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| Filosofia
della Medicina |
| Anno
2001 - numero 1 |
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Libertà
e Dignità (seconda parte) |
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L'esperienza
morale |
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Nelle
concrete situazioni dell'esistenza, l'uomo, non solo percepisce
la sua innata attitudine alla libertà, ma sperimenta il suo
essere libero. Nella esperienza morale, tuttavia, possono non
venire rilevate le limitazioni imposte alla libertà dai condizionarnenti
delle convenzioni sociali, e non vengono normalmente riconosciute
le inibizioni del super-Io prodotte dalle pulsioni che rimangono
nascoste nell'inconscio.
La capacità dell'uomo di scegliere, cioè di esercitare il libero
arbitrio, è inerente alla volontà la quale, in una definizione
metafisica, può essere intesa come la tendenza che inclina la
persona verso l'oggetto da perseguire. Oggetto di tale inclinazione
è il bene (sia parziale che totale) nei confronti del quale
la volontà possiede quindi un orientamento necessario. Tale
necessità deriva proprio dal desiderio di felicità, tipico dell'uomo,
incessante perché mai soddisfatto, e che l'individuo umano persegue
nei modi più diversi con la nostalgia inestinguibile di un bene
ultimo.
La volontà come potenza trova la sua definizione proprio nell'oggetto
che l'attrae, del quale però non può fare esperienza immediata,
dando così origine alla possibilità della libertà. Questa ultima
si fonda sulla sproporzione tra la potenzialità originaria dell'uomo
che è teoricamente illimitata, e le possibilità offerte dall'esperienza
con la finitezza dei beni particolari. Posta di fronte a questi
beni parziali, la volontà deve rompere l'indeterminazione e
determinarsi da sé, cioè decidere quale atto compiere. La libertà
consiste proprio in questo potere di "autodeterminazione", il
cui dinamismo fondamentale è orientato verso il sommo bene.
E' anche evidente che l'appetito razionale della volontà si
determina motivandosi, cioè conoscendo le ragioni del suo agire.
Decidermi con conoscenza di causa è insieme sapere e volere,
cioè è volere che tale ragione diventi la mia ragione di agire.
Anche se l'ultimo giudizio pratico (è ultimo solo perché voglio
che sia così) è un atto dell'intelligenza, nell'unità esistenziale
dell'individuo umano, intelligenza e volontà si compenetrano
e si condizionano a tal punto da rendere indistinguibili al
soggetto le diverse fasi psico-dinamiche dell'atto libero.
L'autodeterminazione, data all'uomo per la sua liberazione,
è soltanto un inizio che non esaurisce il problema della libertà.
La persona che si accinge a compiere un atto concreto di libera
scelta può esercitarla secondo due forme:
Nella prima la persona considera la propria capacità
di libertà come fine a se stessa, non soggetta a vincoli, ma
come una sua prerogativa assoluta. L'uomo indipendente vive
la sua libertà ribellandosi contro le limitazioni che vengono
imposte alle sue scelte personali, le quali sono guidate dall'utile
(di qualunque genere) che ne può ricavare secondo i criteri
di una moralità soggettiva. Nella società contemporanea tali
criteri regolano le relazioni interpersonali della maggioranza
degli individui e vengono spesso sanzionati mediante leggi dello
Stato da maggioranze parlamentari. In tal modo si finisce inevitabilmente
per fare coincidere l'uso della libertà con la necessità della
situazione: - violando i diritti del più debole, - legittimando
il sopruso e l'offesa alla dignità della persona. Venendo a
mancare un valore morale di oggettivo riferimento, ogni tentativo
di stabilire una libertà fine a se stessa è destinato a fallire,
perché si viene a creare inevitabilmente un conflitto paradossale,
intrinseco all'agire dell'uomo, nel quale emergono due fattori
costitutivi: 1) la libertà assoluta rende indifferente ogni
scelta, annullando in tal modo la capacità propria dell'uomo
all'autodeterminazione; 2) viene tolto all'atto umano ogni carattere
di responsabilità e di rischio. Il paradosso è bene dimostrato
nella descrizione della società aperta di Karl R. Popper (4):
<<La tolleranza, al pari della libertà, non può essere
illimitata perché porta alla scomparsa della tolleranza>>.
