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LA
PRATICA DELLE VIRTU' NELLA VITA PROFESSIONALE |
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Lotta contro
il dolore
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Il
vissuto soggettivo ed oggettivo di una relazione interpersonale
è fondato su criteri di guida o di riferimento individuali,
i quali, come tali, sono ovviamente molto diversi tra gl'individui
che compongono la società contemporanea.
Tali criteri sono in genere seguiti senza il bisogno di una
particolare riflessione in quanto rientrano nel novero dei costumi
abituali legati alle consuetudini, professionali per il medico
e sociali per il paziente. Ciò, ovviamente, è del tutto inadeguato
o anche controproducente nel caso in cui la relazione medico/paziente
venga condotta su binari errati.
Se si desidera, però, modificare radicalmente i modi ed i contenuti
di tale relazione e si vuole entrare nella dimensione multi-fattoriale
dell'empatia personalista, le cui
caratteristiche generali sono state descritte in un articolo
precedente, è necessario ripensare e rivedere o correggere il
nostro modo di porsi in relazione con l'altro.
Il comportamento relazionale esprime l'insieme delle attitudini
e degli aspetti caratteriali di un individuo. Tale insieme,
variabile nel tempo e secondo le circostanze, può essere considerato
come la risultante instabile di dinamiche intellettuali, emozionali
e coscenziali che formano l'essere personale e la personalità.
L'analisi sull'influenza che possono avere tali dinamiche sul
nostro comportamento relazionale diviene proficuo per il soggetto
stesso, se l'attenzione viene posta sugli elementi che sono
all'origine di esse, evitando di confonderle con le risultanti
finali dei nostri atteggiamenti. All'origine delle dinamiche
dell'essere personale troviamo o dovremmo trovare la presenza
di certi valori i quali si attualizzano nello sviluppo della
persona mediante l'esercizio delle virtù.
Il termine virtù è pressoché obsoleto
nel linguaggio scritto e parlato della nostra società, come
se avesse perduto tutta la pregnanza che il dibattito etico
gli ha, da sempre, attribuito. Una breve rassegna sull'evoluzione
storico-culturale della virtù ci può aiutare a meglio comprendere
il significato del suo declino e, infine, a rivalutarne l'importanza
nel corretto esercizio dell'arte professionale. |
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La
virtù nella sua accezione storica
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Nel
linguaggio etico e religioso "virtù" indica sia i beni che le
persone rette perseguono, sia le prerogative di cui sono dotate,
cioè le qualità in forza delle quali compiono il bene.
La storia del termine è molto complessa. L'areté dei greci indica,
secondo i filologi, sei diverse accezioni: * operazione o dote
eccellente ¦ coraggio, valore militare, merito, titolo onorifico
atto con cui Dio si dà a conoscere gloria e felicità
bene a cui tendere. Potremmo cercare una spiegazione
delle sostanziali differenze implicite in tali termini ricordando
il contesto sociale che li ha espressi.
Nelle società eroiche dei poemi omerici la parola aretè
o virtù è usata per designare l'eccellenza di qualsiasi genere:
un corridore veloce mostra l'areté dei suoi piedi (Iliade 20.
411), e un figlio supera il padre in ogni sorta di areté: per
intelligenza, come soldato e come atleta (Iliade 15. 642). E'
facile riconoscere la posizione centrale della forza in una
simile concezione dell'eccellenza umana, o il fatto che il coraggio
è forse la virtù principale.
Ciò che è estraneo alla nostra concezione della virtù è l'intimo
nesso che sussiste nella società eroica fra il concetto di coraggio
e le virtù che ad esso si accompagnano da una parte, e i concetti
di amicizia, destino e morte dall'altra. Il coraggio non è solo
importante come qualità degli individui, ma come qualità necessaria
per sostenere una stirpe e una comunità, è alla base dell'amicizia
e della fedeltà e stabilisce la posizione del soggetto nell'ordinamento
sociale.
All'interno di questa struttura, gli uomini non trovano alcuna
difficoltà a sapere ciò che devono ciascuno all'altro, provano
un giusto senso di vergogna di fronte alla possibilità di agire
in modo sbagliato, e se questo non basta, gli altri sono pronti
per ristabilire la visione e la dignità pubblicamente riconosciuta.
L'onore viene conferito dai propri pari, e senza onore un uomo
non ha valore. Nei poemi omerici anche l'astuzia è una virtù
che merita un pubblico riconoscimento, perché può ottenere i
suoi risultati dove il coraggio manca oppure fallisce. Questi
pochi elementi sono sufficienti per comprendere come sarebbe
impossibile un'interpretazione adeguata della struttura sociale
della società eroica che non comprendesse quella delle virtù
eroiche, senza con questo sottovalutare il punto cruciale: "nella
società eroica, etica e struttura sociale sono di fatto una
sola cosa". C'è soltanto un insieme di vincoli sociali. La morale
come qualcosa di autonomo non esiste ancora.
Nella società ateniese del V e IV secolo, la concezione
di virtù si modifica quando la comunità morale primaria non
è più il gruppo di parentela, ma la città-stato in generale
e la democrazia ateniese in particolare.
Nella stessa Atene coesistevano almeno quattro visioni delle
virtù: quelle dei sofisti, di Platone, di Aristotele e dei poeti
tragici, in particolare di Sofocle. Tutte danno per scontato
che l'ambiente in cui le virtù devono essere esercitate e in
base al quale vanno definite sia la polis. A.W.H. Adkins ha
messo in rilievo la somiglianza fra Trasimaco quale lo raffigura
Platone e le versioni più crude dell'eroe omerico. Agamennone
è il prototipo dell'eroe omerico che non ha mai imparato la
verità; vuole soltanto vincere, e accaparrarsi i frutti della
vittoria. Tutti gli altri (Ifigenia, Briseide, Achille) devono
essere usati o sottomessi.
