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INTRODUZIONE
Il "bene comune" è il bene di una comunità
di persone (famiglia, corpi sociali, città, Stato,
comunità di nazioni, ecc.), ed è quindi relativo
alla natura della comunità a cui si riferisce. Il bene
comune della società politica è quello più
importante - principalissimum secondo S. Tommaso
- e comprensivo di quello delle comunità particolari
proprio perché nella società politica queste
trovano il loro sostegno e completamento. Nei discorsi che
vengono rivolti da pulpiti diversi ai politici e alla società
in generale ho l’impressione di assistere ad un dialogo
tra sordi.
Il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace con un
lavoro straordinario d’inestimabile valore storico,
culturale e morale ha raccolto nel “Compendio della
Dottrina Sociale della Chiesa” (Libreria Editrice Vaticana,
2004) l’insegnamento attuale della Chiesa Cattolica.
Il Compendio, con autorità certa e indiscussa, indica
tutti i principi fondamentali e non negoziabili e descrive
i mezzi necessari alla realizzazione del bene comune, e stigmatizza
in termini generali le condizioni che ne impediscono la realizzazione.
Guardando però al comportamento delle persone è
indubbio che già tra le file dei christifideles
laici sono numerosi i cattolici che in molte occasioni pubbliche
e private dimostrano di essere sordi (o peggio indifferenti)
all’insegnamento morale della Chiesa. Ancora più
vasta è l’area dei non cattolici sordi (o spesso
ostili) che rifiutano a priori i principi fondamentali e la
stessa concezione di bene comune.
Allora, su quali basi si giustifica un discorso sul bene comune?
Rivolgendoci con la nostra riflessione ai singoli cittadini
è possibile promuovere la costruzione del bene comune
nelle comunità particolari poiché si può
fare leva su aspetti della natura umana che siano indipendenti
da condizionamenti di natura culturale o ideologica. Non è
perciò un discorso rivolto ai politici o agli intellettuali.
Trattasi di una ricerca che parte dal basso, avendo costantemente
presenti gli ostacoli, le difficoltà, i conflitti che
si frappongono in una società come la nostra, multiculturale
e multietnica. In ragione di ciò mi sembra opportuno
descrivere prima le situazioni e le categorie di persone che
si oppongono in forme diverse al bene comune, in modo che
riconoscendole si cerchi di evitarne la influenza negativa.
Successivamente, cerco come indicare alle persone di buona
volontà i passi che si debbono compiere per promuovere
il bene comune della propria famiglia.
Sfiducia nel concetto di "bene comune"
Il concorso dei cittadini verso un bene comune sembrerebbe
a prima vista un atteggiamento assennato e per se stesso ricco
di senso. Nella società contemporanea invece il tema
si presenta molto complesso e contrastato. Per l’uomo
contemporaneo consapevole della realtà sociale, economica
e politica in cui vive, il principio del bene comune è
un concetto controverso, guardato con sfiducia o negato ed
etichettato frequentemente come esclusivamente "cattolico".
Gli effetti negativi di questa mentalità non si limitano
agli ambienti degli esperti, ma hanno anche pervaso tutta
la società. Nel 1996, i Vescovi d’Inghilterra
hanno analizzato come si colloca il principio del bene comune
nella società inglese. Il documento episcopale si esprime
al riguardo nel seguente modo: il popolo "non è
più sicuro che questo principio meriti la sua fiducia.
Sente che viene messo in discussione nella teoria e ignorato
nella pratica. Questa perdita di fiducia nel concetto di bene
comune è uno dei fattori principali che spiegano il
sentimento di pessimismo della nazione. Rivela l’indebolimento
del senso della mutua responsabilità e il declino dello
spirito di solidarietà — vale a dire, rivela
lo sgretolarsi del cemento che unisce gli individui di una
società". (1)
Per i cristiani la libertà non è disancorata
dalla legge: la finalità della libertà sta nel
prendere consapevolezza di questa legge che orienta verso
Dio e nel tradurla nel concreto dell’azione. “C’è
una responsabilità politica fondamentale che grava
su ciascuno senza eccezioni. Essa si esprime nel leale rapporto
con le istituzioni, nella consapevole sottomissione alle leggi
in quanto espressive delle esigenze del bene comune, nell’adempimento
puntuale dei doveri e delle prestazioni sociali richiesti,
a cominciare dagli obblighi fiscali, nell’esercizio
delle forme di partecipazione democratica”. (2)
Evoluzione storica della nozione di bene comune
La nozione di tò koinòn agathòn
tradotto al latino con l’espressione bonum commune,
nasce nel pensiero politico di Platone e Aristotele, e raggiunge
uno spessore notevole nel Medioevo. Gli antichi la impiegavano
per definire sia l’origine che la finalità dell’attività
politica. In seguito, nel Medioevo, per influsso della dottrina
paolina del "corpo mistico di Cristo", acquistò
una speciale importanza alla luce di una concezione organica
della società, che sottolinea la subordinazione delle
parti al bene del tutto, riconoscendo tuttavia nell’uomo
una dimensione che trascende il regno politico Questa concezione
medievale ispira un’azione politica basata su tre grandi
principi: Dio è il Creatore ed Ordinatore di tutto
il creato; esiste una legge eterna, iscritta nella natura
di ogni essere e divenuta perciò legge naturale, regolatrice
di tutti gli esseri ed in modo speciale dell’uomo. Perciò,
anteriore ad ogni legislazione positiva c’è una
legge eterna e naturale dalla quale la legislazione positiva
umana deve trarre ispirazione e norma.
Il mondo culturale è nel Medioevo dominato dalla teologia
con la totale subordinazione della ragione alla Rivelazione.
Dopo il ritorno degli scritti di Aristotele, la risvegliata
ragione rinnega progressivamente la visione metafisica della
Scolastica e si sostituisce a Dio.(3)
Per il mondo moderno l’uomo non può vincere sulle
passioni, ma, ciononostante, può manipolarle e farne
un mezzo che serva per trasformare la vita in vista di un
incrementato benessere. Ed è questa istanza critica
e realistica a caratterizzare la nascita della modernità,
il cui vero e grande primo esponente è Machiavelli.