Nella seconda la persona esercita la libertà con senso
di responsabilità, meglio definita nei principi di un'etica
oggettiva, la quale deve necessariamente avere le caratteristiche
di autonomia e di eteronomia. "Autonoma", in quanto è fondata
sulla capacità umana dell'autodeterminazione e sulla responsabilità
individuale. "Eteronoma", in quanto viene riferita, come guida
alle scelte, a dei principi generali, come quelli presenti nelle
'dieci parole" che esplicitano le intuizioni morali fondamentali,
originarie della legge naturale. Di qui la possibilità che il
soggetto agente colga e riconosca le intuizioni morali fondamentali
interrogando la propria coscienza (purché questa sia conservata
retta e bene informata), in modo che possano guidarlo nelle
singole scelte. Nell'esperienza etica del genere umano risulta
essere costante la presenza del valore o meglio di una scala
di valori (inclusa la libertà) ai quali fare riferimento per
poter dare un senso all'agire dell'uomo e sulla base dei quali
far derivare il grado di responsabilità individuale.
L'esperienza etica, alimentandosi dei singoli atti liberi,
appare ancorata nella profondità della persona ed emerge come
una esperienza del valore il quale si costituisce nella coscienza,
non come un dato preconfezionato, ma come oggetto di una libera
elezione dell'Io che tende a realizzarlo attraverso un processo
ininterrotto. In tale processo dinamico, costellato di sconfitte
e vittorie, si radica la libertà morale, come tensione continua
tra ciò che siamo e ciò che vogliamo e dobbiamo essere, tra
la situazione presente e la vocazione che siamo chiamati a realizzare.
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Significato del valore morale
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Nel
linguaggio comune al termine "valore" vengono attribuiti significati
essenzialmente diversi. Può essere usato per indicare: o una
misura non comune delle doti morali e intellettuali di una persona
o delle capacità specifiche in ambito professionale, o il costo
di produzione di un bene, o il pregio di un'opera artistica,
o l'importanza di una cosa qualunque, o la validità legale di
un documento, o il significato di un simbolo, o una variabile
numerica in matematica ecc. Evidentemente la parola può entrare
in qualunque discorso acquistando il significato che gli si
vuole dare in quel momento. Un impiego così inflazionato del
vocabolo genera facilmente una confusione semantica che Io trasforma
in un contenitore vuoto, usato spesso a sproposito, specialmente
se Io si qualifica con l'aggettivo "morale". Ma cosa significa
"valore morale"? Esiste veramente un valore dì questo tipo?
L'esperienza morale costituisce una realtà molto complessa che
sfugge ad una concettualizzazione troppo rigida. Anche da ciò
deriva la difficoltà di trovare quella definizione (il significato)
del valore morale che meglio corrisponda alla peculiare esperienza
vissuta con l'autodeterminazione. Analizzando il nostro modo
di agire si può constata re che le nostre singole scelte vengono
nel concreto determinate non tanto da ciò che e "buono per me",
ma da ciò che a me risulta essere "buono in se stesso". In tale
accezione emerge il concetto di valore che indica qualcosa di
estremamente oggettivo, qualcosa certamente in relazione all'uomo,
ma in quanto intenzionato verso uno scopo ulteriore (che pertanto
lo trascende). Questo valore è il primo che ci si presenta davanti
quale distintivo peculiare di una certa esperienza specifica.