Così il sofista esemplificato dal Trasimaco di Platone
fa del successo l'unico scopo dell'azione, ed anche dell'acquisizione
del potere, e di poter fare ed ottenere tutto ciò che si ritiene
il contenuto esclusivo del successo.
E' abbastanza naturale perciò che una virtù sia definita dai
sofisti come una qualità che può garantire il successo, e questo
non può che essere solo quello che è proprio in una particolare
città, sia essa Tebe, Sparta o Atene. Quindi l'etica del successo
si combina con una specie di relativismo. La conclusione sofistica
è che in ciascuna città le virtù sono ciò che si ritiene siano
in quella città.
Sembra che dietro questa visione sia stato il desiderio di fornire
una base per l'educazione della gioventù aristocratica, in vista
del successo politico. Per ottenere tale successo il sofista
si può trovare benissimo ad esaltare, in una situazione la giustizia
perché per giustizia non bisogna intendere altro che "ciò che
giova all'interesse del più forte", e in un'altra situazione
a esaltare l'ingiustizia a scapito della giustizia, perché è
la pratica dell'ingiustizia a favorire di fatto l'interesse
del più forte.
Nei primi dialoghi di Platone, Socrate interroga alcuni ateniesi
circa la natura di una data virtù (il coraggio nel Lachete,
la pietà nell'Eutifrone, la giustizia nel primo libro di Repubblica),
in modo tale da far cadere in contraddizione l'interlocutore.
Come conseguenza dell'incoerenza in cui potevano incorrere i
sofisti, nel Gorgia di Platone prima lo stesso Gorgia poi il
suo allievo Polo vengono sconfitti da Socrate, mentre Callicle
non può essere sconfitto allo stesso modo. Il suo punto di vista
che glorifica l'uomo che usa la propria intelligenza per dominare,
e che usa il proprio potere per soddisfare senza limite i suoi
desideri, può essere sostenuto ad oltranza qualunque sia il
grado di rottura con la morale corrente. E nessuna delle obiezioni
di Socrate a tale visione è stata risolutiva. Uno degli obiettivi
di Platone è di espellere dalla città-stato il retaggio omerico.
Tuttavia, far consistere la differenza tra visione omerica e
quella classica con il passaggio da una forma sociale ad un
altra, sarebbe troppo semplicistico per due ragioni. Come dimostra
l'Antigone di Sofocle, le forme e le rivendicazione della
parentela, pur essendo in forma molto diversa rispetto ai secoli
passati, sopravvivono nel loro nucleo sostanziale. Il casato
aristocratico conserva moltissimo di Omero, nella vita tanto
quanto nella poesia. Ma i valori omerici non definiscono più
l'orizzonte morale, proprio come la stirpe o il gruppo di parentela
sono adesso parte di una unità più vasta e assai differente.
La concezione di una virtù si è ormai separata da quella di
qualsiasi ruolo sociale particolare. Non ci sono più re, anche
se molte virtù regali sono ancora considerate virtù.
Platone (427-347 a.C.) usa areté nell'accezione di prerogativa
dello spirito. A differenza di Callicle, per Platone il desiderio
razionale, la soddisfazione del quale conduce alla felicità,
non potrebbe essere soddisfatto in nessuna polis esistente nella
realtà, ma soltanto in uno stato ideale con una costituzione
ideale. Ciò che si può ottenere con mezzi politici è insoddisfacente;
ciò che è soddisfacente è ottenibile solo con la filosofia.
Nondimeno, il concetto di virtù rimane un concetto politico:
infatti la descrizione platonica dell'uomo virtuoso rimane indistinguibile
da quella del cittadino virtuoso, che per altro non si troverà
a casa propria in nessuna città reale.
Che cosa comanda la ragione? Che ciascuna parte dell'anima svolga
la propria funzione specifica. L'esercizio di ciascuna funzione
specifica è una virtù particolare. Così:
1. la ragione nel regolare o nel restringere gli appetiti del
corpo, esercita la virtù dell'autodisciplina che corrisponde
alla sophrosune;
2. la reazione ardente alla sfida del pericolo che segua i dettami
della ragione, si manifesta come la virtù del coraggio,
o andreia;
3. la ragione, educata e disciplinata mediante la matematica
e la dialettica, che diventi capace di discernere cosa siano
la giustizia in sé, la bellezza in sé, e sopra tutte le altre
forme che cosa sia la Forma del Bene, manifesta la virtù specifica
della saggezza, o sophia;
4. queste tre virtù possono manifestarsi soltanto in presenza
della dikaiosunê (molto diversa dal concetto moderno della giustizia
come hanno interpretato alcuni traduttori), che è precisamente
la virtù dell'assegnare a ciascuna parte dell'anima la sua funzione
particolare, e nessun altra, e che penso potrebbe corrispondere
a quello che oggi intendiamo con il termine autocoscienza
(allora sconosciuto).
