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Forum
di Bioetica |
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NEWSLETTER N. 5 - Novembre 2003 |
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Intorno
ai Principi dell'Etica
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La
relazione medico-paziente-famigliari e la verita' sulla
diagnosi:
una lettura etica |
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II
parte |
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Dopo aver accostato nel precedente contributo, seppure
per cenni, la specificita' di una prospettiva etica all'interno
della relazione clinica, aspetto che non si impone come
un postulato esterno alla prassi medica, ma che si mostra
gia' nella comprensione propria di tale agire, la riflessione
si sposta sul nodo etico fondamentale per la chiarificazione
etica del problema: il rapporto tra comunicazione e
informazione. Per eventuali osservazioni o contributi
personali di riflessione e' possibile fare riferimento
direttamente all'estensore del contributo all'indirizzo:
pierdavide.guenzi@tin.it
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3.
Il nodo etico fondamentale: comunicare - informare
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Alla base
della problematica della trasmissione diagnostica della
verita' al paziente e ai famigliari si colloca l'intreccio
di comunicazione ed informazione. In particolare si
evidenzia la possibilita' di uno scollamento di questi
due aspetti. La coppia comunicare-informare pone a confronto
due grandezze differenti, o piu' precisamente porta l'attenzione
su un possibile limite dell'informazione scientifica
e diagnostica: quello di sganciare l'accuratezza e la
precisione del contenuto dalla forma (comunicazione)
in cui esso si da', per divenire verita' condivisa tra
gli attori dialogici. In realta', trasmissione di dati
e interazione tra i partners comunicativi implicati
sono le dimensioni proprie di ogni comunicazione, anche
di quella particolare che si svolge in ambito medico-clinico.
Le regole della struttura comunicativa interpersonale,
come noto, collocano la quantita' dell'informazione all'interno
di una particolare qualita' comunicativa che tiene conto
delle reciproche soggettivita' nel loro disporsi alla
comunicazione e del contesto, relazionale ed ambientale,
in cui viene a prendere forma. I racconti delle storie
di pazienti che hanno ricevuto dal proprio curante la
notizia della verita' circa la propria condizione evidenziano
spesso come con tale atto il medico rinunci a rinsaldare
e rilanciare la comunicazione e, soprattutto a livello
di codice non-verbale, non sia riuscito a esprimere
reale empatia e solidarieta' con il proprio paziente,
quanto piuttosto un senso di fastidio ed impotenza.
Non mancano, comunque, esempi "virtuosi" di una buona
conduzione della relazione medico-paziente, consapevole
in particolare della particolare espressione in cui
essa viene a svilupparsi. Da parte del medico, l'abbandono
della conduzione paternalistica di tale relazione non
significa il misconoscimento della non piena pariteticita'
che in essa viene ad esprimersi. Il medico, e l'operatore
sanitario, restano dei "competenti", ai quali il paziente
affida la propria speranza terapeutica e con i quali
egli entra in una comunicazione in cui il proprio punto
di vista tende ad essere pienamente valorizzato. La
qualita' della comunicazione decide anche della quantita'
informativa e soprattutto a caratterizzare questa verita'
non come un freddo dato (fallendo cosi' una caratteristica
della verita' che e' la compartecipazione ed il possesso
reciproco di essa da parte dei partners implicati),
ma come una realta' capace di illuminare la situazione
in modo qualitativo per far evolvere il patto terapeutico,
assicurando sempre margini di speranza in vista della
prosecuzione dell'approccio curativo. La qualita' della
comunicazione evidenzia come l'informazione sia inserita
all'interno di una piu' profonda interpretazione della
stessa volonta' del malato, delle sue capacita' e possibilita'
ricettive. Tali aspetti sono esplorati in modo illuminante
dalla tecnica psicologica. In sede etica va denunciata,
piuttosto, la deriva estrema di una informazione senza
comunicazione e di una comunicazione senza informazione.
