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Forum di Bioetica
NEWSLETTER N. 13 - Ottobre 2004
Intorno ai principi dell'Etica
Incontrare la morte.

Passi attraverso la filosofia e la teologia (III Fine)
Dopo aver accostato nella prima parte di questo studio il tema della rimozione sociale della morte e una critica alle tesi di impianto neo-scettico sulla "naturalita'" del morire, nella seconda parte e' stato proposto il pensiero di Emanuel Levinas sul tema della morte. La lezione del grande filosofo accostata attraverso il testo delle sue lezioni contenute nel volume Dio, la morte e il tempo (pubblicate postume nel 1993) si presenta nelle sue asperita' e nel suo indubbio fascino come una traccia particolarmente importante. Entrare nella realta' della morte a partire dalla cessazione di un rapporto incrociato di volti, quello stesso rapporto che lega gli esseri viventi alla loro responsabilita' reciproca, secondo Levinas, e' vivere un'esperienza passiva che "tocca", che intacca la radice profonda dell'essere di ciascuno. Su questa linea, ma con accenti originali propri del suo pensiero, prosegue la riflessione di Jacques Derrida, filosofo francese recentemente scomparso, che si propone di cogliere il "dono" che puo' essere la morte. Completano il saggio alcune riprese sintetiche per la risignificazione del morire secondo l'eco dei testi heideggeriani di Essere e tempo e alcune note sul tema della morte nella scrittura ebraica (in riferimento al Cantico dei Cantici) e della Lettera ai Romani di Paolo, testi sui quali gia' Levinas e Derrida si sono impegnati nel dare forma al proprio pensiero.
III. DERRIDA: IL DONO E L'APPRENSIONE DELLA MORTE


A partire dal nesso tra morte e percezione della propria singolarita' insostituibile si muove anche Jacques Derrida nell'opera del 1999 Donner la mort. [a] La morte, la sua approssimazione vista al di dentro della "singolarita' insostituibile dell'io", e' cio' per cui "l'esistenza si sottrae ad ogni possibile sostituzione. Ora, fare l'esperienza della propria singolarita' assoluta e apprendere la propria morte, sono la stessa esperienza: la morte e' precisamente cio' che nessuno puo' patire ne' affrontare al mio posto. La mia insostituibilita' mi viene proprio conferita, consegnata, si potrebbe dire donata dalla morte. Dalla morte come luogo della mia insostituibilita', ovvero della mia singolarita', mi sento chiamato alla mia responsabilita'. In questo senso, solo un mortale e' responsabile". [b]

1. La tematica dell'impossibile sostituzione riecheggia il paragrafo 47 di Essere e tempo. Per Heidegger, "questa possibilita' di sostituzione e' irrimediabilmente votata al fallimento quando sia in gioco quella possibilita' di essere che e' costituita dal giungere alla fine da parte dell'Esserci e che, come tale, gli conferisce la sua totalita'. Nessuno puo' assumersi il morire di un altro". [c] Ugualmente per Derrida non e' possibile un "prendere su di se'" cio' che e' dell'altro e resta insostituibilmente "suo": la sua morte. La suggestione viene dalla riflessione di Levinas in Dio, la morte e il tempo, che, come mostrato, instaura un altro angolo di riflessione sulla responsabilita', alternativa alla prospettiva di Heidegger. Per Levinas, nota Derrida, "la responsabilita' non e' in primo luogo responsabilita' di me stesso per me stesso", ma "l'identita' dell'io stesso si instaura a partire dall'altro" e "perche' l'altro e' mortale che la mia responsabilita' e' singolare e "incredibile"", al punto di "includermi nella morte" dell'altro. Muovendo dall'affermazione di Levinas, Derrida osserva: "Come includersi nella morte dell'altro? E come non farlo? Fintanto che non avremo spiazzato la logica o la topologia che impediscono al buon senso di pensare o di "vivere" tutto questo, non avremo alcuna possibilita' di avvicinare questo pensiero di Levinas, ne' cio' che la morte ci fa ap-prendere o ci da' da pensare al di la' del dare-prendere: l'addio", cioe' il "davanti a Dio prima di tutto e in ogni rapporto con l'altro".[d] Il dono della morte e' cio' che la morte ci fa apprendere: la nostra irripetibilita', la singolarita' della nostra responsabilita' e la stessa possibilita' di essere "davanti" a Dio cui l'addio del morire rimanda. Derrida insiste, pur senza un'opzione confessionale ebraico-cristiana, nell'introdurre la nuova possibilita' instaurata col mistero biblico: "Ma il mysterium tremendum inaugura un'altra morte, un'altra maniera di dare o di darsi la morte. Questa volta la parola "dono" viene pronunciata. Quest'altra maniera di apprendere la morte, vale a dire di nuova la responsabilita', proviene da un dono ricevuto dall'altro, da colui che, nella sua trascendenza assoluta, mi vede senza che io lo veda, mi tiene nelle sue mani pur restandomi naccessibile. Quello che e' donato - e si trattera' anche di una certa morte - non e' un qualcosa, bensi' la bonta' stessa, la bonta' donatrice, il donare o la donazione del dono". [e]