Con la sua teoria Platone mette in evidenza la comune prassi
corrotta e l'uso linguistico inadeguato del greco. Ma mentre
certi sofisti traducono la molteplicità e le incoerenze dell'uso
comune in un relativismo che pretende di essere coerente, Platone
respinge relativismo, incoerenza e molteplicità dei significati:
"le virtù non solo sono compatibili tra loro, ma la presenza
di ciascuna richiede la presenza di tutte le altre". Questa
tesi forte circa l'unità delle virtù verrà ribadita da Aristotele
e da Tommaso d'Aquino, sebbene entrambi si differenzino da Platone
(e l'uno dall'altro) sotto molti aspetti importanti. I conflitti
che potevano sorgere all'interno di una struttura post-omerica
furono esplorati dai poeti tragici.
Ma è Sofocle (497-406 a.C.) sopra tutti a sollevare interrogativi
fondamentali e complessi circa le virtù, descrivendo in modo
sistematico le fedeltà antagoniste a valori incompatibili, specialmente
nell'Antigone e nel Filottete.
E' possibile che l'esercizio della virtù di fare quello che
si richiede da parte di una sorella (Antigone) o di un amico
(Odisseo) possa essere in contrasto con l'esercizio della virtù
della giustizia (Creonte) o della compassione e della veridicità
(Neottolemo)? Nella tradizione morale troviamo due tipi di risposte:
A) nel sostenere l'unità delle virtù, Platone, Aristotele e
Tommaso e quindi il Magistero della Chiesa Cattolica, condividono
un presupposto secondo il quale esiste un ordinamento cosmico
che determina la posizione di ciascuna virtù in uno schema armonioso
di vita umana. La verità, nella sfera morale, consiste nella
conformità del giudizio morale all'ordine di tale schema;
B) la tradizione morale moderna sostiene, invece, in netto contrasto
con il punto di vista precedente, che le virtù sono molteplici
ed eterogenee come lo sono i valori umani, in modo tale che
non possono essere ricomposti in alcun singolo ordinamento morale.
La conseguenza, bene evidente nel costume sociale del nostro
tempo, è che non possiamo caratterizzare come o veri o falsi
i giudizi che esprimono una scelta tra tesi antagoniste. Siamo
di fronte al nichilismo etico le cui radici culturali
affondano nei due secoli passati. L'interessante in Sofocle
è il fatto che egli presenta una concezione diversa dai due
punti di vista precedenti. Esistono davvero conflitti essenziali
in cui sembra che virtù differenti avanzino nei nostri confronti
pretese antagoniste e incompatibili. Ma il tragico, presente
nella stessa narrazione drammatica che egli fa della vita, è
che dobbiamo riconoscere l'autorità sia di un ordine cosmico
e delle verità implicite nel riconoscimento delle virtù, sia
quella delle nostre percezioni e dei giudizi particolari in
situazioni specifiche.
Il protagonista morale di Sofocle, incontrando e riconoscendo
il genere di conflitto appena identificato, dimostra che, da
un lato appartiene ad una posizione dell'ordinamento sociale
senza il quale egli sarebbe un nulla come l'eroe epico, dall'altra
trascende le limitazioni del suo ruolo sociale come accade nell'individualismo
moderno descritto da Weber. Per l'individualista weberiano la
vita, di per sé, non ha nessuna forma salvo quella che scegliamo
di proiettare su di essa nella nostra immaginazione estetica.
Per meglio comprendere la visione sofoclea è opportuno sottolineare
come negli scontri drammatici tra Antigone e Creonte, tra Odisseo
e Filottete, non è in gioco soltanto il destino degli individui,
ma la vita del clan e quella della città sono fatte valere l'una
contro l'altra.
L'io che è in grado di mettere in questione i ruoli sociali,
rimane responsabile del suo modo di comportarsi fino alla morte:
la sua condizione d'esistenza è di potere vincere o perdere,
salvarsi o avviarsi alla distruzione morale perché esiste un
ordine che esige da parte nostra il perseguimento di certi fini.
Aristotele (384-322 a.C.), è il protagonista contro cui
sono scese in campo le voci del liberalismo moderno in quanto,
nell'Etica a Nicomaco, presenta l'elaborazione più completa
del significato delle virtù. La sua interpretazione costituisce
in maniera decisiva la base razionale della tradizione classica
del pensiero morale, senza abbandonarsi al pessimismo di Platone
circa il mondo sociale. Ponendosi continuamente la domanda:
"Che cosa diciamo (non che cosa dico) circa questo argomento",
Aristotele ritiene di articolare l'interpretazione che è implicita
nel pensiero, nel discorso e nell'azione degli ateniesi colti,
i migliori cittadini della migliore città-stato.
Egli descrive la virtù come l'attitudine permanente a compiere
bene il bene, per es. ad essere giusti. Ogni prassi tende verso
qualche bene; infatti con il "bene" intendiamo ciò verso cui
tendono tipicamente gli esseri umani. L'argomentazione iniziale
nell'Etica presuppone che le asserzioni su ciò che è
buono (o giusto, o coraggioso, o eccellente) siano precisamente
un genere di asserzione empirica (oggi definita anche come conoscenza
pre-filosofica del senso comune) che si può esplicitare nel
modo seguente: "gli esseri umani, come i membri di tutte le
altre specie, hanno una natura specifica che assegna loro fini
e scopi, in modo che essi tendano proprio per la loro natura
verso un telos specifico".
Quindi l'etica di Aristotele presuppone una biologia metafisica
fondata sull'assioma che l'essenza dell'uomo è la sua stessa
natura umana che lo differenzia da tutti gli altri esseri viventi
perché possiede oltre alla vita vegetativa ed animale anche
la vita spirituale. Questa è verosimilmente la prima formulazione
esplicita di quella che successivamente verrà definita 'legge
naturale' e che costituisce il fondamento immodificabile
(come lo è l'essenza della natura umana) della morale oggettiva,
e non è affatto quella che G.E. Moore avrebbe più tardi definito
la "superstizione naturalistica". Aristotele si prefigge dunque
il compito di dare un'interpretazione del bene (eudaimonia
o beatidudine-prosperità-felicità) che sia allo stesso tempo
particolare e localizzata nella polis e tuttavia di valore universale,
cioè uguale per tutti gli uomini, come lo è la loro natura umana.
