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Forum
di Bioetica |
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NEWSLETTER N. 6 - Dicembre 2003 |
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Intorno
ai Principi dell'Etica
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La
relazione medico-paziente-famigliari e la verita' sulla
diagnosi:
una lettura etica |
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III
parte |
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Nella seconda parte di questo contributo sono state
offerte alcune indicazioni per una corretta correlazione
del rapporto tra quantita' informativa e qualita' comunicativa
all'interno della relazione medico (operatore sanitario)
e paziente. Solo all'interno di questa prospettiva si
puo' collocare in modo adeguato la questione della verita'
diagnostica. Per ampliare queste idee e per intervenire
potete comunicare direttamente con l'estensore del contributo
all'indirizzo:
pierdavide.guenzi@tin.it
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4.
La questione specifica della verita' sulla diagnosi
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Nel profondo
intreccio tra informazione e comunicazione si pone lo
specifico problema della comunicazione diagnostica,
che ugualmente comporta di prendere posizione nei confronti
delle due possibilita' estreme (dire o tacere una diagnosi
infausta), e di dare rilievo agli aspetti positivi presenti
in ciascuna di queste due posizioni.
L'evoluzione contemporanea della riflessione bioetica
ribalta la questione alla base: se informare o meno,
ma impegna l'operatore sanitario a porsi il problema
se esistano controindicazioni all'informazione, alla
luce del principio che depositario della verita' circa
la propria condizione e' la stessa persona malata (e
solo secondariamente quanti vivono accanto a lui la
malattia) e della finalita' di tale comunicazione, che
non e' la formulazione di un decreto di vita o di morte,
ma e' finalizzata ad ottenere una partecipazione attiva
del paziente alla prassi curativa.
Questa sottolineatura, di tipo deontologico, si allarga
nella prospettiva etica a considerare, alla luce di
quanto fin qui esposto, la particolare qualita' relazionale
gia' instaurata nelle varie fasi di sviluppo dell'approccio
dialogico tra medico e paziente, per collocare il problema
dell'informazione diagnostica all'interno di una caratteristica
propria del comunicare intersoggettivo, segnalato dalla
virtu' della veracita'. La veracita' sottolinea un aspetto
piu' ampio dell'evidente dovere di verita' nella diffusione
dell'informazione; prospetta un modo di porsi da parte
del depositario dell'informazione attento a superare
il rischio di una fredda impersonalita' e suggerisce
un profondo coinvolgimento con il destinatario che,
nella dinamica comunicativa, pone decisive aspettative
circa la qualita' della sua vita. Proprio di un atteggiamento
improntato alla veracita' e', per il medico, prima dell'articolazione
di una specifica parola, la costruzione di una autentica
capacita' di ascolto non solo della sintomatologia del
paziente, ma anche del proprio vissuto, per poter offrire
una informazione che, senza rinunciare alla verita',
la possa adeguatamente interpretare nella particolare
situazione esistenziale-sociale-valoriale del proprio
paziente.
Non e' superfluo ricordare, inoltre, che la verita' non
misurabile semplicemente attraverso criteri di tipo
oggettivo e contenutistico, ma acquista un rilievo interpersonale
e dialogico, di realta' in cui si entra gradualmente
da parte degli attori implicati nella comunicazione.
La verita' e' un evento che si costruisce nel rapporto
con l'altro, mediante la fusione, fin dove e' possibile,
dei rispettivi orizzonti di comprensione del senso della
realta'. Questa verita' e' quella tipicamente umana, costruttiva
e capace di rafforzare il patto curativo. Una verita'
che lascia spazio alla speranza e che, per questo, non
puo' che essere legata alle molteplici variabili che
rendono ciascuna situazione non generalizzabile. "Speranza
- particolarmente nella fase avanzata di una malattia
oncologica - non significa certamente negazione della
realta' drammatica del cancro in stadio avanzato. Razionalmente
i familiari, e spesso anche i malati, conoscono la situazione
e sanno che la morte giungera' inesorabilmente; tuttavia
hanno bisogno di sperare per poter affrontare le fatiche
di tutti i giorni e per trovare delle motivazione per
continuare a lottare contro la malattia, affinche' il
malato abbia sino all'ultimo una vita accettabile anche
da un punto di vista psicologico. Non avere piu'
alcuna speranza significa svuotare di significato il
proprio impegno e la propria sofferenza e condannarsi
ad una struggente attesa che giunga la morte a porre
termine ad una vita che, in quanto non significativa,
e' solo tormento" (R. Nobili).
