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Forum di Bioetica |
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NEWSLETTER N. 12 - Settembre 2004 |
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Intorno
ai principi dell'Etica |
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Incontrare
la morte.
Passi attraverso la filosofia e la teologia (II) |
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Nella prima parte di questo studio, pubblicato sulla
precedente news-letter, si e' cercato di riflettere sul
tema della rimozione sociale della morte, a partire dalle
osservazioni di alcuni filosofi contemporanei. E' stata
operata anche una critica alla tesi della "morte naturale"
che si propone di eliminare ogni tensione drammatica presente
nell'evento di ogni morte umana e di inserire questo ultimo
atto dell'esistenza all'interno di una concezione della
fine biologica che tocca l'uomo come ogni vivente. Nella
seconda parte dello studio, qui pubblicata, si esamina
la riflessione di Emmanuel Levinas che ha dedicato al
tema della morte un ciclo di lezioni dei suoi corsi accademici
con significative riflessioni che esigono di essere riprese
e rilette alla luce delle personali esperienze. Nell'ultima
parte dello studio, ospitata in una prossima news-letter,
verra' presentato il pensiero di un altro grande filosofo
contemporaneo, Jacques Derrida, e saranno proposte alcune
conclusioni alla luce della teologia ebraico-cristiana. |
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II. LA
MORTE E IL TEMPO NELLE "LEZIONI" DI EMMANUEL LE'VINAS
L'impegno del pensiero ad affrontare la morte "reale"
ha trovato una particolare ripresa nella filosofia contemporanea
senza il supporto della metafisica classica, mettendo
da parte la riflessione sull'immortalita' dell'anima,
ma in stretta evidenza al dato fenomenico, investigato
nella sua capacita' di offrire, al di la' del fatto, un
approccio di senso, nei confronti di cio' che in prima
battuta appare come non-senso o fine di ogni senso:
la morte.
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Levinas: la morte e il tempo
Tra i molti percorsi possibili propongo, solo per accenni,
quello di Emanuel Lwvinas, filosofo francese scomparso
nel 1995, per la sua particolare caratterizzazione a pensare
l'uomo a partire da una programmatica apertura all'altro
da se', dalla prossimita' vista elemento chiave per la chiarificazione
della identita' di ciascuno, e per la sua peculiare curvatura
etica, nel segno di una responsabilita' insopprimibile
che lega il Se' all'Altro, impressa alla sua riflessione,
maturata non solo nella tranquillita' della teoresi, ma
all'interno della tragedia dei campi di concentramento
nazisti, in cui assistette allo sterminio della sua famiglia(A).
1. "Pensare il senso della morte - non renderla inoffensiva,
ne' giustificarla, ne' promettere la vita eterna, ma cercare
di mostrare il senso ch'essa conferisce all'avventura
umana". E' questo l'impegno sotteso al tentativo di Levinas
di affrontare la morte. Le tesi fondamentali delle sue
lezioni su questo tema, proposte nell'anno 1975-76 e successivamente
raccolte da Jacques Rolland in vista della pubblicazione
nel 1993, possono essere preventivamente raggruppate attorno
a tre affermazioni sintetizzate da Silvano Petrosino,
curatore dell'edizione italiana di Dieu, la Mort et le
Temps: "Il problema della morte non puo' essere analizzato
all'interno dell'opposizione essere-nulla" (1), e dunque
anche di quella forma particolare di nullificazione della
morte portata avanti dalla tesi della morte "naturale",
in quanto il nulla non e' in grado di dare ragione dell'emozione
e del senso o non senso che appartengono alla morte(B).
L'"esperienza" della morte si offre solo come morte(C)
dell'altro (2) per cui "vi e' dunque un rapporto essenziale
tra la morte e l'altro, e quindi tra la mia morte, il
mio essere mortale, e la morte dell'altro". (3) "Il rinvio
alla morte dell'altro non puo' essere analizzato in termini
analogici, come se dalla morte dell'altro si potesse ricavare
qualcosa di universale trasferibile alla mia propria morte".
Come aveva gia' notato lucidamente Heidegger (e sara' ripreso
anche da Derrida), non vi e' nulla nella morte di altri
che possa essere applicato a guisa di anticipazione universale
al mio proprio morire(D).