2. Ampliando la riflessione di Derrida e spostando solo di un poco la sua prospettiva, si puo' notare che l'elaborazione lucida del proprio limite, la delimitazione della singolarita' irripetibile di ciascuno e pertanto limitata, ha come ultimo orizzonte prospettico la morte. Ma vivere il limite e' apprendere a vivere se stessi nella singolare irrepetibilita' dell'esistenza propria. Viceversa ogni movimento generalizzante e' tale in quanto nega al Se' il confronto con la propria morte, rimuovendo uno dei due elementi di limite (l'altro ugualmente sfocato e' il nascere nella sua originalita' e nel suo essere luogo per l'elaborazione di un senso buono per la vita), solo superficialmente o per distorsione originaria compresi come limitazione di una presunta pienezza umana (non altrimenti conosciuta, ne' conoscibile!) pensata all'interno di un modello auto-poietico e attivistico dell'io. Piuttosto i limiti della vita, del nascere e del morire dicono originariamente riferimento ad un atto di dono non altrimenti disponibile, ad una situazione di "passivita'" ricettiva dell'uomo. Interessa al nostro scopo accostare in particolare il "dono" che la morte puo' conferire all'uomo. A questo proposito si apre uno spazio per riprendere, deponendo le ingenuita' di una lettura realistica di cio' che e', di fatto, un testo mitico, il capitolo 3 del libro biblico della Genesi, con il suo riferimento a quello che la tradizione cristiana antica solo successivamente denominera' "peccato originale", ma che, piuttosto, richiede di essere assunto nella sua pregnanza segnica e narrativa. E' nota la complessa e stratificata interpretazione del capitolo 3 della Genesi, fautrice anche di differenze di accento tra la lettura genuinamente ebraica di questo testo e la successiva ripresa cristiana, in particolare di Paolo e della tradizione teologica dei primi secoli del cristianesimo, con lo sviluppo della dottrina del "peccato originale". Non e' certo possibile (e nemmeno corrispondente al senso di questo contributo) ripercorrere l'insegnamento cristiano scaturito da questo testo. Semplicemente occorre approfondire il concetto di "limite" che de-finisce l'uomo emergente gia' con chiarezza nel capitolo 2 del libro biblico, la' dove l'uomo, plasmato da Dio, e' visto come strutturalmente limitato: il soffio vitale di Dio, non dimora per sempre nell'Adam, egli lo dovra' "restituire" al suo donatore. Prima della trasgressione all'interdetto divino, proposto nel capitolo 2, il limite, segnalato sia dall'essere l'uomo e la donna realta' "terrestri", sia dalla stessa parola di Dio che proibisce di mangiare del frutto dell'albero, non si comprende come realta' negativa che frustra o inibisce il genuino sviluppo delle possibilita' umane. Piuttosto il limite creaturale segnala positivamente che la vita dell'uomo e' limitata, ma che e' tale limite l'unico spazio, l'ambito esistenziale in cui ciascun uomo e donna puo' sperimentare relazioni buone, significative ed appaganti. L'insinuarsi della figura letterario-simbolica del serpente si propone come invito ai primi uomini ad oltrepassare il limite, non solo in un senso ingenuamente morale (la trasgressione ad un presunto comando positivo di Dio), quanto piuttosto ontologico e radicale: mangiare del frutto per non morire e cosi' colmare la distanza che separa l'uomo da Dio ("Non morirete affatto, anzi diventereste come Dio", suggerisce il serpente in Gen 3, 4]. Solo dopo aver mangiato il frutto, il limite viene percepito in tutta la sua negativita' (o, detto altrimenti, svela la sua interpretazione negativa), attraverso la costruzione di una relazione "ostile" nei confronti di Dio e della sua sapienza creatrice, intesa come una presunta barriera ad una completa signoria su di se' da parte dell'uomo. Il limite umano, secondo il testo di Genesi esiste prima e dopo il peccato, ma quest'ultimo ne muta radicalmente il significato: da spazio esistenziale racchiuso tra gli antipodi della vita e della morte, all'interno dei quali l'uomo puo' responsabilmente costruire relazioni profonde con l'Altro, l'altra e gli altri, e cosi' apprezzare la propria vita, a confine soffocante in cui la liberta' dell'uomo si erge come padrona e accusatrice della liberta' altrui, fomentando relazioni conflittuali; da ambito di confidenza a contorno angusto in cui si e' ricacciati diffidando dell'altro e di Dio stesso. [f]
Il paradigma di Genesi 3 segnala cosi' il dramma che l'uomo non cessa di sperimentare nei confronti della propria e dell'altrui vita. Tale percezione drammatica, lungi dall'introdurre una pura lettura di decadenza morale dell'umanita', piuttosto segnala l'ambiguita' di ogni esperienza entro il limite creaturale dell'uomo: luogo della promessa e di apertura di se' al di la' del proprio io autocentrato, o contesto per un sistematico esercizio del sospetto circa la qualita' buona della propria o della altrui vita.
La tematizzazione del limite e' esplicita in un altro saggio di Derrida la cui pubblicazione (1996) e' di poco anteriore a Donare la morte: Aporie. Morire - Attendersi ai "limiti della verita'". Anche in questo testo e' in gioco, accanto alla morte, il problema dell'identita' insostituibile dell'io e dell'altro, posta di fronte al confine della vita. Lo sviluppo della riflessione di Derrida si dipana in una serrata analisi, ancora condotta a partire dalla lezione heideggeriana, e porta l'attenzione all'attesa dell'uno e dell'altro sulla linea confinaria della morte, sul restare presso il limite della verita'. Se per Heidegger "con la morte, il Dasein si at-tende se stesso nel suo poter-essere piu' proprio" (cfr. Essere e tempo), commenta Derrida in essa "mi attendo me stesso, e nient'altro, attendo me stesso a me stesso", o, secondo un'ulteriore possibilita' di lettura: la morte e' "attendersi i limiti, attendersi di incontrare i limiti, e attendersi ai limiti, attendere se stessi ai limiti, avere appuntamento con se' in questo luogo, in quei paraggi che si chiamano i "limiti della verita'"". O ancora, secondo una terza accentuazione: "l'attendersi l'un l'altro entra in rapporto con la morte, con i confini della morte, dove ci si attende l'un l'altro sapendo apriori, in modo assolutamente incontestabile, che, poiche' la vita e' sempre troppo corta, l'uno vi attende l'altro, in quanto l'uno e l'altro non arrivano mai insieme a questo appuntamento". [g]