Comunicare senza informare: si evidenzia a questo proposito
un intoppo, un nodo alla comunicazione. "La comunicazione
- ha scritto Sandro Spinsanti - si ingorga quando si
decide, per motivi di diversa natura - per ragioni di
tempo e di opportunita', o anche per motivi etici - di
saltare il momento dell'informazione, andando direttamente
all'azione terapeutica. L'enfasi posta sul fare, piuttosto
che sul parlare informativo, danneggia il processo della
guarigione e si traduce in un saldo negativo sul piano
della comunicazione". Inoltre, spesso, anche in assenza
di una informazione veritiera, la comunicazione relativa
alla condizione del malato giunge fino a lui attraverso
codici e linguaggi di tipo differente. Occorre ricordare
che la comunicazione e' un comportamento della persona
che dunque parla anche con il suo silenzio, con la sua
attivita' o inattivita': "che cosa comunica il comportamento
del medico, quando rifiuta di informare il malato?".
E' nota a questo proposito la "congiura del silenzio"
(consegna anche estesa al personale infermieristico
e agli stessi famigliari - che contribuiscono a patrocinarla),
un'imperfetta recitazione degli attori al letto del
paziente che contribuisce ad introdurlo progressivamente
in una "morte sociale", cessando di considerarlo soggetto
capace di prendere parte attivamente a quanto avviene
su di lui, e dunque "senza" di lui. Per spezzare questa
catena occorre riflettere in particolare sulla difficolta'
di interpretazione da parte dei medici del desiderio
di informazione (o di non informazione) evidenziata
dai pazienti. Esistono delle discrepanze rilevanti tra
cio' che i pazienti desiderano conoscere e quello che
i medici (ma anche gli stessi famigliari) pensano che
essi vogliono conoscere; ma anche sulla percezione da
parte del medico del tempo dedicato alla comunicazione
e all'informazione e quello effettivamente reale e valutato
come tale da parte del paziente. Informare senza comunicare:
significa non tenere conto delle ripercussione della
notizia offerta sul malato. Non si tratta di carenza
di sensibilita' (cfr. certe forme esasperate di comunicazione
del modello anglosassone sulla verita' diagnostica),
quanto piuttosto di una considerazione superficiale
della stessa comunicazione e dei suoi molteplici aspetti,
che finisce ugualmente per lasciare il paziente solo
di fronte al proprio destino, portando in se' l'informazione
sulla propria condizione perche' ne faccia in modo autonomo
oggetto delle proprie scelte, ma senza percepire una
reale rete di relazioni significative di persone che
garantiscano una solidarieta' umana di fronte all'evento
malattia e al suo eventuale exitus infausto. E' noto,
a questo proposito, come la condizione di malattia grave
e percepita come minaccia alla vita, porta ad accentuare
la recettivita' alla comunicazione, particolarmente nei
suoi aspetti non-verbali, ma anche ad aumentare il bisogno
di una comunicazione di informazioni adeguate e misurate
alla situazione.
(P.D.G.)
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Dilemmi
etici
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PROBLEMI
ETICI NEL TRATTAMENTO DELLA TEMPESTA ELETTICA NEI PAZIENTI
PORTATORI DI CARDIOVERTITORE-DEFIBRILLATORE AUTOMATICO
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Laura
Plebani ed Eraldo Occhetta
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Caratteristiche
cliniche di electrical storm in soggetti portatori di
ICD |
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La
popolazione di pazienti portatori di cardiovertitore-defibrillatore
impiantabile (ICD) e' in costante aumento: nel mondo
vengono ATTUALMENTE applicati circa 100.000 ICD all'anno,
di cui circa 20.000 in Europa e 4.000 in Italia (mono,
bi o tricamerali). Le indicazioni all'impianto di un
ICD sono ben definite da linee guide internazionali
e nazionali, supportate e aggiornate dall'evidenza scientifica
dei risultati di grandi trial clinici, che hanno dimostrato
inconfutabilmente la maggiore efficacia di questa protesi
rispetto alla terapia farmacologica nella prevenzione
secondaria e primaria della morte cardiaca improvvisa.