Particolari situazioni pongono, inoltre, come impegno
per l'equipe curante di valutare, nella singolare storia
di ciascun paziente, chi debba essere deputato a fornire
la comunicazione-informazione diagnostica. Accanto al
medico - che in talune circostanze potrebbe non essere
in grado di offrire in modo adeguato questo servizio
- altre figure si assumerebbero in modo piu' appropriato
tale compito. Deve anche essere sottolineata l'importanza
dell'uniformita' dello stile comunicativo e della modalita'
informativa da parte dell'intera equipe curante, tenendo
presente che il malato cerca appoggi non solo sulla
figura di prestigio del medico - magari sentita lontana
per un persistente senso di divario culturale -, ma
in particolare dal personale infermieristico.
Dentro questo quadro, che sottolinea in modo ampio quanti
sono direttamente coinvolti in un processo curativo,
si pone anche il problema del ruolo dei famigliari come
destinatari della verita' diagnostica. Questo tipo di
rapporto con la famiglia non deve essere inteso come
una sorta di ritorno alla posizione tipica del "familismo",
"che immerge la volonta' del singolo in un gruppo che
la ingloba in un modo indistinto e che e' chiamato a
gestirla, ma comporta di prendere sul serio la famiglia"
(S. Spinsanti). Prendere la famiglia sul serio nel rapporto
curativo comporta riconoscere le difficolta' di gestire
la situazione del congiunto ammalato, i limiti relazionali
ereditati negli anni passati della storia familiare,
gli eventuali interessi che potrebbero premere verso
esiti differenti da quelli dell'assicurazione del bene
oggettivo del paziente; ed ancora che gli stessi famigliari
hanno bisogno di sostenere la gravita' della diagnosi
e di capire la condizione effettiva del paziente; ma
pure che la famiglia, pur se espropriata della verita'
diagnostica, resta comunque coinvolta pesantemente nella
cura e assistenza del paziente, anche nella sua fase
terminale. Riconoscere, dentro un processo comunicativo
piu' vasto, il ruolo di soggetto attivo della famiglia,
significa considerare che ogni grande decisione in cui
ciascuno impegna la propria liberta' e' anche vissuta
all'interno di un sistema di relazioni significative,
a partire da quella familiare, in cui prende senso la
sua esistenza.
(P.D.G.)
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Dilemmi
etici
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Dai
temi del dibattito attuale:
la congiura del silenzio |
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Laura
Plebani ed Eraldo Occhetta
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Raffaele
Brustia, studente di medicina con Erasmus a Nizza |
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Ho
letto la quinta Newsletter. E con un sospiro di sollievo,
l'ho capita. Quindi grazie a chi l'ha redatta, per la
chiarezza con cui e' stata impostata stavolta. Grazie
davvero. A proposito della congiura del silenzio, vorrei
raccontarvi di un episodio cui mi e' capitato di assistere
qui a Nizza, ma in cui ci si puo' imbattere ovunque.
Reparto di Neurologia.
M.C., paziente maschio di cinquanta anni circa viene
ricoverato per una rapida e marcata riduzione di olfatto
e gusto. Poche settimane prima aveva contratto una piccola
infezione, trattata con antibiotici, ai quali ha attribuito
la responsabilita' della sintomatologia. Dopo una settimana
di peggioramento evidente, si e' deciso a farsi visitare
dal suo medico, che ne ha disposto l'ospedalizzazione
urgente. Una TAC e l'esame citologico del liquor, svolti
al suo ingresso, hanno svelato il peggio che ci si potesse
aspettare: neoformazione polmonare di piccole dimensioni,
con metastasi multiple all'encefalo e meningi, responsabili
della sintomatologia neurologica. Il suo caso viene
presentato due giorni dopo allo Staff di Neurochirurgia,
per un'opinione: non operabile. Clinicamente in ottima
forma, vigile, cosciente. Viene informata la famiglia,
che preferisce non far sapere al diretto interessato
l'esito delle analisi. Interessato che se ne sta seduto
sul suo letto in silenzio e cerca di leggere dagli sguardi
e dalle labbra dei medici cosa si stiano dicendo. L'unico
modo di comunicare con lui e' per iscritto, su un foglio.