3. Fondamentale nel percorso verso la singolarita' irripetibile e', dunque, l'apprensione della morte. Il termine mantiene, nell'originale francese, una tensione tra i possibili significati: quello immediato della sollecitudine inquieta che l'ipotesi della morte non cessa di riprodurre nell'uomo, quanto l'atteggiamento interpretativo sull'evento della morte, pur declinato in modi diversi attraverso i tempi e le culture. "L'approccio o l'apprensione della morte designano tanto l'esperienza dell'anticipazione quanto, indissociabilmente, il significato della morte che si tratteggia in questo approssimarsi apprensivo". [g]
Derrida invita a trovare un nesso tra l'apprendere la morte e l'apprensione per la morte, parole che nella lingua italiana conservano anch'esse la loro ambivalenza. Questa tensione terminologica non deve essere sciolta. Cosi' si apprendere la morte a partire dall'apprensione (figura piu' classica dell'ansia, dello stare appunto in apprensione per qualcosa o per qualcuno). La "apprensione" per la morte non deve essere rimossa in quanto dallo stato di apprensione si cela un "apprendere" circa la propria morte.


IV. UNA RIPRESA CONCLUSIVA NELLO STILE DI HEIDEGGER

E' nota la riflessione di Heidegger sull'atteggiamento inautentico nei confronti della morte come espressione della "chiacchiera" dell'impersonale "Si" ("si muore") che riduce l'angoscia della morte alla paura: "Il Si si prende cura di trasformare questa angoscia in paura di fronte a un evento che sopravverra'. L'angoscia, banalizzata equivocamente in paura, e' presentata come una debolezza che un Esserci sicuro di se' non deve conoscere. Cio' che "si addice", secondo il tacito decreto del Si, e' la tranquillita' indifferente, di fronte al "fatto" che si muore. L'esercizio di un'indifferenza "superiore" di questo genere, estrania l'Esserci dal suo poter-essere piu' proprio e incondizionato".[i]
Se la quotidianita' e' la traccia dell'esistenza "inautentica", per restare dentro la prospettiva heideggeriana, e il Si (Man) si esprime nella forma della chiacchiera, le nuove raffigurazioni "virtuali" del morire non potrebbero corrispondere ad una riproposizione attraverso altri significanti, dello stesso significato: quello di una "morte chiacchierata" "esibita" fino alla sua banalizzazione, o semplicemente sentita come "paura", senza possibilita' di indagarne ulteriori aspetti e dunque rimossa? O, secondo l'espressione dello stesso Heidegger, attraverso di esse l'uomo contemporaneo non potrebbe approfondire "la tentazione di coprire a se stesso l'essere-per-la-morte piu' proprio"? [j]
Si puo', cosi', evidenziare una differenza di senso circa la "certezza" del morire, la' dove e' interpretata come "inevitabilita'" o come "possibilita'". Nel primo senso, la certezza del morire come "inevitabilita'", cioe' qualcosa di non-evitabile, si farebbe riferimento direttamente ad un desiderio di evitare la morte come realta' che, in modo deterministico, "mi tocca" come vivente biologico. Nel secondo senso, la certezza come "possibilita'", si pone al centro, come realta' non rimossa, ne' rimuovibile, la morte. La sua possibilita' non e' solo quella di un'eventualita', ma di una realta' che "mi tocca", cioe' segna non solo la mia esistenza biologica, ma il mio esistere e il mio comprendermi come esistente e, dunque, e' suscettibile di una posizione da assumere nei suoi confronti. Heidegger utilizza l'immagine della "copertura" che l'uomo pone sulla morte occultando a se stesso il suo essere-per-la-morte.
La figura di una morte "coperta" o "ricoperta" e' particolarmente pregnante, soprattutto se viene messa in tensione con il suo opposto, con una possibile "ri-velazione" della morte.
Va riconosciuto, sulla scia di Heidegger, che tale ri-velazione, non corrisponde ad una verita' secondo la modalita' della fatticita' empirica, ma ad una "apertura" (uno dei costitutivi dell'Esserci e della verita' per Heidegger), ad una "disvelatezza" che pero' non puo' annullare la persistente velatezza della morte. La morte e' luogo di ri-velazione circa l'uomo, ma il venire alla luce di una possibile verita' e' quello di una realta' che deve restare velata, cioe' che resta indisponibile alla chiarezza di un pensiero dimostrativo e conclusivo. In questo senso il teologo Karl Rahner, ponendosi per sua stessa ammissione sulla scia di Heidegger, invita a non sciogliere la permanente "velatezza" che e' la morte per l'uomo: "Sulla base dell'esperienza umana non si potra' mai dire se la morte sia veramente il puro compimento o la pura fine dell'uomo che permane nella morte. Veramente la morte e' per l'uomo, considerata sulla base dell'esperienza intramondana che e' a lui propria, velata (verhullt)". [k]
Approfondendo la tensione possiamo ravvisare nella figura della morte "coperta" l'operazione di nascondimento e di occultamento attraverso altre forme, da quelle della chiacchiera fino a quelle circa la "naturalita'" del morire, precludendosi una parola "realmente umana" circa la morte e disimpegnandosi troppo frettolosamente nei confronti della possibilita' di una parola "divina" su di essa. Il "ri-velare", invece, significa apertura del velo sulla morte reale dell'uomo, senza la pretesa di una spiegazione, nel mantenimento della sua enigmaticita' e drammaticita', ma anche per consentire di lasciare alla velatezza della morte la possibilita' di una luce differente che raggiunga l'esistente.


