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Dolore
e Sofferenza alla Soglie del 2000 |
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LINEAMENTI
DI UN'ANTROPOLOGIA DEL DOLORE |
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Riassunto
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Nella stessa persona esistono sfere esistenziali che si caratterizzano
per un dolore specifico che può essere distinto in 4 categorie:
il dolore fisico, il dolore psichico, il dolore della coscienza,
il dolore dell'anima.
I progressi della medicalizzazione del dolore hanno reso più
complesse le problematiche esistenziali, morali ed ontologiche
suscitate dal dolore e dalla sofferenza dell'uomo. A queste
si allaccia la paura della morte, tanto che spesso dolore e
morte sono considerate due categorie interdipendenti.
Un discorso razionale volto a spiegare i contenuti del dolore
nell'uomo nelle sue diverse forme, viene sviluppato trattando
gli argomenti nel seguente ordine:
1) La malattia
Il sistema complesso e l'equilibrio dinamico dell'organismo
vengono turbati dall'irrompere della malattia cui segue un modo
specifico ed individuale di reagire alla perturbazione.
Le aggressioni esterne degli agenti infettivi sono state in
gran parte vinte con l'intervento del sistema immunitario al
prezzo di gigantesche e feroci selezioni.
Anche il genoma, che si può considerare il nucleo del sé
biologico, partecipa alla lotta per il dominio dell'eco-sistema
utilizzando a volte la variabilità del patrimonio genetico,
la quantità di alleli di ogni singolo gene.
Le malattie degenerative agiscono sull'individuo, invece che
a livello di specie, e rappresentano nella maggior parte dei
casi il processo di usura dell'organismo, il cedimento delle
barriere più deboli del singolo fenotipo.
La malattia ha segnato la società umana fin dalle sue origini
stabilendo un ordine e creando una potente spinta verso la conoscenza
e la solidarietà tra gli uomini.
Non sempre le leggi della fisica e della chimica forniscono
informazioni rilevanti per la comprensione dei fenomeni della
medicina, in quanto quest'ultima obbedisce anche ad altre leggi
in modo peculiare.
La disumanizzazione della medicina, tipica della nostra epoca,
è una conseguenza caratteristica del progresso tecnologico e
trae la sua origine dalla distruzione dell'io, operata in diverse
forme nello sviluppo del pensiero filosofico da Cartesio fino
ai nostri giorni.
Scomparsa l'anima è scomparso anche l'uomo; al dolore viene
riconosciuto solo un senso strutturale di semplice interesse
scientifico.
2) Il significato biologico del dolore
La sensazione di dolore contribuisce a difendere l'organismo
da stimoli nocivi. Il dolore ed i sistemi neuro-chimici che
ne sono alla base rappresentano un'affezione dell'io, essenziale
per la sopravvivenza in tutti gli esseri viventi.
Vengono descritti i lineamenti anatomo-funzionali delle sensazioni
dolorose, i sistemi di modulazione del dolore e gli effetti
dello stress, le modalità particolari per esprimere e comunicare
il dolore, la plasticità delle vie del dolore. Queste informazioni
vengono riassunte in uno schema sulla tipologia del dolore.
3) Le categorie del dolore
a) Il dolore somatico o fisico ci accomuna al mondo animale.
b) Il dolore psicogeno è tipico dell'uomo, nasce dalla psiche,
è indipendente da cause riconducibili a stimoli nocicettivi,
trova la sua origine nel contesto di disturbi del comportamento
e dell'umore, quali la depressione, la malinconia, la noia ,
l'ansia.
c) Il dolore della coscienza può essere o l'esito del giudizio
pratico della coscienza che riflette su se stessa oppure è la
conseguenza intelletuale delle perturbazioni passionali. Vengono
descritti i presupposti del dolore morale, che sono:
- la relazione dell'io con la verità,
- il modo di vivere la libertà, - lo stato di salute della coscienza,
- l'orientamento dell'opzione fondamentale.
d) Il dolore dell'anima è il dolore spirituale, aperto verso
il mondo e verso Dio ed è frutto di amore. Le vette del dolore
spirituale sono descritte dai mistici quando partecipano con
tutta la persona ai dolori del Dio Redentore per i peccati del
mondo.
4) Gli aspetti esistenziali del dolore
Sono legati alle caratteristiche psico-fisiche personali nelle
quali confluiscono, nel modo proprio di ogni individuo, sensibilità,
forza del carattere, condizione sociale, tipo di lavoro, credo
religioso e vissuto personale.
La filosofia moderna ha introdotto la sofferenza nella sua riflessione,
perché ineliminabile come fatto esistenziale e perché ricco
di valenze conoscitive. L'uomo che soffre cerca una risposta
personale ed una richiesta di senso riferita al significato
dell'evento doloroso da cui viene colpito. La persona più sensibile
scopre così i limiti che le derivano dalla corporeità, sperimenta
in modo nuovo la paura del futuro, cerca una forza di superamento
nella propria spiritualità.
L'itinerario dell'uomo sofferente può essere orientato o verso
il rifiuto del dolore con perdita della libertà (le cui fasi
passano dall'abbattimento, alla ribellione, all'isolamento e
all'auto-commiserazione) oppure alla sua accettazione con la
scoperta del valore del dolore ( alla fase iniziale dell'avvertimento
e della consapevolezza seguono un affinamento della sensibilità,
un approfondimento della coscienza e infine una purificazione
dello spirito).
5) Il valore ontologico del dolore
La visione propria della parola di Dio può essere condensata
nelle seguenti affermazioni correlate tra di loro:
- la sofferenza umana non viene da Dio;
- essa non deriva da un principio del male;
- è legata alla libertà dell'uomo, al peccato.
Il legame peccato-sofferenza-morte è oggettivo, intrinseco in
quanto per l'uomo scegliere il peccato è scegliere il proprio
male, la non realizzazione autentica di sé e tendenzialmente
la propria morte.
Si danno differenti tipi di sofferenza in relazione al cattivo
uso della libertà:
- ci sono un male ed una sofferenza che dipendono dalla cattiveria,
dall'incuria e dalla disattenzione dell'uomo;
- c'è una sofferenza legata alla fragilità creaturale dell'essere
umano. Fuorviante è, inoltre, l'interpretazione del legame sofferenza-peccato
dell'uomo come castigo di Dio perché l'origine del dolore è
da ricercare nella libertà dell'uomo e non in Dio.
Di qui l'invito a renderci conto della nostra corresponsabilità
(diretta, indiretta, da omissione) nei confronti della sofferenza
esistente nel mondo. Il dovere primario di ogni uomo è quello
di impegnarsi ad eliminare il dolore che c'è. Come comprendere
il dolore dell'innocente?
La stessa sofferenza di Gesù Cristo, che rappresenta il massimo
dolore dell'innocente, deve essere correttamente interpretata:
Gesù non ha voluto né cercato il dolore e la sofferenza; incontratili,
li ha liberamente assunti.
Sullo sfondo della croce si intuisce che il dolore umano non
è senza significato, inutile o insensato, anche se drammaticamente
inspiegabile. Quel Dio, al quale si rivolgono le domande che
hanno origine dal dolore umano, è un Dio Crocefisso.
6) La lotta contro il dolore
Un medico indifferente di fronte all'ansia ed al panico di un
malato sofferente, non assolve in modo completo al suo compito
terapeutico per il fatto che non libera il paziente dalla preoccupazione
della malattia.
Una nuova disciplina denominata psicologia medica studia
il comportamento del malato e tutti gli aspetti connessi con
la medicina.
Il rapporto medico-paziente è soddisfacente soltanto quando
si stabilisce un'adeguata comunicazione in modo che il malato
conosca come i medici intendano curarlo.
Questo comportamento è essenziale e propedeutico alla umanizzazione
della medicina, purché reintegri i valori della persona nella
scala assiologica della bioetica personalista.
In studi controllati è stato dimostrato che l'informazione personalizzata
e fornita nelle forme più convenienti in modo che venga recepita
adeguatamente, può migliorare il decorso della malattia o diminuire
il bisogno di farmaci.
Si dovrebbero considerare futili i trattamenti medici
che semplicemente preservano uno stato di incoscienza permanente
e che non possono porre fine alla dipendenza dalla terapia intensiva
o non siano destinati alla conservazione di organi per il trapianto.
7) I doveri del medico ed il diritto ad una morte degna
L'eutanasia (azione od omissione debitamente intesa a provocare
la morte) e l'accanimento terapeutico (moltiplicazione ostinata
degli sforzi terapeutici nelle fasi terminali della vita) sono
in contrasto con le esigenze fondamentali dell'etica medica.
Nella decisione tra le alternative terapeutiche disponibili
deve trovare massimo coinvolgimento la soggettività del paziente,
realizzando, con il consenso di questo, un concerto di intenti
con i familiari e le persone vicine.
Per rendere possibile una morte umana bisogna che il dolore
sia contenuto entro limiti sopportabili.
La terapia moderna che tenga conto di tutti i fattori che concorrono
alla genesi del dolore globale, permette di ottenere
un miglioramento radicale della qualità della vita nel 90% dei
soggetti affetti da malattie inguaribili. Oltre alla scelta
dei trattamenti più idonei, è fondamentale un approccio umanitario
che faccia sentire, a colui che soffre l'amore di chi gli sta
vicino.
PAROLE CHIAVE: dolore e sofferenza, antropologia, malattia,
morte umana |
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Introduzione
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Un
discorso razionale sulla sofferenza umana è chiaramente molto,
molto complesso.
Il dolore è un elemento costitutivo dell'essere vivente, ma
nell'uomo si amplifica e trascende nella sofferenza che sfugge
ad ogni tentativo di sistematizzazione oggettiva.
Una distinzione semantica tra sofferenza e dolore è in parte
giustificata, anche se i due termini vengono spesso usati come
sinonimi.
La sofferenza è ogni stato di malessere che si instaura nell'uomo
in seguito alla percezione di essere colpito da un male che
non è necessariamente fisico, perché essa può consistere anche
nella perdita di un bene, di un'amicizia, di un affetto.
Il dolore è una forma della sofferenza, in genere riferita alle
parti del corpo, ma se è intensa, di qualunque origine essa
sia, viene chiamata dolore. In certi tipi di dolore si possono
riconoscere qualità ed intensità secondo scale di valori semi-quantitativi
che ne permettono una valutazione inter-soggettiva.
Esistono, peraltro, nella stessa persona sfere esistenziali
che si caratterizzano per un dolore specifico o categoriale,
per cui si può parlare di:
dolore fisico
dolore psichico
dolore della coscienza o coscienziale
dolore dell'anima o spirituale
Al dolore si associano spesso altre componenti di tipo emotivo:
paura, disperazione o angoscia, frustrazione o rabbia che condizionano
il comportamento della stessa persona sofferente e di coloro
che vivono ad essa vicini.
Gli studi sui meccanismi che intervengono nella formazione,
nella trasmissione e nell'elaborazione della percezione dolorosa
hanno permesso di approfondire notevolmente le nostre conoscenze
sulla fisiologia del dolore, sul suo significato biologico e
psicanalitico e sulle terapie mediche che hanno consentito di
sconfiggerlo.
I progressi nella medicalizzazione del dolore non hanno attenuato
ma anzi reso più pressanti e complesse le problematiche esistenziali,
morali ed ontologiche suscitate dal dolore e dalla sofferenza
dell'uomo.
Ad esse si allaccia, anche se in modo misterioso, la paura della
morte tanto che spesso nell'inconscio individuale e nell'esperienza
collettiva, il dolore e la morte sono considerate due categorie
interdipendenti. Anche nel linguaggio corrente si usa l'espressione
dolore mortale per indicarne la massima intensità.
In realtà, si può considerare del tutto eccezionale o forse
inesistente la morte causata dal dolore di per sé, perché la
vera causa del decesso è l'affezione primaria, spesso non riconosciuta,
che è anche all'origine dello stesso dolore.
Un'antropologia del dolore vuole essere un discorso razionale
volto a spiegare i contenuti del dolore dell'uomo nelle sue
diverse forme.
Il logos nella sua purezza potrebbe sembrare la sede meno adatta
per accogliere l'esperienza della sofferenza umana e delle passioni,
che invece, nella tradizione della cultura classica, appartiene
al mondo della poesia e della tragedia; per l'uomo di oggi,
in realtà, può acquistare senso solo un appello alla sua intelligenza
che coinvolga tutte le sfere della personalità.
L'appello è sollecitato dalla sofferenza tragica dell'uomo contemporaneo
che vive in un tempo di enormi contrasti, rappresentati da un
lato dal progresso medico e tecnologico e dall'altro dalle due
massime insidie per la vita il cancro e la bomba atomica, la
tumefazione e la disintegrazione. Gli stessi risultati del progresso
medico divengono fonte di gravi contraddizioni.
L'uomo tecnologico:
1. anche se ha sconfitto il dolore ed eliminato molte cause
di morte, non ha annullato né quest'ultima né l'origine della
sofferenza;
2. ha trasformato radicalmente la qualità della vita orientandola
tutta alla soddisfazione integrale dei desideri e delle passioni
e rendendo inconcepibili ed inaccettabili il sacrificio, il
dolore e la morte;
3. ha svuotato se stesso dei riferimenti spirituali, patrimonio
dei nostri padri, illudendosi con una visione laica della vita
senza prospettive che ha termine nel nulla.
Poiché l'uomo parla da sempre del dolore, necessariamente seguendo
una visione personale, possono esistere tanti modi per concepire
un'antropologia del dolore.
I lineamenti che presento sono esaminati nell'intento di far
intravedere quanto sia variegato il mondo del dolore nel suo
mistero, affinché una migliore conoscenza possa essere di aiuto
per il medico e per coloro che si accostano alla persona sofferente.
concetti sopra espressi meritano un'attenta riflessione che
si svilupperà trattando gli argomenti nel seguente ordine:
1. La malattia
2. Il significato biologico del dolore
3. Le categorie del dolore
4. Il problema esistenziale del dolore
5. Il valore ontologico del dolore
6. La lotta contro il dolore
7. I doveri del medico e il diritto ad una morte degna |
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1)
La malattia
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L'organismo
vivente è un sistema stazionario, cioè costante nel tempo, in
equilibrio dinamico precario, mai perfetto, tra l'organizzazione
e il suo opposto l'entropia.
Molte proprietà dei viventi sono conseguenze dello stato stazionario.
Tra queste, una delle più importanti - l'omeostasi -
è conseguenza degli stati stazionari che tendono a ridurre al
minimo la spesa energetica e, quindi, la produzione di entropia.
Dopo ogni perturbazione, i sistemi in stato stazionario tendono
a ritornare alla minima produzione di entropia ed alla massimizzazione
del contenuto energetico.
Dal momento in cui si verificano eventi in grado di indurre
modificazioni irreversibili, i viventi iniziano ad avere una
storia e, parallelamente, una memoria che riflette gli eventi
passati e condiziona l'attività futura.
Ogni essere vivente interagisce con agenti patogeni (fisici,
chimici o biologici) capaci di perturbare l'omeostasi dell'organismo
e di provocare danni reversibili o irreversibili (le malattie).
Alla perturbazione segue la reazione tendente ad eliminare la
causa ed a ricostituire le condizioni precedenti. Il danno irreversibile
produce modifiche permanenti strutturali e funzionali.
L'approccio molecolare della scienza attuale ci ha permesso
di comprendere la ricchezza, la complessità e l'armonia delle
interazioni che si stabiliscono tra le migliaia di miliardi
di cellule del nostro corpo, e l'architettura dinamica delle
oltre centomila proteine che rappresentano la trascrizione del
codice genetico individuale.
Si è così impostata la nozione di sistema complesso e di equilibrio
dinamico turbato dall'irrompere della malattia e quindi, nelle
concezioni più avanzate, della specificità individuale di ogni
organismo nel reagire alla perturbazione.
Due grandi categorie di mali ci minacciano: - da una parte le
deviazioni genetiche e le malattie degenerative,
la radice delle quali è interna all'organismo, - dall'altra
le malattie infettive provocate dall'intrusione nell'organismo
di germi patogeni Contro gli attacchi esterni il vivente è naturalmente
attrezzato: il suo presidio è rappresentato dal sistema immunitario
che costituisce il fondamento del << sé >> biologico, e che
è in grado di riconoscere i propri nemici esterni e di combatterli.
Le massicce aggressioni esterne, come , ad esempio, tra quelle
a noi note le epidemie di peste, di colera, le pandemie influenzali,
la lebbra, la tubercolosi, la sifilide, la poliomielite, oggi
l'AIDS, sono state in gran parte vinte con l'intervento del
sistema immunitario al prezzo di gigantesche e feroci selezioni.
Anche il genoma, che si può considerare il nucleo del sé biologico,
partecipa alla lotta per il dominio dell'ecosistema utilizzando
a volte la variabilità del patrimonio genetico, la quantità
di alleli di ogni singolo gene.
Un gene "difettoso", come per esempio l'anemia falciforme in
Sardegna, è in realtà l'efficace risposta del genoma all'assalto
della malaria. Nel caso delle malattie genetiche, invece, è
la nostra stessa struttura che è minacciata. Il gene difettoso
che codifica in modo sbagliato per una proteina fondamentale
o per un gruppo di enzimi necessari ai processi dell'organismo,
rende la vita del fenotipo che ne è portatore e quella dei suoi
discendenti se ne avrà, breve e/o impossibile. Ma il meccanismo
di produzione dei geni difettosi che sono la causa di spaventose
malattie genetiche rappresenta l'altra faccia dell'evoluzione,
il prezzo della trasformazione di una specie verso livelli più
complessi e più plastici o adattati nei confronti dell'ambiente.
Le malattie degenerative agiscono sull'individuo, invece che
a livello di specie, e rappresentano nella maggior parte dei
casi il processo di usura dell'organismo, il cedimento delle
barriere più deboli del singolo fenotipo. Anche queste affezioni
esercitano un'azione selettiva sulla specie colpendo gli individui
meno resistenti.
Il comune denominatore di malattie, appartenenti a categorie
tanto diverse, è il danno individuale, inteso però in
modo diverso cioè come una categoria molto umana di tipo culturale:
" la malattia ha introdotto elementi di solidarietà tra gli
individui, ha segnato la società umana fin dalle più lontane
origini, stabilendo un ordine e creando una potente spinta verso
la conoscenza ".
In ogni società, il malato entra in una condizione particolare
di sospensione dagli obblighi sociali.
E' segnato, anche se temporaneamente, è diverso. Il male lo
sottrae al meccanismo di cui ognuno di noi fa parte e che ci
assegna alcuni compiti. Il malato è alle prese con il dolore,
preda di un processo sul quale non ha alcun potere, diviene
il simbolo, soccorso o evitato, della fragilità che ci sovrasta,
della paura che inconsciamente abita in ognuno dell'incombere
della propria fine.