Occorre, cosi', distanziarsi da ogni generalizzazione sul
discorso, dall'inautenticita' heideggeriana del "si muore",
come da ogni pretesa di totalita' di un discorso compiuto
a modo di teorema reso razionalisticamente evidente sulla
morte e sul destino umano dopo di essa. La via d'accesso
alla morte "reale" passa dunque nella singolarita' della
morte di altri e nella singolarita' della mia morte. Per
Levinas, infatti, e' necessario non tentare un passaggio
deduttivo dalla morte di altri alla mia morte, ma, a partire
dalla morte dell'altro, con cui la mia vita e' gia' implicata
attraverso il tempo, individuare un'indicazione che tocchi
il mio modo di essere, che, pur "deviando" inevitabilmente
dalla sua morte, abbia a che fare con il pensiero su me
stesso e che sia, secondo la formulazione del filosofo
francese, "affar mio". |
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2.
L'interrogativo che apre la riflessione di Levinas e' sulla
possibilita' di non limitarsi nei confronti della morte
ad una "relazione di seconda mano", elaborabile sopra
qualcosa di previamente dato, ma di andare alla ricerca
di una relazione "di prima mano" con la morte. "La mia
relazione con la morte e' fatta anche della ripercussione
emozionale e intellettuale del sapere della morte di altri.
Ma tale relazione e' sproporzionata rispetto ad ogni esperienza
di seconda mano"(E).
L'essere colpiti emozionalmente, non fa della morte di
altri un luogo di esperienza diretta dell'io e della costituzione
di un "sapere" circa la sua morte stessa, anche nella
possibile anticipazione a livello personale costituita
dall'angoscia, su cui gia' Heidegger e prima ancora Kierkegaard
avevano insistito. "Qui, la morte assume un senso diverso
dall'esperienza della morte. Senso che viene dalla morte
d'altri, da cio' che in quella morte ci riguarda"(F).
Tale relazione di prima mano non e' riconducibile ad un'esperienza
attiva compiuta (ad un "fatto", inteso come participio
passato del verbo fare), all'esercizio di una volonta'
indagante e conoscitiva, ma conserva tutto il suo carattere
di realta' passiva, affettiva, che tocca e colpisce l'Io
(G).
Essa appare come possibile generatrice di un sapere inedito
e inaudito, non altrimenti attingibile e la cui risonanza
non sembrerebbe incontrare un gia' detto e gia' visto a
partire dal quale produrre una ulteriore riflessione.
3.Qualcuno muore, ma la sua ripercussione emozionale su
chi vi assiste non e' quella della morte di "altri" da
me, della fine di un membro qualsiasi della specie umana,
ma dell'altro che e' gia' di fronte a me come volto, a partire
dal quale mi scopro responsabile e posso riconoscermi
come "io", non in forza del mio affermarmi sopra di lui,
ma dell'essere ri-volto come all'altro da me. Anzi per
Levinas questo "qualcuno", anche sconosciuto, e' gia' per
sempre nei miei confronti "l'altro": "Qualcuno muore:
volto che diventa maschera. L'espressione svanisce. L'esperienza
della morte non mia e' "esperienza" della morte di qualcuno,
qualcuno che d'improvviso e' al di la' dei processi biologici,
che si associa a me sotto forma di qualcuno. La morte
di qualcuno non e', malgrado tutto cio' che sembrava a prima
vista, una fattivita' empirica (morte come fatto empirico
di cui solo l'induzione potrebbe suggerire l'universalita');
essa non si esaurisce in questo apparire. Qualcuno che
si esprime nella nudita' - il volto - e' uno a tal punto
da fare appello a me, da porsi sotto la mia responsabilita':
da quel momento io dovro' rispondere di lui. La morte
d'altri che muore mi intacca (affecte) nella mia stessa
identita' di io responsabile. E' il mio essere intaccato
(affection) dalla morte d'altri ad essere la mia relazione
con la sua morte, ad essere, nella mia relazione, la mia
deferenza a qualcuno che non risponde piu'. In cio' la
mia relazione con la morte d'altri non e' affatto un sapere
di seconda mano, ne' un'esperienza privilegiata della morte"
(H).