V. DUE CONTRAPPUNTI DAL PENSIERO EBRAICO-CRISTIANO

Attraverso gli stimoli offerti dalla filosofia e dagli autori incrociati nelle pagine precedenti, e' possibile interpellare il pensiero ebraico-cristiano e il suo codice testuale, la Bibbia, che riveste una singolare importanza per l'interpretazione della morte nell'Occidente. Sono in particolare due espressioni, una del Primo Testamento, ebraico, e l'altra di matrice cristiana ad essere suscettibili di una particolare ripresa, feconda anche al di fuori di un esplicito contesto di fede confessante.
"L'amore, forte come la morte" (Cantico dei cantici, 8, 6)

L'espressione e' contenuta in un momento vertice dello sviluppo del canto della sapienza israelitica dove l'esperienza amorosa, che tesse e ritesse nei versi poetici di cui si compone il libro biblico una lussureggiante foresta simbolica, passa dall'analisi insistita delle sensazioni (ben evidenziate lungo tutta la scrittura poetica con generosi riferimenti sensoriali ed estetici all'eros umano), cioe' da cio' che colpisce affettivamente l'io a partire dal mostrarsi dell'altro, ad un suo possibile senso: quello della presenza interiorizzata dell'altro-amato che si ripercuote non solo sull'agire (metaforizzata nel sigillo sulle braccia), ma nella stessa profondita' dove l'io e' raccolto in unita' e decide di se' (metaforizzata nel sigillo impresso sul cuore): "Mettimi come sigillo sul tuo cuore, / come sigillo sul tuo braccio; / perche' forte come la morte e' l'amore" (Cantico dei cantici, 8, 6).
"Il senso della morte - ha ricordato Levinas - non ha inizio nella morte", ma, possiamo aggiungere, nel cuore della vita, nel tempo che costruisce la relazione tra l'Io e l'altro, emblematicamente dipinta nel testo biblico come storia di una passione amorosa. E' lo stesso Levinas a fornire una descrizione suggestiva dello stico "l'amore, forte come la morte": "Non si tratta di una forza che possa respingere la morte iscritta nel mio essere. Ma non e' il mio non-essere ad essere angosciante, ma quello dell'amato o dell'altro, piu' amato del mio essere. Cio' che viene chiamato con un termine un po' affettato "amore" e' per eccellenza il fatto che la morte dell'altro mi addolora piu' della mia. L'amore per l'altro e' l'emozione per la morte dell'altro. E' il mio accogliere altri, e non l'angoscia della morte che mi attende, a costituire il riferimento alla morte. Noi incontriamo la morte nel volto d'altri". [l]
L'affermazione biblica, "l'amore, forte come la morte" istituisce, cosi', un doppio senso di percorso di senso, meritevole di ulteriori approfondimenti:
- la possibilita' di amare che e' morire, cioe' il disporre di se' a partire dalla responsabilita' per la vita dell'altro e non a partire da se' (ma nella morte del se' come forza narcisistica ed autocentrata);
- la possibilita' di morire che e' amare, nella forma, ancora da precisare, di dare la vita per l'altro.
A partire da questa duplice tensione e' possibile interpretare la morte di Gesu' come offerta nella letteratura neo-testamentaria.
"Nessuno di noi vive per se stesso, nessuno muore per se stesso" (Paolo, Lettera ai Romani, 14, 7)