Vissuto come un "desiderio di essere degno dell'uomo", il valore
designa infatti <il
preferibile, il desiderabile, l'oggetto di un'anticipazione
o di una normativa> (5). Costituisce il connotativo proprio
della morale. In questi termini, non si giustifica la critica
che considera ogni valorizzazione, anche se positiva, un processo
intellettuale, puramente soggettivo, antropocentrico, che attribuisce
un valore all'essente (scopo dell'atto) come oggetto del suo
fare (6).
Ammessa l'esistenza e la correttezza terminologica, in che consiste
propriamente quella qualità che chiamiamo valore morale? Le
formule usate nel suo lungo excursus storico non si adattano
alla mentalità contemporanea: accenno alle principali per evidenziarne
le inadeguatezze attuali:
Il valore morale è conforme alla retta ragione (S. Tommaso).
Dopo la filosofia neopositivista, purtroppo, la parola ragione
caratterizza nell'epoca attuale, l'aspetto unicamente logico
dello spirito. Intesa in tal senso, la ragione non solo non
è norma oggettiva della moralità, ma non è neppure la facoltà
in grado di percepire il valore morale. L'apprendimento di esso
è invece di ordine emotivo-intenzionale, in cui però il sentimento
non ha nulla di empirico, ma stabilisce il rapporto esistenziale
del soggetto con l'ordine dei valori (7).
Il criterio oggettivo della moralità viene fondato sulla
natura umana, presa nella sua integrità e totalità. E' moralmente
buono quell'atto che è conforme all'essenza più profonda dell'uomo,
all'uomo non in quanto individuo (professionista, scienziato,
artista, operaio, ecc.), ma all'uomo in quanto tale. Il significato
della parola natura viene però facilmente equivocato. Tale termine
infatti fa riferimento nella mente dei nostri contemporanei
alla realtàL'uomo moderno si trova di fronte alla natura, ad
ogni natura, come il soggetto di fronte all'oggetto. Non riceve
da essa né specificazione né valore. E' lui invece che valorizza
tutto il resto e gli dona un senso il proprio senso.Se si prende
la "natura" esattamente nel senso in cui si parla della "natura"
di una pietra o di un fiore, non si può attribuire all'uomo,
considerato nella sua differenza, una "natura" di questo genere
biologica, cosmica, oggettivistica, ecc. e si contrappone nel
significato al concetto metafisico, coscienziale, spirituale
che intende la natura umana come la sostanza che costituisce
l'essenza di ogni essere umano. (8). Rispetto alla definizione
precedente, il riferimento alla natura umana ha il vantaggio
di accentuare il carattere realistico ed esistenziale della
morale, ma si presta alla confusione tra il significato metafisico
di essenza (9) e quello biologico naturalistico.
L'essenza del valore morale viene indicata secondo altre
formulazioni: (a) nel Fine Ultimo dell'uomo secondo l'ascetica
cristiana, (b) nella felicità, intesa in diversi modi, (c) nella
conformità all'ordine dell'essere o della realtà di Rosmini,
(d) nel progresso e sviluppo dell'umanità. Tutti questi criteri
non mancano di validità, ma sono ulteriori, cioè seguono la
determinazione del valore morale che riguarda invece un ambito
più immediato, quello di una condotta degna dell'uomo.
Per valore morale si intende quella qualità inerente
ad un atto umano (interno od esterno) che si esprime come conformità
alla dignità della persona e come riconoscimento, e quindi,
amore e rispetto di quella stessa dignità. Tale definizione,
radicata nella persona, è quella che meglio aderisce alla esperienza
della libera autodeterminazione dell'uomo. Più semplicemente
è onesto colui che agisce secondo la sua dignità di persona
o, il che è lo stesso, secondo il senso autentico della sua
vita e, di conseguenza, rispetta e ama quella dignità in sé
e negli altri. L'idea morale non consiste dunque nell'ubbidire
ad una regola, a noi imposta, o ad una razionalità interna formale
autonoma, e neppure in una creazione arbitraria di tipo sartriano
o nietzschiano, ma nel rispetto e nel l'amore del senso misterioso
e sacrale dell'esistenza mia e altrui (10).