L'ICD, per la sua capacita' di interrompere le tachiaritmie
ventricolari sostenute maligne ha sicuramente migliorato
la prognosi dei pazienti a rischio di morte improvvisa.
Le aritmie maligne causa di morte improvvisa si presentano
in due forme: o come tachicardia ventricolare sostenuta
(TV) che provoca una caduta marcata della portata cardiaca
e scompenso circolatorio con o senza perdita della coscienza,
o come fibrillazione ventricolare (FV) che provoca arresto
della circolazione e perdita completa della coscienza.
L'intervento terapeutico dell'ICD resta sempre e solo
un palliativo, poiche' interrompe l'aritmia ma non agisce
sulle cause che l'hanno fatta insorgere. Nella vita
dei portatori di ICD ci possono essere periodi nei quali
l'aritmia continua a ripresentarsi, determinando frequenti
e ripetuti interventi del defibrillatore: questa situazione
e' denominata "riscaldamento aritmico" o anche "electric
storm" (tempesta elettrica) ed e' la piu' letale delle
condizioni aritmiche cardiache: e' infatti caratterizzata
da fibrillazione ventricolare frequentemente ricorrente,
oppure da tachicardia ventricolare incessante con scompenso
emodinamico e destabilizzante. Si definisce electric
storm quando l'ICD deve interrompere una TV o FV con
= 3 shock in 24/h. La tempesta elettrica puo' insorgere
nelle prime ore o nel primo semestre dopo il posizionamento
della protesi e si risolve con una diversa programmazione
del defibrillatore o con l'associazione di farmaci antiaritmici.
Questi eventi pero' si presentano piu' di frequente tardivamente
con l'aggravamento della cardiopatia responsabile, e
specialmente nella fase terminale della vita del paziente.
Nei pazienti con storm elettrico e' stata calcolata una
media di 8 episodi aritmici (range da 3 a 50) con la
necessita' di ospedalizzazione in circa l'85% dei casi.
La rilevanza di questo fenomeno in termini assistenziali,
clinici e prognostici e' quindi notevole cosi' come il
vissuto del paziente durante lo storm e' carico di angoscia
poiche' a volte la ripetitivita' delle scariche elettriche
avviene a paziente cosciente e vigile. Ogni scarica
viene avvertita come un forte pugno sul petto.
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Caso clinico di tempesta elettrica o riscaldamento aritmico
come stato terminale in un paziente con scompenso cardiaco
avanzato |
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C.
F. maschio, anni 73 (nato 1930). Cardiopatia ischemica
con: infarto miocardio inferiore nel 1988 e 1990, con
rivascolarizzazione (4 bypass aorto-coronarici), numerosi
episodi di fibrillazione atriale parossistica trattati
con amiodarone e anticoagulante. Il 5/1998 per bassa
frazione di eiezione e tachicardie ventricolari non
sostenute, dopo uno studio elettrofisiologico con induzione
di tachicardia ventricolare sostenuta, e' sottoposto
all'applicazione di un cardiovertitore-defibrillatore
(ICD) monocamerale. Il primo intervento o shock elettrico,
appropriato dell'ICD si verifica dopo 9 mesi. I successivi
interventi, sono rari e molto ben tollerati. Dopo 2
anni (11/1999), per un peggioramento dello scompenso
cardiaco, si applica un nuovo tipo di ICD con stimolazione
atrio-biventricolare: che determina un rapido e significativo
miglioramento della qualita' di vita e della classe funzionale
NYHA (da IV a II). Dopo pochi mesi evoluzione a fibrillazione
atriale cronica, con peggioramento alla classe funzionale
III. Negli anni successivi gli interventi dell'ICD divengono
piu' frequenti, ma sempre ben tollerati, permettendo
una buona qualita' di vita. Nei primi mesi del 2003 il
netto peggioramento dello scompenso cardiaco si associa
a shock elettrici dell'ICD sempre piu' frequenti. In
aprile 2003 e' stato innalzato il cut off di intervento
>200 batt/min nel tentativo di diminuire gli shock del
defibrillatore. Cio' nonostante gli shock si sono ripetuti
a brevi intervalli l'uno dall'altro, fino al decesso
dopo 1 mese. In sommario: buona qualita' di vita fino
a gennaio 2003 (dall'inizio della storia: 15 anni; dall'impianto
ICD: 5 anni; dall'upgrading biventricolare: 3 anni);
grave deterioramento della qualita' di vita negli ultimi
4 mesi, con stato di male aritmico e scompenso cardiaco
irreversibile nell'ultimo mese.