E' nota la lapidaria sentenza di Heidegger, contenuta in Essere e tempo "Nessuno puo' assumersi il morire di un altro". Su di essa, Derrida, porta a sviluppo il suo pensiero: "Dare la propria vita per l'altro, morire per l'altro non significa morire al suo posto. Al contrario e' nella misura in cui il morire, se "e'", rimane il mio morire, che io posso morire per l'altro o dare la mia vita all'altro". [m]
Il filosofo francese, con questa nota, permette di introdurre una lettura corretta del mistero al cuore della fede cristiana: l'idea della morte di Cristo per l'umanita', per la redenzione e il riscatto dell'uomo dalla morte, intesa non solo come fine biologica, ma come dissoluzione di ogni relazione con Dio. Si tratta di non pensare in maniera ingenua questa idea di "sostituzione". Per il credente la morte di Cristo resta la "sua" morte e solo perche' e' tale puo' essere fonte di senso prima per il Cristo stesso e poi per il fedele. La vita del credente, pur non essendo sottratta alla "propria" morte, e' posta sotto l'amore di Cristo che l'ha liberamente assunta come la "sua" morte. Derrida in un passaggio del suo Donare la morte, sembra aprire uno spiraglio, un'insight, forse inconsapevole, su questo possibile senso: "C'e' bisogno di un amore infinito per rinunciare a se' e per divenire finito. Questo dono d'amore infinito viene da qualcuno e si indirizza a qualcuno. La responsabilita' esige la singolarita' insostituibile. Solo a partire dall'insostituibilita' di puo' parlare di soggetto responsabile, di anima come coscienza di se', di me, ecc. E questa insostituibilita' la puo' dare solo la morte, o piuttosto l'apprensione della morte". [n]
La morte di Cristo come "sua" morte, con la quale entra definitivamente nella finitezza umana, e' una personale apprensione sul morire, nel duplice senso offerto da Derrida. La sua anticipazione reale trova un referto significativo nell'orazione nell'orto degli Ulivi, descritta in particolare nel Vangelo di Luca (22, 39-46). L'impossibilita' di vegliare, di mostrare partecipazione da parte dei discepoli (cfr. vv. 45-46), conduce Gesu' ad un'esperienza di solitudine di fronte all'imminente dipartita. Il Cristo "apprende" la sua morte, ne trova un senso, raggiunto senza automatismi, bensi' nel confronto agonico con essa, tenendosi unito alla volonta' del Padre ("non sia fatta la mia, ma la tua volonta'", v. 42). Tale senso, non e' dato a monte, come sapere previo, ma e' raggiunto dentro una profonda esperienza di "apprensione" ("in preda all'angoscia, pregava piu' intensamente; e il suo sudore divento' come gocce di sangue che cadevano a terra", v. 44). Quella propria morte e' manifestazione di superamento, anche nel morire, del limite insuperato della separazione tra l'uomo e Dio, nella forma, suggerita da Derrida, di un "attendersi l'un l'altro al limite della verita'", di penetrare l'aporia che e' la morte, quell'impossibile passaggio, che, tuttavia, e' l'unico disponibile ad essere percorso da parte dell'uomo. Questa sua morte, e' "trasferita", secondo il linguaggio di Levinas, sulla nostra morte attraverso il desiderio di Gesu' che anche il morire dell'uomo, di ogni uomo, avvenga in modo inseparabile dalla sua morte in quanto vissuta di fronte a Dio (la pregnanza dell'addio), nella forma estrema del mantenersi, anche nel distacco della perdita di se', unito a Dio, di non sciogliere la relazione con Lui.
L'appartenere a Cristo non dispensa il credente dal dramma della sua "propria" morte. L'uomo di fede non conosce alcuna strada che aggiri la morte, ma piuttosto una strada - insieme con il Cristo - che l'attraversi, senza, per questo, risolverne miracolisticamente la sua tensione tragica.
Anche la provocazione dell'orizzonte ebraico-cristiano, quando non ricondotta immediatamente in uno schema dogmatico o nei baluardi di una personale "certezza" incomunicabile, puo' rappresentare un percorso per reincontrare la morte vera, senza cedere alla fatica del pensiero, senza semplificazioni distorcenti. Reincontrare la morte vera significa continuare a pensare, senza fare del proprio pensiero una "distrazione" o un autocompiacimento che anestetizza la morte.
[ P. D. G. ]
a) I riferimenti sono all'edizione italiana: J. Derrida, Donare la morte, Introduzione di S. Petrosino, Postfazione di G. Dalmasso, Milano, Jaca Book, 2002 (Di fronte e attraverso, 602). Derrida si e' occupato della morte anche in altri scritti tra cui: Apories. Mourir - s'attendre aux "limites de la verite'", Paris, Galile'e, 1996 [ed. it. Aporie. Morire - Attendersi ai "limiti della verita'", Milano, Bompiani, 2004 (Tascabili Bompiani. Saggi, 278)]; Adieu a' Emmanuel Levinas, Paris, Galie'e, 1997 [trad. it. Addio a Emmanuel Levinas, a cura di S. Petrosino, Milano, Jaca Book, 1998].
b) Derrida, Donare la morte, pp. 78-79.
c) M- Heidegger, Essere e tempo, ed. it., p. 294.
d) Derrida, Donare la morte, pp. 83-84.
e) Derrida, Donare la morte, pp. 77-78. Anche un altro passaggio di Donare la morte apre la morte ad un'esperienza di trascendenza senza, tuttavia, arrivare alla denominazione di tale trascendenza: "La responsabilita' esige la singolarita' insostituibile. Solo a partire dall'insostituibilita' si puo' parlare di soggetto responsabile, di anima come coscienza di se', di me, ecc. E questa insostituibilita' la puo' dare solo la morte, o piuttosto l'apprensione della morte. Abbiamo dunque dedotta la possibilita' che un mortale acceda alla sua responsabilita' attraverso l'esperienza della sua insostituibilita', che gli viene donata dalla morte prossima, dall'approssimarsi della morte. Ma il mortale cosi' dedotto e' qualcuno la cui responsabilita' stessa esige che abbia a che fare non solo con un Bene oggettivo, ma anche con un dono d'amore infinito, con una bonta' dimentica di se'. Sproporzione strutturale, asimmetria tra il mortale finito e responsabile da una parte, e la bonta' del dono infinito dall'altra. Si puo' pensare questa sproporzione senza assegnarle una causa rivelata o senza farla risalire all'evento di un peccato originale, ma essa trasforma inevitabilmente l'esperienza della responsabilita' in colpevolezza: io non sono mai stato, non saro' mai a misura di questa bonta' infinita e dell'immensita' del dono" (pp. 87-88).
f) "Senza il peccato - nota Paul Ricoeur - il limite sarebbe rimasto soltanto il limite e non mutilazione dell'umano, ostilita' alla vita, come ha creduto Nietzsche, basandosi su Paolo e non su Gen. 2. In regime di creazione innocente il limite primordiale e' costitutivo di una distanza che, lungi dall'escludere la prossimita', la costituisce" (Pensare la creazione, in A. LaCocque, P. Ricoeur, Come pensa la Bibbia. Studi esegetici ed ermeneutici, Brescia, Paideia, 2002, p. 58).
g) Derrida, Aporie, pp. 56-57.
h) Derrida, Donare la morte, p. 77.
i) Heidegger, Essere e tempo, p. 51, ed. it. p. 310.
j)Heidegger, Essere e tempo, p. 51, ed. it. p. 309.
k) K. Rahner, Zur Theologie des Todes, Freiburg 1958, p. 39, citato in De Vitiis, La velatezza della morte, p. 252. Le due affermazioni "la morte e' la fine della vita dell'uomo" e "la morte e' il compiersi dell'esistenza", tuttavia piu' che veicolare due rapporti differenti nel concepire la morte, sembrano indirizzare a due modi di intendere la vita.
l) Levinas, Dio, la morte e il tempo, p. 155
m) Derrida, Donare la morte, p. 79.
n) Derrida, Donare la morte, p. 87.
Dilemmi etici
In tema di fecondazione artificiale
Il rischio connesso alla tecnica: percentuali di abortivita'

Il dibattito sulla fecondazione artificiale e' tornato all'attenzione dei mass media dopo la L. 40 del febbraio u.s., il cui iter legislativo e' stato travagliato a causa delle differenti posizioni espresse dalle forze politiche e sociali, oltre che dagli addetti ai lavori, che attualmente dopo 6 mesi dalla promulgazione, non soddisfatti, ne chiedono la revisione legislativa o la sua abrogazione. Entrare nel merito significa innanzitutto conoscere la portata tecnico-scientifica del problema, quindi la validita' della tecnica, il successo e i rischi connessi con la stessa sia per la madre che per il nascituro. Qui di seguito i risultati di una rassegna bibliografica:

