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Forum
di Bioetica |
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NEWSLETTER N. 4 - Ottobre 2003 |
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Intorno
ai Principi dell'Etica
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La
relazione medico-paziente-famigliari e la verita' sulla
diagnosi:
una lettura etica |
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I
parte |
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In questo breve contributo si intende introdurre
al alcune questioni basilari proprie dell'azione terapeutica,
andando alla ricerca di una specificita' della prospettiva
etica in medicina, accanto ai piu' consolidati profili
di tipo deontologico e medico-legale o di tipo psicologico.
Il campo dell'etica, nella prospettiva perseguita da
questo contributo, domanda di essere ampliato rispetto
ad una sua ristretta declinazione di tipo doveristico,
ma assume il profilo interpretativo delle esperienze
umane in un orizzonte di valore. Tra le esperienze umane,
oggetto di riflessione etica, indubbiamente si colloca
anche quella della malattia, quella professionale ed
umana del medico e della specifica relazione che viene
ad essere instaurata da tra questi soggetti. Il contributo
verra' completato nei successivi numeri della newsletter,
ma anche attraverso eventuali puntualizzazioni dei suoi
lettori che troveranno spazio in prossimi numeri di
questo foglio elettronico di informazione. Per eventuali
osservazioni e contributi e' possibile fare riferimento
direttamente all'estensore di questo contributo:
pierdavide.guenzi@tin.it
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1.
L'etica nella pratica medica e clinica
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L'attenzione
alla problematica specifica della comunicazione diagnostica,
un processo che investe a titolo diverso gli attori
della pratica clinica terapeutica: medici ed equipe
curante, paziente e famigliari, rappresenta un punto
privilegiato per interpretare il senso di una riflessione
etica in ambito medico. L'interrogativo fondamentale
verte sulla specificita' di un approccio etico, i cui
caratteri spesso assumono connotati imprecisi e sfuggenti,
quasi come auspici ed astratte formulazioni di istanze
non ben inquadrabili dentro il casellario proprio dell'agire
tecnico operativo medicale consolidato nei percorsi
terapeutici. Tale questione risulta particolarmente
viva in riferimento all'oggetto di questo intervento,
il cui campo pertinenza, in prima approssimazione, sembra
da attribuire al semplice profilo deontologico (o medico
legale) che, e' noto, fissa i limiti e i lineamenti della
professione medica secondo uno standard centrato sulla
dimensione beneficiale ("fare il bene del paziente"),
a confronto con la sensibilita' contemporanea per la
espressione e la tutela dei diritti dei soggetti implicati
nella prassi (con una spiccata sottolineatura per la
tematica della tutela dell'autonomia decisionale del
paziente) e la piu' recente acquisizione dell'inquadramento
della prassi terapeutica in una prospettiva di tipo
sociale (la possibilita' di un equo accesso di tutti
alle risorse disponibili). Inoltre la tematica sembra
assorbita dalla prospettiva psicologica, tesa a sviluppare
le modalita' ottimali del dialogo, alla luce della dinamica
comunicativa che attraversa l'esistenza di ogni uomo
e alla sua specifica realizzazione nella peculiare relazione
tra operatore sanitario, paziente e famigliari. L'approccio
psicologico e il corrispettivo nodo deontologico sembrano
cosi' rendere superflua l'attenzione e la specificita'
di un discorso etico.
La dimensione piu' propriamente etica, tuttavia e' imprescindibile,
rispetto alla pura considerazione di alcuni principi
operativi per definire il quadro corretto della pratica
clinica. In particolare la prospettiva etica si caratterizza
per:
-sviluppare un approccio ampio alla singola problematica
ed evitare che la sua risoluzione scaturisca da una
semplice chiarificazione del problema tecnico, ma si
saldi sul valore antropologico della persona;
-realizzare in modo autentico la correlazione tra bios
e ethos alla base della stessa bioetica moderna, prendendo
sul serio l'attenzione all'esperienza del vivere e alla
sua qualita' da assicurare all'interno della prassi operativa,
centrando l'attenzione sul senso fondamentale della
vita stessa che viene a dirsi (o a negarsi) dentro le
pratiche mediche e cliniche.
Lo sviluppo della fisiopatologia, con la scientificizzazione
della medicina ottocentesca, ha segnato il dominio nella
prassi dell'attenzione oggettiva all'entita' malata.