Il mondo che Machiavelli esibisce – lontanissimo da
quello armonico della metafisica, in cui ogni cosa occupa
il posto che le compete – è assolutamente umano
e appare retto da una logica economica di concorrenza spietata,
in cui non vi è posto per altra regola e tutti gareggiano
contro tutti (è un’anticipazione del bellum
omnium contra omnes di Hobbes) in vista della propria
individuale sopravvivenza. Successivamente sulla strada aperta
da Machiavelli, autori come Hobbes e Locke cambiano il modo
di interpretare la finalità dell’attività
politica: l’attenzione viene posta sui meccanismi di
potere, e il concetto di unità secondo l’ordine
viene sostituito dal concetto di conciliazione tra i diritti
degli individui. Si continua a parlare di beni comuni (la
pace, il benessere) ma ormai con altri contenuti. Siamo nel
regno dei contratti. Rimane lontano il concetto cristiano
di bene comune come bene onesto in se stesso. La visione moderna
utilitaristica è il risultato di una nuova antropologia,
secondo la quale l’uomo per natura è antisociale.
La società si sarebbe formata per "controllare"
le passioni dell’egoismo, dell’invidia e dell’ambizione,
naturali nell’uomo. Da qui il concetto di homo homini
lupus di Hobbes e l’idea "funzionalista"
della società che noi non possiamo accettare. Su queste
nuove basi, predomina nelle menti dei governanti della vita
pubblica la comprensione del bene politico come un bene utile,
come benessere, come il maggior bene per il maggior numero
possibile.
Fattori storici in antitesi al bene comune
I frutti della modernità si riassumono nell’illuminismo,
nelle scoperte scientifiche e nel relativismo culturale e
morale. La nostra epoca si può, a ben ragione, definire
post-moderna sia perché la modernità ha esaurito
il suo ciclo storico da circa due secoli sia perché
ne possiamo verificare gli effetti prodotti sul tessuto sociale.
Nonostante ciò, a mio giudizio, non dovremmo assegnare
al termine post-moderno una connotazione soltanto negativa
né ritenerla una fase decadente della storia del mondo
occidentale ma piuttosto una fase anche se molto sofferta
di transizione verso una nuova forma di società. Le
forze che si oppongono alla concezione del bene comune sono
di natura ideologica, tecnologica, economica e sociale.
Gli esiti nefasti della globalizzazione
1. Le trasformazioni sociali della modernità
Ideologicamente, la modernità è sinonimo di
scetticismo e secolarizzazione. Per sommi capi:
a) Sul piano politico, si è caratterizzata
con l'affermazione dello Stato nazione centralistico,
che ha di fatto privato i "corpi sociali intermedi"(costituitosi
nella società feudale) di ogni autonomia, estendendo
oggi i suoi interventi contro le libertà individuali
volendosi sostituire anche all’azione educativa dei
genitori. La conseguenza si connota con l'individualismo (egoista
ed egocentrico) e la società di massa (manipolata dai
mass media dominati e guidati dagli interessi economici dei
poteri forti), con i suoi conflitti ideologici interpretati
dai partiti, liberali, democratici o totalitari.
b) Sul piano economico, la centralità
industriale si sostanzia con il compimento nazionale dei mercati,
colonialistici, competitivi e quindi, in alcuni casi, imperialistici.
Successivamente, nel secondo dopoguerra, il fordismo rende
possibile per il capitale l'integrazione progressiva del proletariato
in un indefinito ceto medio consumistico, sotto la tutela
dello stato provvidenziale, che in nome della cooperazione
individualistica distrugge le solidarietà organiche
comunitarie. Ovviamente tutto questo ha un costo ecologico
devastante.
c) Sul piano morale, la libertà umana
diminuisce in maniera direttamente proporzionale allo sviluppo
tecno-scientifico, che imprime un carattere di necessità
e un ritmo illimitato ad uno sviluppo anti-biologico.
Cultura e natura si divaricano come non mai nell'evolversi
della civilizzazione. L’egualitarismo marxista mortifica
ancora oggi le diversità naturali delle persone e disconosce
il merito che si può acquisire con il lavoro. L'uguaglianza,
che si è così affermata in forme egemonicamente
utilitaristiche, consegue alla perdita della libertà.
L'esaurimento delle "risorse" naturali, le modificazioni
climatiche, l’abbassamento dei suoli, la riduzione dell'ozonosfera
e della biodiversità, l'urbanizzazione, creano una
condizione unica ed epocale per il pianeta intero. La mondializzazione,
fenomeno eminentemente tecnologico e finanziario, rende insufficienti
gli Stati. Per dirla con de Benoist, troppo piccoli per il
respiro internazionale dei tempi, troppo grandi per i problemi
reali della gente (4).
2. Il dominio della tecnica
È ormai di dominio anche laico, il risvolto inquietante
della disillusione dell'homo faber. L'uomo è
subordinato al continuo potenziamento e affinamento dell'apparato
tecnico, che assurge a vero soggetto del divenire sociale.
"Per il fatto che abitiamo un mondo in ogni sua parte
tecnicamente organizzato --dice Galimberti-- la tecnica non
è più oggetto di una nostra scelta, ma è
il nostro ambiente, dove fini e mezzi, persino sogni e desideri
sono tecnicamente articolati e hanno bisogno della tecnica
per esprimersi" (5).
La tecnica, da mezzo è divenuta un fine. E poiché
non si dà più un orizzonte capace di garantire
l'ordine del mondo, che non dipende più dall'essere
ma dal "fare" tecnico, l'efficacia diventa l'unico
criterio di verità. L'alienazione tecnologica, che
vede solo nella tecnica la liberazione dell'uomo dai propri
limiti, non offre alcuna speranza di salvezza.
3. Il fondamentalismo
Il fondamentalismo condanna coloro che hanno una fede diversa.
È l'incapacità di accettare e rispettare colui
che è diverso.
RELIGIOSO
Comune alle tre grandi religioni monoteiste, il fondamentalismo
capovolge la realtà di Dio e blocca ogni possibilità
di relazioni autenticamente umane, impedendo così lo
sviluppo di un bene comune. L'Islamismo fondamentalista
è l'ala più conservatrice della religione islamica,
esattamente come il fondamentalismo cristiano è l'ala
conservatrice del cristianesimo. La maggior parte dei terroristi
mediorientali sono probabilmente Musulmani fondamentalisti,
che credono che lo Stato islamico debba essere imposto dall'alto,
anche tramite azioni violente, se necessario. La guerra internazionale
condotta dal terrorismo islamico interferisce con il processo
d’integrazione delle comunità d’immigrati
che aderiscono a questa fede e che spesso interpretano in
modo fondamentalistico.
