La Storia Eventi Folia Cardiologica
AbstractsArchivio Folia Cardiologica
Forum di Bioetica
NEWSLETTER N. 3 - 25 Settembre 2003
Intorno ai Principi dell'Etica
Nell'ordine generale delle cose possiamo riconoscere tre forme di legalita' che individuano tre ordini di conoscenza, distinti per la qualita' dei contenuti e i mezzi di acquisizione: quella delle leggi naturali,- quella delle leggi scientifiche,- quella delle leggi morali. I tre ordini sono irriducibili tra di loro, per cui non sono equiparabili ne' tanto meno identici o interscambiabili occupando livelli che si differenziano nel modo seguente:
- Primo livello: attivita' biochimica e fisica del corpo
- Secondo livello: attivita' razionale di astrazione con la capacita' di trovare la forma matematica della fisica
- Terzo livello: attivita' della coscienza morale nel riconoscimento di cio' che e' bene e di cio' che e' male.
Le leggi scientifiche costituiscono il prodotto della ricerca umana con una portata conoscitiva limitata, sono pertanto maneggevoli e soggette a revisione sperimentale. La "conoscibilita'" e la " intelligibilita'" delle leggi scientifiche (avendo affascinato i piu' grandi scienziati) rimandano in modo inequivocabile ad un substrato, non manipolabile, "invariante", di carattere meta-fisico rappresentativo delle leggi naturali.
Le leggi della natura sarebbero cio' che rende possibile la regolarita' e la cadenza di quel "ritmo" che permette alle leggi scientifiche di essere scoperte ed espresse con algoritmi matematici (1) (necessariamente convenzionali e con molteplicita' di approcci e di formulazioni). La ricerca scientifica non puo' "dare ragione"delle leggi naturali: esse costituiscono un dato gratuito. Il loro perche' ultimo sfugge al dominio della scienza.
La legge morale naturale e' la legge del cuore umano: "quella che trae le norme, i criteri dell'agire umano direttamente dalla natura specifica dell'uomo; essa si trova scritta naturalmente nella mente e nel cuore dell'uomo". In tale ambito il cuore rappresenta l'intero patrimonio di affetti, passioni, gioie e dolori dell'Io, i quali costituiscono e sviluppano la coscienza dell'uomo. La legge naturale e', dunque, la legge della persona, in quanto e' essere razionale e libero. Per questo il punto di riferimento non puo' piu' essere nel primo o nel secondo livello, ma nel terzo livello direttamente nella coscienza del soggetto responsabile dei propri atti.
Stabilita' della legge naturale
La legge naturale e' patrimonio di tutte le culture. Nasce in Aristotele l'idea di natura umana - cio' per cui l'uomo e' uomo - e con essa l'idea e la formulazione della legge naturale, manifestantesi nelle inclinazioni fisiche e spirituali dell'uomo stesso. Al sorgere dell'impero romano la legge naturale si offre come strumento di riconoscimento vicendevole fra gli uomini e come garanzia dei diritti reciproci. L'idea di legge naturale serve a fondare diritti che competono a qualsiasi uomo di fronte a qualsiasi legge.
Con l'influsso neo-platonico di Agostino, la legge naturale si trasforma in un elenco scritto di peccati particolari ed inverte il suo ruolo: da garanzia del cittadino di fronte al potere politico divenne infatti motivo di obbligazione della legge positiva. Cosi ogni disobbedienza alla legge positiva (che invece puo' anche essere ingiusta o disonesta) era anche un'offesa alla legge naturale e percio' a Dio. Tommaso ripristino' il valore liberatorio della legge naturale: Egli distingue nettamente la legge naturale dalla legge umana. La seconda e' legge positiva, imposta dagli uomini, che se in qualche modo e' contraria alla legge naturale, non e' piu' legge ma corruzione della legge.
La ragione trae direttamente dalla natura umana quella regolamentazione degli atti umani, esaminando cio' per cui l'uomo ha un'inclinazione naturale e che, di conseguenza, coglie come buono e da tradurre in azione. Le inclinazioni naturali fondamentali che fanno da guida alla ragione per cogliere la legge naturale sono: 1) quelle che l'uomo ha in comune con tutti gli esistenti (perseverare nell'essere); 2) quelle che ha in comune con gli animali (conservare la specie); 3) quelle sue specifiche (conoscere la verita').