Ma al tempo stesso la malattia è anche un rifugio, un sottrarsi
( riconosciuto o rispettato) alla mischia. Poiché essere malati
permette di manipolare l'ambiente in cui si vive a proprio vantaggio,
molti di quanti si recano dal medico non vogliono essere curati,
ma mantenuti nel loro stato di malattia. Così la malattia diviene
qualcosa che ci possiede e ci dà il diritto di invocare solidarietà
ed indulgenza.
Al di là del suo effettivo contenuto patologico, ogni società
costruisce immagini delle malattie per esorcizzarle e contrapporle
alla condizione di normalità. E' solo con la nascita della medicina
scientifica, che si può far risalire al Seicento, con la conoscenza
anatomica delle basi organiche delle malattie, con l'individuazione
dei germi patogeni, e oggi con la biologia molecolare e la genetica,
che la malattia perde in gran parte il suo valore sacrale, ed
entra come normalità nella immagine razionale e riduzionista
del mondo che la nuova società sta costruendo.
Ma, comunque, si tratta sempre di una normalità relativa. Anzi,
l'alone di diversità che circonda il malato si accentua in una
società come la nostra che tende ad esaltare certi valori come
l'efficienza, l'integrazione, la produttività. Da un certo punto
di vista la malattia si spersonalizza perché i medici si sono
più concentrati sulla malattia che sul paziente.
Pertanto è giustificato chiedersi: " Oggi il medico deve considerare
il paziente alla luce di un modello basato soltanto sui dati
anatomici, fisiologici e biochimici, oppure deve valutarne in
modo adeguato i sentimenti, i conflitti, le aspirazioni, come
gli insegna la sua stessa esperienza personale? ". Dal canto
suo il paziente è colui che possiede un corpo non perfettamente
in ordine e attende che il medico lo reintegri nella personalità
"normale" perduta.
I processi patologici determinano la storia di ogni individuo,
la sua unicità, analizzabile solo parzialmente in termini di
probabilità. Non sempre le leggi della fisica e della chimica
forniscono informazioni rilevanti per la comprensione dei fenomeni
della medicina. La medicina obbedisce a leggi aggiuntive e in
ciò consiste la sua peculiarità, la sua autonomia rispetto alla
fisica, alla chimica e alla biologia (1).
La disumanizzazione della medicina e le sue origini
L'io, quale si è affermato nella nostra tradizione, risale alle
origini del pensiero occidentale. E' legato all'idea aristotelica
di sostanza che comporta continuità, coerenza e identità permanente.
All'essere uomo viene riconosciuto un complesso di valori imprescrittibili
(diritto naturale) sui quali si fonda la legge oggettiva del
sistema morale.
Agostino rappresenta un punto di riferimento fondamentale: a
lui si deve l'enucleazione del concetto di persona, che raggiunge
il suo momento più qualificante nell'io che è, pensa ed ama.
A seguito delle riflessioni cartesiane, una nutrita serie di
pensatori (razionalisti o empiristi) si è prodigata in diverso
modo per giungere alla distruzione dell'io.
Da Kant in poi si è andata sempre più consolidando la concezione
che la conoscenza umana si ferma ad aspetti funzionali e pragmatici,
non coglie l'anima delle cose se non attraverso supposizioni
emotive.
Con le affermazioni provocatorie di F. Nietzsche in " Così parlò
Zarathustra "(e in altri scirtti precedenti), viene esclusa
a priori la capacità conoscitiva della ragione per cui si assegna
alla verità una pura funzione pragmatica e la verità stessa
è considerata una bugia o anche un complesso di metafore e di
artifici.
Non è più possibile parlare di oggettività dei valori morali,
essendo la loro esistenza dovuta ad una scelta arbitraria che
dipende dalla disposizione psicologica più che da una evidenza
logica. In seguito alle indagini psicoanalitiche, anche la volontà
perde di efficacia; dietro di esse giocano, infatti, le pulsioni
inconscie, che compromettono il valore delle scelte. Le passioni
decidono prima della volontà, mascherandosi dietro sembianze
di operazioni libere, di fatto queste non sono altro che inganni.
L'anima, privata della capacità di intendere e volere, perde
ogni valore ed autonomia, al suo posto sembra esistere solo
la psiche, ossia il complesso delle emozioni che interessano
la psicologia (2). Il nichilismo antropologico di Nietzsche
si estende nel campo letterario.
Kierkegaard cambia continuamente nome ai suoi personaggi per
raffigurare i cambiamenti dell'individuo ad ogni evento; Proteo,
il dio dalle molte faccie, diventa un prototipo dell'uomo attuale.
Così è dell'io in Pirandello che si trasforma e si frantuma
in Uno nessuno centomila o addirittura in un dato funebre, divenendo
un fu Mattia Pascal, una persona che vive eppure non esiste
più; il protagonista è confinato nella gabbia del suo isolamento
come un cadavere, rinchiuso nella cassa da morto.
E' il destino dell'uomo contemporaneo, non sa più chi è, ha
perso qualcosa di più della memoria: il suo stesso essere, è
condannato al vagabondaggio, alla ricerca disperata di una identità
perduta. I personaggi di Kafka si muovono sospesi nell'ignoto,
sono spaesati, non riescono ad allacciare contatti, né a raggiungere
accordi, né sono capaci di interscambi. Il protagonista è un
uomo senza qualità, è annientato nei suoi rapporti con Dio e
con la figura che ne fa le veci: il padre.
La morte, che interviene a porre fine ad una serie di disavventure,
non è intesa come il peggiore dei mali, non spaventa perché
in fondo è preceduta da mali ancora peggiori, semmai libera
dalla disperazione. L'attualità di Kafka è legata alla sofferta
e profonda percezione dell'uomo disorientato e misconosciuto;
né lui né gli altri sanno chi egli è. Compare nel mondo ed è
chiuso in se stesso, condannato all'incomunicabilità. Non c'è
accoglienza, né intesa, né solidarietà. Il sistema sociale con
le sue professioni e perfino con la famiglia non riscatta l'individuo
dal clima freddo nel quale è confinato.
Con l'eliminazione dell'io anche l'uomo è morto, uno slogan
che fa eco al grido di Nieztsche Dio è morto. M. Foucault ha
sottolineato l'interdipendenza dei due eventi: con il tramonto
dell'idea teologica si esaurisce anche l'idea antropologica,
dato che l'una si fonda sull'altra. In un contesto dominato
in ogni sua espressione dalla tecnica, la realtà è solo quella
frazionata in analisi di verifica sperimentale e riceve senso
in quanto è rilevabile oggettivamente cosicché tutto ciò che
ne è al di fuori (i valori della tradizione e la vita interiore
dell'uomo) viene declassato a materiale senza valore o attribuito
ad emozioni romantiche ingannevoli. Si parla della morte dell'anima
sottolineando come la civiltà occidentale sia opera di una ragione
che finisce per auto-negarsi. Sono i suoi stessi prodotti ad
eliminarla (2). Scomparsa l'anima è scomparso anche l'uomo.
Non si tratta di una battuta isolata di uno spirito stravagante.
Putroppo non è così. A partire da Freud con la teoria dell'inconscio
fino a tutta la scuola strutturalistica contemporanea si ritiene
che la morte dell'uomo sia un evento già compiuto (3). Se anima,
soggetto, io e conoscenza diventano residui di un mondo in decomposizione,
cosa ne è dell'uomo sofferente? Nel suo anti-umanesimo strutturalistico,
concernente la malattia e la scomparsa del soggetto, Foucault
individua nel sogno la manifestazione di contenuti che eludono
la sorveglianza della coscienza. Il sogno è un'espressione che
trascende, non è opera di un io, né della ragione, allaccia
un rapporto particolare con il mondo oggettivo (la struttura
ontologica della realtà) ed ha un valore assoluto per la conoscenza
dell'uomo concreto. Pertanto, è nella zona archeologica del
nostro essere che s'insedia l'autentico; la verità abita nell'inconscio
e non quindi nella coscienza. Altre forme di esperienza immettono
nella regione oscura e silenziosa della realtà primordiale:
la follia, la malattia e la delinquenza.
Grazie alla follia si è messi in contatto con una realtà che
precede la coscienza. Come nel pazzo anche nel malato viene
a galla una serie di meccanismi e reazioni che lasciano ai margini
il soggetto. Questo può vivere il disturbo di cui è afflitto
con intense cariche emotive, che tuttavia non hanno rilievo
perchè si pongono sotto il dominio dell'io. Più interessante
è afferrare l'annuncio (legato all'esperienza della malattia
e della sofferenza) di precarietà e di disordine che ci viene
incontro quando si rifiuta la mediazione della coscienza. Questa
con le sue scaltre argomentazioni maschera gli aspetti inquietanti
dell'essere umano, elabora un'immagine antropologica armoniosa
tentando di emarginare la pazzia e di addomesticare le disfunzioni
fisiche ritenendole casi particolari o eccezioni. A sbaragliare
ogni costruzione fittizia interviene la morte. " L'individuo
le deve un senso che non s'arresta con lui "(4). In essa viene
fuori in termini positivi perchè rilevabili oggettivamente,
la finitudine della natura umana, già annunciata e presente
nella malattia ma non ancora consumata esaurientemente. " Percepita
rispetto alla morte, la malattia diviene esaustivamente leggibile
".
Non è il soggetto ma l'infermità con il suo squallido epilogo
nella morte a segnalare l'autenticità dell'essere umano. La
sofferenza va spostata dall'io al corpo, strappata all'io e
riconosciuta nella sua crudezza (4). Non valgono più le domande:
che cosa ha questo malato, che cosa è la malattia?, ma le altre:
dove sta il male, da dove ha origine? Competente a rispondere
non è il soggetto ma l'indagine scientifica che deve formulare
risposte sensate. " L'essere dell'uomo come oggetto del sapere
positivo " diventa il contenuto di indagine a cui si rivolge
la nascita della clinica. Al dolore è riconosciuto soltanto
un senso strutturale scientifico, è quello che è, non quello
che viene elaborato dall'afflato religioso e trasfigurato dallo
smalto linguistico.
Nell'esperienza della malattia non hanno importanza i caratteri
individuali, ma quelli oggettivi, ossia le strutture, i sistemi
linguistici, le reazioni del corpo in disfacimento e annullato
dalla morte (4). Le teorizzazioni anti-conformiste di Foucault
sopra accennate rappresentano il nucleo filosofico sul quale
si è incentrata la società contemporanea che ha perduto o dimenticato
la richezza, la realtà, i valori della vita interiore.
Cedendo il dominio alla macchina e lasciandosi guidare solo
dalla tecnica, scompaiono i volti delle persone e si scivola
gli uni vicino agli altri come parti dello stesso organismo,
legati insieme più dall'espletamento di funzioni che dal rapporto
dialogico. Invece, non si può non riconoscere con la logica
del senso comune, che la malattia investe l'intera persona dalla
quale parte una richiesta di aiuto o il grido di paura di chi
sprofonda nella morte. Proprio il dato inequivocabile dell'esperienza
insegna che non c'è malattia senza il soggetto malato e, contrariamente
a quanto insinua Foucault, è colui che soffre l'elemento veramente
concreto e non il processo patologico. Il cattivo medico risponde
all'espressione << io sono malato >> ricorrendo all'esame della
base organica; opera già un'astrazione dall'io; ignora la parola
dell'altro il quale insiste nel dire: io sono malato, non: il
mio polmone è malato.
L'esame sostituisce l'io con un esso, si allontana dalla persona
del malato, falsifica l'osservazione. Il buon medico, invece,
passa a un'ulteriore domanda: che cosa è che non va? Istituisce
un rapporto di comprensione umana attraverso il dialogo. E'
capace di porsi in ascolto dell'altro adeguandosi alla situazione
contingente. " La cosa più importante non è che io devo conoscere
l'io, ma che devo parlare con lui. " (1) Se si accetta come
punto di partenza dell'osservazione il malato più che la disfunzione
organica, si capovolge la direzione seguita da Foucault. La
capacità di comprensione si fa più ampia perchè nella visuale
dell'osservazione viene compresa la psiche, l'autocoscienza,
l'attività e le componenti affettive della persona. |
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2)Significato
biologico del dolore
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La sensazione di dolore contribuisce a difendere l'organismo
da stimoli nocivi (oggetto troppo caldo) che agiscono nelle
immediate vicinanze a carico dei tessuti.
Il dolore può anche contribuire a creare le condizioni ottimali
per rimediare ai danni prodotti dai traumi ( in caso di frattura
ossea, per esempio, il dolore favorisce l'immobilizzazione della
parte fratturata favorendone il risanamento) oppure compare
come conseguenza di processi morbosi (in caso di occlusione
coronarica acuta il dolore retrosternale non solo obbliga il
soggetto a stare fermo riducendo il consumo miocardico di ossigeno
e quindi l'estensione del danno ma è diventato un segnale culturale
per la ricerca e l'attuazione di una terapia specifica adeguata).
In condizioni pato-fisiologiche si possono, però, verificare
prolungate manifestazioni dolorose prive di utilità.
Nelle sue diverse componenti fisiche e psichiche il dolore rappresenta
probabilmente uno degli aspetti della vita sensitiva ed emotiva
più analizzate e studiate. Alla base del dolore come esperienza
sensoriale vi sono meccanismi diversi come diverse sono dal
punto di vista neuro-chimico, neuro-anatomico e fisiologico,
le vie di conduzione ed i sistemi di modulazione del dolore
stesso. Considerato in termini evoluzionistici il dolore - ed
i sistemi neuro-chimici che ne sono alla base - rappresentano
un'affezione dell'io, essenziale per la sopravvivenza, un segnale
intracorporeo di minaccia all'integrità dell'organismo in mancanza
del quale il singolo individuo e la specie sarebbero condannati
all'estinzione.
Non esiste specie animale, anche unicellulare, che non sia dotata
di un sistema di segnalazione di eventi nocivi (o invece utili)
e, di conseguenza, di un meccanismo riflesso di fuga (o invece
di avvicinamento).
Non esistono, o quasi, specie animali nelle quali non sia presente
un meccanismo di compensazione del dolore che passa attraverso
la produzione degli oppioidi endogeni, con molecole filogeneticamente
più antiche o più recenti, tutte in grado di lenire quella sensazione
dolorosa la quale, una volta segnalata la presenza di un evento
nocivo, perde la sua funzione fisiologica.
Lineamenti anatomo-funzionali
In senso strettamente fisiologico, il dolore si differenzia
dalle altre sensazioni in quanto la sua percezione non è affidata
ad un organo specifico ma alla stimolazione di terminazioni
nervose libere.
La trasmissione degli stimoli dolorosi avviene attraverso le
sottili fibre nervose nocicettive << C >> , che formano i neuroni
primari afferenti in quanto convogliano gli stimoli dolorosi
verso il sistema nervoso centrale terminando nel corno dorsale
del midollo spinale, da dove hanno origine i neuroni secondari.
I neuroni primari sintetizzano come mediatore nervoso la <>,
un peptide formato da 11 aminoacidi. La sostanza P si riversa
sui recettori situati sulle sinapsi che mettono in comunicazione
i neuroni primari con quelli secondari ed in tal modo gli stimoli
dolorosi vengono trasmessi al cervello e più precisamente al
talamo.
Oltre alle vie spino-talamiche, esistono delle fibre spinali
che conducono le informazioni nocicettive ad altre zone del
cervello. Tali strutture sono importanti sia perché forniscono
una via alternativa polisinaptica al talamo sia perché sono
associate ai sistemi di controllo della sensazione dolorosa.
Le vie dolorose che interessano la testa seguono un altro percorso:
dalla periferia raggiungono il nucleo spinale del trigemino,
da cui si dipartono assoni che terminano nel talamo.
Lo stadio successivo della trasmissione del dolore, quello a
livello della corteccia cerebrale, non è stato ancora definito
con chiarezza. Rimane soprattutto incerto il modo in cui avviene
l'elaborazione corticale della sensazione dolorosa.
Negli ultimi anni, le ricerche sul dolore hanno evidenziato
il carattere plastico e modificabile degli eventi localizzati
nel sistema nervoso centrale: il dolore è un'esperienza percettiva
ed affettiva complessa, determinata dall'unicità della storia
personale del soggetto, dal significato che questi attribuisce
all'agente o alla situazione dannosa, dal suo stato d'animo,
oltre che dai modelli nervosi sensoriali attivati dalla stimolazione
periferica.
Modulazione del dolore
I sistemi di modulazione del dolore sono piuttosto complessi.
Non esiste un rapporto preciso tra intensità degli stimoli nocivi
e sensazione del dolore. Secondo la teoria del cancello
di R. Melzack e P.D. Wall, i meccanismi spinali del corno dorsale
agiscono come un cancello che incrementa o riduce il flusso
degli impulsi nervosi trasmessi dalle fibre afferenti alle cellule
del midollo che li proiettano verso il cervello.
Gli stimoli trasmessi dalle fibre di grande diametro <tipo
A>, come quelli indotti da massaggio o lieve contatto, tendono
a chiudere il cancello, mentre gli impulsi veicolati dalle fibre
di piccolo diametro >, come quelli indotti da
pizzicamento doloroso, tendono ad aprirlo; inoltre il cancello
è anche influenzato dagli impulsi nervosi provenienti dal cervello.
L'afferenza sensoriale è modulata in sinapsi successive lungo
tutta la sua proiezione dal midollo spinale ai centri cerebrali
preposti all'esperienza dolorosa e alla risposta ad essa.
Quando il numero degli impulsi nervosi supera un livello critico,
sopravviene il dolore. Uno dei meccanismi di controllo del dolore
è costituito dall'inibizione afferente: un segnale tattile (fibre
A) inibisce i neuroni responsabili del dolore del corno dorsale
spinale.
Tale fenomeno può contribuire ad attenuare il dolore come avviene
ad esempio quando si praticano massaggi o stimoli vibratori
o si ricorre all'agopuntura, antico rimedio asiatico mediante
il quale viene potenziata l'azione della fibra A proveniente
da territori omologhi, spesso distanti da quelli direttamente
interessati dall'evento doloroso. Un altro tipo di meccanismo
inibitore, all'interno del midollo spinale, è quello del dolore
inibito dal dolore: il segnale dolorifico più forte sopraffà
quello più debole attraverso circuiti del tronco cerebrale per
cui, dopo un trattamento efficace di una condizione di dolore,
è possibile avvertire un altro dolore precedentemente soppresso.
Nel tronco cerebrale si trovano diverse aree (come la sostanza
grigia periacqueduttale, il nucleo del rafe magno, il locus
coeruleous) che costituiscono importanti fonti di modulazione
discendente per inibire la trasmissione dei segnali dolorifici
ascendenti a livello del midollo spinale.
Tali sistemi discendenti differiscono da un punto di vista neuro-anatomico,
ma anche neuro-chimico e fisiologico. Ad esempio, alcuni di
essi utilizzano gli oppioidi endogeni (sostanze simili alla
morfina) per disattivare il segnale dolorifico nel corno dorsale
del midollo spinale, mentre altri ricorrono alla serotonina
o alla noradrenalina.
