quanto riguarda i servizi (scuola e sanita'). Si e' cioe' capovolto il principio della sussidiarieta': anziche' essere lo Stato ad aiutare le famiglie a svolgere i loro servizi fondamentali, fra i quali quello educativo, e' la famiglia che deve sopperire spesso alle disfunzioni dello Stato nei servizi sociali da esso svolti. Con spirito profetico, inascoltato, il Concilio Vaticano II intimava al potere civile "il sacro dovere di rispettare, proteggere e favorire la vera natura, la moralita' pubblica e la prosperita' domestica del matrimonio e della famiglia" (Gaudium et spes, n. 47).
Il quarto principio e' una necessaria risposta culturale: |
| "La giusta coordinazione fra la famiglie e gli altri soggetti educativi per salvare la propria autonomia in vista del bene comune" |
La rilevanza sociale della famiglia diventa sempre piu' decisiva proprio nel momento in cui e' meno riconosciuta: e' il luogo in cui si prepara il futuro della societa' civile. Dalla situazione sopradescritta puo' derivare nelle famiglie e nella coscienza dei singoli la convinzione che "l'originario, primario e inalienabile diritto" di educare sia destinato a restare solo sulla carta, e quindi cominci a formarsi una sorta di rassegnazione al ruolo di fatto secondario della famiglia nel campo educativo. La reazione a tutta questa riflessione potrebbe essere una reazione di "malessere" prodotto dal confronto colla realta' della situazione vissuta. Malessere che puo' essere cattivo consigliere, perche' puo' far pensare o che le cose dette non sono vere oppure che non sono praticabili. In realta' sono semplicemente assai difficili. Il presupposto piu' importante che aiuta a superare le difficolta' e' il "patto educativo" fra Chiesa e famiglia che esiste ancora, ma sotto almeno due forme. La prima consiste nell'esplicito rapporto che i genitori istituiscono con la Chiesa per l'educazione dei loro figli. Questa forma puo' giungere fino al punto che chiedano alla Chiesa di allearsi con loro nell'opera intera dell'educazione, mandando i propri figli anche alle scuole gestite dalla Chiesa. Le famiglie devono diventare come tali soggetti di azione nei confronti di chi interviene nel processo educativo. Mi limito ad indicare due ambiti di questo intervento.
Il primo e' costituito dall'ambito scolastico. La legge sull'autonomia offre spazio di intervento precisamente nella proposta educativa; l'associazionismo dei genitori deve quindi essere promosso.
La seconda forma che puo' assumere il patto educativo fra la famiglia e la Chiesa e' proprio di chi, pur non riconoscendosi nella fede cristiana, ritiene che la cultura da essa generata sia il modo piu' adeguato per l'uomo di vivere dentro alla realta'.
Pertanto, chi sigla il patto educativo in questa forma, da una parte non educa i propri figli secondo un astratto modello di umanita' che concretamente non esiste da nessuna parte: essendo un progetto utopico. Dall'altra difende la possibilita' pubblica della fede cristiana di educare e di generare cultura.
La laica Francia sta vivendo proprio questa esperienza che appare in un certo senso paradossale in uno Stato "laicista"(10). |
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1. Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa. N. 164. Libreria Editrice Vaticana, Roma, 2004.
2.
La laicita' e' una virtu' che l'illuminismo, nella forma che non ha rinnegato le radici cristiane, ha acquistato col tempo e anche a caro prezzo. Il laicismo e' un male, il derivato postmoderno del giacobinismo francese. Partono entrambi dalla distinzione tra "sfera pubblica" e "sfera privata", ma la concepiscono in modo diverso. Nella prima versione, la sfera pubblica e' una libera arena in cui tutte le professioni religiose sono libere di giocare un ruolo, in cui vale la socializzazione della religione come diritto delle varie comunita' dei credenti ad esprimersi nella vita politica, ci lascia liberi di pregare o non pregare e di fondare un ordine politico basato su princi'pi universali di convivenza.. Nella seconda versione, la sfera pubblica e' invece uno spazio vuoto in cui a nessuna professione religiosa e' consentito di esprimersi. Di conseguenza, la prima versione, che si riconosce nel modello americano, consente che la politica sia orientata dalla religione. La seconda versione, impersonata dal laicismo europeo, no: per essa qualunque elemento religioso trasferito nella vita politica e' - come dicono i nostri laici - un'interferenza. Il laicismo e' una religione repubblicana giacobina che bandisce tutte le religioni in cui, vale la privatizzazione della religione, o il suo confinamento nel "ghetto della soggettivita'", come si espresse a suo tempo il cardinale Ratzinger, e che ci impone invece di tacere e di arrenderci ad una politica senza valori.