Accanto agli indiscutibili ed indiscussi benefici dell'evoluzione
scientifica nella prassi medica, cio' ha avuto per effetto,
ricorda il bioeticista W. Reich "di diminuire l'attenzione
del medico per l'esperienza soggettiva della malattia".
Nella prospettiva della cura - piu' ampia del semplice
intervento tecnico sulla parte del corpo malata - e
con la riaffermazione piu' recente della centralita' della
relazione medico-paziente nella pratica clinica, tale
esperienza viene rimessa in una posizione centrale.
L'atteggiamento della cura, infatti, e' da intendersi
sia nel senso di "aver cura di" (del paziente, della
correttezza di conduzione della pratica clinica), che
nel senso di "prendersi cura di qualcuno", cioe' di mostrare
un interesse personale, perfino affettivo, per il benessere
di un altro, attraverso un approccio olistico ed umanizzante
che fa dell'agire comunicativo un elemento imprescindibile
al pari dello stesso agire tecnico-operativo.
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2.
La dimensione relazionale propria dell'arte e dell'atto
medico
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L'attenzione
alla relazione interpersonale si evidenzia gia' nella
figura medicale dell'eta' antica, quello dello iatro's
greco, il quale si distaccava dal mondo delle superstizioni
ed operava secondo le proprie convinzioni razionali,
prendendo cosi' le distanze dal modello medico-sacerdote,
proprio dell'eta' arcaica. Cura e dialogo, nell'arte
medica classica, appaiono istanze convergenti e reciprocamente
connesse. Su tale intreccio e' ritornato il filosofo
tedesco H.G. Gadamer ricordando autorevolmente che "della
cura fa parte anche il dialogo tra medico e paziente,
che rappresenta il primo e anche l'ultimo momento comune
ed e' in grado di annullare la reciproca distanza", creando
un terreno comune, operando in vista di una verita' e
di un agire condivisi. Il dialogo ha a questo proposito
la capacita' di definire una potenzialita' propria, un
modo di essere dell'uomo, che ha ragione di radice etica
fondamentale.
L'evoluzione scientifica della medicina moderna, incrementando
nell'operatore sanitario la consapevolezza della sua
forza operativa, della certezza e infallibilita' del
suo sapere, ha progressivamente indebolito tale istanza
dialogica. Dalla seconda meta' dell'800, al paziente
viene richiesta una collaborazione marginale; egli diventa
l'oggetto delle ricerche e degli esperimenti compiuti
su di lui. Tale approccio, che privilegia la dimensione
organicistica, rispetto a quella olistica, e' ancora
largamente operante nei modelli formativi del medico
contemporaneo, anche se si e' fatta strada, per un movimento
convergente, quello del paziente, che esige informazione
e la tutela dei propri diritti, e quello del medico,
piu' conscio della complessita' dell'approccio alla malattia
in rapporto alla singolarita' di ciascuna persona, la
consapevolezza di ridare centralita' nell'agire clinico
alla relazione medico-paziente. In questa prospettiva
emerge a pieno titolo l'importanza della comunicazione
e della conseguente trasmissione di informazioni tra
i vari soggetti implicati nell'atto clinico. (P.D.G.)
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Dilemmi
etici
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Dai
temi del dibattito attuale:
l'eutanasia |
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Perche'
e' importante manifestare la propria posizione? |
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Il
dibattito attuale promuove questa scelta come sostegno
all'espressione dell'autonomia del soggetto. Il pensiero
filosofico dall'illuminismo ai nostri giorni ha consolidato
la tendenza di giustificare le scelte dell'individuo
solamente nei confronti di se stesso, in modo del tutto
autoreferenziale.