Gentilissimo, ma per nulla stupido. Dopo qualche giorno,
rivolge la domanda a cui nessuno spera di dover rispondere:
"Ci sono novita', dottore?" Con la coda dell'occhio scorgo
la faccia del medico, che sto accompagnando durante
la visita, diventare grigia. "No, per ora nessuna".
Ora io mi chiedo: 1)Posta la situazione esistente, e
l'accettazione di questa da parte dei medici, mi domando
come il personale infermieristico e noi studenti - di
fatto privi di qualsivoglia facolta' decisionale - possiamo
evitare di essere comparse nella "Congiura del Silenzio".
2)Che diritto ha la famiglia di operare una scelta del
genere. O meglio, se non e' preferibile che il medico
forzi - quando lo ritiene opportuno - i congiunti perche'
approvino la comunicazione della diagnosi. Cercando
col loro aiuto di farsi un'idea piu' precisa del carattere
e della personalita' del paziente per poter valutare
se, e come, affrontare il discorso. Non so se ne saro'
mai capace.
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Stefania Carnieletto, studentessa in medicina a Novara
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uffa,
quanto silenzio da parte mia....
mi dispiace ma non sono ancora riuscita a leggere la
newsletter, per me e' davvero difficile trovare il modo
di gestire il tutto quando torno a casa e quando sono
a Novara, e me ne scuso...
ma non posso non rispondere a questa mail...perche' anche
a me sono capitati due episodi simili, di cui uno mi
ha toccato molto da vicino.
Il primo caso riguarda un signore sulla cinquantina
che era ricoverato in clinica medica con un carcinoma
broncogeno , sindrome della vena cava superiore e infiltrazione
della polmonare. a rischio di morte improvvisa. Lui
ovviamente non sapeva neanche del tumore. la diagnosi
e' stata comunicata alla moglie e alla figlia, oltretutto
in malo modo. Entrare in quella stanza subito dopo e'
stato difficile. Gia', complice di un silenzio, davvero
assordante. E con quale prognosi. Ma sarebbe stato giusto
sul serio dire a questa persona quello che aveva? Forse
uno spavento poteva essergli fatale...ma quando sua
moglie e' entrata in stanza con gli occhi pieni di lacrime
che cosa avra' pensato quel signore? L'altro caso e' quello
di mia nonna, 90 anni. Diagnosi di mesotelioma e lei
non lo sa, ma io le ho viste le facce dei miei parenti
quando erano nella stanza con lei, ed ero contenta di
non aver avuto in mano uno specchio in quel momento.
Mi sono sentita uno schifo, perche' ero consapevole del
fatto che me lo si leggeva in faccia. e lei lo sapeva
prima di noi perche' se lo sentiva.
E' questo che mi domando anch'io...se come medici e
come parenti dobbiamo proprio stare zitti, fingendo
che vada tutto bene quando e' fin troppo chiaro che non
e' cosi'. Forse non sarebbe davvero meglio aiutare chi
ci sta a cuore, perche' nostro parente o perche' nostro
paziente, ad affrontare la verita'?
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Breve
commento ai dilemmi etici |
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I
casi riportati da Raffaele e da Stefania possono ricondursi
entrambi al tema della comunicazione della verita' al paziente.
I proponenti fanno presente il disagio personale sia come
studente che nel ruolo della parente, come dell'infermiere
che accetta malvolentieri la cosiddetta "congiura del
silenzio".
E' questa la vera barriera che si erge tra i "diversi"per
aspettativa o per speranza di vita, una sorta di amaro
teatro delle proprie debolezze, per l'incapacita' di accettare
che la mia e la nostra esistenza abbiano un limite da
noi non posto.
E' la societa' con i segni della secolarizzazione, dello
scetticismo con la spinta verso l'autonomia personale
che porta a credere ad una esaltata capacita' individuale
che ci fa dire:-io posso, io devo, io faro' - quindi a
realizzare un progetto personale finito della propria
esistenza, incapace di credere che ci sia altro all'infuori
di me che possa decidere su tutto. Ci si assopisce nell'ignoranza
che il dono della vita possa essere tolto in qualsiasi
momento cui noi non e' dato sapere.