Il dolore può essere modulato da varie manipolazioni comportamentali
con effetti diversificati: - l'attenzione sul dolore ne fa aumentare
l'intensità e determina una maggior reazione dei neuroni responsabili
a livello spinale in quanto vengono disattivati i processi di
inibizione sul midollo spinale; - distogliere l'attenzione dallo
stimolo doloroso provoca l'effetto contrario; - un condizionamento
a livello del midollo spinale, ottenuto mediante la ripetizione
di uno stimolo sensoriale visivo, tattile, uditivo costantemente
associato ad uno stimolo dolorifico, può provocare l'attivazione
dei neuroni spinali responsabili del dolore, anche quando si
presenta da solo; - un mutamento dello stato di vigilanza agisce
a livello del talamo: le reazioni dei neuroni talamici responsabili
del dolore sono più deboli quando il soggetto è assopito. Interessante
da diversi punti di vista è l'analgesia da stress, anche se
i pochi dati che si conoscono derivano quasi tutti da esperimenti
sugli animali. Lo stress acuto (provocato ad esempio da esercizio
fisico, da temperature ambientali estreme, eccetera) produce
una forte analgesia, mediata almeno in parte dagli oppiodi endogeni.
Lo stress provoca la produzione di endorfine da parte
dell'ipofisi e di encefaline da parte della midollare del surrene;
queste sostanze possono avere un loro ruolo nel meccanismo,
mediato dagli oppioidi, che sta alla base dell'analgesia da
stress.
Nell'uomo, lo stress acuto, dovuto ad esempio a esercizio fisico
intenso o ad un trauma o ad una grande paura, può provocare
attenuazione del dolore come accade durante un combattimento
o dopo una maratona. L'aumento degli oppioidi endogeni è stato
osservato anche dopo esercizio fisico sistematico che raggiunga
intensità sub-massimali; tale effetto potrebbe contribuire a
migliorare la soglia del dolore nei soggetti con insufficienza
coronarica o vascolare periferica.
Espressività del dolore
Ogni specie animale possiede modalità particolari per esprimere
il dolore e comunicarlo attraverso messaggi vocali, olfattivi,
e soprattutto visivi, come nel caso delle espressioni facciali
umane, in grado di veicolare messaggi di sofferenza che travalicano
le singole culture. L'espressione del dolore, fisico o psichico
che sia, fa parte integrante dei meccanismi della comunicazione
in quanto, sin dalla prima infanzia, rimanda ad un aspetto importante
della dimensione emotiva dell'individuo.
Anche nel corso delle simulazioni teatrali, il sistema nervoso
autonomo presenta modificazioni a seconda delle parti recitate.
Il dolore o il benessere si accompagnano ad espressioni facciali
che, a loro volta, modificano in modo negativo o positivo lo
stato dei diversi sistemi fisiologici (frequenza cardiaca e
respiratoria, pressione arteriosa, temperatura ecc.) dell'organismo:
il cervello percepisce il dolore o il piacere ma, anche, legge
le maschere facciali indotte dall'emozione o recitate e, in
qualche misura, ne può venire ingannato.
Il piacere e il dolore sono strettamente connessi tra loro,
perché tanto incerti sono i confini psicoanalitici e perché
entrambi fanno capo a sistemi neurobiologici complementari che
trovano nella struttura nervosa dell'ipotalamo la centrale operativa
delle attività ricorrenti e delle funzioni di emergenza del
nostro organismo.
E' proprio nell'ipotalamo che gli stati di piacere e di dolore
si traducono rispettivamente nell'attivazione di una delle due
sezioni del sistema autonomo, il para-simpatico e il simpatico,
l'uno implicato prevalentemente nelle funzioni di recupero,
l'altro nella mobilizzazione di energie.
Mediante la mappatura delle aree cerebrali coinvolte nel comportamento
di auto-stimolazione (tecnica di James Olds) sono stati individuati:
- un sistema di ricompensa cerebrale che eserciterebbe
il suo ruolo anche nell'uomo, inducendo sensazioni di piacere
che in alcuni casi ricordano l'orgasmo;
- un sistema di punizione cerebrale in grado di indurre
effetti spiacevoli.
L'unitarietà del sistema implicato nei meccanismi di rinforzo
o del piacere è stata dimostrata dalla stretta analogia
esistente tra gli effetti della ricompensa esercitati dalla
stimolazione del fascio mediale prosencefalico nel talamo e
gli effetti esercitati da altri tipi di ricompensa e rinforzi,
come quelli alimentari o sessuali.
Durante la stimolazione talamica, animali, affamati e addestrati
a percorrere il labirinto o a premere un leva per procacciarsi
del cibo, continuavano a percorrere il labirinto o a premere
la leva anche quando al posto di una ricompensa alimentare ricevevano
una scarica elettrica. La funzione incentivante e le sensazioni
di piacere che derivano dalla stimolazione dell'ipotalamo e
del fascio prosencefalico sono strettamente legate alla liberazione
di dopamina da parte dei neuroni dopaminergici che formano questo
sistema.
Effetti analoghi sono stati osservati con numerose sostanze
d'abuso, dall'anfetamina all'eroina, all'alcol.
Quando viene a mancare la stimolazione dei centri nervosi
che inducono piacere, come si verifica in modo emblematico nelle
crisi di privazione dei tossico-dipendenti, la mancanza di piacere
sembra sconfinare in qualche modo nel disagio-dolore e nella
sofferenza.
La conoscenza dei meccanismi biologici implicati nel piacere
e nel dolore non sottende una visione meccanicistica ma apre
una strada che porterà verso una comprensione, esistenziale
ed ontologica, più profonda di queste due condizioni, spesso,
talmente intrecciate tra loro che l'assenza di dolore può per
alcuni rappresentare uno stato soddisfacente da mantenere, mentre
l'assenza di piacere può venire percepita come sensazione di
sofferenza.
Nella tabella I è riassunta una formulazione, tra le altre possibili,
della tipologia del dolore del soma.
Plasticità delle vie del dolore
Le vie del dolore possono essere soggette a mutamenti plastici
a causa di lesioni o di malattie di vario genere. Una lesione
a livello dei nervi periferici può provocare profondi mutamenti
nei circuiti neuronali responsabili del dolore.
Una lesione cutanea, come ad esempio un'ustione, provoca una
sensibilizzazione dei nocicettivi periferici tale che questi
ultimi possono essere attivati da stimoli tattili anche di lieve
entità; tale fenomeno costituisce la fase periferica dell'iperalgesia.
Uno stimolo nocivo molto intenso e protratto attiva, grazie
all'azione di messaggeri intracellulari secondari (cAMP o calmodulina),
dei geni ad azione immediata all'interno del nucleo del neurone
nocicettivo centrale. Questi geni mediante la produzione di
sostanze proteiche attivano altri geni che sono determinanti
per le modificazioni a lungo termine.
Le proteine prodotte da questi ultimi, non solo agiscono sulle
proprietà della membrana neurale, modificando tra l'altro l'eccitabilità
del neurone, possono anche modificare la sensibilità dei recettori
della membrana ai neuro-trasmettitori. Tali mutamenti potrebbero
essere causa di alcune forme croniche di dolore. In seguito
alla lesione di un nervo periferico, che non è in grado di rigenerarsi,
avvengono mutamenti marcati nei circuiti centrali con conseguente
attenuazione dei meccanismi inibitori centrali. A livello del
corno dorsale del midollo spinale si sviluppa, inoltre, un'arborizzazione
di fibre nocicettive che raggiunge direttamente i neuroni nocicettivi
centrali, per cui uno stimolo nocivo proveniente dai nervi adiacenti
ascenderà senza subire inibizioni ed anche segnali tattili possono
attivare i neuroni responsabili delle sensazioni dolorifiche
a livello centrale. Tali mutamenti plastici possono essere la
spiegazione del perché una lieve pressione può provocare un
intenso dolore ad un paziente con lesioni a carico di un nervo.
Anche l'artrite può essere causa di mutamenti plastici a vari
livelli del sistema nervoso: - aumenta la sensibilità delle
fibre nocicettive che innervano l'articolazione sede dell'infiammazione,
cosicché anche un modesto movimento non nocivo può provocare
una forte scarica afferente nelle fibre nocicettive; - attiva,
per l'azione delle prostaglandine, fibre nocicettive quiescenti
in condizioni fisiologiche normali; - a livello talamico, la
rappresentazione dell'articolazione artritica è notevolmente
allargata per cui una vasta area del tronco cerebrale superiore
è interessata dai segnali provenienti dall'area infiammata;
- i meccanismi inibitori discendenti divengono meno efficienti.
Poco noti, ma certamente importanti e di notevole entità, sono
i mutamenti plastici generati dalle lesioni a carico del sistema
nervoso centrale. I mutamenti subiti dai sistemi inbitori del
dolore sono causa di complicazioni che ostacolano la terapia
del dolore poichè, in pratica, tutto il trattamento sintomatico
del dolore poggia sull'attivazione dei sistemi inbitori per
mezzo dei farmaci e di terapie fisiche o comportamentali. |
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3)
Le categorie del dolore
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Il dolore somatico
Il dolore fisico che ci accomuna al mondo animale in senso stretto
è quello causato da un agente nocivo che provoca un danno temporaneo
o permanente ai tessuti corporei. Pertanto, appartengono a questo
tipo il dolore nocicettivo e quello neurogeno descritti nella
tabella I.
Il dolore psicogeno, pur rientrando nei dolori somatici, si
differenzia dal precedente perchè non è legato ad una lesione
dei tessuti e non sembra che di esso si trovi una forma corrispondente
negli altri animali.
Nell'uomo, il dolore fisico acquista valenze sensoriali e psichiche
che ne caratterizzano la storia individuale, e modificano il
comportamento in modo da ottenere attenzione ed aiuto da parte
degli altri. Quando diventa molto intenso le componenti psicogene
sembrano assumere una valenza predominante per cui è quasi impossibile
discernere la componente fisica da quella psichica.
Il dolore psicogeno
E' un dolore che nasce dalla psiche senza che si possa individuare
una causa riconducibile a stimoli nocicettivi o a lesioni anatomiche
dell'encefalo. E' un dolore che distingue l'uomo dal resto del
mondo animale e assume connotazioni ed intensità estremamente
variabili che sfuggono alla possibilità di una classificazione.
Il dolore psicogeno tipico trova la sua origine nel contesto
di disturbi di carattere psichico, cioé del comportamento e
dell'umore, quali la depressione, la malinconia, l'ansia, la
noia. Proprio per tali caratteristiche non può essere confuso
con le altre forme, come il dolore coscienziale o il dolore
spirituale (vedi avanti). Tra i disagi comportamentali più frequentemente
diagnosticati dagli psichiatri, la depressione occupa un posto
preminente. Non è possibile valutare la reale diffusione di
questo disturbo del comportamento, anche perché i criteri utilizzati
per stabilire i sintomi, e quindi formulare una diagnosi, sono
ancora molto soggettivi. In una recente inchiesta svolta dal
National Institute of Mental Health, è stato stimato che intorno
alla fine degli anni Ottanta oltre il 15 per cento della popolazione
adulta statunitense presentava gravi sintomi depressivi e nel
1990 oltre 30.000 suicidi sono stati attribuiti ad uno stato
depressivo acuto. Considerata come il luogo simbolico di un
disagio insopportabile della psiche umana, la depressione è
un tema che ricorre continuamente nella letteratura e nell'arte.
La troviamo in diversissime forme come rappresentazione della
"malinconia" dell'autore, quella malinconia che in una celebre
incisione di Albrecht Durer trascende la sofferenza ed il disadattamento
emotivo dell'artista o del singolo individuo per rispecchiare
una concezione generale o più vasta dell'uomo. Di questo male
oscuro hanno sofferto numerosi grandi scrittori i quali, in
preda ad una crisi depressiva o in seguito a lunghe pessimistiche
riflessioni, si sono tolti la vita. La malattia nelle sue manifestazioni
più gravi conduce al suicidio sino al 20 per cento delle sue
vittime. Gli artisti rappresentano la depressione dando ovviamente
la prevalenza all'esigenza estetica per cui nella narrativa
manca una descrizione della depressione distaccata e scientifica.
Un'eccezione molto suggestiva possiamo trovarla in un breve
saggio in cui William Styron (5) narra la storia del suo viaggio
nell'abisso della depressione e racconta di aver provato una
insopportabile angoscia che lo ha quasi spinto al suicidio.
Il racconto di Styron ha due pregi.
Il primo è quello di aver sottolineato come la vera depressione
rappresenti una condizione di insopportabile angoscia, di sofferenza
profonda che le persone non depresse e persino gli psichiatri
stentano a cogliere anche perché si tratta di un male che è
spesso compatibile con una vita quasi normale in quanto difficilmente
costringe il paziente a letto, come invece si verifica per molte
altre malattie che colpiscono il corpo. Il secondo pregio è
quello di indicare che la depressione è una vera malattia, una
patologia che colpisce il cervello e dipende da un complesso
intreccio di fattori genetici e cause ambientali che sembra
trovare correlati biologici tanto che risponde bene ad alcuni
farmaci, purché opportunamente dosati da un attento psichiatra.
Ben diversa è la malinconia, un altro disturbo comportamentale
che spesso precede o può precipitare nella depressione. La malinconia
genera una sofferenza di intensità moderata senza disperazione
a carattere continuativo se trova la sua origine nei fattori
genetici. Ma la maliconia può anche interrompersi e la persona
lasciare il buio più o meno tempestoso per camminare verso il
cielo sereno quando le cause sono prevalentemente ambientali
e possono quindi essere rimosse. L'ansia è un altro aspetto
della sofferenza psichica che in alcuni casi può assumere una
dimensione intollerabile e divenire incompatibile con una esistenza
normale.
Quando l'ansia raggiunge alti livelli di intensità, specialmente
nei soggetti che tendono a mascherarla con la rimozione delle
cause nell'inconscio, fà sfociare la sofferenza psichica in
un dolore corporeo (somatizzazione dell'ansia) allo scopo preciso
anche se inespresso di richiamare l'attenzione degli altri sul
proprio dolore.
Gli stati di ansia - dei quali sono spia gli elevati consumi
di psico-farmaci nei Paesi industrializzati - rappresentano
una forma di disagio nei cui riguardi la società contemporanea
dimostra una notevole intolleranza, ricorrendo con facilità
sempre crescente a diversi tipi di sostanze ansiolitiche. La
diffusione di psico-farmaci e tranquillanti può avere diversi
significati a seconda dei punti di vista: · può essere interpretata
come una tendenza a medicalizzare un certo numero di problemi
sociali - che in tal modo non vengono affrontati; in questo
contesto il medico apparirebbe come parte di un ingranaggio
che lo costringe ad adeguarsi più o meno passivamente alle richieste
della gente; · può essere considerata come il frutto di una
pressione che deriva da interessi commerciali, e da questo punto
di vista il medico risulterebbe coinvolto in modo attivo per
cui si renderebbe responsabile di un'azione che tende a modificare
il comportamento, e contribuisce a fare diminuire il senso di
responsabilità delle persone e la loro capacità di adattamento;
· può essere invece una manifestazione tipica delle società
contemporanee nei Paesi industrializzati, le quali non più costrette
come appena un secolo fà ad impegnarsi per soddisfare i bisogni
primari, vengono dominate dalla ricerca del benessere psicologico
(un bisogno secondario) e quindi di un mezzo per antagonizzare
il dolore psichico.
Tale comportamento è espressione di un atteggiamento edonistico
fortemente criticato - sia perché impedisce lo sviluppo morale
delle persone, sia perché sovverte la visione naturale dell'uomo
che vive nel rifiuto e nella paura del disagio e del dolore
psichico. L'inclusione della noia nella categoria del dolore
psicogeno si giustifica quando le sue manifestazioni vengono
considerate ai due estremi della sensibilità umana. All'estremo
più alto la noia riveste una connotazione emotiva intensa tale
da essere assimilata ad un dolore esistenziale, come avviene
nella definizione data da Giacomo Leopardi: << la noia è in
qualche modo il più sublime dei sentimenti umani>>.
All'altro estremo si pongono i giovani "sbandati" della società
contemporanea i quali devono in qualche modo esorcizzare la
sofferenza prodotta da un modo di vivere senza interessi, segnato
dallo scorrere monotono del tempo. Per non subire il dolore
che la noia suscita con i suoi "perché" ai quali non si riesce
a dare risposta, i giovani inventano la violenza fine a se stessa
e il crimine senza scopo oppure si rifugiano nel paradiso artificiale
della droga.
Il dolore della coscienza
La distinzione tra dolore coscienziale e dolore psichico non
dovrebbe apparire come un tentativo artificioso di analisi in
un ambito della conoscenza che si svoge su di un territorio
senza confini ed in cui l'esperienza personale costituisce l'elemento
fondamentale di riferimento.
Tale distinzione, essendo fondata su elementi soggettivi, rischia
di essere considerata con sufficienza e venire facilmente respinta
se non ci si accosta ai problemi ad essa connessi con un a adeguato
atto di riflessione.
Il dolore che appartiene all'esperienza dell'Io coscienziale
può essere l'esito del giudizio pratico della coscienza che
riflette su se stessa oppure è la conseguenza intellettuale
delle perturbazioni passionali. Esso viene vissuto nella profonda
intimità dell'Io come un vuoto doloroso, un senso di solitudine
angosciosa, una carenza di amore, un profondo malessere interiore
che suscita atteggiamenti reattivi che variano con il carattere
, con le motivazioni di fondo e con la ricchezza o la povertà
della vita spirituale.
Al dolore coscienziale appartengono, quindi, due categorie:
I) Il dolore morale vero e proprio che si genera quando l'autocoscienza
rivela alla persona che i suoi atti o i suoi modi di essere
costituiscono una violazione palese o nascosta delle norme morali.
II)
Il dolore passionale che nasce dall'orgoglio ferito, dall'offesa
di un sentimento o della dignità personale, dal turbamento prodotto
dall'invidia, dalla gelosia, dall'avarizia, dalla lussuria o
da altre deformazioni caratteriali. Gli esempi che si possono
citare al riguardo sono innumerevoli e occupano gran parte della
vita quotidiana.
D'altra parte, l'unitarietà psico-fisica e spirituale della
persona e l'unicità singolare della energia che la fa vivere
ci permettono di sostenere e di comprendere perché accade che
lo spazio lasciato al dolore passionale venga sottratto inevitabilmente
al dolore morale. Per approfondire la relazione esistente fra
le due forme del dolore coscienziale si rende necessaria la
più ampia conoscenza di tutti gli elementi che possono influenzare
la genesi del dolore morale. I presupposti del dolore morale
sono: - la relazione dell'Io con la Verità, - il modo di vivere
la Libertà - lo stato di salute della coscienza, - l'orientamento
dell'opzione fondamentale.