A sostegno di questa tesi possiamo addurre le conseguenze
che derivano:
- da modelli sociali generati dal materialismo
storico, che hanno promosso la liberazione dell'uomo
concentrandosi esclusivamente sulla risposta derivata
da esigenze concrete che negano istanze e aspettative
di qualsiasi possibile altra dimensione umana,
- dal pensiero nietchiano, come atto di negazione
di Dio, senza la proposta di null'altro, da cui emerge
l'angoscia esistenziale di un umanesimo imperfetto,
- dallo scetticismo di una societa' secolarizzata,
che ha difficolta' di riscoprire la radici della propria
struttura civile con la perdita dello stesso ordine
morale, guida sostanziale ed ineludibile per un dibattito
politico civile,
- dalla conoscenza positiva di operare in un pluralismo
etico e culturale i cui frutti non possono che giovare
all'interno di un dibattito democratico e rispettoso
delle posizioni dell'altro, spesso difficile da riscoprire
nella realta',
- da un agire soggettivo paralizzato dall'emotivismo
e dal conseguenzialismo nel timore di sbagliare, non
piu' liberi ma incapaci di sviluppare una forte struttura
morale della persona,
- dal ritenere di perseverare nell'ottica della
dinamica di decidere e non in quella di scegliere e
giudicare, la sola che genera una crescita corretta
nei confronti del valore dei beni e di cio' che e' giusto,
- dalla schizofrenia di una partecipazione pubblica
epurata delle proprie convinzioni, che debbono trovare
ospitalita' solo nell'ambito degli affetti personali,
il cui esercizio errato, porta a credere che la dimensione
interiore della persona non debba essere giocata o manifestata
in ambito pubblico,
- dalla paura che cosi' facendo sia preclusa la
possibilita' di intesa di costruire una "casa comune",
da cui l'affermazione che la posizione agnostica rimanga
la piu' convincente per la realizzazione del "bene condivisibile".
Nel mondo anglosassone la legge sull'eutanasia e' gia'
attuale (Oregon, Paesi Bassi, Belgio, Territori del
Nord Ovest dell'Australia), questo in un contesto prammatico,
dove e' piu' facile raggiungere il consenso rispetto a
posizioni di principio, ma non e' detto che la soluzione
sia la migliore. Recentemente abbiamo assistito, per
le leggi che hanno una forte valenza etica come l'aborto,
come la clonazione, su cui insiste il divieto del Parlamento
Europeo, come per le leggi sulla "regolamentazione del
mercato del sesso", ad un percorso legislativo assai
simile dal punto di vista della procedura di promulgazione,
che hanno seguito la via della tolleranza legislativa
dell'atto, riconosciuto come fatto reale e poi nell'ipotesi
venga individuato il reato. la sua depenalizzazione,
per accettarne infine la definitiva legalizzazione.
Il destino di promulgare una legge sull'eutanasia potrebbe
scivolare su questa falsariga, dopo aver assistito alla
mobilitazione di piazza delle forze sociali, al rito
della contrapposizione del "pensiero laico progressista"
a quello "cattolico reazionario" con interne lacerazioni
del mondo politico.
Ancora una volta la scelta fara' le sue vittime: ricordiamo
che la legge sulla protezione della maternita' e la difesa
della vita nascente, secondo le stime della relazione
annuale che il Ministro della Sanita' illustra in parlamento,
comporta il sacrificio di 250.000 vite innocenti ogni
milione di nati vivi. Chi paghera' la posta di una legge
sull'eutanasia?
Va posta attenzione alla mistificazione del linguaggio,
che propone sotto falso nome una politica di morte,
proprio parlando in nome della salute sociale e del
senso di pieta' per il paziente terminale, che si esprime,
interpretando falsamente il disagio personale di chi
assiste il morente, attraverso l'obbligo morale di controllare
il dolore, con la proposta di una "dolce" morte. E spingendosi
oltre, giunge a dare una definizione del concetto di
qualita' di vita (Qdv) sul quale trovare il consenso
per escludere i reietti, nei confronti dei quali la
"societa' etica" ha gia' espresso il proprio inesorabile
verdetto.
Declinando il termine di autonomia nella definizione
che ci deriva dal mondo anglosassone "the competent
patient", la persona e' riconosciuta e difesa dalla societa'
solo se e' in grado di esprimere ed esercitare i propri
diritti. Ci viene da dire, quanti saranno gli esclusi
da questa ulteriore forma di discriminazione?
Il concetto di autonomia si presta a questa disdicevole
interpretazione se non recuperato nell'esercizio di
una liberta' responsabile, che si faccia carico di sostenere
la dimensione umana nella sua globalita', riconosciuta
e rispettata per cio' che essa e' veramente e non per
cio' che puo' fare o manifestare.
Nel diritto si usa dire che il consenso del paziente
legittima l'atto del medico, ma allora quale limite
alla richiesta di disporre di un bene indisponibile
come e' quello della vita e quindi alla richiesta di
eutanasia?
Nel diritto, prima ancora che nella deontologia, l'atto
medico trova giustificazione nella difesa della vita
ed il venir meno di questo principio annullerebbe di
fatto uno dei significati della professione medica.