E' questo che ci rende uguale ai nostri pazienti, e' un
disegno umano che si compie per ognuno, di cui quello
che ne abbiamo di fronte: parente, amico, conoscente,
e' solo la copia o l'anteprima del mio personale. Raffaele
e Stefania indicano l'importanza dei ruoli, il medico,
l'infermiere, il parente, con una precisa domanda: a chi
la comunicazione? Il mio consiglio non vuole annullare
queste figure, perche' da ognuna il paziente si aspetta
una differente comprensione della propria condizione umana,
personale, sanitaria, spirituale, sociale, psicologica,
relazionale, che contribuiscono alla verita'.
Quindi informare quando? Sempre all'interno di una situazione
relazionale di sostegno psicologico, dove la verita' va
dispensata gradualmente, come la medicina, contrastando
la disperazione, la solitudine, il silenzio, l'angoscia
di essere lasciati al proprio inevitabile destino.
La persona ha un bisogno fondamentale di riconciliazione
con se stessa e con la propria esistenza e di preparare
con la dovuta serenita' l'abbandono di questa vita corporale.
Quindi le persone che sono attorno devono favorire ogni
aspetto di questa intima esigenza che connota la dignita'
della vita come l'aspetto della propria morte.
Vorrei concludere richiamando con la visione del film
"Gandhi" i sentimenti di tenerezza, di comprensione, pace
e di accoglienza suscitata dall'immagine del protagonista
che tiene la mano della moglie morente, che richiama a
sua volta, un altro momento: l'affresco di Michelangelo
della cappella Sistina dove la mano di DIO dischiusa dalla
stretta precedente e' ormai protesa col solo indice verso
quella di Adamo al quale trasmette la vita. (C.A.) |
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Secondo
commento ai dilemmi etici |
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Gabriele
chiama in causa la mia esperienza sul campo.
Don Pier Davide Guenzi, presentando magistralmente gli
elementi costitutivi fondamentali della comunicazione
con il malato, ha posto l'accento: 1) sul rispetto della
verita', intesa non tanto in senso oggettivo (quella dello
scienziato freddo e quindi brutale, come e' accaduto nel
caso riportato da Stefania) quanto nella sua forma piu'
umana di comprensione e partecipazione al dolore dell'altro;
2) sulla gradualita' della comunicazione che si puo' realizzare
soltanto se viene vissuta da parte di tutti gli attori
come una relazione dialogica con il malato. Relazione
che ciascuno di essi sviluppera' nei modi e nei tempi confacenti
al proprio ruolo, allo scopo di costruire con il malato
un clima di confidenza e di amicizia; 3) sulla necessita'
di salvaguardare la speranza, ma senza alcun inganno.
Cio' e' possibile se si e' consci che non esiste soltanto
la speranza del primo ordine quella che si fonda sulla
scienza medica che promette la guarigione o il miglioramento
della malattia. Esiste anche una speranza di secondo ordine
che nel suo elevato commento il Dr. Cleto Antonini indica
come il sostegno psicologico che contrasti la paura del
dolore, la solitudine e l'angoscia.
Ma infine tutti gli uomini nascondono nell'intimita' del
cuore la speranza di terzo ordine, quella che cerca di
riconciliare la propria anima con la misericordia di Dio;
e' la speranza piu' importante che ho visto emergere con
tanta maggior forza quanto piu' si avvicina l'ora del distacco
dal mondo. Ricordo un anziano paziente con uno scompenso
cardiaco ormai refrattario ad ogni terapia, con il quale
piu' volte avevo scambiato alcuni pensieri sulla religiosita'
e sulla fede. Egli si professava un ateo convinto e irriducibile.
L'ultima volta che lo vidi nella sua abitazione era molto
sofferente e cosciente della prossima fine. In quella
occasione gli dissi con un certo fervore che la sofferenza
lo avvicinava alla Croce di Cristo ed era giunto per la
sua anima il momento di riconciliarsi con Dio. Mi sorrise
e scuotendo il capo mormoro' "per me e' piuttosto difficile".