La relazione dell'Io con la Verità
Il proliferare delle ideologie, nella nostra epoca, ha trasformato
in assolute delle verità parziali e relative o degli aspetti
della verità, ed ha, nello stesso tempo, esasperato la questione
della verità.
La conseguenza più grave è costituita dallo smarrimento dell'uomo
di fronte alla pluralità delle conoscenze che, se assumono un
valore assoluto o totalizzante, lo asserviscono invece di liberalizzarlo.
Ne derivano forme comportamentali, oggi abbastanza frequenti,
che vanno dall'esaltazione al fanatismo alienanti nelle pseudo-verità,
alla disperazione dopo una fiducia tradita da una verità che
non dà senso e non redime, alla fuga nell'apatia di un mondo
banale per non volersi interrogare sulla verità.
A differenza di altre epoche nelle quali l'uomo aveva un senso
scontato della Verità, oggi ne ha un senso acuto e sofferto,
rivelatore della nuova sensibilità che l'individuo possiede
nei confronti della Verità (6).
La relazione che si stabilisce tra il sé della persona e la
Verità influenza la soglia di comparsa del dolore morale in
quanto più ci si allontana dalla Verità più diminuisce la capacità
di percezione delle condizioni oggettive e soggettive che possono
suscitare il dolore morale. Le implicazioni negative del relativismo
morale sono ben conosciute e sono state già descritte (7). Quì
ritengo necessario ricordare come ogni discorso morale sia contemporaneamente
una ricerca sul bene del soggetto, e un discorso sulla verità
del suo essere. Tale ricerca non riguarda soltanto un bene parziale
e contingente che, nella particolare circostanza in cui ci troviamo,
percepiamo come un bene e quindi desideriamo (un guadagno, un
riconoscimento, uno stato di maggiore benessere) ma più precisamente
il bene morale. Perché il bene sia morale occorre che ciò che
desideriamo - perché ci si presenta come bene - corrisponda
al Bene totale dell'uomo, sia vero, arrichisca il nostro modo
di essere, contribuisca a realizzare quel programma d'umanità
che è presente in ogni singola persona. Nell'uomo, come in tutta
la realtà che ci circonda, il bene e il vero non possono essere
contrastanti tra loro perché "il Bene supremo e il bene morale
si incontrano nella Verità: la verità di Dio creatore e Redentore
e la verità dell'uomo da Lui creato e redento" (V.S. n:99) (7).
Pertanto, la coscienza di ogni singola persona deve fare costante
riferimento alla legge morale se vuole stare nel vero. Il nucleo
normativo ed oggettivo della legge morale, valido per tutti
gli uomini indipendentemente dal loro credo o dalla loro posizione
filosofica, è la legge naturale, scritta nella mente di ogni
uomo (7).
"La legge naturale deve essere definita come l'ordine razionale
secondo il quale l'uomo è chiamato dal Creatore a dirigere e
a regolare la sua vita e i suoi atti e, in particolare, a usare
e disporre del proprio corpo" (V.S. n:50) (7). La legge naturale
possiede la stessa stabilità e universalità che è propria della
natura dell'uomo e dimostra anche la dinamica complessità di
una realtà vivente. Pertanto si richiede che l'uomo nel suo
agire libero non rinunci alla mediazione della ragione, la quale
gli consente di evidenziare il legame fra il bene che desidera
e il bene per il quale è messa in gioco l'intera esistenza.
Tutti i dilemmi che scaturiscono dal conflitto d'interessi debbono
essere affrontati e risolti in conformità alle norme insite
nella legge naturale che esprime, e, pertanto, protegge e stimola
la crescita morale di ogni individuo. In tale prospettiva le
norme morali si percepiscono più come indicatori del bene che
non come restrizioni del libero arbitrio. Tutte le norme della
legge naturale sono rese esplicite nel Decalogo che, spesso,
viene erroneamente sentito e vissuto come un imperativo esterno
negativo. In realtà, il Decalogo è un progetto di difesa della
vita alla luce del dono della libertà e dell'alleanza tra l'uomo
e Dio (7).
Nel sostegno della fede e con la forza della grazia, il comandamento
si spoglia di ogni aspetto legalistico, coattivo e punitivo
per essere osservato nell'adesione gioiosa. Certo, la giustizia
divina, che si estende fino alla terza e alla quarta generazione,
non è cancellata. Ma è sopattutto l'Amore che dura fino alla
millesima generazione quello che illumina le Dieci Parole.
L'autocoscienza critica rivela alla persona nel cammino della
vita, come e quando, nei pensieri e ngli atti, il suo passo
si discosti dalle norme morali oggettive della legge naturale.
L'offesa alla dignità propria della persona e la rottura dell'alleanza
con Dio sono all'origine del dolore morale, Come l'uomo ha cercato
di evitare il disagio e la sofferenza del dolore morale? Invece
di correggere i propri comportamenti, ha rifiutato i contenuti
oggettivi della legge naturale dichiarandoli, arbitrariamente,
postulati trascendentali.
Privatosi del punto di riferimento oggettivo riconosciuto dalla
retta ragione, l'uomo è costretto a costruire dei sistemi morali
che tendono inevitabilmente ad adattarsi al costume prevalente
o a giustificare i propri interessi.
Così l'uomo ha costruito un artificiale benessere morale (il
corrispettivo etico del benessere psicologico ottenuto ricorrendo
agli psico-farmaci) che si aggancia non alla verità ma ad altri
valori, quali - l'autonomia e/o l'interesse, la beneficienza,
la solidarietà ecc. - senza il supporto ontologico della persona.
Le etiche relative che ne sono derivate hanno cercato il proprio
fondamento sull'accordo reciproco, guidato a sua volta dagli
interessi dei gruppi o degli individui più forti.
Ma il consenso sui problemi morali che investono la dignità
della persona, anche se tradotti in legge dello Stato da una
qualunque maggioranza, non riveste alcuna autorità morale e,
pertanto, non ha e non potrà mai avere un potere tale da far
si che un comportamento disonesto diventi onesto, o che il buono
equivalga al cattivo (7).
Neanche una sincera volontà di ricercare ciò che si presenta
come la soluzione migliore può costituire un bene morale, fondato
sempre sul fine soggettivo. Una buona volontà non vincolata
al dovere di rispettare alcuni beni fondamentali, è una volontà
arrendevole alla mercè del relativismo e dell'arbitrio che rende
la persona insensibile o sorda al giudizio della coscienza.
Il modo di vivere la libertà
La libertà morale è una libertà concreta che coincide con l'effettiva
capacità che l'uomo ha di orientare la propria esistenza e corrisponde
alla possibilità pratica di attuarla nelle scelte quotidiane,
legate a situazioni particolari e contingenti. Nell'atto di
scelta morale l'uomo esprime la volontà, mediante la quale egli
è buono o cattivo.
Nel giudizio della coscienza morale, la rettitudine dell'intelligenza
viene a dipendere da quella della volontà, proprio in virtù
del fatto che il giudizio morale è pratico e non speculativo.
Anche se l'ultimo giudizio sui miei atti è un atto dell'intelligenza,
in quanto giudizio, ma è l'ultimo perché io voglio che sia così.
Nell'unità vivente del soggetto umano intelligenza e volontà
si compenetrano completamente e si condizionano a vicenda. La
capacità dell'uomo di scegliere, cioé il libero arbitrio, è
inerente alla volontà come tendenza naturale e l'oggetto di
tale inclinazione è il bene totale e quindi la felicità (7).
Di fronte alla limitatezza dei beni particolari, la volontà
deve operare una scelta e vivere la libertà come potere di auto-determinazione.
Il nostro volere è buono nella misura in cui sceglie il valore
più alto tra quelli che appartengono alle sue inclinazioni.
Il supporto alla libertà di scelta è quindi la persona nella
sua unitotalità e non la volontà separata dall'intelligenza
né questa da quella.
I valori che guidano la persona nell'atto di preferenza sono
oggettivi e la persona stessa nel compiere l'atto ricrea i suoi
propri valori. Tuttavia, la realizzazione effettiva dei valori
morali non è solo frutto di una libera decisione, ma è anche
la conseguenza di un raggiunto equilibrio psicologico, il quale,
oltre a non essere mai perfetto perché sottoposto all'interferenza
talvolta massiccia dell'inconscio e dell'ambiente, è costantemente
manipolato dalle suggestioni neo-illuministe che sono alla base
del relativismo morale diffuso nella nostra società. L'influenza
esercitata dai mass-media ha di fatto prodotto nell'uomo odierno
una tele-dipendenza, criptica e continua, che lo ha privato
della capacità di udire la voce della propria coscienza.
Gli effetti negativi di quella che può essere definita la tele-coscienza
sono tanto più vistosi quanto più netta è la negazione, ideologica
o di costume o di pigrizia o di ignoranza, della Verità e dei
contenuti della legge naturale.
L'uomo che non si ferma ad ascoltare, che ha perduto o non ha
mai esercitato la capacità di riflettere criticamente sui propri
atti, può affermare di non conoscere il dolore morale. L'ipertrofia
dell'Io, frutto della visione scientista contemporanea, lo porterà
a credere solo nella ragione come fonte dei principi morali
e, quindi, troverà facilmente ogni giustificazione.
Tutto questo non diminuisce l'enorme responsabilità morale che
egli ha verso se stesso e verso gli altri uomini. Ogni essere
umano, capace di intendere e di volere, deve comunque sempre
rispondere solo alla propria coscienza, che non può non esistere
essendo una caratteristica fondamentale della natura umana,
nella cui profonda intimità risuona la voce di Dio (7).
Lo stato di salute della coscienza
Come necessaria premessa al soggettivismo etico, la coscienza
è stata ridotta ad un epifenomeno naturalistico e, quindi, svuotata
dei valori e dei contenuti basilari, conducendo l'uomo all'oblio
di quella auto-coscienza critica (il conosci te stesso di Socrate)
della quale è il soggetto.
Ciò nonostante il riferimento alla libertà ed ai diritti della
coscienza viene ampiamente utilizzato proprio per giustificare,
in modo palesemente incongruo, quelle scelte e quelle azioni
che rappresentano una aperta violazione dei diritti naturali
della persona.
La coscienza è quel tipo di sapere di sé che affonda le sue
radici nello stesso centro di unità dell'uomo, nella percezione
di sé come Io, che lo accompagna per tutta la sua esistenza
(8). La coscienza morale che rappresenta l'intenzionalità dell'uomo
nella vita pratica, cresce con lui e durante il cammino subisce
tutte le insidie che nella vita odierna si compendiano in ciò
che abbiamo definito tele-coscienza. Lo stato di salute della
coscienza morale è stato in un certo senso oggetto di approfondita
analisi nelle due encicliche di Giovanni Paolo II: Veritatis
Splendor ed Evangelium Vitae, (7) nelle quali gli errori coscienziali
dell'uomo contemporaneo sono considerati in una prospettiva
profetica. Eccone alcuni concetti fondamentali in base ai quali
si puòcomprendere lo stato di salute della coscienza morale,
individuale e collettiva. La coscienza dell'uomo è pienamente
libera di determinarsi, la sua libertà si realizza nella ricerca
della verità, poiché una libertà non rivolta a tale ricerca
non sarebbe più libertà ma schiavitù. La verità piena può essere
trovata soltanto in Dio.
La libertà dell'uomo non è e non può essere illimitata altrimenti
si trasformerebbe nell'arbitrio e questo perché nella ricerca
della verità, ogni uomo non può non riconoscere che solo Dio
ha la conoscenza totale del bene essendo LUI solo il Bene.
Come creatura che ha ricevuto in dono gratuito la propria libertà,
l'uomo non ne soffre alcun limite, anzi la vive con gioiosa
pienezza, poiché Dio è dentro di lui e lo rende partecipe della
divinità se si fà strumento docile e consapevole dei disegni
provvidenziali. L'uomo che oscura la voce della propria coscienza
antepone la libertà alla verità per soddisfare le proprie passioni
e si ribella all'ordine voluto da Dio.
La verità non può negarsi nè venire a patti con se stessa. Non
esiste perchè viene accettata e non cessa di essere perché rifiutata.
Continua il suo cammino. Non si impone e non si nasconde, si
propone. Arricchisce ed illumina chi si dischiude alla sua luce.
L'esperienza del beneficio che reca si sperimenta solo quando
la si fruisce, non prima; la ricchezza del suo proporsi è colta
quando la si conosce e se ne vive integralmente e con integrità
e coerenza.
Le persone dalla volontà retta sono tali quando valutano in
verità l'esistere e solo quelle che sanno riconoscerne e rispettarne
le valenze hanno la volontà retta.
Sono persone rette quelle che, fedeli alla loro dignità di persona,
vanno imprimendo con fatica e perseveranza alla storia umana
una svolta più consona alla dignità delle persone, specialmente
degli esseri umani più deboli, la umanità dei quali fatica ad
essere riconosciuta e rispettata. Queste persone dalla volontà
retta, qualunque sia il contesto in cui vivono e il credo religioso
che ne ispira i dinamismi, coltivano la coscienza di sé, si
rendono conto della serietà della svolta culturale che ne coinvolge
il cammino e non indietreggiano dinnanzi alla responsabilità
di mettere in comune le potenzialità di mente, di cuore e di
opere, perché tutta la vita e la vita di tutti (E.V. n. 87)
sia rispettata, amata, difesa, servita (E.V. n. 5) (7). Ai peccatori,
coloro che hanno la coscienza malata, nel senso che può essere
debole, sorda o perversa, va ricordato che l'aiuto della Misericodia
di Dio è offerto ad ogni uomo che voglia uscire dai compromessi
e dalla iniquità. I capisaldi della morale cristiana oggettiva
impegnano, senza distinzione alcuna, tutti e per sempre.
L'orientamento dell'opzione fondamentale
La coscienza morale fondamentale costituisce l'attitudine
morale così come è vissuta dal soggetto e rappresenta la consapevolezza
generale che il medesimo ha dei valori morali nei confronti
dei quali si avverte responsabile.
Il giudizio (antecedente,concomitante,conseguente) che il soggetto
formula nella coscienza attuale riguardo alla qualità morale
dell'atto, deriva i propri criteri di discernimento dalla coscienza
fondamentale.
Pur trattandosi di un processo che nasce e si completa nella
ragione pratica, gli elementi che concorrono a determinare la
decisione morale, sia a livello fondamentale sia a livello attuale,
non hanno soltanto un'origine razionale.
La presenza imprevedibile di fattori esterni che determinano
l'urgenza e la necessità o i bisogni legati allo sviluppo di
un'azione può influenzare la gerarchia dei valori morali. L'etica
personalista indica chiaramente la gerarchia dei principi ai
quali fare riferimento nell'opera del discernimento etico. Il
valore centrale della persona è alla base della bioetica ontologica
personalista e diventa pertanto il criterio di discernimento
tra ciò che è tecnicamente possibile e ciò che è eticamente
lecito.
Il valore della persona ha un fondamento ontologico in quanto
riconosce la sostanzialità dell'essere della persona. La persona
è tale perché, prima per intrinseca potenza poi nell'estrinsecazione
degli atti, è un essere sussistente (capacità vitale autonoma),
libero (trova in se stesso la libertà), responsabile (si rivela
capace di auto-coscienza critica).
Il corpo umano riceve la compagine ontologica di umanità dal
principio spirituale, ( per cui noi conosciamo e siamo liberi)
che informa della sua energia le facoltà proprie sia della vita
vegetativa che sensitiva. Ne consegue che l'uomo rimane uomo,
nella sua unitotalità corporea e spirituale, anche quando non
esplica ancora o non riesce più ad esplicare le facoltà mentali.
La traduzione in etica di questi concetti, fondamentali e inalienabili,
sfocia in una formulazione di principi non paritetici (come
sostenuto dal relativismo etico) ma ordinati secondo una scala
di valori, indispensabile come guida all'azione che si compia
nel rispetto dei diritti della persona. L'ordine della scala
gerachica dei valori è il derivato spontaneo del significato
intrinseco che la retta ragione trova naturalmente in ogni principio.
Essi sono: 1) Il valore fondamentale della vita; senza la vita
(dono gratuito del quale ogni creatura risponde direttamente
e solamente al suo Creatore) tutti gli altri principi perdono
ogni significato. 2) Il principio di totalità o terapeutico;
la salvaguardia della unitotalità della persona negli interventi
terapeutici o diagnostici costituisce l'elemento-base di riferimento
per la protezione dell'uomo nei suoi diritti naturali. 3) Il
principio di libertà e di responsabilità; nella relazione inter-individuale
il rispetto dell'autonomia significa il riconoscimento del valore
della libertà come bene costitutivo dell'essere umano, unito
indissolubilmente a due peculiarità: la mia autonomia ha lo
stesso valore di quella dell'altro, essa non è disgiunta dal
senso di responsabilità per cui non posso anteporre il suo valore
ai principi che la precedono. 4) Il principio di socialità e
di sussidiarietà; l'uguaglianza dei diritti naturali per tutti
gli uomini che deriva dal primo principio deve ispirare la protezione
dei più deboli nei rapporti sociali e nella distribuzione della
ricchezza. L'accettazione dei principi sopra esposti scaturisce
da quelle fondamentali prese di posizione che l'individuo assume
nei confronti di sé, degli altri, di Dio e dell'intera esistenza.
Queste scelte od opzioni fondamentali nascono come un dovere
vitale al quale nessuno riesce a sottrarsi perchè anche coloro
che le rifiutano o credono di poterle evitare o addirittura
ritengono che il problema non sussista, in realtà, fanno una
non-scelta che influenza comunque il futuro in modo determinante.
Le opzioni non possono essere considerate semplici conclusioni
razionali perché in esse agisce sempre anche la libertà, quel
disporre di sé che l'uomo non basa soltanto sulla ragione ma
nel quale interviene tutta la persona con il suo passato, conscio
ed inconscio, e con le sue caratteristiche psichiche ed affettive.
Anche l'applicazione dei principi non è un puro atto della ragione.
A tale processo partecipa in vario modo tutto il soggetto con
le sue conoscenze, convinzioni ed attitudini morali (virtù o
vizi).
La decisione concernente il singolo caso, tanto più ha rilevanza
morale tanto meno può essere frutto dell'improvvisazione ma
deve scaturire dalla riflessione e dalla cultura che hanno mantenuta
elevata la conoscenza dei valori morali e della qualità delle
azioni. Il giudizio della coscienza attuale conserva il carattere
imperativo: "fa questo bene" ma l'energia etica fondamentale
dipende dal livello di sensibilità che l'individuo ha coltivato
nella sua coscienza.
Il dolore morale scaturisce dal conflitto tra coscienza attuale
e coscienza fondamentale, legato non solo ai singoli atti che
possono motivare il disordine morale ma avvertito anche come
un malessere o una insoddisfazione esistenziale la cui causa
può non essere colta, specialmente da chi non ama l'auto-coscienza
critica o ama troppo il proprio super-Io.