POLITICO
Si può parlare di nazionalismo per
le dottrine ed i movimenti che sostengono l'affermazione,
l'esaltazione ed il potenziamento della propria nazione intesa
come collettività omogenea, ritenuta depositaria di
valori tradizionali tipici ed esclusivi, del patrimonio culturale
e spirituale nazionale. Dopo l’11 settembre, mai si
è raggiunta una tale identificazione e omogeneizzazione
delle opinioni pubbliche delle nazioni industrializzate sulla
auto-referenzialità e, quindi, sulla propria "superiorità"
civilizzatrice. A questa propensione si contrappone, in particolar
modo, quella islamica, anch'essa convinta, in modo più
o meno esplicito, della propria "unicità"
e "superiorità".
ATEO-ETICO-CULTURALE
Il paradigma materialistico e riduzionistico consiste in una
quantità di idee e valori che sembrano essersi radicati
nella mentalità comune, fra cui la visione dell'universo
come sistema meccanico composto da mattoni elementari aggregati
dal “caso”, la visione del corpo umano come macchina
che può essere manipolata dalla tecnica senza alcuna
remora morale, la visione della vita sociale come competizione
individuale per l'esistenza, la fiducia in un progresso materiale
illimitato da raggiungere attraverso la crescita economica
e tecnologica.
“La vera contrapposizione che caratterizza il mondo
di oggi non è quella tra diverse culture religiose,
ma quella tra la radicale emancipazione dell’uomo da
Dio, dalle radici della vita, da una parte, e le grandi culture
religiose dall’altra. Anche il rifiuto del riferimento
a Dio, non è espressione di una tolleranza che vuole
proteggere le religioni non teistiche e la dignità
degli atei e degli agnostici, ma piuttosto espressione di
una coscienza che vorrebbe vedere Dio cancellato definitivamente
dalla vita pubblica dell’umanità e accantonato
nell’ambito soggettivo di residue culture del passato.
Il relativismo, che costituisce il punto di partenza
di tutto questo, diventa così un dogmatismo che si
crede in possesso della definitiva conoscenza della ragione,
ed in diritto di considerare tutto il resto soltanto come
uno stadio dell’umanità in fondo superato e che
può essere adeguatamente relativizzato” (6).
Nei rapporti interpersonali e nelle relazioni pubbliche, tale
dogmatismo si tramuta in totale intolleranza, non più
circoscritto all’ambito religioso ma esteso alla vita
civile, sia privata che pubblica. In altre parole non si tollera
o si censura aspramente una persona, e in particolare un cattolico,
che voglia rimanere fedele, nelle parole e negli atti, alla
sua coscienza sui «principi non negoziabili»,
messi in discussione o negati dal relativismo morale. Una
constatazione sulla quale credo che tutti consentiamo: "Mai
come oggi l’ambiente, inteso come clima mentale e modo
di vita, ha avuto a disposizione strumenti di così
dispotica invasione delle coscienze. Oggi più che mai
l’educatore, o il diseducatore sovrano è l’ambiente
con tutte le sue forme espressive". (7)
Penso che l’ambiente, così inteso, oggi stia
rendendo impraticabile o impensabile l’atto educativo
necessario alla dinamica che conduce al bene comune.
Le vie per una convivenza costruttiva
La disomogeneità culturale, etica e religiosa della
società impone in tutti i Paesi il grande problema
della convivenza. Le strade ipotizzabili per una convivenza
a carattere interculturale e interreligioso sono in linea
di principio soltanto tre: la via dell’assimilazione,
la via della marginalizzazione e la via dell’integrazione.
Le prime due, sperimentate in diversi contesti nazionali,
si sono dimostrate impercorribili (8):
L’integrazione è quella che richiede un forte
impegno intellettuale e buona volontà politica e morale.
Le diverse modalità d’integrazioni sostenute
dai liberals anglosassoni in difesa delle minoranze costituiscono
varianti di “marginalizzazione” nelle quali si
sono ripresentati i conflitti inter o infra etnici, verificatosi
recentemente in Inghilterra, e dai quali sono emersi terroristi
islamici con cittadinanza britannica. La forma d’integrazione
che meglio si adegua al carattere non solo complesso ma altamente
dinamico delle società multietniche è quella
anche definita con il termine personalismo interculturale,
e che prende in adeguata considerazione il valore della persona,
inteso come un elemento tipicamente dinamico che si trova
a fondamento di ogni cultura. Gli elementi essenziali di tale
forma d’integrazione si possono delineare nei seguenti
punti
• il primato della persona, che si esplicita
sullo Stato di cui sia cittadina e sulla comunità di
cui sia membro. Il termine «persona» appartiene
ormai talmente al nostro linguaggio quotidiano, da esserne
stato come deflazionata: non dice pressoché più
nulla. In realtà esso connota la più profonda
definizione di uomo. Esso è entrato nella consapevolezza
dell’uomo solo col cristianesimo, e, come scrisse Hegel
(9), questa è stata la
grande novità apportata dalla predicazione evangelica.
Che cosa dunque si intende dire quando si definisce l’uomo
come persona? “Definendo l’uomo come persona si
intende designare il singolo uomo nella sua interezza, concretezza
ed unità psicofisica di soggetto metafisico (sostanza)
capace di pensiero e libertà e per questo capace di
relazionarsi come tale nei confronti di Dio, degli altri uomini
e del resto degli enti che compongono l’universo. Per
queste sue proprietà la persona umana si caratterizza
come unica ed irriducibile nei confronti di tutte le altre
sostanze che compongono l’universo fisico e come tale
soggetto di inalienabili diritti e doveri nei confronti della
società e dello stato” (10).
Nella storia dell’Occidente però alla tradizione
personalistica si contrappone una tradizione antipersonalistica
in cui, da Platone a Macchiavelli, a Rousseau a Robespierre,
a Marx, a Bakunin, Stalin, ai marxisti dei nostri giorni,
concordano nel non voler riconoscere alla persona alcun valore,
se non subordinato a quello del soggetto collettivo, cui essa
di necessità dovrebbe appartenere e su cui dovrebbe
radicare la sua identità. Sono innumerevoli e conosciute
da tutti le catastrofi prodotte nella storia dal misconoscimento
del valore individuale della persona umana.
• dire persona significa dire soggetto in relazione.