Credo vada mantenuta questa tensione dell'essere colpiti,
intaccati, "affetti" dalla morte d'altri, come sapere
di prima mano, ma che, tuttavia, non e' sapere di esperienza,
cioe' condotto da una sorta di volonta' conoscitiva o da
un desiderio di rendere ragione della morte, anche della
mia morte, a partire da alcuni fatti di esperienza esterna,
quali la morte di altri. Il morire di qualcuno si fissa
nella rigidita' della maschera in cui si riduce il volto,
"con un ritorno alla nudita' dell'elemento biologico, che
il movimento espressivo faceva invece apparire come vivente,
come volto". Ma tale responsabilita' non potrebbe darsi
"senza presupporre all'origine una relazione e, nella
relazione, l'indeclinabile identita' dei referenti: un'identita'
che dunque trovava la sua ragion d'essere nella compromissione
di un singolare mit-sein, sicche' cio' che l'uno era e faceva
era costitutivo dell'essere e del fare dell'altro. Identita'
e reciprocita' sono qui legate strettamente e l'evento
della morte ne da' ora, come non mai, una tragica rivelazione"
(I).
4. Non diversamente anche un altro grande pensatore francese
contemporaneo, Paul Ricoeur, si muove a partire da un'altra
emozione che si annuncia nella morte d'altri: non quella
della rigidita' di un volto, segno somatizzato della caduta
di comunicazione, ma quella del silenzio della parola.
Nel saggio del 1953 Vrai et fausse angoisse, cosi' si esprime
Ricoeur : "E' in parte la morte d'altri che in qualche
modo fa virare la minaccia dall'esterno all'interno. Con
l'orrore del silenzio degli assenti che non rispondono
piu', la morte dell'altro penetra in me come una lesione
del nostro essere comune. La morte mi 'tocca'. E in quanto
sono anche un altro per gli altri, e finalmente per me
stesso, anticipo la mia futura morte come la possibile
non risposta di me stesso a tutte le parole di tutti gli
uomini" (J).
5. L'emozione della morte d'altri introduce nell'interiorita'
di una relazione con la mia morte, non nella forma di
un sapere acquisito attraverso l'esperienza, bensi', come
ricorda Le'vinas, nella forma di una affezione, di un essere
colpiti, di un ripercuotersi intimo di una sensibilita'
che appare inedita, che non e' frutto di un precedente
sapere e resta nella sua singolarita' irriducibile ad una
generalizzazione. "La relazione con la morte d'altri,
relazione esterna, ha comportato un'interiorita' (che tuttavia
non si riconduceva all'esperienza). Si tratta di qualcos'altro
dalla relazione con la mia morte? Essere colpiti dalla
morte e' affettivita', passivita', affezione della dismisura,
affezione del presente attraverso il non-presente, piu'
intimo di qualsiasi intimita'. La relazione con la
morte d'altri non e' un sapere sulla morte d'altri, ne'
un'esperienza di quella morte nel suo modo stesso di annullare
l'essere". Piuttosto e' un "rapporto puramente emozionale,
commovente di una commozione che non e' fatta della ripercussione,
sulla nostra sensibilita' e sul nostro intelletto, di un
precedente sapere. E' un'emozione, un movimento, un'inquietudine
nell'ignoto"(K).
Come la morte dell'altro non e' riconducibile ad un'esperienza
fautrice di sapere, cosi' anche quando si parla della morte
come "mia" morte. Su questo aspetto Levinas ha parole
altrettanto efficaci: "Gli stessi problemi si pongono
quando si parla della morte come mia morte. La relazione
al mio proprio morire non ha il senso di un sapere o di
un'esperienza - foss'anche nel senso del presentimento,
di una prescienza. Non si sa, non si puo' assistere al
proprio annullamento (se si considera la morte come annullamento)
- e questo non solo a causa del nulla che non puo' darsi
come avvenimento tematizzabile. La relazione con la
mia morte e' un non-sapere sul morire stesso - non sapere
che tuttavia non e' assenza di relazione. Si puo' descrivere
tale relazione? Cio' che il linguaggio chiama morte - e
che e' percepito come la fine di qualcuno - sarebbe anche
un'eventualita' trasferibile su stessi. Transfert che non
e' un atto meccanico, ma che appartiene all'intrigo o all'intricazione
dell'Io-stesso, e che viene a recidere il filo della mia
durata" (L).
La morte resta quella dell'altro, ineffabile e incomunicabile,
non sostituibile, tuttavia e' trasferita fino a toccare
l'intrigo dell'Io, non nel modo di un fatto che interpella,
o di una attivita' conoscitiva che parta e si chiuda sull'Io,
ma di qualcosa che parte dall'altro e tocca, intaccandolo,
l'Io che sono, indissolubilmente associato all'altro.