Il vuoto morale che può seguire il malessere esistenziale è
anche la conseguenza di una pigrizia dello spirito che toglie
all'uomo la forza di prendersi cura di sé come soggetto morale.
Questo "prendersi cura" è un dovere che non nasce da una costrizione
esterna, perché in tal caso sarebbe una schiavitù e non un dovere
morale, ma dall'esigenza, scritta nella profonda intimità di
ogni individuo, che l'uomo sia davvero uomo. Chi non si prende
cura di sé come soggetto morale tradisce la propria vocazione
umana, e in qualche modo ne subirà le conseguenze.
Il dolore dell'anima
Il dolore spirituale è aperto verso il mondo e verso Dio ed
è frutto di amore. Non può essere confuso con il dolore psichico
perché quest'ultimo si piega su se stesso, si separa dal mondo
e si esclude dall'amore di Dio.
Il dolore dell'anima non è una forma del dolore morale perchè
non scaturisce dai conflitti della coscienza; tale distinzione
può apparire artificiosa, inutile o eccessivamente speculativa,
in realtà ha la sua giustificazione perchè illumina il percorso
dell'uomo nella progressione di un travaglio spirituale. Anche
se è un concetto difficile da cogliere posso tentare di chiarirlo
con una esemplificazione. Una persona con un'altissima sensibilità
etica riconoscerà come errori morali atti che gli altri considerano
normali e quindi, avendo una soglia molto bassa verso il dolore
morale, avvertirà il disagio morale in situazioni che lasciano
gli altri indifferenti.
Di ciò egli risponderà solamente alla sua coscienza, indipendentemente
dal fatto che sia chiuso verso Dio oppure, anche accettando
la presenza di Dio, non viva la sequela di Cristo. La stessa
persona si converte e rivoluziona l'opzione fondamentale con
la radicale adesione al Dio Trino, che ci ha redento attraverso
il dolore fino alla morte in croce del Figlio Unigenito. In
tale nuova condizione, al dolore morale, analogo a quello già
descritto, farà seguito anche il dolore dell'anima perchè suscitato
dall'amore di Dio.
Il dolore spirituale ha poi la caratteristica di estendersi
con la crescita spirituale, come è descritto nell'esperienza
dei grandi santi, i quali soffrono per le offese fatte a Dio
dagli altri uomini. Il dolore dell'anima è suscitato dall'amore
di Dio perché nell'uomo che accoglie l'invito a convertirsi,
la fede e la carità sono un dono gratuito dello Spirito di Dio.
Alcune descrizioni, colte dalla letteratura, ci possono aiutare
a comprendere la ricchezza e la multiforme estensione del dolore
dell'anima. Esperienza emblematica e molto nota dell'atteggiamento
dell'uomo dinnanzi al dolore è quella riferita da Sant'Agostino
che si sentì travolto dalla morte di un amico di infanzia: con
lui aveva condiviso gioie e aspirazioni, e la sua assenza era
un supplizio che sembrava insostenibile. Più di ogni altro sentimento
era tormentato dall'incessante richiesta di un perché: << Ero
diventato a me stesso un grande enigma: interrogavo la mia anima
perché ero triste, perché mi conturbava tanto e non sapeva darmi
risposta>> (9).
L'acuta auto-osservazione del Vescovo di Ippona mette in luce
quella che sembra essere la principale peculiarità del dolore
umano: la sua esperienza è sempre unita ad una richiesta di
senso, che a volte si esprime nella domanda, in apparenza banale
ma pressante, "perché ?". L'interrogativo appartiene ai problemi,
esistenziale ed ontologico, del dolore sui quali tornerò più
avanti. Nelle sue lettere dal fronte, Pierre Teilhard De Chardin
risponde alla sorella, angosciata per la morte dello zio: "...tu
analizzi, con grandissima e penetrante esattezza, la sofferenza
di dimenticare coloro che amiamo.
Esiste tutta una categoria di sentimenti stranamente dolorosi....Sono
quelli che straziano interiormente l'anima, opponendo i suoi
più vivi determinismi ai suoi più vivi affetti....non poter
amare a sufficienza coloro che ci amano in modo commovente mentre
vorremmo a tutti i costi amarli...l'anima si trova davvero come
squarciata e lacerata intimamente dal gioco delle stesse potenze
che la costituiscono e si rivelano dotate di una misteriosa
complessità(10). Le vette del dolore spirituale sono descritte
dai mistici quando partecipano con tutta la persona ai dolori
del Dio Redentore per i peccati del mondo. Tra le innumerevoli
esperienze descritte dai santi di tutte le epoche, è sufficiente
ricordare quella vissuta da Francesco di Assisi nel momento
in cui ricevette le stimmate sul Monte Averna.
Ciò che traspare, pur rimanendo incomprensibile a chi non può
ovviamente provarlo su se stesso, è la trasformazione operata
dal dolore spirituale nelle profondità dell'Io: unendosi all'esaltazione
mistica dell'anima, il dolore fisico più intenso si trasforma
in gioiosa offerta riparatrice a beneficio di tutti gli uomini.
Una pura sofferenza spirituale è vissuta dalla persona che,
dopo aver avuto un'intensa esperienza dell'amore di Dio, precipita
all'improvviso nella notte della fede.
Impressionante è la narrazione autobiografica fatta da Teresa
di Lisieux morta a 24 anni (il 30 settembre 1897) di tubercolosi
polmonare:
<<...il Venerdì santo (2-3 aprile 1896) Gesù volle darmi
la speranza di andare presto a trovarlo in Cielo...rientrai
nella mia cella, ma appena posata la testa sul cuscino sentii
un fiotto salire gorgogliando fino alle mie labbra. Non sapevo
cosa fosse, ma pensavo che forse stavo per morire, e la mia
anima era inondata di gioia....mi dissi che dovevo aspettare
fino al mattino per assicurarmi della mia felicità, dal momento
che mi sembrava di aver vomitato sangue. Il mattino...svegliandomi
pensai che avevo qualcosa di bello da conoscere e, avvicinandomi
alla finestra potei constatare che non mi ero sbagliata....La
mia anima fu piena di una grande consolazione, ero intimamente
persuasa che Gesù voleva farmi sentire una prima chiamata, proprio
nel giorno della sua morte..... Godevo allora di una fede così
limpida e chiara che pensare al Cielo era la mia unica felicità;
non potevo credere che esistessero degli empi senza fede. In
quei giorni Gesù mi fece sentire che esistono veramente delle
anime che non hanno fede....Egli permise che la mia anima fosse
invasa dalle tenebre più fitte e che il pensiero del Cielo,
così dolce per me, diventasse un argomento di lotta e di tormento...improvvisamente
le nebbie che mi cirondavano divennero più fitte, penetrando
nella mia anima e avvolgendola in modo tale che non mi era più
possibile ritrovare in essa l'immagine così dolce della mia
Patria: tutto è scomparso! Quando voglio far riposare il mio
cuore, affaticato dalle tenebre che lo circondano, il mio tormento
diventa più grande per il ricordo del paese luminoso verso il
quale aspiro; ho l'impressione che le tenebre, assumendo la
voce dei peccatori, rendano la notte ancora più profonda: la
notte del nulla....quando canto la felicità del Cielo, l'eterno
possesso di Dio, dei peccatori si prendono gioco di me dicendomi....rallegrati
della morte, che ti darà non quello che speri, ma non provo
alcuna gioia, perché canto semplicemente ciò che VOGLIO CREDERE>>
la prova della notte di fede durerà fino alla morte di Teresa
(11). |
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4)
Gli aspetti esistenziali del dolore
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L'atteggiamento di fronte al dolore è legato intimamente alle
caratteristiche psico-fisiche della persona nelle quali confluiscono,
nel modo proprio di ogni individuo, sensibilità, forza del carattere,
educazione ricevuta, cultura, condizione sociale, tipo di lavoro,
credo religioso, stato familiare e rapporti con l'ambiente,
vissuto personale.
E' difficile pertanto che si possa ridurre il problema esistenziale
del dolore ad uno schema che abbia un valore generale.
La sofferenza nel pensiero filosofico
La stessa incomprensibilità della sofferenza ci aiuta a comprendere
perché per secoli, sulla scia di Platone, la filosofia abbia
negato che la sofferenza appartenga al campo del razionale.
Rispetto al lucido conoscere razionale cui intende dedicarsi
la filosofia, le situazioni emotive, come l'angoscia, la nausea,
la noia, rientrano alla fine nel mondo inconscio e passivo delle
passioni, cioé di quella zona oscura del mondo psichico
che l'uomo avverte con i tratti dell'indominabilità.
La filosofia moderna ha, invece, introdotto la sofferenza nella
sua riflessione perché ineliminabile come fatto esistenziale,
dando origine ad una varietà polimorfa di fusioni cui possono
anelare pensiero e sofferenza.
L'indeterminazione che regna in queste fusioni è bene espressa
da un titolo evocativo, ideato da Carlo Emilio Gadda, come cognizione
del dolore, in cui è lasciato sapientemente indeciso se
della conoscenza il dolore sia semplicemente l'oggetto inquietante
per eccellenza o non anche il soggetto, perché è anche vero
che il dolore genera e sviluppa la conoscenza. Infatti, il dolore
è dotato costitutivamente di qualità rivelative idonee ad illuminare
le regioni più oscure della coscienza.
Questo è vero per la Bibbia ebraica che, dal frutto dell'albero
della conoscenza, simbolo del " primo peccato " la disobbedienza
a Dio dei progenitori, fa dipartire l'intera via crucis
dell'umanità e sentenzia nel Qohelet: "Molta sapienza, molto
affanno; chi accresce il sapere, aumenta il dolore".Il pessimismo
radicale della filosofia moderna non esita a fare propria tale
sentenza, e lo fa, tra gli altri, per bocca del filosofo amburghese
Arthur Schopenhauer che nel suo libro Il mondo come volontà
e rappresentazione, ha scritto: << Nella stessa misura in
cui la conoscenza perviene alla chiarezza, e la coscienza si
eleva, cresce anche il tormento, che raggiunge il suo massimo
grado nell'uomo; e anche qui tanto più, quanto più l'uomo distintamente
conosce ed è più intelligente. Quegli in cui vive il genio soffre
più di tutti>>
Nella nostra epoca, l'esistenzialismo, erede della lezione nietzschiana
che in una prospettiva nichilista insegna a dire sì alla vita
persino nei suoi aspetti più crudeli e dolorosi, si è trovato
a porre la sua meditazione fra le due insidie, quasi simboliche,
massime sorgenti di sofferenza, il cancro e la bomba atomica.
Nel suo atteggiamento esistenziale, il pensiero filosofico si
qualifica per aver intravisto la rigorosa dipendenza esistente
tra le idee, in quanto oggetto puro del pensiero, e le modalità
psichiche, cioè le situazioni emotive attraverso le quali sono
pensate. In questo senso l'esistenzialismo nelle sue diverse
espressioni, filosofiche e artistiche, ha attribuito una particolare
valenza conoscitiva a situazioni emotive come l'angoscia, l'ansia,
la nausea, la noia.
Questa è la ragione profonda per cui la filosofia "esistenziale"
del Novecento può distaccarsi dalle posizioni di Platone ( che
ha escluso i poeti dalla sua Repubblica perché si dilettano
di illusioni e di imitazioni) e stringere nuovi legami con la
poesia. Prende questa sua posizione partendo da una interpretazione
data dallo storico della religione greca Walter Friederich Otto
a questo verso di Omero: "Questo vollero i Numi, e decretarono
rovina agli uomini perché ci fosse canto per la generazioni
venture".
Dalla poesia, che ha custodito nella sua parola il lamento dell'umanità
sofferente, l'uomo trae l'insegnamento fondamentale, secondo
cui anche il suo riflettere sul senso della sofferenza è possibile
unicamente perché lo spirito del canto e del logos è
presente, originariamente, nel profondo di quella sofferenza.Un
insegnamento questo che può alimentare tanto la poesia quanto
la filosofia della fede, che cioè, al di là di tutti gli smarrimenti
e di tutte le lacrime, ci sia un senso, che cioè in pricipio
ci sia il Verbo.
In presenza del Nulla, la fede che alimenta la poesia è la stessa
che sorregge la filosofia portata all'angoscia in quanto espressione
emblematica della sofferenza umana.
Alla ricerca di una risposta più personale
Non sempre il dolore vissuto implica nell'individuo l'esame
della questione teologico-filosofica del male, cioè del problema
ontologico (vedi avanti); molte volte, invece, l'uomo che soffre
cerca una risposta più immediata e soprattutto più personale.
Nell' incontro molto singolare con la sofferenza, fisica o morale,
non è possibile indicare una procedura unifome che sia riconoscibile
in tutti i casi; eppure è possibile rilevarvi, nella varietà
infinita delle circostanze personali, comportamenti ricorrenti
che derivano dalla nostra umanità.Una forma che si incontra
nelle persone più sensibili è la richiesta di senso che
affiora nell'uomo sofferente, riferita al significato dell'evento
doloroso da cui si è colpiti, domanda che conduce il soggetto
stesso a conoscere in modo più profondo e complesso la propria
umanità.
La persona, così, scopre i limiti che le derivano dalla corporeità,
sperimenta in modo nuovo la paura del futuro, cerca una forza
di superamento nella propria spiritualità.Riferendosi a questo
specifico atteggiamento della persona umana, Giovanni Paolo
II scrive nella Salvici Doloris:
<< Anche se all'uomo sono note e vicine le sofferenze
proprie del mondo degli animali, tuttavia ciò che esprimiamo
con la parola "sofferenza" sembra essere particolarmente essenziale
alla natura dell'uomo. Ciò è tanto profondo quanto l'uomo, appunto
perché manifesta a suo modo quella profondità che è propria
dell'uomo, ed a suo modo la supera. La sofferenza sembra appartenere
alla trascendenza dell'uomo: essa è uno di quei punti, nei quali
l'uomo viene in un certo senso destinato a superare se stesso,
e viene a ciò chiamato in modo misterioso >> (7).
Benchè il compito di soffrire vada adempiuto in proprio, l'isolamento
o la solitudine lo possono rendere molto più gravoso. Perciò,
la compassione degli amici verso chi soffre dà sollievo non
tanto perché si pensa che gli altri portino una parte del peso,
ma più efficacemente perché ci si sente amati e questo consola
(12).
Nella realtà contemporanea, frequentemente la reazione dell'uomo
al dolore sembra assumere anche altre forme, diverse da quella
che può essere considerata una domanda di senso, proprio perchè
i fattori che intervengono nella reazione hanno un peso che
cambia da un individuo all'altro.
Ogni uomo sofferente percorre una specie di itinerario personale,
orientandosi verso l'accettazione o il rifiuto del dolore. In
entrambe le direzioni vengono attraversati diversi stadi che
possono essere o positivi, nei quali la volontà si conserva
uno spazio di libertà, oppure negativi, nei quali la libertà
è sommersa dalla paura. Inoltre, durante il percorso si sovrappongono
importanti componenti psicologiche che possono emergere o rimanere
nascoste, ma che non possono comunque essere trascurate nella
lotta contro il dolore e se si vuole essere di aiuto o portare
qualche conforto alla persona che soffre. Certamente, il dolore,
come scrive Louis Lavelle: "ci conferisce una straordinaria
intimità con noi stessi;...approfondisce e scava la coscienza,
vuotandola di colpo di tutti gli oggetti di preoccupazione o
di divertimento che fino ad allora bastavano a riempirla" (13).
Con il rifiuto del dolore, la persona subisce una caduta di
libertà. In questo percorso, una prima fase può essere quella
dell'abbattimento, spesso dovuta proprio al dolore, la cui intensità
sembra assorbire tutte le nostre energie; talvolta si tratta
di una forma di auto-difesa, che nell'inattività cerca di placare
la propria sensibilità sconvolta.
Con la reazione di ribellione si vorrebbe ricacciare nel nulla
il fatto doloroso dal quale si è profondamente turbati. Non
si accetta la inevitabile sottomissione della natura umana alla
legge del dolore ed emerge un disturbo comportamentale di rabbia,
di delusione, di angoscia, di ostilità verso gli altri tanto
più assurda quanto più profonda è la rivolta verso il dolore,
anch'essa come la precedente, segno di passività, di schiavitù
nei confronti di una realtà da cui ci si sente dominati.
Il terzo stadio può essere quello dell'isolamento, nel quale
l'uomo sofferente si separa progressivamente dagli altri, come
se avesse perduto ogni speranza di aiuto, conseguenza della
delusione prodotta dall'incomprensione e dall'indifferenza che
egli sente nell'ambiente Allora la domanda "perché a me" acquista
una valenza negativa giacché porta l'individuo a ritirarsi in
se stesso e ritenere impossibile ogni solidarietà o comprensione
verso la sua sofferenza.
L'isolamento può nascere spesso dalla ribellione e non di rado
conduce ad un quarto stadio, quello della compiacenza: compare
una voluttà auto-commiserante, quale rivolta contro il mondo
e gli altri; il proprio dolore è vissuto come eccezionale, come
una lotta solitaria di cui tutti dovrebbero essere spettatori
(13).
Ben a ragione si parla di chiamata , come ad un compito da adempiere,
del quale può rispondere solo colui che è toccato da quel dolore.
In tal senso è stato affermato che non c'è nulla di più intrasferibile
del dolore: "sono io che devo soffrire e nessuno può farlo al
mio posto". Rinvenire in questi atteggiamenti una caduta di
libertà in quanto segno di passività verso la realtà, può apparire
paradossale a chi sostiene che l'uomo può e deve vivere la sua
libertà come meglio crede, sganciata da altri valori.
E' questa in fondo la base del nichilismo di Nitche. Parlando
del dolore della coscienza, invece, abbiamo ricordato come l'individuo
per vivere con piena dignità il suo essere uomo debba subordinare
la propria libertà alla Verità, perché in Essa trova la forza
per affrontare il mistero della sofferenza. Chi rifiuta di subordinare
la propria autonomia alla legge di Dio, subisce il predominio
culturale del tecnicismo, dell'efficienza e dell'utilitarismo;
allora, vive il dolore come una mancanza oppressiva, una perdita
insopportabile (incapacità di svogere un certo lavoro, impossibilità
di raggiungere gli obiettivi perseguiti). Quando non è possibile
sconfiggerla o nasconderla, la sofferenza mette in crisi la
manipolazione vincente e impedisce il successo dell'efficienza;
in essa è paventata una minaccia per ciò che si ha e si vorrebbe
possedere, dimenticando la ricchezza di ciò che si è e si può
diventare (14).
Seguendo invece un itnerario positivo, l'uomo sofferente giunge
alla scoperta del valore nel dolore. Lo stadio iniziale può
essere quello dell'avvertimento e della consapevolezza che una
nuova realtà, diversa da quella che avremmo voluto, si è insinuata
in noi creando una disarmonia o una frattura nel nostro essere.