La persona si realizza e manifesta le proprie potenzialità
soltanto se non si chiude in se stessa in un atteggiamento
di autosufficienza (superbia) e di egocentrismo (l’altro
non m’interessa). Entrare in relazione con altri soggetti
invece vuol dire aprirsi per farsi conoscere, manifestare
quella simpatia che è desiderio di conoscere l’altro,
è come un donare se stesso all’altro. Il dono
di sé costituisce un atto di amore. Solo amando il
prossimo si può avere accesso alla sua verità,
alla verità di ogni uomo e di se stessi. Tale capacità
di amore è una dote innata propria dell’uomo
e può essere vissuta da chiunque sia ben disposto,
indipendentemente da qualsiasi condizionamento ideologico.
Siffatta disposizione, indispensabile per la realizzazione
del bene comune, non è poi così rara né
improbabile. Checché dicano quelli della tradizione
antipersonalista che non riconoscono il primato della persona.
Guardando alla nostra personale esperienza, (escludendo le
suggestioni dei media e di certi intellettuali) possiamo chiederci
se è proprio vero che tutti gli uomini sono le belve
descritte da Macchiavelli, Hobbes e compagni? O piuttosto
è vero il contrario, che la maggioranza degli uomini
(umili e silenziosi), pur nelle loro naturali debolezze, sono
propensi ad aiutare e ad amare il prossimo.
• la relazionalità chiede di essere garantita.
Possiamo riscontrare una garanzia a più livelli. 1)
La conoscenza amicale che si forma negli incontri tra due
persone offre la garanzia di primo livello nelle relazioni
interpersonali. Tra i coniugi, tra genitori e figli, tra gli
amici di una comunità, se le relazioni sono aperte
al dono di sé s’instaura un rapporto d’amore
che garantisce un autentica crescita delle persone coinvolte.
È comunque ineludibile e vitale che nell’incontro
il dono di sé sia sincero e soprattutto sia reciproco,
altrimenti la relazione è destinata al fallimento.
Purtroppo, può verificarsi in qualunque momento, visto
il carattere dinamico proprio della persona, che ci si trovi
di malumore e scostanti, indifferenti e incapaci di comprendere
il bisogno dell’altro. Chi non riconosce che quando
si verifica un contrasto tra i coniugi, tra un genitore e
il figlio, tra due amici, o tra due sconosciuti, prevalga
in quel momento un atteggiamento egoistico responsabile della
crisi. Chi non ha sperimentato che è possibile superare
incomprensioni e contrasti se con la buona volontà
correggiamo la nostra passione (orgoglio o avidità
o concupiscenza o invidia o gelosia o avarizia ecc.)? 2) Al
livello superiore il garante della relazionalità in
una società multietnica è il diritto, la forma
di esperienza umana destinata a regolare le relazione tra
le parti. Quindi in ultima analisi tocca allo Stato il compito
di garantire la relazionalità multietnica, assumendo
un atteggiamento imparziale che esige neutralità ma
non indifferenza e discernendo tra le culture quelle con la
maggiore capacità di difendere i valori della persona
rispetto ad altre.
• definizione dei limiti dell’integrazione.
È il punto più arduo. La tolleranza verso le
culture non può che essere condizionata. Tollerare
non significa accettare in modo disimpegnato e indulgente
ogni cultura esistente ma significa che si debba formulare
un giudizio (filosofico) che utilizza come misura critica
comune il riferimento alla verità antropologica. Se
una cultura smarrisce se stessa, se diviene manifestazione
deformata di violenza contro l’uomo, se si pone come
chiusura al dialogo con le altre culture e assolutizzazione
di sé, non può essere tollerata, ma al contrario
va condannata. Esiste un limite invalicabile della tolleranza:
“l’intollerabilità della intolleranza”
(11). Non si può tollerare
la cultura intollerante che viola la dignità umana,
ritenuta il valore biogiuridico minimo metaculturale. L’uguaglianza
deve garantire a tutti gli uomini, a prescindere dall’appartenenza
culturale, la possibilità di riconoscersi in quanto
uomini, di conservare la propria identità, senza annullare
o reprimere le differenze
Partecipazione individuale alla realizzazione del
bene comune
"Il bene comune non consiste nella semplice somma dei
beni particolari di ciascun soggetto del corpo sociale. Essendo
di tutti e di ciascuno è e rimane comune, perché
indivisibile e perché soltanto insieme è possibile
raggiungerlo, accrescerlo e custodirlo, anche in vista del
futuro. Come l'agire morale del singolo si realizza nel compiere
il bene, così l'agire sociale giunge a pienezza realizzando
il bene comune. Il bene comune, infatti, può essere
inteso come la dimensione sociale e comunitaria del bene morale"
(12). Nella Mater et magistra
si legge che il bene comune è una "concezione
che si concreta nell'insieme di quelle condizioni sociali
che consentono e favoriscono negli esseri umani lo sviluppo
integrale della loro persona" (n. 69). La realizzazione
del bene comune nelle società particolari non può
essere semplicemente demandato all’autorità politica,
bensì impegna la responsabilità morale di tutti
i cittadini in quanto dipende di volta in volta dai comportamenti
dei singoli componenti di una data comunità. La più
importante delle società particolari è la famiglia
perché costituisce l’elemento primo del tessuto
sociale in tutte le etnie.
Concorso al bene comune nella famiglia
DIMENSIONI DELLA FAMIGLIA
Nella società postmoderna si fronteggiano due concezioni
contrapposte della famiglia, che potremmo definire, una laica
ed una laicista
La concezione laica (13)
definisce la famiglia: “comunione di un uomo e una donna
uniti in matrimonio, aperta alla vita; descrive una dimensione
orizzontale, che le deriva dalla legge naturale, e che trae
origine dalla realtà stessa delle cose”. A questa
si lega una dimensione di profondità, che si manifesta
nell'apertura "sociale" del matrimonio, che non
è un fatto privato fra gli sposi, ma che assume sempre
un significato pubblico che interessa lo Stato e le sue leggi.