Ciò che costituisce il bene per l'uomo è un'intera vita umana
vissuta nel modo migliore, e l'esercizio delle virtù è una parte
necessaria e fondamentale di una vita del genere, non un semplice
esercizio preparatorio per assicurarsela. Non ha quindi alcun
senso per Aristotele l'ipotesi che vi possa essere qualche mezzo
per raggiungere il bene per l'uomo senza l'esercizio delle virtù.
Queste sono disposizioni non solo ad agire, ma anche a sentire
in modi particolari.
Agire virtuosamente non significa agire contro la propria inclinazione,
come in seguito riterrà Kant con la sua teoria del dovere, ma
significa agire in base a un'inclinazione maturata mediante
la coltivazione delle virtù, cioè l'educazione morale.
Il soggetto morale educato deve sapere quello che sta facendo
quando giudica o agisce in modo virtuoso sulla base di un giudizio
vero e razionale. Tale comportamento distingue l'esercizio delle
virtù da quello di certe qualità che non sono virtù ma piuttosto
simulacri di esse (il soldato può apparire coraggioso solo perché
bene addestrato o magari perché ha più paura dei suoi ufficiali
che del nemico, ma non perché esercita la virtù del coraggio).
Aristotele presuppone una distinzione essenziale fra ciò che
qualsiasi individuo ritiene in un particolare momento sia bene
per lui, e ciò che è davvero bene per lui in quanto uomo. Pratichiamo
le virtù allo scopo di conseguire quest'ultimo bene, e lo facciamo
compiendo scelte sui mezzi per raggiungere tale fine con giudizi
di merito. Quindi l'esercizio delle virtù richiede la capacità
di giudicare e di fare la cosa giusta nel luogo, al momento
e nel modo adeguati e non un'applicazione meccanica di regole.
Quella parte della morale che consiste nella obbedienza alle
regole contempla quella alle leggi dello stato, se e quando
quest'ultimo decreta come dovrebbe. Tali leggi prescrivono o
proibiscono in modo assoluto quei tipi di azioni che un uomo
virtuoso compirebbe o si asterrebbe dal compiere, senza riguardi
per le circostanze o per le conseguenze. La concezione di Aristotele
è perciò teleologica, ma non consequenzialista.
Gli esempi che egli fornisce di ciò che è assolutamente proibito
(l'uccisione degli innocenti, il furto, lo spergiuro, e il tradimento)
sono del tutto simili ai precetti della legge giudaica. Tale
straordinaria coincidenza merita un'attenta riflessione personale
in quanto concerne due sistemi morali fondati su concezioni
sostanzialmente diverse: "la prima si è sviluppata su una base
razionalistica - la seconda ha un fondamento teologico, essendo
stato rivelato da Dio agli uomini nella Bibbia" . La coincidenza
è così profonda che non può essere attribuita al caso né si
può spiegare come un'influenza dell'una o dell'altra cultura,
date le situazioni storiche e sociali che sono ad esse sottese.
A me sembra che la spiegazione più semplice e coerente la possiamo
trovare in due presupposti comuni ad entrambi i sistemi: ° la
legge naturale, · l'oggettività del fondamento etico. |
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Gli
elementi che strutturano la virtù
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a)
La virtù è ordinata all'agire
Uno dei dati più importanti della teoria delle virtù è quello
che la considera ordinata all'agire buono: è principio di atti
umani buoni: rende buono l'agente e le opere che compie. L'agire
può essere inteso o nella forma transitiva (facere), attraverso
cui la persona trasforma e perfezione la realtà o come agere
in cui essa si attua nella relazione al bene con tutte le sue
possibilità in linea con la propria vocazione personale; le
conferisce padronanza di sé e stabilità. Gli atti che compie
la persona che segue questa impostazione di vita diventano espressione
di rapporto, di comunione, di tensione alla verità e al bene.
I rapporti amicali, di affidamento, di giustizia, di gratitudine,
di rispetto sono tutti umani e aiutano a fare crescere le virtù,
come disponibilità alla comunione e alla relazione interpersonale.
Tale disponibilità non può essere perseguita a settori. Nel
campo del sapere o dell'arte si può coltivare un particolare
o un aspetto; il bene o lo si compie tutto o non lo si ama in
verità. Non si può essere umani in parte o per un certo tempo;
non lo si diventa se non si tende, in sincerità a esserlo.
b) La virtù connaturalizza al bene
La virtù qualifica la persona nel suo dinamismo e nel suo modo
di situarsi nella realtà; plasma le facoltà conoscitive e affettive,
razionali e sensibili, le rende docili all'attrazione e al conseguimento
del bene; esige la personalizzazione delle inclinazioni e tendenze;
sottrae l'individuo ai processi di massificazione e di indeterminazione
propri della società contemporanea. Il vissuto mostra come la
virtù non ha nulla in comune con le forme subdole di calcolo,
con gli atteggiamenti elitari, con le tendenze spiritualiste
ed intimiste con cui viene spesso confusa. Fondamentale nella
virtù è la tenacia nel perseverare nel bene e nel darsi le condizioni
per attuarlo. La virtù si nutre di fedeltà, gratuità, inventiva,
solidarietà, condivisione.
c) La virtù è stile di ricerca e di fedeltà
La persona retta dispone di validi criteri di discernimento
ed essi alimentano la rigenerazione della tenacia di perseverare
nel bene e di restare incamminati verso la pienezza della verità.