6. A partire da questa associazione all'altro, al suo
essere mortale, Levinas e' portato a leggere in senso inverso
il rapporto tra la morte e il tempo, distanziandosi dalla
lettura heideggeriana, che pure non viene sconfessata
nel suo valore, quanto percorsa con un'altra possibile
valenza. Per il filosofo francese si tratta non tanto
pensare il tempo a partire dalla morte ("essere-per-la-morte"),
ma pensare la morte a partire dal tempo: "Vi e' in tutto
cio' un invito a pensare la morte a partire dal tempo e
non piu' il tempo a partire dalla morte. Cio' non toglie
nulla al carattere ineluttabile della morte - ma non le
lascia il privilegio di essere la fonte di ogni senso.
In Heidegger, almeno in Sein und Zeit, tutto cio' che e'
oblio della morte e' inautentico o improprio, e il rifiuto
stesso della nella distrazione rinvia alla morte. Qui,
al contrario il senso della morte non ha inizio nella
morte. Si e' cosi' invitati a pensare la morte come un momento
del significato della morte - senso che oltrepassa la
morte. Bisogna accuratamente notare come oltrepassare
la morte non significhi affatto superarla o ridurla".
Il tempo, secondo Levinas, piu' che puro flusso dia-cronico
di fatti o di contenuti individuali di coscienza e' inteso,
anche se tale accezione non esaurisce la riflessione del
filosofo francese su di esso, come "incessanza", durata
(duree) dell'"essere rivolto dello Stesso verso l'Altro",
della differenza tra l'Io e l'Altro, dell'impossibilita'
dell'identificazione dell'Io e dell'Altro e della maturazione
della responsabilita' dell'Io per l'altro. O, come dice
Levinas gia' nella prime battute della sua riflessione:
"il tempo sarebbe quindi inquietudine dello Stesso per
l'altro, senza che lo Stesso possa mai comprendere l'altro,
possa mai inglobarlo". Comprendere la morte a partire
dal tempo, senza tuttavia ridurla nella sua carica di
drammaticita', significa vedere in essa, una realta' (approcciabile
attraverso la morte d'altri) essenziale al costituirsi
dell'unicita' dell'io non come unita' chiusa narcisisticamente
in se', ma nella sollecitazione e "rinvio" per la responsabilita'
nei confronti dell'altro. E' il tempo, che si costruisce
nella pazienza della relazione con l'Altro, ad aprire
alla comprensione della morte come realta' che mette alla
prova la "durata", l'"incessanza" di tale relazione e
di ogni responsabilita' che segna il patto di vita tra
il Se' e l'Altro.
(continua)
P. D. G. |
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a)
Cfr. per una prima presentazione dei temi levinasiani:
G. Fornero, S. Tassinari, Le filosofie del Novecento,
Milano, Bruno Mondatori, 2002, pp. 990-995.
b) E. Levinas, Dio, la morte e il tempo, a cura di S.
Petrosino, Testo stabilito e note di J. Rolland, Milano,
Jaca Book, 1996 (Di fronte e attraverso, 419), p. 163.
Sul tema della morte in Levinas cfr. E. FERON, Phenomenologie
de la mort. Sur les traces de Levinas, Dordrecht, Kluwer,
1999 (Phaemenologica, 154).
c) Tuttavia il nulla in chiave heideggeriana non e' equiparabile
all'annullamento della morte in chiave naturalistica,
ne' all'assoluto niente. Per Heidegger la morte e' "scrigno
del nulla", cioe' "il velo in cui si nasconde cio' che nell'essente
soltanto si indica", "il luogo in cui alberga e si ripara
il segreto e l'essenza stessa dell'essere" [V. Melchiorre,
Al di la' dell'ultimo. Filosofie della morte e filosofie
della vita, Milano, Vita e Pensiero, 1998 (Sestante, 11)
p. 81].
d) S. Petrosino, Narcisismo e idolatria. Sul contributo
levinasiano alla pensabilita' della trascendenza, in Levinas,
Dio, la morte e il tempo, p. 17.
e) Il riferimento ad Heidegger e' ai paragrafi 46-53 di Essere
e tempo, offerti nella versione: M. Heidegger, Essere
e tempo, traduzione di P. Chiodi condotta sull'undicesima
edizione, Milano, Longanesi, 1976 ("I marmi", 155), pp.