Per i cattolici, laici cristefidelis, si aggiunge
la dimensione verticale, rappresentata dalla Grazia del sacramento
istituito da Gesù Cristo, che si innesta - trasformandola
in maniera essenziale - nella realtà naturale dell'amore
tra un uomo e una donna. I tre pilastri della famiglia alla
luce del Vangelo sono la totalità, la fedeltà,
la fecondità:, secondo una parola che - al di fuori
di qualsiasi confessionalismo - è profondamente umana,
proprio perché autenticamente cristiana. Totalità:
perché nella famiglia si accoglie l'altro tutto intero,
sano o malato, simpatico o antipatico, nel bene e nel male,
per sempre. Fedeltà: perché gli sposi si fanno
reciproco dono di un tesoro che è spendibile una volta
sola e per sempre, e che non può essere dato in affitto
per gioco, o per prova. Fecondità: perché per
amare bisogna essere in tre. Il bambino che nascerà
è il segno visibile di come l'amore sia diffusivo,
procreativo. La tradizione cattolica ha sempre inteso il matrimonio
anche come una relazione naturale. Le persone di qualunque
fede possono sposarsi e il loro matrimonio interessa Dio,
i figli, i coniugi e la comunità tutta. Il matrimonio
è uno strumento fondamentale che consente di generare
e crescere le giovani generazioni, dando agli uomini e alle
donne la possibilità di soddisfare il bisogno profondo
di comunicazione tra loro, e il bisogno profondo dei figli
di conoscere e di farsi conoscere dalla propria mamma e dal
proprio papà.
La concezione laicista: trova la sua completa
espressione nella legge approvata in Spagna nel 2005. La nuova
legge equipara i matrimoni alle unioni fra omosessuali. Il
matrimonio è stato distrutto giuridicamente, perché
non è più neppure contemplato dalla legge. Attraverso
la modifica apportata al Codice Civile sono scomparsi i termini
“padre” e “madre” o “sposo”
e “sposa”. L’attuale legislazione spagnola
sul matrimonio ha fatto in modo che coloro che dicono che
il matrimonio è l’unione fra un uomo e una donna
non siano protetti dalla legge, ma si trovino “al margine
di essa”. È ingiusta e settaria e non destinata
a tutti, perché è stata fatta solamente per
pochi. Inoltre, nell’insegnamento dell’Educazione
civica, che sarà obbligatorio per tutti i centri a
tutti i livelli dell’educazione, verrà insegnato
che il matrimonio non è l’unione fra un uomo
e una donna.. Durante questa lezione si chiederà ai
bambini, a quelli che hanno otto anni, se hanno una opzione
sessuale, che affermino se sono uomini o donne o quale sarà
il loro orientamento sessuale. In altri Paesi il matrimonio
è stato equiparato all’unione fra persone dello
stesso sesso, però non è stato distrutto come
è avvenuto in Spagna (14).
EFFETTI NOCIVI DEL DIVORZIO E DELLE COPPIE DI FATTO
Gran parte della ricerca scientifica sociologica oggi sostiene
l’importanza del matrimonio per il bene comune. Ad esempio,
si è visto che il matrimonio riduce l’incidenza
della povertà per i figli e per la comunità.
La maggioranza dei bambini i cui genitori non si sposano o
non rimangono sposati, attraversano almeno un anno di povertà.
L’assenza del padre nella famiglia aumenta l’incidenza
del crimine. I ragazzi i cui genitori hanno divorziato o non
si sono mai sposati, ad esempio, hanno una probabilità
dalle due alle tre volte maggiore di ritrovarsi in carcere
da adulti. Il matrimonio protegge la salute fisica e mentale
dei bambini.
I figli i cui genitori sono stabilmente sposati godono di
un migliore stato di salute e sono meno soggetti a malattie
mentali tra cui la depressione e il suicidio in età
adolescenziale. I genitori che non si sposano o non rimangono
sposati, mettono anche a rischio l’educazione dei figli.
I figli di genitori divorziati o mai sposati hanno rendimenti
scolastici inferiori e sono più soggetti ad essere
bocciati e ad abbandonare la scuola. Essi hanno anche minori
probabilità di laurearsi. Quando fallisce un matrimonio,
si indeboliscono anche i legami tra i genitori e i figli.
I figli, diventati adulti, hanno poi la metà delle
probabilità di intrattenere rapporti affettivi stretti
sia con la madre che con il padre. Ad esempio, secondo uno
studio ampio, svolto a livello nazionale negli USA e in Gran
Bretagna, il 65% dei figli adulti cresciuti con genitori divorziati
hanno affermato di non avere legami stretti con il padre,
rispetto al 29% di quelli cresciuti con genitori sposati.
Il matrimonio è molto importante. La mera convivenza
non è ad esso equiparabile. Le persone che semplicemente
vivono insieme non godono, mediamente, della stessa salute,
benessere e felicità, rispetto alle persone sposate.
Lo stesso vale per i figli. I figli con genitori conviventi
non sposati hanno maggiori probabilità di subire violenza
domestica, abusi e di essere trascurati. I figli nati da genitori
solo conviventi hanno anche una probabilità tre volte
maggiore di vedere i propri genitori separarsi entro il quinto
anno di età (15). La difesa
del matrimonio rientra quindi tra le nostre condivise convinzioni
di laici su come assicurare il bene comune, la giustizia sociale
e il meglio per i nostri bambini (16).
IL CONCORSO AL BENE COMUNE NELLA FAMIGLIA
Ho ritenuto opportuno raccogliere in alcuni principi le linee
guida per tutte le famiglie che si uniformino alla concezione
laica sopra descritta. È implicito che le persone,
appartenendo a gruppi culturali e religiosi diversi, attribuiscano
un valore diverso allo stesso termine. Invece si auto-escludono
dal concorso al bene comune coloro che seguono una cultura
laicista e/o fondamentalista.
Il primo principio è ineludibile: “tutti
i membri di una famiglia (nonni, genitori e figli) sono vincolati
alla realizzazione del bene comune nella verità, nella
giustizia e nell’amore”. Gli elementi naturali
della famiglia sono il consenso tra gli sposi, il bene tra
i coniugi, e la procreazione ed educazione dei figli (CCC,
n. 2201). Inoltre, dentro la famiglia tutti hanno eguale dignità,
ma con responsabilità e ruoli diversi in vista del
bene comune (CCC, n. 2203). Le società più svariate,
già prima dell’avvento del cristianesimo, riconoscono
questa elementare realtà: "la famiglia come istituzione
precede qualsiasi riconoscimento da parte della pubblica autorità:
si impone da sé". Il bene comune di ogni famiglia
è quindi essenziale per tutta la società. Quando
una società che muore cerca le cause del proprio malessere,
essa non deve far altro che guardare alla famiglia: lì
troverà il germe della sua malattia, o i semi della
propria rinascita. È nella famiglia che marito e moglie
imparano a essere davvero adulti, rispettando quotidianamente
"la parola data" una volta per tutte. La partecipazione
alla costruzione del bene comune diventa un atto naturale
se tutti i membri apprendono, anche se gradualmente e con
velocità diverse, come applicare nel vivere quotidiano
il rispetto della verità e della giustizia. Se non
si è sempre sinceri (amore della verità), se
non si riconoscono i propri torti ed errori (amore della giustizia),
se non c’è amore reciproco per perdonare o meglio
dimenticare le offese, non si realizza il bene comune.