La persona, raccogliendo tutte le sue energie, cerca allora
di recuperare la propria unità, di ritrovare l'armonia con il
reale. E' un momento difficile perchè una parte dell'energia
disponibile è assorbita dalla lotta per sopportare il dolore,
e una parte si disperde nel vortice della paura suscitata dalle
possibili conseguenze del dolore (malattia inguaribile e morte).
La quota di energia disponibile nella lotta contro il dolore
dipende, allora, da come l'individuo saprà liberarsi dalla pressione
conformistica della società multimediale, per ritrovare la propria
coscienza distaccandosi dalla telecoscienza e dalla massificazione.
Facendo appello alla sua razionalità, grazie alla sua libertà,
l'uomo è in grado di affrontare e sostenere gli eventi dolorosi
se raggiunge un gradino superiore nella propria maturazione
personale. In questo processo di maturazione interiore è necessario
essere temprati, come insegna il beato Josemarìa Escrivà "nella
forgia di dolore che accompagna tutte le persone che amano"(15).
Con grande realismo, fondato su di un'esperienza umana fuori
del comune e dettato da una spirito sapienziale, Josemarìa Escrivà
ha definito il dolore un'autentica scuola da "frequentare con
profitto" per giungere alla maturità della persona ed osserva
con assoluto realismo che: <<l'insegnamento cristiano
sul dolore non propone un programma di facili consolazioni.
E' in primo luogo, una dottrina di accettazione della sofferenza,
la quale di fatto è inseparabile dalla vita di ogni uomo.....Sarebbe
ingenuo negare l'esistenza del dolore e dello sconforto, della
tristezza e della solitudine nel nostro pellegrinaggio terreno.
Dalla fede abbiamo appreso con certezza che tutto ciò non è
frutto del caso e che il destino delle creature non consiste
nel progressivo annientamento dei loro desideri di felicità....
Tuttavia, questa comprensione soprannaturale dell'esistenza
cristiana non semplifica la complessità umana; ma dà all'uomo
la sicurezza che tale complessità può essere attraversata dal
nerbo dell'amore di Dio, dal forte e indistruttibile cavo che
lega la vita di quaggiù con la vita definitiva nella Patria>>(15).
Attraverso lo sforzo che compie per ritrovare l'armonia con
il reale, la persona sofferente va incontro ad un affinamento
della sua sensibilità, avverte una percezione più acuta del
suo corpo e dalla sua interiorità.
Si verifica, quindi, nell'orientamento positivo contro il dolore,
un approfondimento della coscienza, la quale, invece di limitarsi
a rimpiangere uno stato di benessere ormai perso, scopre nel
dolore un arricchimento della propria esperienza e una spinta
verso l'ascesa.
Seguendo questo cammino la persona supera il rifiuto istintivo
dell'evento doloroso e vi scopre un legame con il mondo e con
gli altri; giunge così alla comunione, ossia alla persuasione
che nella sofferenza è racchiusa la possibilità di una comunicazione
con il prossimo ancora più intima e duratura, che oltrepassa
l'individualità materiale.
La persona che accetta coraggiosamente il dolore opera una purificazione
del suo spirito in quanto si libera dalla mera rassegnazione
passiva ed esercita un'attiva auto-interrogazione dinanzi a
ciò che risveglia la coscienza (13).
Il coraggio, come avviene in altre attitudini umane, è una caratteristica
molto individuale, ma nella persona che vive il dolore intenso
di una malattia inguaribile assume connotazioni particolari
e sorprendenti, come possono testimoniare gli operatori sanitari
che si accostano al malato con spirito di comprensione e che
sono disponibili all'ascolto.
Le anime semplici, secondo lo spirito del vangelo, che riconoscono
il limite della ragione e trovano una sicura àncora nel mistero
di Dio, dimostrano un coraggio indescrivibile e affrontano anche
grandi sofferenze con una serenità che stupisce e commuove ogni
volta che la si incontra. Questa testimonianza invita ad approfondire
il significato ontologico del dolore. |
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5)
Il valore ontologico del dolore
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Di fronte ad un avvenimento tragico come il terremoto di Lisbona
del 1755 destinato a lacerare il secolo dei lumi, l'irridente
e satirico Voltaire si vede costretto ad indossare, secondo
una dichiarazione di Federico II di Prussia, "i panni del Giobbe
moderno" che si chiede:<< perché l'innocente subisce alla stessa
maniera del colpevole, questo male inevitabile? Io so di essere
nulla, come so, dal fondo del mio nulla, che non devo interrogare
l'Essere degli esseri; ma mi è permesso, come a Giobbe, di elevare
i miei rispettosi lamenti dal seno della mia miseria. E ciò
perché, quando l'uomo osa gemere di un flagello così terribile,
egli non è affatto orgoglioso. No, egli è sensibile>>.
Rousseau, non può tollerare questo filtrare del lamento di Giobbe
attraverso le rigide maglie del ragionamento filosofico e in
quanto vi scorge (discepolo di Agostino) una contestazione della
Provvidenza. E i filosofi atei che contestano la Provvidenza
non sono affatto ragionevoli (16).La protesta atea nei confronti
della sofferenza umana, protesta che giunge appunto a negare
l'esistenza di Dio, rappresenta spesso l'opposizione speculare
ad una visione tanto ottimistica dell'essere divino tale da
apparire in fondo estranea e lontana dalla negatività e dalla
problematicità dell'esistere dell'uomo.
In un certo senso, si giustificano così, la protesta ed il rifiuto
nei confronti di un Dio che sembra legato soltanto alla compostezza
della quiete e dell'ordine mentre sembra totalmente distaccato
dal disordine della miseria, della malattia e della morte.
E' necessario prendere in seria considerazione gli interrogativi
scaturenti dal dolore senza costruire tutto un discorso su Dio,
sulla sua grandezza, sulle prove della sua esistenza, che in
realtà prescinde totalmente dall'esperienza della negatività
e del male.
La domanda emergente dalla sofferenza si era già posta in tutta
la sua gravità al popolo di Dio antico-testamentario: infatti
le prime pagine della Genesi sono state scritte anche per rispondere
a tale problematica.
La visione propria della parola di Dio può essere condensata
nelle seguenti affermazioni strettamente correlate tra loro:
- la sofferenza non viene da DIO; - non deriva da un principio
del male; - è legata alla libertà dell'uomo, al peccato.
La sofferenza umana non viene da Dio
Alla luce di tutto l'insegnamento biblico, il legame peccato-sofferenza-morte
è oggettivo, intrinseco, in quanto per l'uomo scegliere il peccato
significa scegliere il proprio male, la non realizzazione autentica
di sé, tendenzialmente la propria morte.
Come si evince da libro dei Proverbi: " chi mi offende, distrugge
se stesso" (Pro 8,36).Dio è il "Signore amante della vita"
(Sap 11,26), pertanto l'origine del male e della sofferenza
che da esso deriva, esistenti nella storia, non è da ricercare
in Dio bensì nella libertà dell'uomo.Il primo uomo non si è
fidato di Dio, ha rotto l'alleanza con lui: a questa rottura
sono conseguite la sofferenza e la morte, precisamente, perché
è nella relazione con Dio che l'uomo trova la sua piena realizzazione,
e, quindi, lontano da essa non ci può essere se non dolore e
distruzione.Rifiutando Dio, l'uomo rifiuta la felicità e la
vita, non può, quindi, che incontrare il dolore, la sofferenza
e, in ultima analisi, la morte.
Se il dolore e la sofferenza esistono nel mondo, non è a causa
dell'inesorabile e inflessibile giustizia divina; bensì perché
l'illusione dell'uomo di fare da sé, di bastare a se stesso,
è appunto una tragica illusione.
Nella conclusione del " discorso della montagna " ( Mt
7,24-27) appare chiaro che la benedizione e la maledizione non
sono comminati dall'esterno da Dio, ma sono intrinseche alle
scelte che l'uomo fa: se la casa costruita sulla sabbia crolla,
non è perché Dio la fa crollare mandando il castigo della pioggia
e dei venti, ma è perché è costruita sulla sabbia, e se l'altra,
invece, sta salda nonostante tutte le avversità è precisamente
perché è costruita sulla roccia.La ricerca, allora, per quanto
concerne le cause del dolore e della sofferenza non va indirizzata
immediatamenete nella direzione di Dio, bensì in quella dell'uomo
e più propriamente nell'impiego che egli fa della sua libertà.
Relazione tra libertà e sofferenza umana
Si danno, infatti, differenti tipi di sofferenza in relazione
al cattivo uso della libertà
Ci sono in effetti un male e una sofferenza che dipendono
dalla cattiveria, dalla disattenzione, dall'incuria dell'uomo;
si pensi, ad esempio: - al fenomeno di frane o di alluvioni
dovute ad un disboscamento dissennato o a scelte economiche
unilaterali che privilegiano l'indunstria e non l'agricoltura,
il commercio il turismo e la città e non la cura per il terreno
o la coltivazione della campagna; - agli incidenti stradali
causati dall'inosservanza delle norme stradali di sicurezza;
- alle guerre, alle persecuzioni, alla fame delle popolazioni
più povere, prodotti diretti dell'arroganza, della ferocia e
della cupidigia degli uomini.
C'è una sofferenza legata alla limitatezza dell'uomo,
al suo non avere capacità sufficienti per poter provvedere a
tutto, ma è prevedibile che tali sofferenze diminuiranno tenendo
conto delle possibilità di incremento delle limitate conoscienze
umane: - i terremoti e gli uragani si potranno forse in futuro
prevedere in anticipo in modo da poter approntare adeguati rimedi;
- malformazioni oggi congenite si potranno evitare o sanare;
- malattie inguaribili potranno essere debellate.
Esistono, quindi, una peccaminosità o cattiveria dell'uomo,
una sua limitatezza e una sua caducità che appartengono alla
fragilità creaturale dell'essere umano. Ad essa è connessa la
morte, di qui anche derivano angustia e insoddisfazione.L'inquietudine
di cui parla sant'Agostino: " O Signore ci hai fatti per Te,
e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te " ( Le
Confessioni, L. 1,1).
Nell'affermazione scientifica, post-illuministica, che il mondo
è in evoluzione e, quindi, se evolve, progredisce, si suppone
che ci sia qualcosa che deve evolvere e progredire, ed è compreso,
anche, inevitabilmente, il tema della limitatezza dell'uomo
che rappresenta per alcuni aspetti la faccia negativa del concetto
evoluzionista.Da ciò dipendono, e ne sono anche il segno, alcuni
tipi di difficoltà e di dolore.Ma è chiaro che la limitatezza
dell'uomo non è frutto della "cattiveria di Dio" essendo solo
l'altra faccia dell'affermazione che l'uomo è creatura, e non
il Creatore (17).
La parola di Dio stabilisce uno stretto legame tra limitatezza-carnalità
e peccaminosità dell'uomo e collega il dolore al peccato. Proviamo
ad interrogarci in un contesto esistenziale che comprende tutti
gli uomini.
* Quanto di quello che noi non sappiamo, per esempio sulle cause
di alcune malattie è effettivamente connesso alla limitatezza
umana e quanto invece è dovuto al fatto che le risorse sono
indirizzate male in modo disonesto, o, addirittura a perfezionare
strumenti di morte e non invece ad approntare strumenti di pace
e di guarigione?
* Quanto della sofferenza di un handicappato è legato al fatto
che vive in una società fondata su falsi valori (apparenza,
bellezza, efficienza) e quindi poco solidale?Anche qui non è
necessario risalire a Dio chiedendo a " Lui " perché? Una lunga,
infinita concatenazione di cause la si può trovare nella linea
della libertà dell'uomo, della sua carnalità, del suo
peccato.
Gli amici di Giobbe
Radicalmente fuorviante è l'interpretazione del legame sofferenza-peccato
dell'uomo come castigo di Dio, proprio perché il razionale finora
tracciato sul rapporto sofferenza/peccato permette di escludere
apoditticamente che l'origine del dolore sia da ricercare in
Dio. La visione rigidamente " retribuzionista " viene
sostenuta dagli amici che sono andati ad interrogare Giobbe
immerso nel più grande dolore. La stessa visione riappare, anche
se con un'altra veste, nell'interpretazione biblica di Lutero
e di Calvino.
Secondo tale concezione, il benessere ed il successo in questa
vita sarebbero segni inequivocabili della benedizione divina
connessa con l'osservanza della legge o con la predestinazione
alla grazia. Mentre la disgrazia o la malattia sarebbero il
segno della punizione di Dio per il peccato commesso.
Giobbe respinge, decisamente, questa interpretazione retribuzionistica
in quanto è cosciente della sua fedeltà a Dio. Ma soprattutto,
tale visione sarà radicalmente esclusa da Gesù: << Mentre passava,
vide un cieco dalla nascita. I suoi discepoli gli domandarano:
" Rabbì, chi ha peccato Lui o i suoi genitori, perché egli nascesse
cieco? Rispose Gesù: " Né lui ha peccato né i suoi genitori
">> (Gv 9,1 ss). In questo senso il dolore che deriva dalla
libertà dell'uomo, non è legato alla limitatezza di questo o
di quell'individuo o di quel popolo, ma al peccato originale
(la prima ribellione dell'uomo a Dio), che è per noi oggi un
dato di fatto, antecedente alla libertà dei singoli, nel contesto
del quale, essa viene esercitata (16).
La sofferenza deve essere un richiamo alla nostra responsabilità
L'affermazione che lega il dolore al peccato dell'uomo è un
invito a renderci conto se non ci sono corresponsabilità anche
nostre, dirette, indirette o da omissione, nei confronti della
sofferenza esistente nel mondo (il peccato originale si attualizza
e rivive nei peccati personali).
A ben guardare con la retta coscienza nel proprio passato si
scoprono innumerevoli situazioni nelle quali siamo stati i principali
responsabili o ci siamo resi corresponsabili in diverso modo
di condizioni generatrici di sofferenza.
Oggi è difficile non riconoscere una corresponsabilità di tipo
strutturale nella colpa, in cui siamo invischiati dai rapporti
e dai legami a livello mondiale, nei confronti della miseria
e dell'oppressione di popoli e di gruppi a noi lontani. Basta,
al riguardo, un non-sufficiente impegno per costruire una società
più solidale, aperta e fondata, non su i falsi, ma su i veri
valori.
La coscienza di colpa deve essere risvegliata proprio a motivo
della crescente interdipendenza sociale del nostro agire e della
nostra responsabilità che oggi trascende di gran lunga la sfera
di chi ci sta accanto. " Possiamo renderci colpevoli non solo
per ciò che noi stessi facciamo o non facciamo ad altri, ma
anche per ciò che permettiamo accada ad altri.
Ciascuno è chiamato a riconoscere questo irretimento nella colpa
e a opporvisi con tutte le forze" (18).
La Provvidenza
Una credenza da " castigo di Dio ", oltre a rimandare ad un'idea
errata di Dio, può anche essere un modo per scaricarsi delle
proprie responsabilità. Un significato analogo, anche se sul
versante opposto, ma con maggiori implicazioni coscienziali,
acquista il pensiero dell'ateo che rifiuta l'idea di Dio perché
non giustifica né sa spiegarsi la sofferenza dell'innocente.Se
tutto dipende da Dio, nella sua onnipotente/onnipresente provvidenza,
perché non impedisce ogni genere di disgrazie che colpiscono
buoni e cattivi o il decorso inesorabile di malattie inguaribili?Il
discorso più " Teocentrico " della creazione (tutto è stato
creato da Dio: non esistono altri principi che Lui) è anche
il più " antropocentrico " perché tutto è affidato alla responsabilità
dell'uomo.
Quindi dipendenza da Dio e autonomia del mondo e dell'uomo crescono
insieme, perché Dio crea l'uomo a propria immagine dotato di
una sua libertà e di una sua indipendenza.Dio rispetta pertanto
questa libertà e non interviene a sospenderla ogni volta che
l'uomo sbaglia.
Normalmente, Dio provvede all'esistenza di tutte le cose, rispettando
le leggi della natura e del creato, proprio perché essi evolvano
nell'autonomia che Lui ha stabilito." La Provvidenza di Dio
non rappresenta qualcosa di sostitutivo o di concorrenziale,
ma è l'origine e la garanzia dell'autonomia del mondo e della
libertà dell'uomo....La fede cristiana nella Provvidenza non
conduce né al fatalismo né alla passività nei confronti del
mondo e della storia....L'affidarsi a Dio, inteso come pienezza
della fede, e l'impegno attivo, diretto per conformare la storia
al volere di Dio, rappresentano i due aspetti, che si vincolano
reciprocamente, della fede nella Provvidenza " (19).
Possiamo così giungere ad alcune riflessioni conclusive:
· l'uomo non deve disperarsi di fronte alla sofferenza
· la sofferenza non è il segno di un ineluttabile castigo divino
· l'uomo non deve rassegnarsi al dolore
· il soffrire non è manifestazione di un insuperabile principio
del male
· è dovere primario di ogni uomo quello di impegnarsi a togliere
il più possibile il dolore che c'è e ad usare bene della propria
libertà, per non contribuire ad incrementarlo.
La sofferenza dell'innocente
Dopo il cumulo straordinario di sofferenze subite direttamente
dal popolo ebraico in conseguenza della ferocia nazista, di
fronte alla sofferenza attuale, mite e silenziosa, dei poveri
più poveri, o di un bambino, nel quale il dolore è prodotto
da una granata sparata alla cieca da un nemico crudele o è causato
da una malattia incurabile, si pone l'interrogativo se e come
sia possibile parlare ancora di un Dio provvidente, di un Dio
onnipotente e misericordioso, di un Dio alleato dell'uomo.
La visione atea non risolve il problema: tolto Dio, non è ancora
tolto alcun dolore e a nessuna domanda viene data risposta.
Chi protesta contro Dio non dovrebbe dimenticare che la sua
stessa protesta vive del tacito presupposto di Dio che lui espressamente
nega." E' proprio vero che dopo Auschwitz non si può più credere
in Dio? O forse non è vero che dopo Auschwitz si deve credere
in Dio se non si vuole spogliare della loro dignità e significatività
i morti e tutti coloro che hanno sopportato una sventura all'apparenza
insensata? O forse, a chi nega l'esistenza di Dio perché il
nostro mondo è così terribilmente tenebroso, dopo questa negazione
il mondo apparirà più chiaro ? "(20).
L'aspirazione dell'uomo alla felicità senza ombre impone, piuttosto,
un problema ancor più inquietante: la protesta contro la sofferenza
diventa, forse, sensata e giustificata soltanto là dove il soffrire
viene sperimentato come qualcosa che non dovrebbe esserci.