289-324.. L'edizione originale di Sein und Zeit e' del
1927.
f) Levinas, Dio, la morte e il tempo, p. 50.
g) Levinas, Dio, la morte e il tempo, pp. 50-51.
h) Anche Heidegger ha fatto notare il limite dell'esperienza
della morte come fatto empirico (cfr. Essere e tempo,
paragrafo 52, ed. it. p. 313): "Ma fin che resta nella certezza
di tipo empirico, l'Esserci non si rende certo della morte
in cio' che essa "e'"".
i) Levinas, Dio, la morte e il tempo, pp. 53-55.
j) Melchiorre, Al di la' dell'ultimo, pp. 63-65.
k) In L'angoisse du temps present et le devoirs de l'esprit,
Neuchatel, De la Baconnie're, 1953, p. 36.
l) Agostino, Confessioni, libro IV, 6.11. Nelle sue Retractationes,
Agostino prendera' le distanze da questo pensiero ritenuto
eccessivo e scomposto, anche se carico di introspezione
sincera circa il lutto e la morte. Una penetrante analisi
di questo passo del Quarto Libro delle Confessioni in
P.-L. Landsberg, Il silenzio infedele. Saggio sull'esperienza
della morte, Prefazione di V. Melchiorre, Milano, Vita
e Pensiero, 1995 (Lectures, 4). L'edizione originale,
postuma del saggio di Landsberg (1901-1944) e' datata 1951. |
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Dilemmi etici
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Gli
illeciti morali dell'eugenismo |
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Prima
dell'attuale legislazione, nel nostro Paese si era
sviluppata una attivita' molto lucrosa di fecondazione
artificiale che praticava senza alcun scrupolo tutto
cio' che era tecnicamente possibile (fecondazione eterologa,
gameti da molti donatori ignoti, gameti da cadavere,
utero in affitto, mamme-nonne, coppie omosessuali,
single, produzione sopranumeraria di embrioni umani
destinati alla crioconservazione e alla ricerca, clonazione
umana).
Era il Far West della "provetta selvaggia".
Tale comportamento lo si puo' considerare un prodotto
della egemonia culturale del liberal mind, dello spirito
progressista e modernizzante che domina la cultura
occidentale da decenni e che degenero' in ideologia
ed ortodossia. Il dogma cieco di tale ortodossia sostiene:
o che la civilta' supera la natura e la cancella, o
che la differenza sessuale e' inesistente perche' siamo
padroni del nostro destino al di la' di ogni condizionamento
biologico, o che abbiamo diritto a rifiutare i bambini
concepiti secondo la legge naturale e a fabbricarli
perche' l'unica legge e' il desiderio.
L'unione dei centri per la difesa della vita, formatasi
dopo la sconfitta nel referendum contro l'aborto,
ha con tenacia propugnato la legge sulla procreazione
medicalmente assistita (Pma) allo scopo di porre un
limite al regime irresponsabile da Far West della
provetta selvaggia e stabilire dei paletti da rispettare
nelle pratiche della fecondazione artificiale.
L'iter legislativo e' stato piuttosto turbolento, ci
sono volute tre legislature per giungere alla legge
40/2004, che e' stata approvata il 24 febbraio 2004
da una maggioranza trasversale con i voti provenienti
da tutto l'arco costituzionale. Nelle sue disposizioni
la legge:
Tutela il diritto a nascere del concepito;
i bambini che nasceranno saranno figli legittimi della
coppia o acquisiranno lo stato di figli riconosciuti
della madre o della coppia stessa; il donatore di
gameti nella procreazione eterologa (illegittima)
non acquisisce alcuna relazione giuridica parentale
con il nato.
Tutela ciascun embrione, consentendo la ricerca clinica
solo a scopo terapeutico o diagnostico.
Consente: (1) solo la procreazione omologa,
cioe' con i gameti della stessa coppia, (2) la produzione
del numero di embrioni necessario ad un unico e contemporaneo
impianto e comunque non piu' di tre, (3) la fecondazione
solo nei casi di sterilita' o infertilita' documentata,
nelle coppie maggiorenni di sesso diverso, coniugate
o conviventi, in eta' potenzialmente fertili, mediante
le due metodiche o di tipo inseminativo, cioe' con
trasporto dei gameti nell'utero, o di fecondazione
in vitro, cioe' con l'unione dei gameti in provetta.