Il secondo principio è un passo concreto: “compi
il tuo dovere nelle piccole cose di ogni giorno per il bene
di un altro”. Il primo salto di qualità che dobbiamo
compiere è metterci bene in testa che il bene comune
si compie in mezzo alle circostanze più ordinarie:
una donna che partorisce, una famiglia riunita a tavola, una
casa dove bambini giocano, un padre che rincasa la sera dopo
una giornata di lavoro (17).
Un «focolare luminoso e allegro», ecco i due aggettivi
che dovremmo sforzarci di "realizzare" ogni giorno
dentro le nostre case, secondo l’insistente e gioioso
insegnamento del Beato Escrivà. Già, ma come
si fa? Da che parte si comincia? Con tanti piccoli gesti,
o atteggiamenti, che tutti insieme fanno la nostra giornata
nella famiglia: la serenità nell'affrontare i piccoli
problemi come le grandi difficoltà; la propensione
a saper sorridere, mettendo da parte l'ingombrante preoccupazione
per il nostro io; l'attitudine ad ascoltare il marito, la
moglie, i figli; l'incessante lotta per estirpare l'orgoglio,
perché in fondo sappiamo bene che nelle piccole liti
domestiche nessuno ha veramente ragione.
Il terzo principio è un diritto naturale: “Avendo
dato la vita ai loro figli, i genitori hanno l’originario,
primario e inalienabile diritto di educarli; essi devono perciò
essere riconosciuti come i primi e principali educatori dei
loro figli”. Il dono della vita in forza del quale i
due sposi diventano padre e madre, non si riduce ad un fatto
biologico puramente. Radicate nella biologia, la paternità-maternità
la superano poiché il dono della vita significa porre
una persona nella realtà: generare una persona è
un processo che non finisce fino a quando l’umanità
della persona abbia raggiunto la sua completezza.
La CIDE (Convention internationale des droits de l'enfant)
ci introduce nel cuore della conciliazione tra la necessaria
autorità dell'adulto e il tener conto della libertà
e della parola del bambino. Intesa come un rimettere in causa
l'esigenza educativa rispetto a due considerazioni che non
appaiono sempre conciliabili: da un lato la necessità
di proteggere il bambino con le scelte d’autorità
della madre e del padre che tengono conto della sua particolare
fragilità, dall’altro lato di riconoscergli il
diritto alla libertà di espressione, alla libera scelta
delle sue opinioni e appartenenze, vale a dire di considerarlo
come fosse un adulto responsabile, il che, per la precisione,
ancora non è. La mancanza dei limiti disciplinari che
le istituzioni tradizionali (genitori, scuola) non hanno saputo
porre, per la confusione delle teorie pedagogiche, nello stadio
della prima e seconda infanzia, sotto l'influsso di un'ideologia
della “non-direzionalità”, si traduce in
carenze profonde, una grande vulnerabilità e un sentimento
di insicurezza profondo che genera nei bambini stati di ansia
o vere sindromi depressive (psicosi). Sulla educazione dei
figli (dal neonato all’età di 18 anni) è
in corso un dibattito o meglio una guerra che vede vincente
su scala mondiale la concezione laicista (18).
Sono piuttosto noti i fallimenti di un certo tipo di educazione
dove i genitori non osano svolgere un ruolo di autorità
per timore di una loro eccessiva distanza dal figlio, oppure
perché sono preoccupati di farlo accedere quanto prima
all'autonomia di decisione o di azione: «Sei abbastanza
grande, adesso sbrogliatela». Ma il figlio, per l'appunto,
non è sempre «abbastanza grande», mentre
è proprio di un limite e di una regola - educatori
e psicologi sono concordi in modo sempre più unanime
nel riconoscerlo - che egli ha bisogno per svilupparsi in
maniera equilibrata (19). La
famiglia educa convivendo, mediante cioè una situazione
o condizione di vita di intensa relazionalità interpersonale.
È una vera e propria trasmissione di umanità
dentro al vissuto quotidiano. È qui che per il bene
comune i figli vengono allenati alla virtù della fortezza
(sia del corpo che dello spirito), a esercitare la libertà
nel rispetto dell’altro; a prendersi cura di malati,
anziani, poveri; a praticare la pazienza, ad amare.
Nel nostro contesto sociale, purtroppo, la realtà che
viviamo è molto diversa per il sovrapporsi di due condizioni
che di fatto appaiono in un certo senso interdipendenti. La
prima concerne i genitori, la seconda lo Stato:
• I genitori delle presenti generazioni sono
frequentemente impreparati ad educare i figli, poiché
è stata negata loro una vera e propria educazione dai
loro padri appartenenti alla generazione del Sessantotto:
«quella del 18 negli esami collettivi, del permissivismo
e della indisciplina, del pieno impiego e della crescita economica,
che ha dilapidato l’eredità del benessere, senza
riuscire a infondere quel più di anima di cui denunciava
l’assenza, che ha installato nella società, nell’istruzione
e nella politica, una inversione di valore e un pensiero unico
di cui i giovani di oggi sono le vittime principali»
. Nonostante tutto, tra i giovani però non sono rari
i coniugi che vivono il loro reciproco amore in modo sincero
e profondo, e sul quale poter innestare il bene comune della
loro famiglia. Essi possono uscire dal circolo vizioso della
metafora descritta in nota facendosi guidare sulla educazione
dei figli dai veri esperti, da coloro che dopo aver eseguito
studi post-universitari sono diventati “specialisti
di orientamento famigliare”.
• Lo Stato attraverso soprattutto la scuola
è entrato sempre più pervasivamente dentro alla
gestione dell’educazione della persona. Le leggi anzi
dello Stato si sono orientate sempre più verso una
scolarizzazione pressoché completa del tempo, della
giornata del bambino/adolescente/giovane. Ci sono poi libere
associazioni che con diverse modalità intervengono
nel processo educativo. Bisogna prendere coscienza che è
in atto una vera e propria strategia, a vari livelli istituzionali,
di distruzione dell’istituzione matrimoniale e della
famiglia, e che pertanto è attorno alla famiglie e
alla difesa della vita che si svolge oggi la battaglia fondamentale
per la dignità della persona umana. La crisi economica
colpisce la famiglia e forse sta creando un nuovo proletariato,
quello delle famiglie che hanno perso o stanno perdendo la
loro autonomia, dovendo dipendere sempre più dallo
Stato per quanto riguarda i servizi (scuola e sanità).