Tuttavia, la virtù non rende impeccabili, infallibili, onniscienti,
ma sostiene nella decisione di diventare umani e fedeli. Spesso
la persona virtuosa è portata ad avanzare riserve o perplessità
ispirate dalla sua coscienza, che rimangono valide anche se
non sempre ricevono il riconoscimento sociale. Tale dato può
rendere difficile valutare i riflessi socio-politici della vita
virtuosa. Non tutte le persone virtuose sono riconosciute nel
loro valore e non sempre esse incidono in modo rilevante nella
realtà sociale. La loro vita nascosta non polarizza l'attenzione,
ma non per questo il loro cammino è meno retto. Le persone virtuose
non sono esseri isolati, crescono ed operano incarnate nella
realtà, si fanno carico di essa, fedeli alle proprie responsabilità
professionali e al fine ultimo dell'umanità e della creazione.
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Le
principali categorie di virtù
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Con
questo termine generalmente si intende un'abitudine (habitus),
cioè una disposizione ferma e costante, ad agire bene: è un'inclinazione
al bene che si è consolidata, tanto che il virtuoso è portato
ad agire bene con spontaneità e vivo trasporto. L'equivalente
latino di areté è virtus che, per es. in Cicerone (106-43a.
C.), connota, contemporaneamente, maturità e forza: vir e vis,
la persona matura e forte è quella che è pienamente se stessa
e possiede le prerogative necessarie per attuare i propri compiti
civili e umani nonostante le difficoltà (Tuscolane, II,18).
Col procedere della riflessione filosofica i termini virtù e
habitus hanno assunto una qualificazione sempre più varia e
specifica. Si dice per es. che tutte le virtù sono habitus non
tutti gli habitus sono virtù. In italiano i termini che esprimono
queste realtà sono 'abitudine', 'abito', 'virtù'. L'abitudine
, però esprime la ripetitività nella linea dell'istinto, la
non volontarietà. L'habitus invece connota essenzialmente padronanza
di sé e capacità di azione responsabile, umanizzante.
Le virtù intellettuali sono virtù, anche se in se stesse, non
hanno relazione al bene morale. La grazia è considerata un habitus
entitativo, distinto da quello operativo delle virtù, ma non
è denominata virtù. Sul campo opposto, i vizi sono habitus che
corrompono, non costituiscono il soggetto. Dagl'inizi del Medioevo,
per eredità dell'antecedente iconografia classica, le virtù
presso gli scrittori sono personificate da vergini. Nella Psichomachia
di Prudenzio (348-406 d.C.) queste vergini sono virtù guerriere
che combattono contro i vizi: la Fede contro l'Idolatria, la
Pudicizia contro la Libidine, la Pazienza contro l'Ira, l'Umiltà
contro la Superbia, la Carità contro l'Avarizia, la Concordia
contro la Discordia.
Aristotele divide le virtù in due gruppi principali: dianoetiche
(dell'intelletto) ed etiche (della volontà o libera scelta).
Le prime concorrono allo sviluppo delle facoltà intellettive;
mentre le seconde presiedono al controllo delle passioni e alla
scelta dei mezzi per il raggiungimento del fine ultimo. L'Aquinate,
richiamandosi ad Aristotele, spiega distintamente ciò che qualifica
le virtù intellettuali e le virtù morali.
Gli abiti intellettuali si possono dire virtù non in
quanto facciano operare essi stessi il bene, perché ciò è proprio
della volontà, ma in quanto procurano la capacità di operare
il bene.
Le virtù dianoetiche sono cinque: tre sono dell'intelletto speculativo:
1) 'intelletto' che consiste nell'intuizione dei princìpi primi;
2) 'scienza' che è la cognizione ragionata e piena dei diversi
generi di cose;
3) 'sapienza' che è la conoscenza profonda che arriva agli ultimi
perché delle cose; le altre due si radicano nella ragion pratica:
4) 'l'arte', matura l'intelligenza pratica impegnata nel fare,
ma non riguarda il comportamento della volontà umana;
5) 'la prudenza' (saggezza) è la regina delle virtù dell'intelletto
pratico, essa si occupa non tanto della verità quanto della
conformità col retto volere. Per questo motivo formalmente la
prudenza è una virtù morale, anche se materialmente è una virtù
intellettuale, in quanto riguarda il bene operare dell'intelletto
(Somma I-II, q. 57).
L'etica dell'intelligenza è di
grande importanza e merita molta attenzione dell'uomo contemporaneo.
Coltivarsi intelligenti è responsabilità quotidiana per tutti,
non solo per coloro che sono impegnati nella ricerca scientifica,
nell'attività culturale o in quella socio-politica. Prima di
decidere che cosa sapere, come sapere, che uso fare del proprio
sapere, occorre prendere coscienza del fatto che l'essere umano,
intelligente, tradisce la propria condizione umana se disattende
la perfezione di questa dimensione.
La virtù non è una scorciatoia nella via della ricerca, ma è
frutto della docilità alla verità e della decisione di perseguirla,
secondo le proprie possibilità. La tradizione culturale, per
connotare questa perfezione, ha assunto la categoria 'virtù',
intesa non nella sua accezione di relazione consapevole e libera
al bene, ma di qualificazione stabile dell'attività conoscitiva.