Vieta: (1) la procreazione eterologa, cioe'
con seme maschile e/o ovociti provenienti da donatori
diversi dalla coppia, (2) la produzione di embrioni
umani a fini di ricerca o sperimentazione, (3) ogni
forma di selezione a scopo eugenetico degli embrioni
e dei gameti e la manipolazione genetica dell'embrione,
(4) la clonazione umana e la produzione di ibridi
e di chimere, (5) la soppressione degli embrioni,
(6) la crioconservazione degli embrioni fatta eccezione
del caso in cui il trasferimento non sia subito possibile
per ragioni di salute, (7) il disconoscimento della
paternita' o l'anonimato della madre.
Questa legge ha suscitato giudizi molto discordi ed
ha scatenato la forte opposizione dei radicali e dei
sostenitori del liberal mind, delle femministe e di
alcuni settori medici, che stanno promuovendo la raccolta
di firme per abolirla con un referendum abrogativo.
Tale iniziativa ha indotto il senatore Antonio Tomassini
a presentare una proposta di modifiche della legge
n. 40 con il lodevole intento "apparente" di evitare
il referendum radicale. Allo stato dei fatti il ventaglio
dei problemi collegati alla Pma investe tre settori
dell'etica per i quali si rende necessaria una specifica
riflessione: (1) il primo settore riguarda le ricadute
morali dell'attuale dispositivo legislativo; (2) la
seconda riflessione non puo' prescindere dall'esaminare
la liceita' delle proposte di modifica se migliorative
o peggiorative della legge n. 40/2004; (3) in terzo
luogo e' anche doveroso e determinante considerare
come e quanto la legge n. 40 sia conflittuale con
la liberta' della ricerca scientifica e con la libera
scelta delle persone coinvolte nei processi della
procreazione medicalmente assistita.
1. Le implicazioni morali della legge n. 40/2004
La polemica di quanti hanno avversato la legge si
e' concentrata su presunti aspetti "clericali", "oscurantisti"
e addirittura "disumani", mentre in realta' a ben vedere
i suoi contenuti sono contrari alla morale cattolica.
Partiamo da principi etici generali.
La liceita' morale di una legge positiva, scritta
dagli uomini, si fonda sul rispetto della legge naturale
e delle norme morali oggettive che da questa derivano.
La congruita' con la legge naturale di una legge positiva
tuttavia puo' non coincidere con la liceita' giuridica
perche' quest'ultima e' determinata dall'approvazione
parlamentare che e' indipendente dalle sue ricadute
etiche.
Queste invece riguardano la coscienza dei singoli
parlamentari la cui coerenza tra principi morali professati,
virtu' e vita privata, e scelte politiche, lascia non
infrequentemente molto a desiderare. Inoltre il pluralismo
culturale e ideologico e il relativismo morale, oggi
molto diffusi, oscurano la sensibilita' delle coscienze
verso i problemi fondamentali della vita.
La discordanza della legge n. 40 con le norme morali
oggettive e' molto forte. La legge naturale e' violata
in diversi modi e gravita':
Si snatura la relazione tra sessualita'
e procreazione che rappresenta un costituente essenziale
dell'armonia tra i coniugi o conviventi e costituisce
la base sulla quale costruire i rapporti interpersonali
nella gioia amorosa della reciproca donazione delle
due persone.
La donna viene sottoposta a dolorose
manipolazioni ormonali:
- l'ovaio viene gonfiato farmacologicamente fino
a raggiungere le dimensioni di un melone;
- le donne vanno incontro a gestosi, placente
previe, malformazioni fetali, gravidanze extrauterine,
lesioni vascolari;
- per i bambini nati cosi' esiste il dubbio della
comparsa di anomalie tardive, di malattie degenerative
dei muscoli e del sistema nervoso;
- solo il 15% delle coppie ottiene il figlio
desiderato.
Anche se viene espressamente
vietata la produzione e la crioconservazione di embrioni
a scopo di ricerca e la loro soppressione, si nega
in realta' il diritto alla vita all'embrione umano
(uno o piu' di uno) che per una ragione o per l'altra
non verra' trasferito nell'utero materno; con certe
tecniche si arriva a sacrificare 92 embrioni su 100.
Come puo' sussistere una differenza nel diritto alla
vita tra gli esseri umani di ogni eta' se non si interviene
con la violenza (di qualunque natura essa sia)
Questa violenza trova la sua giustificazione utilitaristica
soltanto nella ingiustizia e nella sopraffazione del
piu' debole.