Valutazione del rischio connesso alla tecnica

Da un punto di vista biologico le tecniche di riproduzione assistita comprendono sia l'inseminazione che le tecniche di fecondazione; la percentuale di successo e' la seguente:
* inseminazione artificiale 16-20%
* GIFT (Gamete Intrafallopian Transfer) 20%
* FIVET 5%
Quest'ultima tecnica e' realizzata col prelievo degli ovociti e la loro fecondazione in vitro che avviene nella percentuale dell'80%, messi poi in coltura per 24-60 ore e quindi trasferiti in utero col raggiungimento dello stadio di 6-8 cellule.
Avviene una prima selezione legata a criteri morfologici e di vitalita', cui segue una doppia indicazione: l'impianto in utero o il congelamento degli embrioni soprannumerari, quest'ultima opportunita' non piu' ammessa dalla legge attuale che limita a tre gli embrioni che devono essere impiantati, non residuando nulla al congelamento per un ulteriore trasferimento.
Allo scongelamento sopravvive il 60% degli embrioni viabili.
Il trasferimento in utero determina una gravidanza clinica attorno al 13,2-10,2%, per l'alta percentuale di abortivita' stimata attorno al 20%, ma puo' raggiungere il 60% nelle donne con eta' > 40 anni.
In riferimento al numero totale di embrioni fecondati si ha un successo del 5%, in considerazione di impianti plurimi (n. 3). Al contrario il 95% degli embrioni vengono persi.
Quali i rischi per l'embrione o per il feto?


Se l'obbiettivo e' l'incapacita' dell'embrione a sviluppare una vita autonoma questo avviene a diversi livelli:

1. mancato trasferimento
nelle vie genitali della donna per la mancata fecondazione delle uova nel terreno di coltura, causa lo scarso sviluppo degli embrioni fecondati: solamente l'80% degli embrioni fecondati va incontro a divisione cellulare.

2. difficolta' di attecchimento in utero, per l'asincronia tra lo sviluppo dell'endometrio e l'impianto dell'embrione, cause:
a) il ruolo degli estrogeni come stimolo preovulatorio e di abortivita' poi per l'impreparazione dell'endometrio
b) il ruolo del progesterone
c) il ruolo del clomifene, nella stimolazione ovarica, rispetto all'hBHCG che tra l'altro risulta avere un migliore effetto antiestrogenico sull'endometrio.

3. anomalie cromosomiche L'abortivita' naturale per questa causa e' del 50%, di cui il 47% da imputare alla cellula uovo e il 5-10% agli spermatozoi. E' la maggiore causa di insuccesso delle tecniche di fecondazione artificiale, per:
a) l'invecchiamento dei gameti
b) alterazioni del terreno di coltura
c) alterata stimolazione ovarica
d) aumento del rischio di malformazioni nella popolazione sterile con chimerismo, polinuclearita' e mosaicismo

4. rischi di manipolazione dei gameti. Soprattutto la ICSI (Intracitoplasmatic Sperm Iniection) e' causa di malformazioni maggiori per il 3.3%, mentre per il 20% di malformazioni minori. Solo il 20% degli embrioni ottenuti dalla ICSI e' trasferita in utero con possibile gravidanza clinica del 20-30%. Con le tecniche di fecondazione artificiale in vitro aumenta l'incidenza di prematurita' (24-29% vs 6% nelle naturali), di scarso sviluppo: Small for rate < 2500 g. con rapporto sfavorevole di 7:1 e di mortalita' perinatale del 22.8-26.6% vs 9.8-13% rispetto alle gravidanze naturali.

5. gravidanza ectopiche come fattore di abortivita'. Si passa dall'1% della popolazione generale al 5.5% in media, dove nella GIFT e' del 2.5-8.3% e nella FIVET del 2-12%: indici legati anche al trasferimento multiplo, alla migrazione spontanea e alla patologia tubarica.

6. gravidanze multiple ed aborto selettivo L'incidenza nella popolazione e' del 1,25% per il parto gemellare e dello 0,01% per il trigemellare, nella fecondazione artificiale aumenta, tanto che con la GIFT e' del 7,1-23% e con la FIVET del 4,3-22%. In questo caso e' responsabile il clomifene per lo stimolo ovarico col 6-8% rispetto all'hBHCG col 15-53%.

7. gravidanze multiple e riduzione intra-uterina di feti sovrannumerari. Qui si accende una fervida discussione, prima sulla natura dell'atto: - si tratta di aborto o di infanticidio? - e poi sulla liceita' di questa scelta. Chi sostiene questa opportunita' la giustifica col termine di "selezione", relativa all'eliminazione di uno o piu' feti con anomalie cromosomiche al fine di consentire la prosecuzione della gravidanza ai feti piu' sani. E' una metodica criminale attuata con l'infusione di KCl nel torace o intracardiaca del feto tra la 10-14 settimana, al quale segue la sua espulsione dall'utero L'abortivita' dei restanti embrioni e' del 15%, con oscillazioni tra il 9 e il 40%. Una recente statistica statunitense riferisce che le indicazioni alla riduzione embrionale sono risultate il 9-17% dei casi.

Commento e valutazioni etiche

E' difficile stabilire con la statistica riportata se il contributo della scienza nella procreazione, come dice lo stesso termine a favore o "pro" della generazione, sia proprio esattamente speso in questa direzione. Queste tecniche sollecitano risposte su temi che nascono dal significato ontologico della vita stessa, perche' hanno la presunzione di modificare l'origine della vita, non piu' intesa come dono, ma ridotta ad un factum. Cio' comporta la perdita del rispetto e della difesa dell'embrione, come di un diritto fondamentale per l'impossibilita' e l'incapacita' di giungere al riconoscimento di uno statuto ontologico dell'embrione umano. La legge attuale finalmente riconosce l'embrione come essere vivente e quindi persona fin dal concepimento. In quest'ottica, e' possibile dare un giudizio morale sulla legittimita' delle tecniche di fecondazione artificiale, quando superano la soglia del livello di aiuto alla fecondazione, all'interno della coppia. Ogni altra opzione che non sia in questa direzione, altera il rapporto di coniugalita', la dimensione unitiva e procreativa che si realizza nel dono di se', altera la dignita' ed il rispetto del figlio di essere concepito nel matrimonio, introduce nella coppia fattori esterni destabilizzanti, intesi al tradimento di quel rapporto fiduciario originario come avviene, invece, nella fecondazione eterologa.