La perfezione intellettiva non avviene a caso, ma progredisce
nella disponibilità alla riflessione, al raziocinare, e nello
sviluppo della comunicazione tra gli esseri umani. La conoscenza
riflessa potenzia la facoltà conoscitiva. Anche se chi si dedica
alla ricerca non è, solo per questo fatto, una persona giusta,
la ricerca come tale è potenzialmente ordinata a diventare un
bene universale. In comunità altamente tecnicizzate è grave
irresponsabilità non acquisire il minimo di conoscenze relative
all'esercizio dei propri compiti.
Chi non sa nulla o troppo poco, non sa fare nulla, non può amare,
essere giusto, rendersi utile, cooperare alla crescita umana
della comunità di cui è membro e allo sviluppo della creazione
di cui è parte. L'essere umano è il primo e insostituibile responsabile
del proprio bene.
Le quattro virtù morali o cardinali. Con tale espressione vengono
designate, nella tradizione morale occidentale, le prerogative
che qualificano la rettitudine umana e ne costituiscono il 'cardine'.
Ciò che è peculiare delle virtù morali è il dominio della volontà
sulle passioni, dominio che non viene esercitato direttamente
dalla ragione ma soltanto dalla volontà. <<(...) affinché uno
possa agire bene non si richiede soltanto che la ragione sia
predisposta dagli abiti delle virtù intellettuali; ma che anche
le potenze appetitive siano ben disposte mediante gli abiti
delle virtù morali. Perciò come l'appetito è distinto dalla
ragione, così le virtù morali sono distinte da quelle intellettuali>>(Summa
I-II, q. 58, a. 2).
Come si è detto , la regina delle virtù morali è la 'prudenza';
infatti le altre non possono esistere senza di essa, << perché
una scelta sia buona si richiedono due cose, Primo, la retta
intenzione del fine: questo si ottiene mediante le virtù morali,
che inclinano le potenze appetitive al bene, consentendo alla
ragione, cioè al debito fine. Secondo, la debita accettazione
dei mezzi per conseguirlo: questo non può ottenersi che dalla
ragione, in quanto essa rettamente consiglia, giudica e comanda;
il che è proprio della prudenza e delle virtù annesse>> (I-II,
q. 58, a. 4).
Le altre virtù primarie nel campo etico.
1) La 'giustizia', è presente in tutte le culture; l'applicazione
concreta dì questo concetto di comportamento etico varia da
popolo a popolo e nelle diverse epoche. E' una qualifica che
non riguarda soltanto l'uomo o la convivenza in generale ma
è anche l'ottemperanza a un ordine universale, grazie al quale
tutte le cose occupano un posto e svolgono un compito determinato.
Il suo significato specifico è quello che la assume come modalità
della relazione sociale. Essa è la virtù che rapporta e vincola
gli uomini tra di loro e nella società secondo il criterio dell'uguaglianza.
Tre sono gli elementi distintivi della giustizia: - l'alterità,
perché per se stessa si dice sempre in rapporto all'altro (non
si dà giustizia verso se stessi); - l'obbligatorietà,
ossia il dovere del soggetto agente correlato al diritto altrui
di esigere rispetto e soddisfazione; - l'eguaglianza,
che stabilisce la qualità della relazione e la misura del dovuto
è giusto ciò che risponde all'altro secondo uguaglianza
(Summa, II-II, q. 57, a. 1). Donde la definizione classica di
giustizia di s. Tommaso (ma risalente al giureconsulto romano
Ulpiano, +228 d. C. e attribuita a Simonide di Ceo, 556-468
a. C.): <>
(Summa II-II, q. 58. A. 1). Fondamento della giustizia è dunque
la persona in co-relazione sociale, che ricerca la società come
luogo dell'affermazione-realizzazione di sé. Ora ciò è possibile
a partire dal riconoscimento del bene originario e dei beni
specifici della persona, << principio, soggetto e fine di
tutte le istituzioni sociali >> (Gaudium et spes 25).
2) La 'fortezza', la situazione del mondo in cui viviamo,
non solo condiziona oggi l'attuazione di questa virtù, come
avveniva ieri nel mondo greco, biblico e medioevale, ma interpella
circa i valori da realizzare. I mutamenti del nostro mondo ci
rendono sempre più consapevoli: - del 'male' presente
che minaccia e la dignità della persona umana, nei suoi diritti,
e l'esistenza stessa dell'uomo, - del 'bene' da realizzare per
costruire un mondo più umano.
Le virtù annesse alla fortezza sono destinate a suscitare la
perseveranza, (per non fuggire di fronte al male o alle difficoltà
relative alla conquista del bene), mediante due atti: il primo
- sopportare la presenza del male - si fonda sulla fiducia nelle
proprie forze; il secondo - attaccare il male moderando l'audacia
- è basato sulla sicurezza della vittoria. La sopportazione
è l'atto principale della fortezza poiché esige - secondo S.
Tommaso - maggiore forza interiore. Suo oggetto primario è la
paura della morte in qualsiasi circostanza.
La fortezza permette all'uomo di non perdere la testa durante
un grave pericolo, dominando le passioni della paura e dell'audacia,
e di comportarsi moralmente bene per difendere sé e gli altri.
La ragione formale, fino al sacrificio della propria vita, è
la difesa della verità e del bene morale, soprattutto della
giustizia e della pace (Summa II-II, q. 123, a.3-12).
Vizi contro la fortezza sono: la viltà (non saper dominare la
paura), la spavalderia (non si teme ciò che si deve temere),
la temerità (si va incontro al pericolo di perdere la vita senza
valido motivo per eccesso di audacia).