La legge naturale prescrive cio' che corrisponde a tali inclinazioni, avendo come principio supremo: "Opera il bene ed evita il male". L'ignoranza di tale principio e' inammissibile, dato che e' di per se' evidente in quanto si tratta di esperienza morale originaria che rende l'uomo autore di libere scelte di auto-realizzazione. L'abito naturale dei princi'pi primi della legge morale notifica alla coscienza come deve agire per fare il bene ed evitare il male. Mediante i princi'pi primi l'uomo ragionevole procede nell'indagine del bene da compiere e giudica dei risultati.
E' una legge che non viene dall'esterno (non e' eteronoma) bensi' dal di dentro (e in questo senso) e' "autonoma: e' la legge che la ragione stessa da' all'uomo".
Non e' frutto di ardue o astruse speculazioni, ma la sua percezione e' tanto agevole che appare quasi intuitiva, che praticamente nessun uomo la ignora o puo' presumersi che non la conosca. Infatti le sue direzioni di fondo possono dedursi immediatamente:
- sia dalla definizione delle caratteristiche fondamentali di uomo come animale razionale, che sono:
- sussistenza,
- riproduzione,
- razionalita',
- socialita';
- sia dai dieci comandamenti intesi come linee orientatrici delle scelte umane.
Nel XX secolo, con lo sfaldarsi dell'idea e con le diverse accezioni applicate al termine "natura umana", il concetto gia' parecchio esautorato di legge naturale viene sistematicamente criticato e definitivamente respinto. Secondo i positivisti nelle svariate correnti di pensiero, non esistono leggi naturali ma soltanto leggi positive: volute dalla societa' e imposte dallo Stato. In contrasto con queste posizioni (che appaiono paradossalmente irrazionali), la difesa dei diritti universali dell'uomo e l'affermazione del valore assoluto della persona umana, sono emerse con forza dopo la seconda guerra mondiale nelle costituzioni nazionali e nelle dichiarazioni degli organismi internazionali (ONU, OMS). Si e' cosi' riacceso l'interesse ed ampliato il concetto di legge naturale. Il suo riconoscimento appare irrinunciabile se si vuole dare un sobrio fondamento ai diritti universali e se si vuole mantenere fede al valore assoluto della persona. [P.R.]
1) Feyman R. Introduzione alle Lezioni di Elettrodinamica Quantitativa. Princeton 1985.
Dilemmi etici
Criteri etici per il ricovero e la dimissione dalla terapia intensiva
L'argomento non e' privo d'interesse tanto da avere in bibliografia una ricca produzione di linee guida elaborate da autorevoli societa' scientifiche e da associazioni mediche con lo scopo di aiutare gli intensivisti nel processo decisionale. Questa vasta documentazione, intesa come consensus, ethical guidlines e moral recommendation non solleva i medici dalle loro responsabilita' individuali nel merito di singoli casi clinici.
Lo scopo della medicina e di chi opera in questo settore rimane la tutela della vita con la promozione della salute ed il rispetto dell'integrita' dell'individuo, indipendentemente da qualsiasi giudizio sulla qualita' della persona, del suo sviluppo o di una sua limitazione od handicap. Il concetto della qualita' della vita e' un riferimento pluridimensionale, non puo' sfuggire ad una valutazione soggettiva e deve supporre il rispetto della vita fisica, dove il corpo e' l'epifania, l'incarnazione e la manifestazione di quello spirito della persona unica, individuale ed irripetibile.
Nella dimensione morale qualsiasi atto (medico) che neghi questa premessa e' un fatto illecito, perche': dal punto di vista razionale non riconosce la dignita' oggettiva ed ontologica della persona e quindi facendo altrimenti non la rispetta (rationalis naturae, individua substantiae); dal punto di vista metafisico non riconosce la fondazione della persona come essere unico, distinto ed irripetibile (indivisum ad se' divisum ad quolibet alio) e dal punto di vista teologico nega la creazione dell'uomo ad immagine e somiglianza di Dio (genitum non factum) e quindi tutta la dimensione del dono e della gratuita', per validare al contrario, col riduzionismo dell'essere, una sorta di autopoiesi e di giustificazione autoreferenziale.