Cosi', la volonta' di avere un figlio, cosa buona in se' stessa, non trova conforto e giustificazione se il fine e' ottenuto comunque attraverso il ricorso alle tecniche appena accennate, dove evidenti sono gli insuccessi e i rischi che esse comportano.

Non puo' nascere una azione buona nell'ambito della fecondazione artificiale se non e' totalmente concepita nella verita' della partecipazione all'atto procreativo, secondo il suo significato ontologico, " Bonum est integra causa, malum est quoqumque defectu".

L'atto procreativo per sua struttura, non solo deve rispondere a livello deliberativo all'interno della coppia che intende l'unione, ma anche nel momento applicativo, dove l'azione del medico e' giustificata nella direzione di aiuto alla coppia, a sostegno del significato piu' profondo dell'atto d'amore.

Non puo' essere validata la tecnica che "sperimenta la vita" come il risultato di un successo insperato e percentualmente marginale per l'alta abortivita' che ad essa e' connessa.

L'uomo non e' l'oggetto od il prodotto di una tecnica e pertanto da sacrificare secondo mere scelte di qualcuno al servizio di indirizzi di eugenismo, c'e' in tutto questo un forte riduzionismo connesso per analogia alla sperimentazione zootecnica.

Quindi l'aborto e' sempre un male morale, perche' l'attentato all'embrione e' perpetrato verso un innocente (E.Vitae 57).

E' inapplicabile anche il ricorso al concetto "dell'aborto indiretto", per il quale puo' valere il giustificato motivo del "duplice effetto" (oggetto e fine dell'azione buona, il mezzo negativo inaspettato e non voluto) perche' le tecniche di fecondazione artificiale esaminate, consentono ed ammettono, gia' in partenza, l'insuccesso, dove la finalita' e' viziata dalla mancanza di verita' e sincerita' dell'atto procreativo.

E' difficile condividere la scelta di tecniche che considerano la vita umana il risultato di un procedimento insperato e percentualmente deludente; non e' solamente un problema di fiducia nella scienza, e' una questione che investe il significato stesso dell'atto d'amore.

Risalta nella cultura contemporanea l'espressione di un atteggiamento incentrato su un forte riduzionismo antropologico, che sostiene indebite speculazioni che operano l'illusione nella coppia di un facile ottimismo: avere un figlio come il risultato di un prodotto, pensiero difficile da recuperare e ricondurre alle radici valoriali ed al significato della vita, intesa come dono, che coinvolge i genitori con l'atto procreativo in un disegno d'amore manifestatamente piu' grande.
Riferimenti bibliografici

- French in vitro fertilisation Registry 1994
- American Society for Reproductive Medicine Society for Assisted Reproductive Technology Registry, 1996. Entrambi in Procreazione Assistita e Fecondazione Artificiale. M.L. Di Pietro, E. Sgreccia, Edizioni La Scuola 1999.
- Manuale di bioetica. Vol I, E. Sgraccia, Vita e Pensiero 1999
- Donum Vitae, SCDF 1987
- Enciclica Evangelium Vitae , Citta' del Vaticano 1995
- Enciclica Humanae Vitae, Citta' del Vaticano 1968
- Identita' e statuto dell'embrione umano. Aspetti etico normativi, M.Cozzoli pp. 237 e ss. Libreria Ed. Vaticana 1998
- Opzioni e principi per una disciplina delle biotecnologie avanzate, Riv.Crit.Dir.Priv,283 e ss, Busnelli ED.
- Quale disciplina per la procreazione assistita? G. Ferrando in La Bioetica, Politeia, Biblioteche, Milano 1991 Entrambi in Guida all'esercizio professionale per Medici Chirurghi. FNOMCeO 2000.
(C.A.)
 
Gli illeciti morali dell'eugenismo II
I referendum contro la legge 40/2004
Il rischio connesso alla tecnica: percentuali di abortivita'

Il principio fondamentale che ispira l'attuale legge e' quello indicato dall'art. 3 della Convenzione internazionale sui diritti del fanciullo secondo cui quando sono contemporaneamente presenti interessi e diritti di adulti e di minori, bisogna scegliere quelli dei minori. Non vi e' dubbio che il diritto prioritario di un nuovo figlio, anche se concepito artificialmente, e' quello di vivere. In secondo ordine egli ha il diritto di avere una famiglia, cioe' una madre e un padre veri in tutti i sensi. Se il referendum proposto dai radicali, volto ad ottenere la cancellazione della intera legge, fosse approvato dal popolo, ritorneremmo a quello che tutti chiamano il "Far West procreatico", i cui aspetti negativi piu' frequenti erano proprio: 1) la uccisione premeditata fino a nove vite umane (attraverso il congelamento, la selezione, la sperimentazione, la produzione sopranumeraria) pur di avere un bambino in braccio; 2) la separazione alla radice della paternita' genetica (il donatore di sperma rimane sconosciuto) e della maternita' genetica, gestazionale e legale (come si verifica con la procreazione assistita eterologa e con la maternita' surrogata).
Gli altri quattro referendum sono parziali in quanto vogliono introdurre "modifiche tecniche". In realta' si tratta di un completo ribaltamento della legge. Nel loro complesso con gli altri referendum si chiede di: o reintrodurre una generale e illimitata facolta' di congelamento dell'embrione e di generazione e impianto di embrioni con l'abrogazione dell'articolo 14; o affermare il diritto della donna al rifiuto di effettuare il trasferimento dell'embrione per qualsiasi causa determinandone in tal modo la morte o il congelamento (abr. art 6/2); o permettere la procreazione assistita non solo quando la coppia e' incapace di generare, ma anche quando e' fertile (abr. art1/1 e 2 e 4/1); o autorizzare la sperimentazione sull'embrione anche quando non e' nell'interesse dell'embrione stesso (abr. art 13/1 e 2); consentire la clonazione (abr. art13/3-C); o permettere la procreazione assistita eterologa (abr. art 3/4 e 12/1); o annullare la qualificazione dell'embrione contenuta nell'art. 1.I motivi che inducono a respingere-non firmare-non partecipare ai referendum si possono riconoscere in ragioni scientifiche, morali e umanitarie.