Si è cioè capovolto il principio della sussidiarietà:
anziché essere lo Stato ad aiutare le famiglie a svolgere
i loro servizi fondamentali, fra i quali quello educativo,
è la famiglia che deve sopperire spesso alle disfunzioni
dello Stato nei servizi sociali da esso svolti. Con spirito
profetico, inascoltato, il Concilio Vaticano II intimava al
potere civile "il sacro dovere di rispettare, proteggere
e favorire la vera natura, la moralità pubblica e la
prosperità domestica del matrimonio e della famiglia"
(Gaudium et spes, n. 47).
Il quarto principio è una necessaria risposta culturale:
“La giusta coordinazione fra la famiglie e gli altri
soggetti educativi per salvare la propria autonomia in vista
del bene comune”. La rilevanza sociale della famiglia
diventa sempre più decisiva proprio nel momento in
cui è meno riconosciuta: è il luogo in cui si
prepara il futuro della società civile. Dalla situazione
sopradescritta può derivare nelle famiglie e nella
coscienza dei singoli la convinzione che "l’originario,
primario e inalienabile diritto" di educare sia destinato
a restare solo sulla carta, e quindi cominci a formarsi una
sorta di rassegnazione al ruolo di fatto secondario della
famiglia nel campo educativo. La reazione a tutta questa riflessione
potrebbe essere una reazione di "malessere" prodotto
dal confronto colla realtà della situazione vissuta.
Malessere che può essere cattivo consigliere, perché
può far pensare o che le cose dette non sono vere oppure
che non sono praticabili. In realtà sono semplicemente
assai difficili. Il presupposto più importante che
aiuta a superare le difficoltà è il "patto
educativo" fra Chiesa e famiglia che esiste ancora, ma
sotto almeno due forme. La prima consiste nell’esplicito
rapporto che i genitori istituiscono con la Chiesa per l’educazione
dei loro figli. Questa forma può giungere fino al punto
che chiedano alla Chiesa di allearsi con loro nell’opera
intera dell’educazione, mandando i propri figli anche
alle scuole gestite dalla Chiesa. Le famiglie devono diventare
come tali soggetti di azione nei confronti di chi interviene
nel processo educativo. Mi limito ad indicare due ambiti di
questo intervento. Il primo è costituito dall’ambito
scolastico. La legge sull’autonomia offre spazio di
intervento precisamente nella proposta educativa; l’associazionismo
dei genitori deve quindi essere promosso. La laica Francia
sta vivendo proprio questa esperienza che appare in un certo
senso paradossale in un Paese “laicista” . La
seconda forma che può assumere il patto educativo fra
la famiglia e la Chiesa è proprio di chi, pur non riconoscendosi
nella fede cristiana, ritiene che la cultura da essa generata
sia il modo più adeguato per l’uomo di vivere
dentro alla realtà. Pertanto, chi sigla il patto educativo
in questa forma, da una parte non educa i propri figli secondo
un astratto modello di umanità che concretamente non
esiste da nessuna parte: secondo un progetto utopico. Dall’altra
difende la possibilità pubblica della fede cristiana
di educare e di generare cultura.
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1.
Vescovi d’Inghilterra e Galles, Il Bene Comune e la
Dottrina Sociale della Chiesa, 1996, n. 116.
2. Conferenza Episcopale Triveneta, Per un’educazione
cristiana alla politica, n. 5.
3. Il “conosci te stesso” di Socrate (gnwqi sauton)
può dare adito a due diverse interpretazioni, una metafisica,
l’altra esistenziale: al "conosci che cosa sei
in quanto essere umano", ossia "conosci che cosa
è l’uomo" (scienza di sé), si contrappone
il "conosci te stesso come singolo" (coscienza di
sé), cercando di vivere la tensione al bene come tua
propria esclusiva.
4. A. de Benoist, Gli esiti nefasti della globalizzazione
e i modi per contrastarla in "Trasgressioni", n.
22, Firenze, maggio-agosto 1996.
5. U. Garimberti, Psiche e techne, Feltrinelli, Milano, 1999.
6. Joseph Ratzinger L’EUROPA NELLA CRISI DELLE CULTURE
conferenza tenuta venerdì 1 aprile 2005 a Subiaco,
al Monastero di Santa Scolastica
7. Giussani L. , Porta la speranza. Primi scritti, ed. Marietti
1820, Genova 1998, pag. 16
8. D’Agostino F., Per una convivenza tra i popoli: pluralismo
e tolleranza, Medicina e Morale 2006; 3: 469-484. “L’assimilazione
è antropofagica e pretende che chi si candida all’assimilazione
abbandoni la sua identità originaria. La marginalizzazione
è una soluzione burocratica che può comportare
o la ghettizzazione e/o al profondo disinteresse verso le
minoranze marginalizzate. L'Europa senza identità,
quella stessa che predica sempre il dialogo, il confronto,
la tolleranza, non sa accogliere né integrare nessuno,
perché non sa che cosa insegnare a nessuno. In Italia,
si offre gratis la cittadinanza perché si pensa che
sia solo un certificato anagrafico. Perciò questa Europa,
prima attira l'immigrato per fargli fare a basso costo ciò
che essa non vuole più fare, poi, siccome a costui
non piace la nouvelle cuisine spirituale europea, lo ghettizza.
Il multiculturalismo europeo è proprio la dottrina
della ghettizzazione”.
9. Enciclopedia delle scienze filosofiche, § 482. In
realtà la posizione hegeliana precisa e categorica
solo in apparenza, ha in se stessa germi di riflessione che
mettono in crisi in realtà ciò che con una certa
retorica viene da lui detto.
10. G.Basti, Filosofia dell’uomo, ESD, Bologna 1995,
pag. 334.
11. Palazzoni L..Bioetica e culture: imperialismo, relativismo
o transculturalismo? Medicina e Morale 2006;3: 517-531.
12. Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa. N. 164.
Libreria Editrice Vaticana, Roma, 2004.