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Gli interrogativi morali che ci siamo posti, sui quali
chiediamo una chiarificazione etica e/o legale sono: |
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-
si sarebbe potuto (o dovuto?) "spegnere" l'ICD nell'ultimo
drammatico periodo di continui interventi?
- chi avrebbe potuto "spegnere" l'ICD ?
- con quali autorizzazioni? (del Paziente? di un Comitato
Etico? del Medico Legale?).
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Primo
commento al caso clinico di electrical storm |
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I.
I concetti richiamati sono quelli del limite dell'intervento
terapeutico e del suo corollario: il consenso del paziente
alla cura. La storia considera un lungo periodo di vita
del paziente, che affronta dopo i due episodi di IMA,
la lenta evoluzione verso lo scompenso cardiaco ingravescente,
dove la FA parossistica s'inserisce come complicanza.
Il compito del medico qui esprime l'intenzione di sostenere
la migliore qualita' di vita possibile, ottenuta prima
col ricorso ai farmaci, poi con l'impianto dell'ICD monoventricolare
e quindi bicamerale, cio' comporta il successo clinico
riconosciuto dal passaggio dalla classe NYHA IV alla classe
II.
Il riferimento al concetto di proporzionalita' dell'intervento
terapeutico e' palese quando esercitato sulla stessa causa
di malattia, condotta assistenziale auspicabile nella
linearita' dell'aggravamento, correlato alla necessita'
di interventi sempre piu' complessi. Anche se la storia
clinica non pone precisi riferimenti al paziente dal punto
di vista dell'espressione della volonta' e delle aspettative
di cura, nonche' della problematica affettiva, psicologica
e personale, dobbiamo ritenere che questa sia stata ben
valutata dagli operatori. E' comprensibile che il paziente
abbia partecipato favorevolmente al programma terapeutico
fino all'epilogo, quando col peggioramento naturale dello
scompenso cardiaco, la FA parossistica sia divenuta piu'
frequente e con essa anche l'intervento di defibrillazione
dell'ICD, ma inefficace. Il dolore da eletric storm, anche
se importante, e' solamente un aspetto di un quadro clinico
della malattia non piu' curabile. Quindi col consenso del
paziente si sarebbe potuto "spegnere" l'ICD nel rispetto
della dignita' della persona. La desistenza e' auspicabile
quando i supporti intrapresi risultino inefficaci nel
sostenere la vita, perche' non agiscono piu' sulla cura
della persona sofferente, ma intervengono solamente su
singole funzioni che procrastinano l'evento terminale.
Ovviamente, non va mai spenta la speranza quando umanamente
sostenibile, assieme all'assistenza psicologica, al conforto
familiare e spirituale che fanno parte dell'accompagnamento
nella fase terminale della vita, ma qui il tema e' altro.