- Ragioni scientifiche: Nell'opuscolo dal titolo "Firmo perche'", distribuito dai radicali per richiedere l'abrogazione di tutta la Legge 40/2004 perche' impedisce a loro dire la ricerca e toglie speranza a dieci milioni di italiani (primo falso), sono elencati nove motivi del tutto inconsistenti e forniscono una falsa informazione scientifica sulle cellule staminali embrionali. Innanzitutto, lo stesso Renato Dulbecco, citato a sostegno nell'opuscolo, in un libro La tentazione della paura, nega invece la possibilita' di utilizzare a scopi scientifici le cellule staminali embrionali e aggiunge "Piu' recentemente si pero' compiuta una scoperta assolutamente impressionante. Si e' cioe' scoperto che le cellule staminali non sono presenti solo nell'embrione precoce, ma si trovano in tutti gli organi del nostro corpo queste cellule si possono pertanto utilizzare per riparare lesioni dell'organo stesso. possono anche servire per rimpiazzare le cellule di un altro organo completamente diverso". Un'altra voce autorevole e' di Angelo Vescovi, condirettore della Stern cell research institute HSR di Milano, che afferma: "le uniche terapie attualmente implementate sull'uomo - in molti casi terapie salvavita - utilizzano cellule staminali adulte dei tessuti sanguigni, dell'epidermide e dei tessuti ossei e cartilaginei.
In particolare in riferimento alle cure di malattie neurologiche, quali il morbo di Alzheimer e di Parkinson, va segnalato che cellule staminali cerebrali umane, non di origine embrionale, sono gia' disponibili in enormi quantita', senza richiedere l'impiego di cellule staminali embrionali di cui troppo spesso si dimentica l'intrinseco potenziale cancerogenico delle stesse". Allora perche' uccidere esseri umani quando e' inutile? Affermare che non si deve uccidere non significa limitare la scienza, ma orientarla verso obbiettivi piu' umani, piu' saldi, piu' realistici e sottrarla alla speculazione economica di persone (scienziati e non) senza scrupoli.

- Ragioni morali: Prosegue l'opuscolo radicale - la legge e' sbagliata perche' stabilisce l'uguaglianza tra embrione e persona.
1. Il Comitato Nazionale di Bioetica con il parere del 12 giugno 1996 e confermato a proposito delle cellule staminali l'11 aprile 2003, risponde : "Il Comitato e' pervenuto all'unanimita' a riconoscere il dovere morale di trattare l'embrione umano fin dalla fecondazione, secondo i criteri di rispetto e tutela che si devono adottare nei confronti degli individui umani a cui si attribuisce comunemente la caratteristica di persone".
2. La tendenza alla uguale dignita' caratterizza l'evoluzione della storia dell'uomo. Essa ha liberato gli schiavi e i neri, le donne, i bambini e gli stranieri. Contemplare l'uguaglianza anche per l'embrione in provetta, anche se appare grande come una punta di spillo, risulta essere una questione etica di elementare giustizia. E' un criterio di giustizia che si appoggia su di una dato scientifico inequivocabile: "Questo cumulo di cellule e' totalmente determinato in senso biologico come individuo umano unico ed irripetibile fin dalla fecondazione".
3. I promotori dei referendum si dichiarano paladini della liberta' della donna, difensori dei diritti e della salute della donna. Ci si domanda, perche' la donna dovrebbe avere maggiori diritti dell'embrione? Eppure proprio quest'ultimo e' l'oggetto del contendere tra chi vuole proteggere il piu' debole e chi lo vuole distruggere considerandolo un oggetto non-vita, un semplice oggetto del desiderio della coppia alla ricerca spasmodica di un figlio a tutti i costi. La pretesa del piu' forte costituisce una palese ingiustizia verso i diritti umani elementari. Considerare ed usare un individuo umano come un oggetto lo e' stato nel passato e lo e' oggi, in qualunque momento, un atto barbarico che offende la dignita' di tutti gli uomini.

- Ragioni umane: Se si volesse difendere realmente la salute della donna si dovrebbero far conoscere le altissime percentuali di complicazioni e di insuccessi che si associano a tutte le pratiche di fecondazione artificiale (vedi articolo precedente di C.A.). Nell'attuale prassi della medicina, una tale prevalenza di complicazioni e la impossibilita' per il medico di poter ragionevolmente prevedere un certo tipo di risultato (buono o cattivo), come si verifica per la fecondazione artificiale, farebbero considerare questo intervento inapplicabile all'uomo. Un'altra ragione umana e' quella fondata sull'istinto materno. Appena una donna apprende di aspettare un bambino, confida: " mi sento gia' mamma". Per istinto alla donna-mamma e' allora impossibile pensare di portare in grembo un embrione o un pre-embrione o un cumulo di cellule ed e', semmai, naturale e spontaneo credere di avere dentro una creatura di cui si sogna un volto e per la quale si pensa ad un nome. Sulla base dello stesso istinto materno si puo' allora dire che la relazione e' gia' iniziata. Modernissime ricerche mediche rivelano sorprendenti risposte del feto fin dalle prime settimane di vita alle variazioni dell'ambiente intra-uterino prodotte da dolci premure o ansie o cattiverie materne. Risposte che sembrano rivelare stati di piacere o dispiacere nelle relazioni materno-fetali con le caratteristiche di una reciprocita' che e' propria di due persone.
(P.R.)

 
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