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L'opzione fondamentale
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Nella
libera elezione della scala dei valori l'Io costruisce se stesso
in conformità ad una opzione morale fondamentale. Non è agevole
fare una disamina esauriente della opzione fondamentale in quanto
nella sua concezione intervengono componenti dai contorni sfumati
di natura psicologica, filosofica, esistenziale e teologica.
L'opzione fondamentale costituisce l'espressione più importante
della responsabilità morale in quanto rappresenta l'intenzione,
coinvolgente tutta la persona, che precede e accompagna ogni
comportamento umano. Tale formulazione è analoga a quella di
"fine ultimo" elaborata dalla tradizione teologico-morale agostiniana
e tomista. L'orientamento verso il fine ultimo era inteso come
l'intenzione globale che si manifesta negli atti morali concreti.
L'opzione fondamentale viene ora intesa come l'intenzione globale
che precede e si sviluppa attraverso degli atti morali concreti.
Il concetto di opzione fondamentale comprende il mutuo rapporto
che si instaura tra la persona e il suo atto nella dinamica
delle sue scelte. Trattandosi di una intenzione complessa di
difficile percezione, nella descrizione delle sue componenti
il suffisso -pre serve per indicare l'atteggiamento in potenza
dello spirito prima che si concretizzi nel singolo atto. La
opzione fondamentale si presenta:
Da un punto di vista psicologico come una grandezza pre-fissata
e a-tematica. Ciò non ne sminuisce la importanza e la incisività
nell'orizzonte morale della persona. Viene definita pre-fissata
per indicare una condizione psicologica che precede tutti i
processi psico-dinamici dell'autodeterminazione. Ed è a-tematica
in quanto non sottoscrive un singolo principio od un certo valore
morale al quale fare riferimento. Non potrebbe essere infatti
diversamente per varie ragioni. Innanzitutto perché la sua comparsa
nell'Io avviene prima che il soggetto agente inizi le sue scelte,
si ponga cioè nelle condizioni richieste per realizzare l'autodeterminazione
nell'atto concreto. In secondo luogo perché l'opzione fondamentale
concerne un atteggiamento dello spirito di tipo potenziale proiettato
verso il futuro che si potrebbe configurare o definire come
il supporto di tutta la persona nel suo cammino vocazionale.
Per una comprensione più articolata, ricorrendo all'analisi
filosofica, si può considerare appartenente all'opzione fondamentale
una pre-decisione, termine che rimanda al correlato esistenziale
della pre-comprensione, intesa questa ultima quale rapporto
direttamente vissuto tra conoscenza e il suo oggetto appropriato.
In altri termini ogni singola decisione, per essere adeguatamente
compresa, deve rifarsi alla matrice della sua pre-decisione.
Questa ultima coinvolge tutta l'esistenza umana, perché costituisce
l'orientamento (primario) della libertà verso il bene. Tale
orientamento è la condizione che rende possibile la scelta dei
singoli beni particolari. Come la pre-comprensione riguarda
un atteggiamento dell'intelletto che permette al soggetto di
istituire la relazione con l'oggetto per giungere alla sua conoscenza,
così la pre-decisione riguarda un atteggiamento di tutta la
persona che si prepara ad agire con senso di responsabilità
costituendo il supporto teorico e pratico al giudizio della
coscienza attuale. Da qui si genera la matrice della pre-decisione
che permetterà al soggetto agente di comprendere la portata
morale delle sue scelte.
Eseguendo un'analisi più penetrante della natura e dei
dinamismi della libertà si può rilevare come nella scelta di
un'azione particolare siano anche presenti una decisione su
di sé e una disposizione della propria vita, pro o contro il
Bene, pro o contro la Verità. Tale disposizione della propria
vita è sostenuta da una libertà più profonda (diversa dalla
libertà di scelta) definita perciò "fondamentale". Questa libertà
attua la scelta od opzione fondamentale mediante la quale la
persona decide globalmente di se stessa, non attraverso una
scelta determinata e consapevole a livello riflesso, ma in forma
<trascendentale> e <atematica> (11).