E' pura ipocrisia. Sul piano genetico
non ci sono malformazioni visibili. Se l'embrione
e' "visibilmente" non buono per una cellula osservata
al microscopio, significa che non e' vitale e viene
di fatto scartato automaticamente.
Meta' degli embrioni ottenuti attraverso tecniche di
fecondazione artificiale non sono vitali, non possono
neppure essere usati per la ricerca sulle cellule
staminali. e dunque vengono gettati ma sono sempre
vite umane prima artificialmente prodotte e poi distrutte.
Non e' inoltre possibile conoscere a priori quanti
saranno gli embrioni necessari per ottenere un feto
a termine.
La polemica secondo la quale viene impedita
la ricerca scientifica e l'impiego terapeutico delle
cellule staminali e' uno scandalo. Innanzi tutto non
e' indispensabile sacrificare embrioni umani per ottenere
cellule staminali perche' a tale scopo si possono utilizzare
fonti alternative (sangue del cordone ombelicale,
diversi tessuti adulti).
Inoltre le attuali conoscenze scientifiche sono molto
limitate; le cellule staminali sono potenzialmente
cancerogene perche' possono moltiplicarsi senza limiti
nel tessuto ospite; non si conoscono tecniche per
disciplinarle.
Non sono mai state fatte serie ricerche sugli animali;
non c'e' mai stata una terapia cellulare con cellule
staminali che abbia funzionato sugli animali, si vuole
sperimentare direttamente sull'uomo perche' costa di
meno ed e' piu' gratificante.
Come e' possibile stabilire per referendum
che e' lecito immolare i nascituri sull'altare della
ricerca scientifica?
Nel feto, a 18 giorni c'e' gia' un cuore che pulsa,
a sei settimane ha le dita formate, tra l'ottava e
la dodicesima settimana, quando i medici praticano
la "riduzione embrionaria" uccidendo i feti difettosi
o in sovrappiu', c'e' una creatura perfetta di 8 cm
che sente la voce della mamma, si sveglia e riaddormenta
con lei, si acquieta con la musica.
(continua)
P. R.
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Avvisi |
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ASSOCIAZIONE
MEDICI CATTOLICI ITALIANI
SEZIONE DI NOVARA |
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"Quale
nuovo ospedale?"
Per una sanita' rispettosa della persona I |
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NOVARA
SALA DELLA MADDALENA
PALAZZO VESCOVILE
VIA PUCCINI 11 |
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GIOVEDI',
14 OTTOBRE 2004
ORE 21:00 |
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INTERVERRANNO:
- PROF. DAVIDE MAGGI, UNIVERSITA' DEL PIEMONTE ORIENTALE
"AMEDEO AVOGADRO", NOVARA LA LEGISLAZIONE E LE RISORSE
ECONOMICHE IN SANITA'
- DOTT. PIETRO GRASSO, DIRETTORE SANITARIO AZIENDA
OSPEDALIERA "UNIVERSITA' DI PADOVA" GESTIONE DELLE RISORSE
UMANE ED ECONOMICHE PER UNA MIGLIORE QUALITÀ DEL SERVIZIO
OSPEDALIERO
- PROF. PIER DAVIDE GUENZI, UNIVERSITA' CATTOLICA
DEL SACRO CUORE, MILANO UNA RIPRESA ETICA DEL PROBLEMA:
CURA DELLA PERSONA E RAZIONALIZZAZIONE DELLE RISORSE SANITARIE
LE CONCLUSIONI DELL'INCONTRO SONO AFFIDATE A MONS. RENATO
CORTI, VESCOVO DI NOVARA. |
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Il
parcheggio interno della Curia Diocesana (via Puccini,
11) sara' a disposizione dei partecipanti. |
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Indirizzo
per la corrispondenza: paolorossi_125@fastwebnet.it |
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La
newsletter e' inviata automaticamente secondo la
mailing list predisposta, chi non desidera riceverla
puo' chiedere di essere cancellato dalla lista, inviando
una email bianca con oggetto UNSUBSCRIBE a paolorossi_125@fastwebnet.it
e di scusarci per il fastidio eventualmente arrecato.
Chi volesse segnalare altri nominativi di posta
elettronica cui inviare la News-letter e' pregato
di fare riferimento all'indirizzo riportato nella
sezione precedente. |
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Ogni
newsletter e' pubblicata ed archiviata nel sito:
www.foliacardiologica.it
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