13. La laicità è una virtù che l’illuminismo,
nella forma che non ha rinnegato le radici cristiane, ha acquistato
col tempo e anche a caro prezzo. Il laicismo è un male,
il derivato postmoderno del giacobinismo francese. Partono
entrambi dalla distinzione tra «sfera pubblica»
e «sfera privata», ma la concepiscono in modo
diverso. Nella prima versione, la sfera pubblica è
una libera arena in cui tutte le professioni religiose sono
libere di giocare un ruolo, in cui vale la socializzazione
della religione come diritto delle varie comunità dei
credenti ad esprimersi nella vita politica, ci lascia liberi
di pregare o non pregare e di fondare un ordine politico basato
su princìpi universali di convivenza.. Nella seconda
versione, la sfera pubblica è invece uno spazio vuoto
in cui a nessuna professione religiosa è consentito
di esprimersi. Di conseguenza, la prima versione, che si riconosce
nel modello americano, consente che la politica sia orientata
dalla religione. La seconda versione, impersonata dal laicismo
europeo, no: per essa qualunque elemento religioso trasferito
nella vita politica è - come dicono i nostri laici
- un'interferenza. Il laicismo è una religione repubblicana
giacobina che bandisce tutte le religioni in cui, vale la
privatizzazione della religione, o il suo confinamento nel
«ghetto della soggettività», come si espresse
a suo tempo il cardinale Ratzinger, e che ci impone invece
di tacere e di arrenderci ad una politica senza valori.
14. In Italia si sta sviluppando una linea culturale snob
favorevole a Pacs e omosessuali, diretta all’eutanasia
della famiglia. A questo proposito, gli spot pubblicitari
di una nota marca di telefonia mobile e la Rai danno man forte
ad una cultura contro la famiglia. In Italia vi sono più
di 22 milioni di famiglie e 500.000 coppie di fatto. Perché
occuparsi di quest’ultime invece che delle famiglie?
Perché con tutti i problemi che ci sono nel nostro
Paese il governo deve cominciare dai Pacs?. Non è possibile
che 22 milioni di famiglie, i nove decimi degli italiani,
siano calpestati, quotidianamente dai media e dalla pubblicità,
che privilegiano gay, coppie di fatto e divorzi rispetto alla
famiglia. L’uguaglianza dei diritti non crea il diritto
all’uguaglianza. Una coppia omosessuale è diversa
da una coppia eterosessuale: c’è un evidenza
dell’osservazione che ce lo dice. I diritti individuali
sono pari, quelli delle coppie no. E’ proprio il senso
della ragione che ce lo dice.
15. Gallagher Maggie, Presidente dell’Institute for
Marriage and Public Policy e autrice di un contributo al libro
“The Meaning of Marriage” (Spence). WASHINGTON,
D.C., (ZENIT.org) 2006.
16. Benedetto XVI: Il fondamento antropologico della famiglia.
“Le varie forme odierne di dissoluzione del matrimonio,
come le unioni libere e il "matrimonio di prova",
fino allo pseudo-matrimonio tra persone dello stesso sesso,
sono invece espressioni di una libertà anarchica, che
si fa passare a torto per vera liberazione dell’uomo.
Una tale pseudo-libertà si fonda su una banalizzazione
del corpo, che inevitabilmente include la banalizzazione dell’uomo.
Il suo presupposto è che l’uomo può fare
di sé ciò che vuole: il suo corpo diventa così
una cosa secondaria dal punto di vista umano, da utilizzare
come si vuole. Il libertinismo, che si fa passare per scoperta
del corpo e del suo valore, è in realtà un dualismo
che rende spregevole il corpo, collocandolo per così
dire fuori dall’autentico essere e dignità della
persona”. Basilica di San Giovanni in Laterano Lunedì,
6 giugno 2005.
17. Josemarìa Escrivà: “Le attività
professionali – anche il lavoro domestico è una
professione di primo ordine – sono testimonianze della
dignità della creatura umana; occasioni di sviluppo
della personalità; vincoli d’unione con gli altri;
fonti di risorse; mezzi per contribuire al miglioramento della
società in cui viviamo, e per promuovere il progresso
della umanità tutta…- Per un cristiano, queste
prospettive si allungano e si allargano ancora di più,
perché il lavoro –assunto da Cristo come realtà
redenta e redentrice – si trasforma in mezzo e cammino
di santità, in concreta occupazione santificabile e
santificatrice”. Forgia n. 702. Edizioni Ares –
Milano 1992.
18. Come non citare qui l'incredibile concetto di «diritti
sessuali» rivendicati in modo alto e forte per i figli
in occasione di recenti grandi conferenze internazionali,
sostenute in particolare da potenti reti pedofile che vi scorgono
un mezzo per fare arretrare le azioni penali nei confronti
dei crimini sessuali che esse commettono, come pure da gruppi
di pressione laicisti, permissivi minoritari, ma solidamente
costituiti.
19. Acquistare una reale autonomia presuppone un periodo in
cui il bambino sottopone temporaneamente la propria libertà
a degli educatori che non mancheranno di farlo accedere gradualmente
a un esercizio costruttivo della sua libertà.
20. "Una delle metafore che traducono meglio la condizione
dell’uomo contemporaneo è senz’altro lo
sradicamento. L’uomo sradicato, o peggio, privo di radici,
non ha più letteralmente un ubi consistam, un fondamento,
una base morale. Dentro di sé il vuoto di senso, fuori
il deserto. Non gli resta, allora, che incamminarsi. Sapendo
però che nessuna stella polare indicherà più
la via. Né illuminerà più la meta. Un
cammino assurdo: alla via recta della tradizione si è
sostituito il circolo vizioso. Ulisse senza Itaca, navigante
senza approdo: questo è l’uomo che l’arte,
la letteratura e la filosofia contemporanea ci hanno consegnato"
[M. Stolfi, Kafka, Straniero in cammino, in F. Kafka, La meta
e la via, BUR, Milano 2000, pag. 5]. Non a caso ogni ideologia,
da Platone a Marx, che abbia pensato di dover ricostruire
ex integro l’uomo ha negato l’originaria appartenenza
dell’uomo alla famiglia.
21. La banlieue, nelle borgate alla periferia delle grandi
città, è la zona della «microcriminalità
diffusa». La situazione nei licei della banlieue (incendiatosi
l’autunno scorso con una raffica d’incendi un
pò in tutte le periferie francesi) è tanto grave
che quest’anno molte famiglie hanno cercato d’iscrivere
i propri ragazzi agli istituti privati cattolici e protestanti,
letteralmente sommersi di richieste. Tante famiglie sono pronte
a fare pesanti sacrifici pur di evitare ai propri figli l’esperienza
della scuola pubblica di periferia (Le Parisien, 5 settembre
’06).
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