Nella societa' attuale sembra esservi un ampio consenso nel ritenere che l'obiettivo della medicina intensiva sia quello della tutela della vita, con alcuni limiti etici: il dovere di evitare i ricoveri inutili e riconoscere i trattamenti inappropriati che si configurano con l'accanimento terapeutico, definizione sostituita dall'espressione "sproporzionalita' terapeutica", per il giudizio intrinseco negativo contenuto nella precedente.
Sara' allora differente la decisione di ammettere/dimettere dalla TI se discussa alla luce dei principi bioetici. Differente sara' la decisione discussa nell'ambito del principlismo nordamericano di Beuchamp e Childress col richiamo all'autonomia, alla beneficialita' e alla giustizia, dove esiste il bilanciamento tra principi. Il contrattualismo mette in evidenza l'importanza della beneficence in trust, di una medicina che diviene una forma di contratto tra le parti, per l'utilitarismo invece sara' la qualita' della vita. Di piu' ampio raggio sara' la bioetica che si fonda sul personalismo ontologicamente fondato.
Quindi il concetto di persona assume il valore piu' ampio possibile perche' deriva dal suo significato ontologico, pertanto non subordinata al riconoscimento della comunita' sociale o scientifica che mettono in evidenza un solo aspetto, che in genere si coniuga con l'utile, il necessario o con cio' che soddisfa e che risponde alla ricerca del piacere e non e' in grado di cogliere la dimensione spirituale. E' un discorso che ci porterebbe lontano sulla domanda metafisica, ma e' questo l'imperativo su cui la societa' attuale si blocca perche' non sa rispondere, avendo perso la capacita' di trascendere dal fenomeno al fondamento.
Le argomentazioni introdotte dalla bioetica nascono come necessita' di colmare questo vuoto.
Nel processo decisionale relativo all'ammissione/dimissione ed al limite terapeutico, oltre ai problemi etici, presi in considerazione, esistono altri fattori correlati al paziente che possono essere riassumibili come segue: l'eta' biologica, la storia della vita del paziente, le attitudini ed i comportamenti a rischio, le patologie croniche concomitanti, la diagnosi e la prognosi della patologia in corso, la storia e l'evoluzione clinica prevedibile.
Va valutata l'eta' biologica e non quella cronologica come capace di fronteggiare la situazione critica in atto, in riferimento proprio all'entita' dell'aggressione terapeutica. Deve inoltre considerarsi l'innalzamento dell'eta' media, tanto la necessita' di introdurre definizioni come old patient, oldest patient e very oldest patient per indicare con quest'ultima la fascia d'eta' sopra i 90 anni. Bisogna percio' essere in grado di dare una risposta soddisfacente per ogni fascia d'eta', perche' nelle societa' occidentali, l'aspettativa di vita e' maggiore e l'anziano puo' superare un momento critico per poi tornare ad una condizione di autosufficienza. E' necessario a tal fine che sviluppi nell'ambito del consenso informato la dichiarazione e la registrazione come volonta' anticipata, per il fatto che e' sempre piu' frequente il ricorso a terapie intensivistiche da parte dell'anziano, dove puo' non essere in grado al momento del ricovero di esprimere la propria volonta' perche' in stato d'infermita' mentale.
Conoscere la storia della vita del paziente, in ambito sanitario, significa ricostruire i suoi valori, le preferenze e le opinioni che hanno orientato il suo autonomo atteggiamento nei confronti della dipendenza fisica al dolore, il rapporto con la malattia e il senso del proprio destino. Elementi che divengono essenziali quando in mancanza di direttive anticipate o della volonta' del paziente, mettendo da parte la discussione su di esse, sia necessario elaborare un piano terapeutico o formulare un giudizio sostitutivo nell'ottica del "best interest".