" Il problema di Dio e della sofferenza risultano strettamente
congiunti. Noi non potremmo, infatti, soffrire per la situazione
in cui viviamo se non avessimo almeno una pre-comprensione implicita
di un'esistenza non deteriorata, ma felicemente realizzata.....perché
come uomini tendiamo alla salvezza, sperimentiamo pure la nostra
situazione di non salvezza e ci ribelliamo. Se non si desse
la " nostalgia del totalmente altro " ci accontenteremmo di
quel che c'è ed accetteremmo quello che non c'è " (21).
Per sottolineare con chiarezza la responsabilità dell'uomo
poniamoci la domanda: -Auschwitz è segno di Dio che si è dimenticato
dell'uomo, o è segno dell'uomo che si è dimenticato di Dio?
E, avendo dimenticato Dio, è caduto in preda alla barbarie,
in questo caso al regime nazista, ideologia totalitaria fino
a diventare << religione alternativa>>? (espressione usata da
Giovanni Paolo II in diversi scritti pontifici).
E' direttamente Dio che ha voluto quel terribile massacro, o
è stato Hitler, il nazismo, l'antisemitismo nella sue diverse
forme?
In alcune testimonianze di quell'epoca risuona la ribellione
a Dio. E. Wiesel premio Nobel per la pace 1986, ex internato
Birkenau, Buchenwald e Auschwitz, ha ripetutamente affermato
che nei campi di concentramento la sua fede è stata radicalmente
messa in crisi (22).
Primo Levi scrive: " Io sono entrato in un lager come non credente,
e come non credente sono stato liberato e ho vissuto fino a
oggi; anzi, l'esperienza del lager, la sua iniquità spaventosa,
mi ha confermato nella mia laicità. Mi ha impedito e tutt'ora
mi impedisce, di concepire una qualsiasi forma di provvidenza
o di giustizia trascendente: perché i moribondi in vagone bestiame?,
perché i bambini in gas? " (23).F. Uhlman, un ebreo salvatosi
con l'esilio dalla Germania di Hitler, nell'opera Storia di
un uomo si chiede: " .....Come era possibile assolvere lui,
l'onnipotente, da tutti questi orribili crimini che aveva tollerato
e, in un certo senso, fomentato? " (24).La domanda vera è: <<
Dove era Dio? >>, o non piuttosto: << Dove era l'uomo? >>.
Bisogna sottolineare con forza la responsabilità umana. Quando
si dice che il dolore deriva dalla libertà dell'uomo, non di
questo o di quell'uomo, per cui non si tratta tanto di ricercare
il colpevole, dipende evidentemente da quale tipo di sofferenza
si tratta.
Ci sono sofferenze delle quali non si può e non si deve ricercare
il colpevole (Dio che castiga il peccato personale di chi è
colpito da malattie o disgrazie); di altre sofferenze, invece,
volontariamente causate e inferte si può e si deve individuare
il responsabile, anche per potersi impegnare a diminuirle, per
potervisi opporre con efficacia.
Ma anche se tali considerazioni possono apparire ragionevoli,
non sono sufficienti per comprendere il dolore dell'innocente.
Non solo combattere il dolore ma comprenderlo
Come comprendere il dolore dell'innocente, le sofferenze che
non possono essere evitate?; un interrogativo che non può essere
eliminato o accantonato.
Da tale punto di vista, la stessa sofferenza di Cristo Gesù
che rappresenta il massimo dolore dell'innocente, deve essere
correttamente interpretata, senza riferirla direttamente o immediatamente
alla volontà di Dio, al disegno salvifico del Padre.
La lettura e l'interpretazione dei reali atteggiamenti di Gesù,
della concretezza della sua vicenda storica evidenziano come
Gesù non ha voluto né cercato il dolore e la sofferenza. Incontratili,
li ha liberamente assunti, anche nel senso che non vi è stato
costretto dall'esterno, ma non nel senso che ne sia andato positivamente
alla ricercaLa croce di Gesù è e rimane un'uccisione, l'esecuzione
di una sentenza capitale, e non quasi un << suicidio >>, cioé
qualcosa di personalmente e direttamente voluto e perseguito.
Nel corso della sua missione, le incomprensioni nei confronti
di Gesù si fanno sempre più marcate; a questo punto o egli si
tira indietro, o << addolcisce >> i suoi comportamenti e il
suo messaggio, oppure è chiaro che deve affrontarne le conseguenze.Le
opposizioni a Gesù (quelle che saranno la causa della sua sofferenza)
sono legate in prima istanza non al piano di Dio, bensì chiaramente
al rifiuto del piano di Dio (al peccato); cioé, secondo un'espressione
giovannea, all'odio del mondo (Gv 15, 18 ss).
Gesù non cerca le opposizioni in quanto tali: cerca la salvezza.
Compie la volontà del Padre, che è volontà di salvezza. Realizza
il disegno di Dio, che è disegno di salvezza. Ciò lo porta a
scontrarsi con il peccato, per questo, è necessario che soffra
molto.La palese ingiustizia della condanna elevata contro Gesù
con la pretesa di una legittimazione teologica, suscita drammaticamente
il grave fraintendimento del rapporto tra la superiore giustizia
di Dio e la sofferenza degli uomini.Sono gli uomini ad attribuire
a " Dio " la crocefissione dei loro simili: Gesù, invece,
insegna a riconoscerla come opera, non del " Padre ", ma della
cattiveria che alligna nel cuore dell'uomo.
Il modello per la corretta lettura del significato della croce
è costituito dalla predicazione iniziale degli apostoli: " Morì
per i nostri peccati secondo le Scritture (1Cor 15,3); certamente
la morte di Gesù è a vantaggio di noi peccatori, ma Gesù è morto
anche a motivo dei nostri peccati, in conseguenza di essi. Senz'altro
Gesù è morto " per noi ", così come per noi è vissuto. Tuttavia,
la sua morte è la conseguenza della sua missione; la sua passione
è la conseguenza della sua lotta contro il soffrire, pur non
avendo cercato per sé il dolore.
La sua disponibilità a prendere su di sé il dolore non è altro
che la risolutezza di non tradire il cammino dell'amore. L'amore
di Gesù, in sé, non aveva bisogno della morte sulla croce per
realizzarsi autenticamente; è stata la chiusura e il rifiuto
dell'uomo che lo hanno crocefisso (25).Sullo sfondo della croce
si intuisce che il dolore umano non è senza significato; nessuna
sofferenza appare inutile o insensata, anche se drammaticamente
inspiegabile.La croce indica una via precisa: quel Dio al quale
si rivolgono le domande che scaturiscono dal dolore umano è
un Dio crocifisso.
" Essendo stato egli stesso provato, è capace di soccorrere
quelli che sono tentati " (Eb 2, 18). "....nei giorni della
sua carne, implorò e supplicò con grida veementi e lacrime colui
che poteva salvarlo da morte, e fu esaudito per la sua riverenza.
E imparò da ciò che soffrì l'obbedienza, pur essendo Figlio.
E perfezionato, diventò per tutti quelli che gli prestano obbedienza
autore di eterna salvezza " (Eb 5, 7-9).
Per comprendere correttamente il dolore è, quindi, ineludibile
e fondamentale un cambiamento di prospettiva che può essere
colta nella profondità del cuore umano rileggendo in senso cristiano
una pagina del già citato romanzo autobiografico La notte di
E. Weisel (22). Siamo nel campo di concentramento di Buma: <<
Un giorno che tornavamo dal lavoro vedemmo tre forche drizzate
sul piazzale dell'appello: tre corvi neri.
Appello. Le SS intorno a noi con le mitragliatrici puntate:
la tradizionale cerimonia. Tre condannati incatenati, e fra
loro il piccolo Pipel, l'angelo dagli occhi tristi. Le SS sembravano
più preoccupate, più inquiete del solito. Impiccare un ragazzo
davanti a migliaia di spettatori non era un affare da poco.
Il capo del campo lesse il verdetto.
Tutti gli occhi erano fissi sul bambino. Era livido, quasi calmo,
e si mordeva le labbra. L'ombra della forca lo copriva. Il Lagerkapo
si rifiutò questa volta di servire da boia. Tre SS lo sostituirono.
I tre condannati salirono insieme sulle loro seggiole. I tre
colli vennero introdotti contemporaneamente nei nodi scorsoi.
-- Viva la libertà! -- gridarono i due adulti. Il piccolo, lui,
taceva. -- Dov'è il buon Dio? Dov'è? -- domandò qualcuno dietro
di me. A un cenno del capo del campo le tre seggiole vennero
tolte. Silenzio assoluto. All'orizzonte il sole tramontava.....I
due adulti non vivevano più.
La lingua pendula, ingrossata, bluastra. Ma la terza corda non
era immobile: anche se lievemente il bambino viveva ancora.
Più di una mezz'ora restò così, a lottare fra la vita e la morte,
agonizzando sotto i nostri occhi. E noi dovevamo guardarlo bene
in faccia. Era ancora vivo quando gli passai davanti. La lingua
era ancora rossa, gli occhi non ancora spenti.
Dietro di me udii il solito uomo domandare: -- Dov'è dunque
Dio? -- E io sentivo in me una voce che gli rispondeva: -- Dov'è?
Eccolo: è appeso lì, a quella forca.... .>> Non è per nulla
chiaro quale sia il senso preciso inteso dall'autore: potrebbe
essere una radicale messa in questione della linea della fede
con la proclamazione della morte di Dio. Ma la lettura cristiana
riconosce il volto di Gesù nella persona che soffre. Scrive
Giovanni Paolo II nella Salvifici doloris (nn. 26, 13): << Ciascuno
si chiede il senso della sofferenza e cerca una risposta a questa
domanda....Egli non può non notare che, colui al quale pone
la sua domanda, soffre lui stesso e vuole rispondergli dalla
croce, dal centro della sua propria sofferenza ....Cristo ci
fa entrare nel mistero e ci fa scoprire il " perché " della
sofferenza...La risposta è stata data da Dio all'uomo nella
croce di Gesù Cristo>> (7).
Nella risposta del Dio crocefisso l'uomo trova la forza straordinaria
che gli permette di superare con gioia qualunque sofferenza.
Le innumerevoli testimonianze rese dai martiri giungono fino
ai nostri giorni. Una lettera del presbitero Paolo-Le-Bao-Tinh
(ucciso nel 1857 durante la grande persecuzione che infuriò
nel XIX secolo in Tonchino, Annam e Cocincina oggi Vietnam)
rende in modo mirabile l'esperienza e la grazia del martirio:
<< Io, Paolo, prigioniero per il nome di Cristo, voglio farvi
conoscere le tribolazioni nelle quali quotidianamente sono immerso,
perché infiammati dal divino amore, innalziate con me le vostre
lodi a Dio: eterna è la sua misericordia (Sal 153,3). Questo
carcere è davvero un'immagine dell'inferno eterno: ai crudeli
supplizi di ogni genere, come i ceppi, le catene di ferro, le
funi, si aggiungono odio, vendette, calunnie, parole oscene,
false accuse, cattiverie, giuramenti iniqui, maledizioni e infine
angoscia e tristezza.
Dio, che liberò i tre giovani dalla fornace ardente, mi è sempre
vicino; e ha liberato anche me da queste tribolazioni, trasformandole
in dolcezza: eterna è la sua misericordia. In mezzo a questi
tormenti, che di solito piegano e spezzano gli altri, per la
grazia di Dio son pieno di gioia e letizia, perché non sono
solo, ma Cristo è con me. Egli, nostro maestro, sostiene tutto
il peso della croce, caricando su di me la minima e ultima parte:
egli stesso combattente, non solo spettatore della mia lotta;
vincitore e perfezionatore di ogni battaglia...>> (26). |
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6)
Lotta contro il dolore
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L'impegno che ogni uomo deve prodigare nella lotta contro il
dolore e la sofferenza può essere applicato nei modi e nei tempi
che ciascuno ritiene più idonei anche in relazione alle caratteristiche
contingenti di ogni situazione.
In questo paragrafo mi limito a prendere in esame i fattori
che possono influenzare la relazione tra medico e soggetto sofferente
allo scopo di evidenziarne i lati positivi ed i risvolti negativi.
Il rapporto che si instaura tra medico e paziente presenta i
caratteri del rapporto inter-personale, ma con caratteristiche
del tutto peculiari. Infatti, le forme ed i contenuti di tale
relazione dipendono dalle circostanze che li determinano e dal
modo di porsi, attivo e/o passivo, delle persone che partecipano
all'incontro.
L'indifferenza
Non è infrequente il fatto che in un pronto soccorso o in una
reparto ospedaliero, l'indifferenza del medico e/o degli operatori
sanitari si contrappone al panico che un soggetto vive durante
una crisi stenocardica o nell'attesa di un importante intervento
chirurgico.
Tale atteggiamento non può essere descritto con una semplice
definizione in quanto l'elemento indifferenza diventa un fattore
determinante nel rapporto medico-paziente in relazione all'importanza
della componente emozionale che si associa alla malattia.
Un medico che non avverte o non tiene in sufficiente considerazione
l'intensità del coinvolgimento emozionale, anche se svolge bene
i propri doveri sul piano tecnico e professionale, non assolve
in modo completo al suo compito terapeutico (anzi può essere
causa di ulteriore sofferenza) per il fatto che non libera il
paziente dalla preoccupazione della malattia.
Un simile atteggiamento è abbastanza diffuso perché molti medici
sono convinti che lo stress psicologico indotto dalla malattia
o dal ricovero in ospedale siano di valore secondario.
Il ruolo dei fattori psicologici nella pratica medica era ben
noto fin da prima che nascesse la moderna medicina scientifica.Un
individuo che soffre a causa di una malattia fisica deve essere
aiutato ad affrontare non solo la malattia ma anche le sofferenze
ad essa correlate ed il suo stato di malato.
Tali convincimenti hanno determinato la nascita di una nuova
disciplina denominata " psicologia medica " che studia il comportamento
dell'uomo malato e tutti gli aspetti connessi con la medicina.I
problemi indagati sono molti e vanno dalla reazione emotiva
di sapersi ammalato al rapporto medico-paziente, dall'effetto
suggestivo del farmaco a quello che si deve dire al paziente
del suo male, dalla reazione del paziente nei confronti della
morte al significato degli esami di laboratorio.
Il fattore comune a tutti questi problemi è rappresentato dal
fine di migliorare la formazione psicologica del medico e del
personale sanitario in genere. Ciò consentirà di comprendere
più a fondo il paziente in quanto persona che soffre e di farlo
sentire più a suo agio nel difficile ruolo di malato.
Si potrebbe supporre che il fattore comunicazione in medicina
sia secondario rispetto alla capacità clinica ed all'insieme
delle conoscenze che il medico deve possedere. E' stato invece
accertato che tale fattore è molto importante al fine di comprendere
il soggetto malato e la sua malattia, di ottenere che i consigli
dati vengano seguiti e, sopratutto, di mitigare l'ansia del
paziente e la sofferenza esistenziale che si sovrappone al dolore
fisico.
Spesso il rapporto medico-paziente è insoddisfacente per entrambi
(oltre il 50% dei pazienti si lamenta di non ricevere sufficienti
informazioni da parte dei medici) e che alla base di tale situazione,
è proprio la mancanza di una adeguata comunicazione.
E' di grande importanza che ogni medico e tutti coloro che operano
accanto ad un malato ricordino che la tensione ansiosa, cioé
la paura dell'ignoto, si riduce quando il malato viene informato
in merito alle sue condizioni e sa cosa i medici intendono fare
per curarlo.
Tale comportamento può essere considerato l'elemento essenziale
e propedeutico alla umanizzazione della medicina, purché
reintegri i valori propri della persona nella scala assiologica
della bioetica personalista.Numerose ricerche, svolte su ampie
casistiche, hanno permesso di dimostrare che l'informazione
può migliorare il decorso della malattia, diminuire il bisogno
di farmaci, abbreviare la durata del ricovero in ospedale.
Tali risultati contraddicono, palesemente e oggettivamente,
le argomentazioni della scuola strutturalista e dei maestri
del sospetto brevemente riportate nel paragrafo sulle origini
della disumanizzazione della medicina.
La comunicazione dialogica, infatti, restituisce la dignità
dell'io, prende in seria considerazione la componente emotiva
(disprezzata da chi fonda la conoscenza solo sui dati della
tecnica) del soggetto malato, allarga l'orizzonte di conoscenza
e ne migliora le potenzialità sia diagnostiche che terapeutiche.
L'atto medico futile
Il termine futilità è uno dei più nuovi tra quelli entrati nel
lessico della bioetica. Medici, eticisti e membri dei mass media
sono continuamente di fronte al problema dei pazienti e dei
familiari che insistono per avere trattamenti salvavita che
altri giudicano essere futili.
Una chiara comprensione della futilità si è rivelata piuttosto
elusiva. Molti medici possono non essere capaci di definirla
ma quando si presenta sanno ben riconoscerla.
Si può far risalire al tempo di Ippocrate la nozione di trattamento
inutile cioé futile. I medici erano avvisati in modo chiaro
di : " riflutare di trattare i soggetti che sono sopraffatti
dalla loro malattia realizzando che in tali casi la medicina
è senza potere ". Il dibattito bio-etico sul problema della
futilità ha coinvolto principalmente i casi sottoposti a resuscitazione
cardio-polmonare e il trattamento dei pazienti in stato vegetativo
pernìmanente.
Le tecniche di resuscitazione cardio-polmonare sono state sviluppate
inizialmente per essere impiegate dopo arresti cardiaci acuti
e reversibili, la pratica medica corrente è quella di effettuare
la resuscitazione in tutte le situazioni di morte improvvisa,
aspettata o inaspettata, a meno che non vi sia un ordine diretto
ad impedirla.
I protocolli do not resuscitate (DNR) sono stati sviluppati
in diversi ospedali anglosassoni per risparmiare ai pazienti
trattamenti aggressivi quando la morte imminente è prevista
ed inevitabile. Non di meno, malati o familiari qualche volta
richiedono la resuscitazione cardio-polmonare anche quando i
medici considerano futile tale trattamento.
Le richieste non realistiche da parte dei pazienti o dei loro
tutori possono essere basate su ragionamenti errati, aspettative
non realistiche o fattori psicologici come la negazione della
morte o sensi di colpa. In tali circostanze i medici sono obbligati
a compiere ogni sforzo per chiarire in modo preciso che cosa
il paziente intende ottenere con un trattamento continuato e
per correggere gli errori di giudizio.
Ritengo che il medico responsabile del trattamento del paziente
al momento dell'arresto cardiaco possa decidere un ordine DNR
senza il consenso dei familiari o di altre autorità.
Più complesso il problema concernente l'interruzione della ventilazione
e della terapia intensiva ai soggetti in stato vegetativo permanente.