Tutti siamo egualmente tenuti, nel nostro piccolo, a rendere
dignitoso il morire di chi ci sta accanto, con il massimo
rispetto per la sua sensibilita' e la sua liberta', ma superando
le ipocrisie e i timori mondani. I passi essenziali per
compiere tale compito attraversano il nostro modo di stare
nel mondo. Spesso i parenti del malato grave si raccomandano
di non dire la verita' sulle sue condizioni per non spaventarlo,
ma gentilmente non aderisco a tale richiesta dicendo che
gli arrecherei un danno, ingannandolo, non solo perche'
il medico ha bisogno della collaborazione del malato,
ma anche perche' la verita' si puo' dire in tempi successivi
senza provocare traumi emotivi. I piu' delicati sono i
malati di cancro negli stadi avanzati che vivono il dolore
globale e l'angoscia della morte. Se il medico ha instaurato
con il suo paziente una relazione di vera amicizia, puo'
preoccuparsi anche della sua anima, superando il muro
del silenzio costruito dai famigliari. Accarezzandolo
in viso e tenendolo per mano, chiedergli di poterlo aiutare
a riconciliarsi con Dio. L'accenno affermativo del capo
e' spesso accompagnato da una lacrima di gratitudine che
non si puo' piu' dimenticare.
Certamente il medico non puo' ritenere esauriti i suoi
compiti con la tipica visita medica che, impegnandolo
oggettivamente sul piano diagnostico e terapeutico, lo
costringe ad un atteggiamento distaccato. Ne' deve fuggire
se la prognosi e' infausta come se fosse sconfitto il suo
orgoglio professionale, ma deve poter parlare con il malato,
anche pochi minuti ogni tanto, in modo da instaurare con
lui una vera relazione di "empatia", che gli consenta
di fargli sentire la sua amicizia, di conoscere il suo
modo di pensare, di alleviare le sue angosce. (P.R.) |
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La
parola ai lettori |
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Da Gabriele
Dell'Era, studente di medicina a Novara riceviamo:
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Le domande
poste da Raffaele mi interessano moltissimo, anche perche'
sollevano piu' o meno la stessa questione su cui avevo
cercato di attirare l'attenzione nel mio ultimo intervento.
Sollecito risposte dei piu' "grandi"di questo forum (prof
Rossi, sicuramente lei ha esperienza in questo campo!)
e di chiunque se la senta di dare la sua opinione!
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In questa
rubrica tutti coloro che ricevono questa newsletter
sono invitati ad utilizzare la opportunita' offerta dal
forum per far conoscere il proprio pensiero su quanto
letto o sollecitare ulteriori riflessioni ed ampliare
la riflessione. La corrispondenza potra' essere inviata
all'indirizzo qui specificato. Attendiamo a tempi brevi
le prime reazioni anche sullo strumento della News-letter
per uno scambio di opinioni tra coloro che ne riceveranno
il testo.
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Indirizzo
per la corrispondenza: paolorossi_125@fastwebnet.it |
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puo' chiedere di essere cancellato dalla lista. Chi
volesse segnalare altri nominativi di posta elettronica
cui inviare la News-letter e' pregato di fare riferimento
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Ogni
newsletter e' pubblicata ed archiviata nel sito:
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Comitato
di redazione |
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Direttori:
Dott. Cleto Antonini, (C.A.), Aiuto anestesista
del dpt di Rianimazione Ospedale Maggiore di Novara;
Don Pier Davide Guenzi, (P.D.G.), docente di
bioetica presso l'Istituto Superiore di Scienze Religiose
di Novara e vice-presidente del Comitato Etico dell'Azienda
Ospedaliera "Maggiore della Carita'" di Novara.
Coordinatore: Prof. Paolo Rossi, (P.R.)
Primario cardiologo
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Consulenti |
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Prof.
Ilario Viano, Rettore dell'Universita' degli Studi del
Piemonte Orientale A. Avogadro.
Dott. Mario Minola, Direttore generale Azienda Ospedaliera
Maggiore della Carita' di Novara.
Dott. Gianfranco Zulian, Responsabile medicina legale
Ospedale ASL 13 Novara, Presidente del Comitato Etico
dell'Azienda Ospedaliera "Maggiore della Carita'" di
Novara
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con
il patrocinio di:
Ospedale Maggiore di Novara |
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