Per quanto riguarda l'ultimo punto - Quale autorizzazione
e chi autorizza a "spegnere" il dispositivo (l'ICD)? Certamente
la mia risposta e' di contrarieta' all'intervento del medico
legale o del comitato etico, che invece, possono essere
sollecitati come focus di discussione sulle questioni
fondamentali del problema, in una sede differente da quella
strettamente clinica. Contrarieta' che nasce dalla prassi
legalistica e procedurale delle figure istituzionali,
col rischio conseguente che la morte, da evento, si trasformi
in un avvenimento di speculazione per tutt'altri fini,
con la perdita di tutta quella carica emotiva, umana e
personale che ruota attorno a chi ha fatto pace con la
propria esistenza. (C.A.) |
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Secondo
commento al caso clinico di electrical storm |
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La
presentazione del caso e' sufficiente per un inquadramento
clinico, per un orientamento diagnostico e per una valutazione
degli aspetti terapeutici, che, a mio giudizio, risultano
essere stati ottimali. I problemi etici sollevati dalla
evoluzione clinica di questo malato sono indubbiamente
complessi. Un inquadramento preliminare potrebbe prendere
in esame:
1. Le perplessita' concernenti il mantenimento o meno dell'azione
del defibrillatore! A tale riguardo si dovrebbe poter
conoscere: a) in quale fase della storia clinica sono
emerse tali perplessita', b) se sono state tali da rendere
necessaria una discussione collegiale e chi vi ha partecipato,
c) se ci sono state divergenze di opinioni o sono emersi
diversi punti di vista morali , d) se sono state presentate
al paziente e/o ai suoi familiari.
2. Il grado d'istruzione del malato! In modo da poter
conoscere: a) la capacita' di comprendere le informazioni
ricevute dal medico e dall'infermiera, b) se il paziente
voleva avere o no l'informazione completa sulle proprie
condizioni e sui rischi, c) quale tipo d'informazione
gli e' stata data prima dell'impianto della protesi e durante
il decorso della malattia.
3. L'anamnesi spirituale del malato! Dalla quale si dovrebbe
poter conoscere: a) la religione professata, b) il grado
di religiosita', c) se parlava con il cappellano, d) se
aveva mai espresso direttive anticipate circa il trattamento
negli stadi terminali, e) se aveva delegato qualche familiare
ad esprimere i propri sentimenti, f) se aveva posto preclusioni
a certi tipi d'intervento.
4. Lo stato della coscienza negli ultimi 4 mesi! E' abbastanza
importante perche' permetterebbe di ricostruire: a) le
sofferenze vissute dal paziente in relazione ai colpi
subiti ad ogni intervento del defibrillatore, b) la paura
o l'angoscia nell'attesa dello shock, c) le sofferenze
prodotte dall'aggravarsi dello scompenso cardiaco, d)
la relazione dialogica mantenuta o meno con i sanitari,
i parenti, gli amici.
5. La preoccupazione, gli atteggiamenti e i discorsi fatti
davanti e con il malato! Un accenno a questi elementi
permetterebbe di capire: a) come e' stata rispettata l'autonomia
del paziente, b) se ci si e' preoccupati della dignita'
del morire, c) come sono state alleviate le sue sofferenze,
d) se sono stati rispettati i diritti di questo particolare
paziente come persona, e) se si e' ritenuto necessario
ricorre a consulenze specialistiche etiche e/o legali.
Le risposte che si possono ricevere da esperti ai quesiti
etici sollevati da problematiche cliniche non esonerano
gli operatori sanitari dalle proprie responsabilita' morali.
Ciascuno infatti si deve confrontare con la voce della
propria coscienza. La maturazione etica della persona
e' graduale e deve essere perseguita per se stessi e per
gli altri. L'approfondimento degli aspetti sopra elencati
potrebbe assumere notevole rilevanza non tanto per conseguire
risposte dirette ai quesiti presentati, quanto per creare
nell'ambiente di lavoro le condizioni necessarie all'affinamento
della sensibilita' morale di medici, infermieri/e, pazienti
e loro parenti. (P.R.) |
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La
parola ai lettori |
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Da Andrea
Chiarini, studente d'ingegneria informatica:
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Un paio
di osservazioni sulla quarta news letter: La prima parte,
di Don PierDavide Guenzi, mi e' sembrata ragionevole
e condivisibile nelle sue tesi sulle sua visione del
malato come soggetto e non solo oggetto di studi e sulla
relazione fra medico e paziente. Unico appunto, l'ho
letta quattro volte, non si puo' proprio dire a Don Guenzi
di utilizzare un linguaggio un po' meno cattedratico,
piu' fluido, semplice e diretto? Sono l'unico qui che
dopo aver finito di leggere un suo brano non ha la piu'
pallida idea di cos'ha appena letto? Ho un po' paura
di fare la figura dell'ignorante.