Allora, il riconoscimento di quale vita comporta l'obbligo
morale che fa nascere rispetto ed assistenza?
Si tratta di riconoscere e promuovere la vita che si
ha di fronte, come di un bene che non deriva da noi,
ma che custodiamo con amore, secondo la dimensione del
dono, coscienti che il pregiudizio della limitazione
fisica, nel corpo, come effetto della malattia, non
alterino la speranza che dobbiamo riporre affinche' la
cura sostenga la persona nella sua interezza.
Pertanto l'atto l'eutanasico e' un disvalore,
che nasce da un profondo disordine morale, perche'
annulla la vita, che di per se' e' dono, pertanto per
questa sua natura emerge e si impone la regola del rispetto
ed una sua custodia responsabile.
Quindi no all'eutanasia e si alle cure palliative, come
al controllo del dolore nella sua dimensione sia somatica
che psichica, si al nursing, come al supporto psicologico
di accostarsi progressivamente alla verita', tale da
promuovere una reale speranza di vita, si alla comprensione
umana, come al sostegno spirituale, per riconciliarsi
con serenita' con la propria morte, recuperata, come
deve essere per un evento naturale, alla dimensione
personale del vivere. (C. A.)
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La
parola ai lettori |
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Da
Gabriele Dell'Era riceviamo:
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"Volevo
solo fare una precisazione per quello che ho capito
io delle tesi di Crick! Le sue tesi sulla coscienza
sono recenti; nulla hanno a che vedere con gli studi
da lui condotti sul DNA. Per quanto ne so io (lezioni
del prof Monaco), Crick quando parla di coscienza parla
di "soul", nel testo in inglese. Che e' forse ancora
piu' di "mente". Quindi direi che si spinge ben oltre
il concetto di coscienza di percezione. Una visione
puramente neurobiologica della mente a me non piace,
mi sembra deumanizzante alla grande".
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Da
Andrea Chiarini riceviamo:
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" Prima
newsletter:
Trovo interessante lo schema presentato dei quattro
principi di fondamento su cui si possono basare le decisioni
etiche (e bioetiche attuali). Anche se nel testo viene
detto che lo scopo della newsletter esula dall'approfondimento
di questi modelli, io trovo al contrario che valga la
pena approfondirli, dato che condivido l'opinione che
molte scelte bioetiche attuali vengano da uno essi.
Propongo quindi di inserire, se possibile, una piu' approfondita
presentazione (anche se ovviamente schematica per motivi
di spazio e immediatezza di comprensione) di questi
quattro modelli con magari anche un breve prospetto
storico sulla loro nascita e sviluppo".
Due osservazioni molto interessanti sulle quali torneremo
nella prossima newsletter
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In questa
rubrica tutti coloro che ricevono questa newsletter
sono invitati ad utilizzare la opportunita' offerta dal
forum per far conoscere il proprio pensiero su quanto
letto o sollecitare ulteriori riflessioni ed ampliare
la riflessione. La corrispondenza potra' essere inviata
all'indirizzo qui specificato. Attendiamo a tempi brevi
le prime reazioni anche sullo strumento della News-letter
per uno scambio di opinioni tra coloro che ne riceveranno
il testo.
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Indirizzo
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volesse segnalare altri nominativi di posta elettronica
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Ogni
newsletter e' pubblicata ed archiviata nel sito:
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Comitato
di redazione |
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Direttori:
Dott. Cleto Antonini, (C.A.), Aiuto anestesista
del dpt di Rianimazione Ospedale Maggiore di Novara;
Don Pier Davide Guenzi, (P.D.G.), docente di
bioetica presso l'Istituto Superiore di Scienze Religiose
di Novara e vice-presidente del Comitato Etico dell'Azienda
Ospedaliera "Maggiore della Carita'" di Novara.
Coordinatore: Prof. Paolo Rossi, (P.R.)
Primario cardiologo
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Consulenti |
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Prof.
Ilario Viano, Rettore dell'Universita' degli Studi del
Piemonte Orientale A. Avogadro.
Dott. Mario Minola, Direttore generale Azienda Ospedaliera
Maggiore della Carita' di Novara.
Dott. Gianfranco Zulian, Responsabile medicina legale
Ospedale ASL 13 Novara, Presidente del Comitato Etico
dell'Azienda Ospedaliera "Maggiore della Carita'" di
Novara
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con
il patrocinio di:
Ospedale Maggiore di Novara |
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