3. In Italia si sta sviluppando una linea culturale snob favorevole a Pacs e omosessuali, diretta all'eutanasia della famiglia. A questo proposito, gli spot pubblicitari di una nota marca di telefonia mobile e la Rai danno man forte ad una cultura contro la famiglia. In Italia vi sono piu' di 22 milioni di famiglie e 500.000 coppie di fatto. Perche' occuparsi di quest’ultime invece che delle famiglie? Perche' con tutti i problemi che ci sono nel nostro Paese il governo deve cominciare dai Pacs?. Non e' possibile che 22 milioni di famiglie, i nove decimi degli italiani, siano calpestati, quotidianamente dai media e dalla pubblicita', che privilegiano gay, coppie di fatto e divorzi rispetto alla famiglia. L'uguaglianza dei diritti non crea il diritto all'uguaglianza. Una coppia omosessuale e' diversa da una coppia eterosessuale: c’e' un evidenza dell'osservazione che ce lo dice. I diritti individuali sono pari, quelli delle coppie no. E’ proprio il senso della ragione che ce lo dice.
4. Gallagher Maggie, Presidente dell'Institute for Marriage and Public Policy e autrice di un contributo al libro "The Meaning of Marriage" (Spence). WASHINGTON, D.C., (ZENIT.org) 2006.
5. Benedetto XVI: Il fondamento antropologico della famiglia. "Le varie forme odierne di dissoluzione del matrimonio, come le unioni libere e il "matrimonio di prova", fino allo pseudo-matrimonio tra persone dello stesso sesso, sono invece espressioni di una liberta' anarchica, che si fa passare a torto per vera liberazione dell'uomo. Una tale pseudo-liberta' si fonda su una banalizzazione del corpo, che inevitabilmente include la banalizzazione dell'uomo. Il suo presupposto e' che l'uomo puo' fare di se' cio' che vuole: il suo corpo diventa cosi' una cosa secondaria dal punto di vista umano, da utilizzare come si vuole. Il libertinismo, che si fa passare per scoperta del corpo e del suo valore, e' in realta' un dualismo che rende spregevole il corpo, collocandolo per cosi' dire fuori dall'autentico essere e dignita' della persona". Basilica di San Giovanni in Laterano Lunedi', 6 giugno 2005
6. Josemari'a Escriva': "Le attivita' professionali – anche il lavoro domestico e' una professione di primo ordine – sono testimonianze della dignita' della creatura umana; occasioni di sviluppo della personalita'; vincoli d’unione con gli altri; fonti di risorse; mezzi per contribuire al miglioramento della societa' in cui viviamo, e per promuovere il progresso della umanita' tutta…- Per un cristiano, queste prospettive si allungano e si allargano ancora di piu', perche' il lavoro –assunto da Cristo come realta' redenta e redentrice – si trasforma in mezzo e cammino di santita', in concreta occupazione santificabile e santificatrice". Forgia n. 702. Edizioni Ares – Milano 1992.
7. Come non citare qui l'incredibile concetto di "diritti sessuali" rivendicati in modo alto e forte per i figli in occasione di recenti grandi conferenze internazionali, sostenute in particolare da potenti reti pedofile che vi scorgono un mezzo per fare arretrare le azioni penali nei confronti dei crimini sessuali che esse commettono, come pure da gruppi di pressione laicisti, permissivi minoritari, ma solidamente costituiti.
8. Acquistare una reale autonomia presuppone un periodo in cui il bambino sottopone temporaneamente la propria liberta' a degli educatori che non mancheranno di farlo accedere gradualmente a un esercizio costruttivo della sua liberta'.
9. "Una delle metafore che traducono meglio la condizione dell'uomo contemporaneo e' senz’altro lo sradicamento. L'uomo sradicato, o peggio, privo di radici, non ha piu' letteralmente un ubi consistam, un fondamento, una base morale. Dentro di se' il vuoto di senso, fuori il deserto. Non gli resta, allora, che incamminarsi. Sapendo pero' che nessuna stella polare indichera' piu' la via. Ne' illuminera' piu' la meta. Un cammino assurdo: alla via recta della tradizione si e' sostituito il circolo vizioso. Ulisse senza Itaca, navigante senza approdo: questo e' l'uomo che l'arte, la letteratura e la filosofia contemporanea ci hanno consegnato" [M. Stolfi, Kafka, Straniero in cammino, in F. Kafka, La meta e la via, BUR, Milano 2000, pag. 5]. Non a caso ogni ideologia, da Platone a Marx, che abbia pensato di dover ricostruire ex integro l'uomo ha negato l'originaria appartenenza dell'uomo alla famiglia.
10. La banlieue, nelle borgate alla periferia delle grandi citta', e' la zona della "microcriminalita' diffusa". La situazione nei licei della banlieue (incendiatosi l'autunno scorso con una raffica d’incendi un po' in tutte le periferie francesi) e' tanto grave che quest’anno molte famiglie hanno cercato d’iscrivere i propri ragazzi agli istituti privati cattolici e protestanti, letteralmente sommersi di richieste. Le scuole cattoliche hanno aumentato a 30 il numero di ragazzi in ogni classe e non hanno soddisfatto il 23% delle richieste. Tante famiglie sono pronte a fare pesanti sacrifici pur di evitare ai propri figli l'esperienza della scuola pubblica di periferia (Le Parisien, 5 settembre ’06) |
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