Molto meglio scritta ho trovato invece la seconda parte,
del dott. Antonini, anche se non mi quadra un passaggio.
Pur condividendo le sue tesi, mi sembra che l'articolo,
dopo aver presentato la problematica, giunga ad una
presa di posizione contraria all'eutanasia, basandosi
su un'ipotesi, "che la vita e' un dono", la cui provenienza
non ha le basi storiche o razionali di ragionamento
su cui mi sembrava basato il resto dell'articolo. "Pertanto
l'atto eutanasico e' un disvalore, che nasce da un profondo
disordine morale, perche' annulla la vita, che di per
se' e' dono, pertanto per questa sua natura emerge e si
impone la regola del rispetto ed una sua custodia responsabile."Ora,
mi sembrerebbe giusto precisare che questa presa di
posizione viene direttamente dalla morale giudaico-cristiana,
perche' dire che "la vita e' un dono" sottintende "di
Dio" no?. Ripeto che condivido questa ipotesi, ma come
si dovrebbe presentare il problema a chi a Dio non crede
(e ha tutto il diritto di farlo), e quindi vede la vita
non necessariamente come un regalo ma secondo altre
visioni? (ad es. come risultato dell'evoluzione, come
di una proprieta' dell'individuo di cui puo' disporre
liberamente, ecc...Tutto qua, me ne ritorno ai miei
circuiti elettronici dopo la mia parentesi etica.
Andrea
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Le
osservazioni di Andrea sulla news letter n. 4 sono molto
pertinenti e valide, meritano pertanto un breve commento
personale:
1) Innanzitutto l'impegno di Andrea ad affrontare le
problematiche della bioetica dovrebbe essere di esempio
agli altri fruitori del forum i quali invece hanno risposto
con un assordante silenzio. Se il silenzio dovesse essere
soltanto una conseguenza di una certa timidezza o anche
di una comprensibile impreparazione culturale, sarebbe
bene metterla in disparte e chiedere invece spiegazioni
di qualunque tipo perche' ognuno possa essere aiutato
a recepire il giusto messaggio, ad approfondire gradualmente
le proprie conoscenze e ad aumentare la sensibilita'
morale della propria coscienza.
2) A me sembra molto giusta la richiesta di Andrea rivolta
a Don Guenzi di utilizzare uno stile letterario piu'
facilmente comprensibile. Quando ci si abitua a trattare
certi argomenti si finisce spesso con l'assumere un
linguaggio da specialisti che riesce sempre difficile
ai non-specialisti, mentre il nostro primo compito e
dovere e' quello di farci capire con la semplicita' delle
argomentazioni. Compito non facile!
3) Se la vita non e' un dono come sostenuto da quelli
che rifiutano Dio e la creazione dell'uomo, l'unica
altra alternativa da essi invocata e' quella che considera
la comparsa della vita come risultato del "caso". Il
"caso" e' una ipotesi irrazionale priva di alcuna base
scientifica, impossibile sul piano probabilistico e
del tutto insufficiente a spiegare l'esistenza nel mondo
biologico di sistemi complessi (vedi ad es. la coagulazione
del sangue) presenti fin dall'origine del processo evolutivo.
Le teorie evoluzioniste nelle diverse versioni non possono
spiegare ne' la comparsa della vita ne' di quella delle
specie, ma soltanto che sotto l'influenza della ambiente
e la necessita' della difesa del patrimonio genetico
si verificano delle mutazioni con modificazioni epigenetiche
che possono diventare trasmissibili. (P.R.)
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Da Raffaele
Brustia studente di medicina:
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Ho letto
tutte e quattro le News letter del forum Bioetico. Delle
prime tre, ho capito solo chi ne fossero gli autori.