Il paziente con patologie concomitanti, considerate nell'APACHE e nel SAPS, che determinano una riduzione delle riserve funzionali, influenzando negativamente la prognosi, per l'evoluzione naturale della loro malattia cronica (scompenso cardiaco grave, insufficienza respiratoria cronica ingravescente con coma ipercapnico, cirrosi epatica avanzata con sanguinamento incoercibile da varici esofagee, malattie emopoietiche e linfatiche nella fase terminale, neoplasie di diversa natura e localizzazione non piu' controllabili se non solo con la terapia di palliazione), non devono essere incoraggiati ad accedere al trattamento intensivo.
E' necessario inquadrare diagnosi e prognosi della situazione patologica in corso, dove, quando non si preveda che un ben minimo o scarso beneficio ottenuto col trattamento intensivistico, questo non deve essere attuato. Ritengo che la decisione di non rianimare debba solo parzialmente essere ancorata agli indici di gravita' (severity score), dovendo invece avere altri riferimenti: tra questi la volonta' del paziente e' la voce piu' importante, ricordando che gli indici a punteggio rappresentano la stima di un case-mix e non possono in alcun modo fornire valutazioni prognostiche sul singolo paziente, tanto da influenzare il processo decisionale.
La qualita' della vita pregressa e i comportamenti a rischio per la salute non debbono avere un giudizio ostativo per intraprendere le terapie intensivistiche: e' come dire che un imprudente per l'alta velocita', che subisca per causa sua, un incidente che conduca ad uno stato di coma, non debba essere curato, cosi' chi e' fumatore, consapevole della piu' alta incidenza di tumore al polmone, nell'eventualita' che venga posta questa diagnosi, non possa accedere alle strutture del SSN. In un sistema sociale in cui partecipazione e sussidiarieta' vengono messi in discussione con la proposta di una diversa contribuzione assicurativa, ad esempio di tipo individuale o su base assicurativa sara' facilmente accolta l'ipotesi di partecipazione alla spesa sanitaria per classe di rischio autonomamente assunto.
E' chiaro che la valutazione al letto del paziente debba sempre essere posta esclusivamente nella prospettiva e nell'interesse del paziente.
Il ricovero e la dimissione dalla terapia intensiva dovrebbe essere basata sulla reversibilita' della situazione clinica e sulla probabilita' di avere benefici dal trattamento intensivistico, in modo da ottenere una ragionevole prospettiva di un recupero sostanziale.
I pazienti critici, con insufficienza d'organo grave, hanno la priorita' sui pazienti che hanno necessita' della sola monitorizzazione o su coloro che hanno una prognosi peggiore.
I pazienti che non hanno probabilita' di recupero ad una ragionevole qualita' della vita non devono essere ammessi in TI perche' non hanno probabilita' di beneficiare del trattamento intensivo.
La dimissione va inoltre affrontata con gli stessi criteri che hanno condotto al ricovero: la correzione delle funzioni vitali compromesse, la sicurezza di essere trattato altrove per la prosecuzione delle terapie, col minimo rischio di una ricaduta e ripresentazione in terapia intensiva, l'inutilita' o l'inappropriatezza a proseguire il trattamento.
La mortalita' intraospedaliera dei pazienti usciti dalla rianimazione e' del 5-15% sul totale delle dimissioni. Sebbene alcuni decessi siano inevitabili, c'e' da chiedersi se i decessi inaspettati possano essere previsti e quindi conoscendo le cause poter ridurre questa percentuale.
C'e' stretta correlazione col punteggio SAPS II, che risulta piu' elevato nei pazienti a rischio, mentre l'indice Nine equivalents of nursing manpower use score (NEMS), che monitorizza il grado di nursing non e' rilevante, come anche l'eta'. La possibilita' di riammettere i pazienti dimessi e' del 10%.
Altri studi hanno correlato la mortalita' della fase di dimissione al grado di riserva fisiologica stimato all'ingresso concetto questo multifattoriale, al motivo clinico del ricovero: progressivamente peggiore dalla diagnosi medica verso la diagnosi chirurgica, dalla elezione al ricovero non programmato, alla sua durata e gravita', alla complessita' di trattamento e del nursing (NEMS) valutato al momento della dimissione.