In questi casi, la responsabilità della decisione non dovrebbe
ricadere su di un sanitario ma dovrebbe essere condivisa fra
i membri di una commissione di bioetica. Un terzo tipo di giudizio
sulla futilità è divenuto praticamente incontestato; esso riguarda
un numero crescente di interventi che potrebbero prolungare
la vita di qualunque morente. Per esempio, la ossigenazione
a membrana extra-corporea può sostituire le funzioni cuore-polmoni
per parecchie settimane. Ora i medici usano tale intervento
quando si aspettano un eventuale recupero di organi o mentre
attendono organi per il trapianto.
Tuttavia l'intervento potrebbe prolungare la vita di qualunque
persona con insufficienza cardio-respiratoria, reversibile o
non. I pazienti tenuti così in vita possono rimanere coscienti
e capaci di comunicare.Gli operatori sanitari non offrono in
genere questa terapia ai pazienti in fase terminale o agonizzanti
presumibilmente perché la ritengono futile.
I trattamenti che dovrebbero essere considerati futili sono
quelli che preservano semplicemente uno stato di incoscienza
permanente o che non possono porre fine alla dipendenza dalla
terapia intensiva. |
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7)
I doveri del medico e il diritto ad una morte degna
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Eutanasia ed accanimento terapeutico
La compassione che induce alcuni ad acconsentire alla morte
di un altro essere umano è provocata per lo più dalla visione
delle sofferenze che accompagnano certe malattie allo stato
terminale. Il Comitato Etico dell'Istituto Scientifico H San
Raffaele ha pubblicato una propria riflesione in proposito (ottobre
1993):
<< ...Con il termine eutanasia si intende l'azione o l'omissione
deliberatamente intesa a provocare la morte di una persona allo
scopo di porre fine alle sue sofferenze: si tratta della soppressione
di una vita umana ispirata da (pretesa) pietà. La distinzione
tra modalità attiva e passiva non ha carattere decisivo laddove
tale intenzionalità sia in atto.
Con l'espressione accanimento terapeutico si deve intendere
la moltiplicazione ostinata degli sforzi terapeutici nelle fasi
terminali della vita, spesso attuata tramite un imponente uso
di presidi e tecnologie di cura sproporzionati in relazione
ai benefici ragionevolmente sperabili. Le prassi di tale genere
sono in contrasto con le esigenze fondamentali dell'etica medica
in quanto identifica il bene della persona con un successo operativo
parziale, assocciando ad un esercizio vitalistico della medicina
un atteggiamento paternalistico nei confronti del paziente.
....Di fronte alle tendenze culturali della società contemporanea,
si deve riaffermare che la vita non è proprietà accessoria dell'uomo,
ma un bene inerente al proprio essere, da amministrare come
condizione imprescindibile per attuare i valori e le ragioni
che gli permettono di essere pienamente se stesso.
La vita perciò precede la libertà e sorprende l'uomo dischiudendogli
significati che chiedono il consenso della decisione umana.
Inoltre, l'uccisione " pietosa " costituisce un fraintendimento
radicale del senso della prossimità, poiché viola la disposizione
alla cura dell'altro che costituisce il presupposto stesso della
solidarietà umana.....Nella decisione tra le alternative terapeutiche
disponibili deve trovare massimo coinvolgimento la soggettività
del paziente realizzando, con il consenso di questo, un concerto
di intenti con i familiari e le persone vicine. La decisione
si ispira alla proporzionalità degli sforzi terapeutici, cioé
alle concrete possibilità di incidere positivamente sulla situazione
complessiva del paziente e sulla sua qualità della vita.
Regola di condotta non sarà mai la ricerca del prolungamento
della vita a qualsiasi costo. Deve essere effetuato un bilanciamento
di benefici e di svantaggi in termini di indicazioni cliniche,
di oneri psicologici e sociali e di valutazioni riferibili alle
opzioni valoriali del paziente.
Sospendere o non intraprendere terapie sproporzionate è del
tutto lecito e si configura anzi come obbligatorio, fermo restando
il coinvolgimento della volontà del paziente, laddove tali terapie
siano di scarsa o nulla utilità medica e risultino invece onerose
per il paziente, eventualmente privandolo della possibilità
di attendere ad altri valori e di preparasi coscientemente e
responsabilmente all'evento conclusivo della propria esistenza...>>
Lotta contro la sofferenza
Per rendere possibile una morte umana, bisogna che il dolore
sia contenuto entro limiti sopportabili.
La resistenza al dolore è una variabile culturale, oltre che
individuale; essa dipende dal livello di motivazione, dal significato
che si attribuisce al dolore ed all'atteggiamento sociale.
Nella società occidentale moderna la corsa al benessere ha creato
un clima in cui è resa più ardua l'attribuzione di un senso
al dolore; di conseguenza si è abbassata la soglia psicologica
di tolleranza verso il dolore.
Le sofferenze del malato molto grave sono quelle causate dall'estrema
indigenza, dal cancro, dal dolore ischemico dell'ostruzione
arteriosa o dalle gravi complicazioni post-chirurgiche o dallo
scompenso cardiaco irreversibile. Il dolore del morente è un
problema peculiare e complesso che si pone non solo al medico
ma all'intera società.
L'atteggiamento dei medici e dei familiari di fronte alla sofferenze
di questi pazienti era fino a poche anni fa di inelluttabilità
e poteva essere spiegato con la ridotta e cattiva qualità della
vita che veniva prospettata al malato. Oggi, grazie alla disponibilità
di nuove tecniche e di nuovi presidi farmacologici è possibile
ottenere un radicale miglioramento della qualità della vita
residua nel 90% dei pazienti trattati.
Guida ad una terapia del dolore
Il problema dell'attenuazione delle sofferenze del malato, in
realtà, è molto complesso e non basta per risolverlo una lunga
somministrazione di analgesici.
La sofferenza umana non è un puro fenomeno fisiologico riconducibile
alla sommazione di stimoli algogeni secondo l'ipotesi della
credenza strutturalistica: essa è anche nutrita dall'apprensione
(di vedere crescere il dolore) e dall'angoscia (di colui che
si sente gravemente minacciato nel suo corpo), due sentimenti
tipicamente dell'uomo senza una base anatomo- funzionale riconoscibile.
Il dolore del malato molto grave viene per questo definito dolore
globale, in quanto è il risultato dell'interazione di più fattori
quali:
1. l'ansia, dovuta a preoccupazioni per la famiglia e
ad inquietudine spirituale, alla paura dell'ospedale, del ricovero
e della morte, alla perdita della dignità e del controllo del
proprio corpo, ai problemi finanziari, all'incertezza per il
futuro;
2. la depressione, dovuta al fatto di non poter più svolgere
il proprio ruolo sociale e familiare ed aggravata dalla perdita
di prestigio e di guadagno, dalla stanchezza cronica, dall'insonnia
e dal senso di abbandono e dalle alterazioni dell'aspetto;
3. l'ira, dovuta all'impossibilità di svolgere il proprio
lavoro, al fallimento della terapia, alle difficoltà burocratiche,
alla mancanza di visite da parte di amici, ai ritardi nella
diagnosi, alla irreperibilità dei medici, alla irritabilità
naturale;
4. la sorgente somatica, dà origine al dolore somatico
vero e proprio per l'azione della malattia causale, delle patologie
associate, dei sintomi di debolezza, degli effetti collaterali
delle terapie.
Al fine di alleviare la sofferenza dei malati inguaribili, intesa
come la risultante del dolore fisico e del dolore psichico è
necessario che medico e familiari riconoscano l'intervento dei
fattori sopra elencati nella genesi del dolore globale. Questi
fattori incideranno e si evidenzieranno in modo diverso da malato
a malato.
Oltre alla scelta dei trattamenti anti-dolorifici più idonei
(aspirina e FANS, morfina o succedanei, interventi chirurgici,
irradiazioni, chemioterapia, ecc.) è fondamentale un approccio
umanitario che faccia sentire, a colui che soffre, l'amore di
chi gli sta vicino. Ciò implica una relazione personale con
il malato, anche se ciò può essere un'esperienza angosciante.
Relazione difficile per tali caratteristiche, alla quale il
medico non raramente si sottrae, mascherando l'indisponibilità
(tattasi di una fuga spesso inconscia) con gli impegni professionali.Lo
si può considerare un errore medico o un comportamento inadeguato?
Credo che debba essere considerato un vero errore del medico,
con caratteristiche peculiari che lo rendono differente da altri
tipi di errori medici. Infatti, presenta una valenza etica predominante
su quella scientifica e può comportare solo indirettamente implicazioni
diagnostiche e terapeutiche improprie o nocive per il malato,
in genere mascherate dalla gravità della malattia causale.
La virtù che più di ogni altra aiuta ad evitare tale tipo di
errore è l'empatia: una disposizione abituale con la quale il
medico e gli altri operatori sanitari si accostano, partecipano,
comprendono, radicalmente, la sofferenza dell'altro ed individuano
i diversi fattori che concorrono alla genesi del dolore globale,
ma, nello stesso tempo, essi non si lasciano coinvolgere emotivamente
in modo da conservare l'obiettività necessaria al fine di una
corretta esecuzione dell'arte medica.
Come si può evitare l'errore derivante dalla dis-empatia? Ogni
medico dovrebbe:
· riflettere maggiormente sui propri difetti;
· allargare ed approfondire i propri orizzonti spirituali;
· riconoscere in chiunque si rivolga a lui, una persona di egual
valore;
· esercitarsi ad accrescere le altre virtù: benevolenza, fedeltà,
fiducia, compassione, onestà intellettuale, competenza, prudenza.
Alcuni principi generali aiutano a trovare una corretta impostazione
terapeutica:
1. il dolore terminale è un tipico dolore malattia, infatti
il malato è ormai malato solo di dolore a tal punto che ogni
altra insufficienza funzionale può passare in secondo piano;
2. il dolore va quantificato anche in relazione alle attività
della vita quotidiana del paziente, riconoscendo il grado di
autonomia motoria e funzionale, le turbe dell'alimentazione,
le ore di sonno, i disturbi legati al decubito o alla posizione
eretta, ecc.;
3. gli stimoli algogeni supplementari evitabili devono essere
tutti eliminati perché anche il semplice dolore causato da una
iniezione intramuscolare, nel paziente molto sofferente, risulta
essere ingigantito;
4. l'analgesia deve essere efficace per tutte le 24 ore perché
dopo aver conosciuto l'efficacia dei sedatvi, la recidiva del
dolore viene sempre vissuta molto male. Per comprendere il valore
morale di questi interventi è necessario ribadire la distinzione
tra mezzi proporzionati (ordinari) e mezzi sproporzionati
(straordinari), tema questo sul qaule insistette a varie riprese
Pio XII, rivolgendosi ai partecipanti all'XI Congresso della
Società di Anastesiologia (24-2-1957).
Alla formulazione di tale distinzione concorrono una serie di
fattori, la valutazione dei quali non è sempre agevole: - la
presenza o meno di una speranza fondata sul recupero della salute,
- la capacità di sopportazione, - la potenza comunicativa del
morente,- infine l'entità delle risorse disponibili.L'applicazione
" indiscriminata " di tutti i mezzi tecnici a disposizione (cosidetto
accanimento terapeutico) potrebbe risultare disumana e contro
producente rispetto al genuino significato della tutela sensata
della vita.
Per quanto riguarda il trattamento del dolore, i punti essenziali
dell'insegnamento morale comprendono:- liceità ma non obbligatorietà
del ricorso ai mezzi atti a lenire il dolore;- liceità del ricorso
ad analgesici che portano anche alla perdita di coscienza, purché
questo mezzo sia giustificato da intento terapeutico;- accettazione
di trattamenti antalgici che hanno come effetto secondario quello
di abbreviare la vita purché motivi veramente gravi lo giustifichino
(Pio XII).
Si presuppone così valido il principio del duplice effetto:
la somministrazione dei farmaci analgesici allo scopo di attenuare
il dolore rischia di avere come effetto collaterale un'abbreviazione
della vita. La moralità dell'atto di somministrare l'analgesico
viene salvata dalla ragione proporzionata che risiede nell'intento
di umanizzare la fase terminale della vita.Lo stesso discorso
vale per l'omissione di ulteriori sforzi terapeutici qualora,
in seguito ad una prognosi infausta e ben fondata, i disagi
dalla terapia superino con chiara evidenza i suoi possibili
benefici.
L'applicazione di tale principio assume particolare importanza
nelle unità di cura intensiva coronarica, post-chirurgica o
rianimatoria, dove si può verificare l'arresto cardio-respiratorio
in pazienti affetti da una cardiopatia in scompenso irreversibile
o da estese lesioni cerebrali o da grave insufficienza dei parenchimi
renale, epatico, polmonare.
Abitualmente, il personale sanitario interviene anche in questi
casi con la tecnica della rianimazione cardio-respiratoria,
che viene protratta anche per lunghi periodi di tempo fino a
quando il medico non constata il decesso.
Tali inteventi rianimatori consumano molte energie umane e mezzi
materiali costosi e non solo sono inutili, ma sottraggono l'assistenza
necessaria ad altri malati.
Al fine di ridurre gli inconvenienti, talvolta anche gravi,
dell'atto medico futile, che contribuiscono a disumanizzare
la morte, è opportuno che la direzione sanitaria redagga, con
la consulenza di una commissione di bioetica, i protocolli DNR
(do not resuscitate) con indicate le situazioni nelle quali
è fatto divieto agli operatori sanitari di eseguire la rianimazione
cardio-polmonare. Neppure la coltivazione malsana del dolore
è giustificata, nella formulazione di Pio XII: " il paziente
desideroso di evitare o di calmare il dolore può senza inquietudine
di coscienza avvalersi dei mezzi trovati dalla scienza ".
Dal punto di vista pratico, vanno tenute presenti le chiare
indicazioni contenute nella dichiarazione della S. Congregazione
per la dottrina della fede: <<....non deve meravigliare se alcuni
cristiani desiderano moderare l'uso degli analgesici per accettare
volontariamente almeno una parte delle loro sofferenze ed associarsi
in maniera cosciente alla sofferenze di Cristo crocefisso (Matteo
27.34).
Non sarebbe prudente imporre come norma generale un determinato
comportamento eroico, al contrario, la prudenza umana e cristiana
suggerisce per la maggior parte degli ammalati l'uso dei medicinali
che siano atti a lenire o a sopprimere il dolore, anche se ne
possono derivare come effetti secondari torpore o minore lucidità.
Quanto a coloro che non sono in grado di esprimersi si potrà
ragionevolmente presumere che desiderino assumere tali calmanti
e quindi si potrà somministrarli loro secondo i consigli del
medico >> (Eutanasia 5.5.1980).
Doveri del medico verso il morente
Il medico ha un triplice dovere:
* Prima di tutto egli funge da garante della vita; ciò esclude
oltre all'uccisione diretta, qualsiasi misura tendente intenzionalmente
ad abbreviare la vita.
° La tutela della vita deve essere controbilanciata dagli interventi
per l'attenuazione del dolore anche se ciò comporta come effetto
collaterale un'abbreviazione sia pure minima della vita stessa.
" Infine per realizzare l'umanizzazione più completa della fase
terminale, il medico deve assicurare un rapporto di comunicazione
il più ampio possibile tra il morente e il suo ambiente. In
tale compito si colloca il diritto del morente di accostarsi
al trapasso in modo consapevole, per quanto le circostanze di
sopportabilità lo consentono.
Anche se vengono sospesi gli sforzi terapeutici è necessario
continuare la cura normale eseguita ne modo migliore possibile.
Si chiede un massimo impegno umano affinché la fase terminale
rimanga sopportabile: il non opporsi ulteriormente al morire
non implica una rinuncia all'obbligo dell'assistenza integrale.
Nella relazione con il morente il comportamento dei medici e
dei familiari non è univoco: - i più tendono a nascondergli
la gravità della malattia, la prognosi infausta e la realtà
della fine imminente; - altri sono propensi a dare un'informazione
esplicita al paziente.
Il personale sanitario si adegua in modo caratteristico al primo
comportamento, in quanto si cerca di evitare il confronto diretto
con la realtà sanitaria e spirituale del morente, si riduce
al minimo il dialogo con il malato e si crede di adempiere al
proprio dovere attuando la prescrizione medica.
Nel medico si può formare un senso di colpa come se la morte
del suo paziente rappresentasse una sconfitta ed una diminuzione
della sua professionalità.
Nel secondo comportamento, invece, si riconoscono quanti considerano
il bene del malato in una prospettiva più ampia del solo prolungamento
della vita fisica.
Non è infrequente che un parente faccia precedere la visita
di consulenza con l'esplicita richiesta di tenere celato al
malato il responso medico nei suoi contenuti negativi. La richiesta
è motivata dalla preoccupazione di evitare ogni notizia che
generi o accresca l'agitazione e la paura del malato.
Anche questo è un momento importante per la costruzione del
migliore rapporto medico-paziente. Nei colloqui con i parenti
il medico deve usare la sua capacità di persuasione affinché
l'ansia, il nervosismo, la paura, l'incombenza di chi assiste
non si traducano in comportamenti erronei che provocano il deterioramento
di ogni relazione del morente con il suo ambiente.
La verità e il processo psicologico del morire
Numerose ricerche condotte da sociologi e psicologi hanno dimostrato
gli effetti negativi del silenzio e della dissimulazione sistematica
nei confronti dei malati che sono ormai giunti al termine della
vita.
Per superare il distacco negativo del silenzio, le scienze del
comportamento hanno elaborato programmi di formazione del personale
sanitario sulla base delle conoscenze che si vanno acquisendo
intorno al processo psicologico del morire, al fine di
assicurare un'assistenza totale al malato, anche quando non
sussistono speranze di vita.
Sia l'etica filosofica, richiamandosi ai principi del
rispetto reciproco e dell'autonomia delle persone, sia l'etica
teologica cristiana, ritenedolo fondamento dell'assistenza
spirituale, optano per la consapevolezza e la comunicazione
della verità.La visione antropologica della teologia morale
riconosce al morente il diritto di conoscere la verità sul proprio
stato nella misura in cui voglia effettivamente conoscerlo.
Il problema fondamentale quando la malattia prende fatalmente
la via della morte, sta nella verità da dire al morente.
Al riguardo, dire la verità non vuol dire fare delle dichiarazioni
prive di tatto ed intempestive sullo stato del malato e non
consiste neppure nella diagnosi e nella prognosi circa il momento
della morte.
Né il problema della verità al malato grave equivale a quello
di un atteggiamento freddo e disumano capace di una brutale
comunicazione " che non c'è più nulla da fare ".
La verità umana può richiedere la gradualità ed il rispetto
dell'altro ed emerge solo all'interno di un dialogo fondato
sull'amore. Colui che assiste il morente deve avere la capacità
di stabilire con lui una relazione tale che questi sia in grado
di chiedere informazioni sulle sue condizioni e di trarne le
conseguenze. |
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Prof.
Paolo Rossi
Viale Verdi, 18- Novara |
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BIBLIOGRAFIA |
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FILOSOFIA
della MEDICINA: ARCHIVIO |
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