Della quarta ho afferrato qualcosa in piu', ma credo
che sia un caso. Per il resto, nulla. Vuoto totale.
Neanche il libro di filosofia delle superiori riusciva
a trasmettermi una tale sensazione di impenetrabilita'.
E' come cercare di oltrepassare un muro di gomma: sembra
all'inizio di aver afferrato qualche cosina, una minimo
di senso tra le migliaia di tecnicismi...ma alla prima
virgola, o all'aprirsi di una parentesi esplicativa,
niente da fare, sono rigettato indietro, respinto, escluso,
annego nella brodaglia dell'indefinito. E' piu' complicato
e cervellotico di prima. Quindi ecco in definitiva perche'
non mi sono mai pronunciato. Non mi sembrava carino
alla prima newsletter uscirmene con un'ammissione di
ignoranza. Ho aspettato la seconda. La terza. La quarta.
Poi lo sprone del Prof. Rossi. Ed ecco, questo e' quello
che penso. Non credo che potro' mai dire non solo nulla
di intelligente, ma proprio nulla del tutto, se il tono
del forum si manterra' sempre su queste altissime sfere
del sapere umano. Proprio perche' non ne ho capito nulla
in primo luogo, e secondo perche' non ho la piu' pallida
idea di quali siano le scuole filosofiche ne' ovviamente
dei contenuti, ai quali ogni tanto si fa riferimento.
Sono interessato, molto interessato a questo tipo di
dibattito. Spero di non dovermene tirare indietro...
Raffaele
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Ringraziamo
sinceramente Raffaele che ha svelato una difficolta'
comune tra coloro che non sono abituati a trattare di
certi argomenti e subiscono la dittatura spietata del
linguaggio specialistico. Un nostro compito e' quello
di favorire un processo di formazione tra i non specialisti
della bioetica perche' l'assunzione, prima o poi inevitabile,
delle responsabilita' non colga troppo impreparati. (P.R.)
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In questa
rubrica tutti coloro che ricevono questa newsletter
sono invitati ad utilizzare la opportunita' offerta dal
forum per far conoscere il proprio pensiero su quanto
letto o sollecitare ulteriori riflessioni ed ampliare
la riflessione. La corrispondenza potra' essere inviata
all'indirizzo qui specificato. Attendiamo a tempi brevi
le prime reazioni anche sullo strumento della News-letter
per uno scambio di opinioni tra coloro che ne riceveranno
il testo.
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Indirizzo
per la corrispondenza: paolorossi_125@fastwebnet.it |
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newsletter e' inviata automaticamente secondo la
mailing list predisposta, chi non desidera riceverla
puo' chiedere di essere cancellato dalla lista. Chi
volesse segnalare altri nominativi di posta elettronica
cui inviare la News-letter e' pregato di fare riferimento
all'indirizzo riportato nella sezione precedente. |
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Ogni
newsletter e' pubblicata ed archiviata nel sito:
www.foliacardiologica.it
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Comitato
di redazione |
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Direttori:
Dott. Cleto Antonini, (C.A.), Aiuto anestesista
del dpt di Rianimazione Ospedale Maggiore di Novara;
Don Pier Davide Guenzi, (P.D.G.), docente di
bioetica presso l'Istituto Superiore di Scienze Religiose
di Novara e vice-presidente del Comitato Etico dell'Azienda
Ospedaliera "Maggiore della Carita'" di Novara.
Coordinatore: Prof. Paolo Rossi, (P.R.)
Primario cardiologo
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Consulenti |
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Prof.
Ilario Viano, Rettore dell'Universita' degli Studi del
Piemonte Orientale A. Avogadro.
Dott. Mario Minola, Direttore generale Azienda Ospedaliera
Maggiore della Carita' di Novara.
Dott. Gianfranco Zulian, Responsabile medicina legale
Ospedale ASL 13 Novara, Presidente del Comitato Etico
dell'Azienda Ospedaliera "Maggiore della Carita'" di
Novara
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con
il patrocinio di:
Ospedale Maggiore di Novara |
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