Virtù affini alla fortezza sono: F quelle connesse con l'atto
dell'aggredire sono: *la magnanimità, è di colui che
intraprende nobili iniziative per realizzare un bene morale
'arduo' come l'onore, la stima, (si oppongono ad essa i seguenti
vizi, pusillanimità, presunzione, ambizione, vanagloria);
° la magnificenza, è la realizzazione di cose grandi in riferimento
a Dio e al bene comune (due vizi contro, meschinità, dilapidazione);
G quelle connesse con l'atto del sopportare sono: * la pazienza,
aiuta a sopportare le avversità e le delusioni di ogni giorno
che causano tristezza, senza rinunciare alla propria vocazione,
possiamo chiamarla la fortezza del piccolo quotidiano; ° la
longanimità, è tipica degli educatori che sanno attendere,
senza scoraggiamenti, i risultati del loro sforzo educativo;
" la perseveranza, di chi sa attendere il tempo necessario alla
realizzazione dell'opera con costanza, che non cede di
fronte alle difficoltà.
L'obiezione alla 'fortezza' nell'età moderna,
inizia nel Rinascimento e si sviluppa fino ai nostri giorni
con errori legati ai criteri della morale borghese che hanno
interpretato falsamente il 'resistere' (che invece implica una
grande attività spirituale) trasformandolo in un passivismo
torpido e pieno di risentimento. Ciò ha portato a false concezioni
di questa virtù ( rammollimento e rassegnazione di J.F. Renan,
uomo svirilizzato e paralizzato nelle sue energie vitali di
F. Nietsche, manifestazione di decisioni arbitrarie ed anticonformiste
dell'esistenzialismo).
Le condizioni che giustificano oggi la
'fortezza' si possono individuare nella necessità di
superare le tre ansie esistenziali nella vita morale: 1) di
fronte alla morte (minaccia di perdere l'essere); 2) di fronte
alla colpevolezza (minaccia del peccato e della condanna); 3)
di fronte al non-senso (minaccia all'essere spirituale). La
fortezza serve a sostenere l'uomo che difende la propria dignità
e che lotta contro tutto ciò che la minaccia, nella fedeltà
all'impegno quotidiano, nella realizzazione della propria vocazione,
nel lavoro professionale, nella lotta per la giustizia.
La fortezza della resistenza deve
manifestarsi oggi in diverse dimensioni: - opporsi alla presa
di slogan, di pubblicità, dei mass media, alla manipolazione
ideologica, alla mentalità consumistica ed utilitaristica, alla
moda, alla droga, al sesso.
La fortezza della tolleranza permette
di superare con animo disponibile senza imposizioni le difficoltà
derivanti dalle diversità che si possono incontrare in tutti
i settori di una società pluralista.
La fortezza dell'impegno è la capacità
di affrontare e vincere le minacce rivolte alla dignità della
persona e ai suoi diritti fondamentali, impegnando tutte le
energie nella costruzione di un mondo più umano, ma evitando
ogni esasperazione totalizzante.
3) La 'temperanza', se è intesa come moderazione, posta
negli atti e nelle passioni umane è comune a tutte le virtù
morali. Ma se con tale termine si intende la disposizione a
trattenere l'appetito dalle cose che più attraggono l'uomo,
e cioè a regolare con saggezza ed equilibrio il soddisfacimento
dei bisogni e appetiti naturali, allora la temperanza è una
virtù cardinale. E' inferiore alla giustizia (ha per oggetto
i rapporti reciproci) e alla fortezza (si esercita nei pericoli
affrontati per il bene comune), perché, mentre queste hanno
di mira il bene della comunità, la temperanza regola solo le
concupiscenze e i piaceri individuali. Tanto più una virtù riguarda
il bene comune, tanto più è superiore (Summa II-II, q. 141,
a.8).
Virtù teologali. Se la filosofia presenta la virtù entro
la naturale disposizione permanente dell'anima verso il bene,
la teologia ricorda che la virtù cristiana è teologale giacché
è radicata sulla grazia e conduce a unione immediata con Dio.
La riflessione cristiana ha tradotto la partecipazione allo
stato del Cristo risorto nel fatto di possedere ed esercitare
le virtù teologali di fede, speranza e carità. Per fede i cattolici
ritengono che Gesù morto-risuscitato è l'unica certezza della
propria futura risurrezione (1 Ts 4,14); per la speranza sono
certi che il mistero pasquale di Cristo li va rendendo spiriti
risorti fino a quando <> (Rm 8,39); per
la carità essi sono coscienti che già al presente l'amore di
Dio è stato diffuso nei nostri cuori in (Rm 5,5) dallo Spirito
attraverso la partecipazione alla pasqua di Gesù. Fede, speranza
e carità sono, più che abiti, espressione di tutto l'essere
personale che cresce progressivamente nella docilità alla Spirito
di Cristo. Fra tutte le virtù infuse la carità svolge un compito
primario: " essa è chiamata ad essere presente in ogni azione
e pensiero per vivificarli con la medesima disposizione filiale
di Gesù verso il Padre celeste. |
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Il
medico virtuoso
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La
descrizione delle virtù non è certamente sufficiente per individuare
le qualità morali e spirituali richieste a quanti esercitano
la professione medica. La ragione principale è costituita dal
fatto che le virtù sono mezzi indispensabili per l'esercizio
corretto dell'arte medica, come vedremo nell'applicazione pratica,
ma non possono e non devono essere considerate come un fine
a se stesse, cioè come se fossero i principi sufficienti a guidare
l'azione morale.