Intraprendere un trattamento, soprattutto quando non e' stata completata la conoscenza del caso clinico, come in emergenza, e' doveroso; pero' questo non significa non poterlo piu' sospendere una volta che questo venga giudicato inutile. E' ampiamente accettata la condotta di non cadere nell'eccesso terapeutico, perche' contrasta con la dignita' della persona ed arreca inutili sofferenze al paziente e ai familiari. E' quindi definito futile un trattamento che non produce alcun beneficio fisiologico al paziente perche' non e' capace di modificare la condizione clinica stessa. E' inappropriato il trattamento che non ha ragionevoli probabilita' di produrre benefici, anzi risulta gravoso per il paziente, oltre che essere economicamente non giustificato.
Il problema dell'ammissione/dimissione in T.I. risulta complesso, tanto che, riassumendo, l'atteggiamento medico non puo' prescindere solamente dalle condizioni cliniche preesistenti, da quelle attuali, dalla prognosi della malattia trattata, dal ricorso ai presidi terapeutici e dal loro successo, ma soprattutto deve tener conto dei valori etici all'interno dei quali viene espressa la richiesta di salute da parte del paziente.
(C.A.)
PROPOSTA DI UN CASO CLINICO PER LA DISCUSSIONE BIOETICA
In margine all'intervento su i Criteri etici per il ricovero e la dimissione dalla terapia intensiva, proponiamo ai lettori della News-letter di riflettere su un caso, presentato da un equipe medica di un altro ospedale della Regione Piemonte, e di esprimere le proprie valutazioni e pareri in vista dell'allargamento della discussione. Ricordiamo che altri "casi" possono essere proposti direttamente dai lettori sulla base di personali esperienze o situazioni incontrate, sempre nel rispetto della salvaguardia della privacy di eventuali soggetti implicati.
(P.R.)
IL CASO DI VITTORIO
Vittorio e' un uomo di 65 anni.
Malattia di base: insufficienza renale cronica con iniziale scompenso metabolico in amiloidosi (diagnosi derivata da biopsia renale).
Da circa tre anni in follow up nefrologico.
Buone condizioni generali, insufficienza renale non sintomatica.
Dopo qualche tempo viene ricoverato in Nefrologia per ematuria.
Diagnosi di neoconformazione vescicale.
Segue intervento in anestesia generale, ipotensione grave e duratura.
Fase di oligoanuria successiva ripresa di una diuresi non efficace.
Viene rianimato ed intubato e messo in programma di CVVH (dialisi quotidiana), nutrizione parenterale totale.
Dopo circa 20 giorni di terapia intensiva il paziente rimane:
- ipoteso con necessita' di infusione con dobutamina continua;
- in dialisi quotidiana;
- ventilato artificialmente (tracheotomia)
- cosciente quando non sedato
- in nutrizione parenterale totale.
L'insieme del quadro clinico rende grandemente improbabile l'ipotesi di una autonomia del respiro e della dialisi.
I QUESITI
1. Se e quando interrompere la terapia intensiva.
2. Se e quando interrompere la ventilazione (exitus nel giro di qualche ora) o la dialisi (exitus nel giro di 8-10 giorni).
La parola ai lettori
In questa rubrica tutti coloro che ricevono questa newsletter sono invitati ad utilizzare la opportunita' offerta dal forum per far conoscere il proprio pensiero su quanto letto o sollecitare ulteriori riflessioni ed ampliare la riflessione. La corrispondenza potra' essere inviata all'indirizzo qui specificato. Attendiamo a tempi brevi le prime reazioni anche sullo strumento della News-letter per uno scambio di opinioni tra coloro che ne riceveranno il testo.
Indirizzo per la corrispondenza: paolorossi_125@fastwebnet.it
Avvisi congressi
"QUALE UOMO PER QUALE SCIENZA? "
segreteria scientifica: Fondazione TERA via Puccini,11 28100 Novara tel. 032132000.
CLICCA PER VISUALIZZARE IL PROGRAMMA

Torna all'home pageRichiedi InformazioniLink