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Pericoli
derivanti dalla negazione o da un falso concetto dell'opzione
fondamentale |
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In
un articolo di alcuni anni fa descrissi come atto fondamentale
della coscienza le decisioni o scelte trascendentali, che potremmo
anche definire come scelte di tutta la persona proiettate verso
il proprio futuro. Il giudizio pratico, invece, che il soggetto
formula sulla qualità morale dell'atto "da compiere, che sta
compiendo, o ha già compiuto", è un atto che appartiene alla
coscienza attuale la quale deriva i propri criteri di discernimento
etico dalla opzione fondamentale (12). Sulla base delle riflessioni
fatte finora, le scelte mediante le quali la persona decide
globalmente di se stessa in una proiezione futura e pertanto
in una forma trascendentale, appartengono in modo più appropriato
ad un atteggiamento che sarebbe meglio definire "pre-coscienziale".
Tale definizione mi sembra più corretta per poter significare
che la opzione fondamentale è un atteggiamento dello spirito
costante e attivo anche quando non viene individuato o percepito
in modo cosciente. E' come una energia vitale, che abbiamo a
suo tempo orientato in un certo modo, che presiede a tutte le
nostre scelte, che è presente anche quando rimane latente o
inavvertita.
L'opzione fondamentale può essere negata, o male orientata o
falsificata:
La negazione della importanza nella vita morale delle
scelte di fondo costituisce la facile scappatoia di tutti coloro
che ritengono l'autonomia della persona una prerogativa assoluta
che può essere limitata, sulla base di reciproche intese, soltanto
secondo i criteri di una morale relativista e soggettiva. Gli
stessi non perdono occasione per erigersi a censori dei costumi
sociali, al fine di giustificare in nome dell'autonomia tutti
gli atti concreti che violano la sacralità della vita e la dignità
della persona. La contraddizione profonda insita in tale posizione
balza agli occhi, se si riflette sulla ricaduta della responsabilità
morale individuale che comporta ogni atto concreto. Le opzioni
fondamentali sono inevitabili, anche in chi le nega, perché
"nascono come un dovere vitale nei momenti importanti o cruciali
della vita" (12). Non si può non decidere, si è obbligati a
scegliere o questo o quello dal nostro modo di vivere e dal
fatto che comunque apparteniamo ad un gruppo sociale. Anche
i timidi, i pavidi, gli incerti, gli ignavi, gli ignoranti o
i colti, i prepotenti, i deboli o i forti, i ricchi o i poveri,
devono scegliere, prima o poi, una o più volte, come orientare
la propria vita. Pure la non decisione è una scelta che può
assumere un valore negativo se è una rinuncia al bene, o viceversa
positivo se è una posizione di fortezza che evita di fare il
male a se stessi o agli altri.
L'opzione fondamentale può essere male orientata quando
viene disgiunta o dissociata dai principi della morale oggettiva.
Questa posizione è sostenuta sulla base di un equivoco molto
diffuso nella nostra società. In linea teorica si ritengono
veri e validi i precetti che derivano dai dieci comandamenti
(la base della morale oggettiva), ma essi non vengono applicati
perché il proprio orientamento di fondo e gli atti concreti
sono in realtà ispirati dalla morale relativistica seguita dalla
maggioranza dei contemporanei. Questo equivoco è vissuto senza
problematiche particolari, anzi come un costume così diffuso
che viene ormai considerato normale perché si è perduta la sensibilità
morale o quello che viene più precisamente definito "il senso
del peccato". Il soggetto, pur compiendo atti che violano la
dignità della persona o la sacralità della vita, propria o degli
altri, non se ne fa scrupolo alcuno, non tanto perché magari
questi atti sono stati legalizzati da leggi positive inique,
ma perché non ritiene che debba risponderne a livello della
propria coscienza, verso se stesso e verso Dio. Questa persona
che apparentemente non prova alcun rimorso, che si giustifica
addirittura criticando la rigidità dell'insegnamento morale
del Magistero, ha l'occhio interiore dello spirito offuscato
dall'egoismo illuminista ed il suo senso morale non è più in
grado di discernere ciò che è bene da ciò che è male (13).