Questa confusione tra principi e mezzi nasce dal rifiuto, aprioristico
ed irrazionale, che possa esistere una norma oggettiva della
legge morale. Sulla base di tale rifiuto sono state elaborate
molte forme di etica, da quelle dei principi a quelle delle
virtù, sulle quali mi sono già soffermato (L'informazione cardiologica
1993; 15: 24-32) e che continuano a suscitare discussioni interminabili,
confusioni normative, ingiustizie e offese alla dignità dell'uomo
e all'ecosistema che oggi avvengono su scala planetaria . Sul
terreno concreto del fare e dell'agire morale abbiamo bisogno
di chiarezza, coerenza e sincerità.
L'abito virtuoso del medico o può essere costruito con un'impostazione
razionalistica la quale, anche non ammettendo l'esistenza di
valori trascendenti, si fonda sulla concezione aristotelica
dell'essenza della natura umana come base di una normativa etica,
oppure essere fondato sulla morale autonoma teonoma, che è illuminata
dalla fede e da quel quadro di valori antropologici dei quali
la Rivelazione è depositaria.
Entrambi gli abiti sussistono soltanto se la persona coltiva
e interpella 'la coscienza etica'.
Anche il non credente ha un quadro di valori di riferimento
per la sua coscienza, perché non è immaginabile un comportamento,
nell'esercizio della medicina, che sia totalmente privo di coscienza
etica. Pertanto, in relazione ai valori umani che si intendono
promuovere, sarà sempre possibile e doveroso il dialogo ed il
confronto del professionista credente con il non credente e
di entrambi con i pazienti appartenenti a comunità morali differenti.
Gli elementi necessari al dialogo sono i seguenti:
1) il riferimento a norme morali uguali per tutti e quindi oggettive
(L'informazione cardiologica 1993; 15: N. 4/5, 23-26; N. 6,
25-28);
2) una coscienza morale retta e bene informata (L'informazione
cardiologica 1994;16: N. 2, 26-29; N. 3, 26-28).
L'aderenza a questi due elementi richiede, da un lato la ricerca
di una coerenza razionale verso i principi primi della legge
naturale concernenti la dignità della persona, dall'altro lato
il riconoscimento che la verità non può essere ancella di comodo
dell'autonomia e della libertà individuale.
La coscienza del medico è chiamata spesso a decidere in cose
gravi e talora non prive di dubbi e rischi. In tali situazioni,
la coscienza del credente deve essere <<convenientemente
formata>> e resa idonea a <<iscrivere la legge divina
nella vita della città terrena>> (Gs, n. 43). Occorre
cioè che la coscienza sia, non soltanto il più possibile <certa>
dal punto di vista soggettivo nel momento della decisione, ma
sia vera in relazione alla legge divina che deve conoscere ed applicare.
L'impegno dell'affinamento della coscienza non può mai ritenersi
concluso e perfetto. La sua formazione non riguarda soltanto
l'oggetto specifico di un determinato intervento medico, ma
anche altri doveri, quelli che si riferiscono: - E all'equità
dei ricoveri e del trattamento, F al dovere dell'informazione
non solo sul decorso della malattia, ma anche per ottenere il
consenso informato su tutti gli interventi terapeutici e diagnostici,
G alla giustizia sociale delle retribuzioni e dei costi della
salute, H alla verità al malato nel rispetto di una umanizzazione
del rapporto con i malati gravi o terminali.
Il medico viene abilitato a tali compiti vivendo praticamente
le virtù intellettuali e operative che ho già descritto. Ma
nel seguire tali abiti la persona deve esprimere se stessa secondo
un'altra qualità eminentemente operativa e cioè la 'coerenza',
che in termini cristiani si chiama testimonianza. Il
distacco che si constata in molti, tra la fede che professano
e la loro vita quotidiana, va annoverato tra i più gravi errori
dei nostri tempi >
(Gs, n. 43).
La coerenza è in fondo il punto di incontro tra la competenza
e la coscienza; senza coerenza, la competenza e la coscienza
verrebbero vanificate o tradite. Ne consegue anche che la formazione
culturale deve essere la più vasta possibile e la più capace
di discernimento critico.
Oggi che l'esercizio della medicina diventa sempre più socializzato,
è necessario per l'operatore una cultura adeguata così di avere
sempre una visuale che faccia riferimento: Kal dato della fede,
Lal bene del singolo, Malle condizioni della società. |
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Prof.
Paolo Rossi
Viale Verdi, 18- Novara |
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Opere
consultate |
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1) MacIntyre A: Dopo la virtù. Saggio di teoria morale. Milano,
Feltrinelli, 1988.
2) Adkins A.W.H: Merit and responsability, 1960.
3) Aristotele: Etica Nicomachea, in Opere, vol, 7, Laterza,
Bari 1983.
4) Weil S: L'Iliade poema della forza, in La Grecia e le intuizioni
precristiane, Rusconi, Milano 1974.
5) Nuovo Dizionario di Teologia Morale, a cura di F. Compagnoni,
G. Piana, S. Privitera, ed. Paoline Cinisello Balsamo Milano
1990.
6) Corso di Teologia Morale Vita nuova in Cristo Edd. T. Goffi
- G. Piana, Queriniana, Brescia 1989.
7) Sgregga E: Pastorale Sanitaria, istanze etiche e sanitarie,
Ed. Salcom, Brezzo di Bedero (Va). |
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FILOSOFIA
della MEDICINA: ARCHIVIO |
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