Un falso concetto sul significato dell'opzione fondamentale
induce alcuni teologi ad operare una forma di dissociazione
tra questa ultima e le scelte deliberate di un comportamento
concreto. Si delinea così all'interno dell'agire umano una scissione
tra due livelli di moralità: da una parte l'ordine del bene
e del male dipendente dall'orientamento della opzione fondamentale
verso o no il Bene assoluto; dall'altra i comportamenti intramondani
che verrebbero qualificati moralmente come atti fisici o pre-morali,
giusti o sbagliati, solo in dipendenza delle conseguenze da
questi prodotte. La qualifica morale della persona sarebbe determinata
soltanto dall'orientamento della opzione fondamentale (11).
Queste tendenze sono contrarie all'insegnamento biblico che
concepisce l'opzione fondamentale come una scelta che qualifica
la vita e che impegna la libertà di fronte a Dio. Si tratta
dell'obbedienza della fede al messaggio di Cristo (Rm 16,26),
che viene intesa da tutti i popoli come una vera e propria scelta
della libertà e che collega profondamente tale scelta con gli
atti particolari (14). |
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Il
libero arbitrio e la condizione individuale |
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Dalle caratteristiche della libertà sopra descritte possiamo
arguire che la persona è il supporto essenziale e unico della
libertà di scelta. Pertanto, i miei atti particolari non si
possono ridurre ambiguamente al dilemma, - necessità/libertà
- ma coinvolgono il vissuto totale della mia persona che si
sforza di dare un qualche senso alla sua esistenza nel mondo.
E' questo il problema del libero arbitrio. Il termine, etimologicamente
non significa affatto, come è stato interpretato da alcuni,
una libertà capricciosa, un'arbitraria gratuità (del tipo ad
es. alla Gide), ma proprio il contrario: <>,
cioè il dominio dell'Io su se stesso per ubbidire alla leggi
della Razionalità. Le negazioni del libero arbitrio nel pensiero
moderno sono dominate dalla contrapposizione polemica tra determinismo.
idealistico (Hegel), marxistico o positivistico (Freud)) e indeterminismo
(esistenzialismo, volontarismo, fideismo). Un rigido determinista
troverebbe logicamente la vita noiosa, assurda e inutile. Sarebbe
lo stesso per un puro indeterminista che pensasse di poter creare
significati e valori in una libertà assoluta e irrazionale (15).
Il senso comune, la nostra percezione interiore ci mostrano
invece che una libertà, finita ma concreta e reale, parziale
ma non immotivata, è la vera misura dell'uomo. Il libero arbitrio
riguarda, perciò, la condizione umana, tipicamente individuale,
personale, singolare, irripetibile ed insostituibile.
Tale condizione si presenta con i caratteri di:
1. misteriosità: mi trovo gettato in un mondo spesso
ostile dominato da forze ineluttabili; ogni barlume di conoscenza,
nonostante i progressi scientifici, è sempre circondato da un
vasto alone di oscurità che ha come termine l'annientamento
della morte. Se fossi sicuro che tutto è assurdo ed irrazionale
e che qualsiasi scelta è errata, allora ogni libertà ragionevole,
ogni autodominio o padronanza di sé, sarebbe impossibile. La
decisione diverrebbe sempre un colpo del caso o della fortuna.
La scelta invece non solo è possibile, ma è tanto legata alla
mia realtà esistenziale che sono sempre assillato da una domanda:<quello
che faccio è bene o male, opportuno o inopportuno, utile o dannoso,
bello o brutto?>>;>;
2. ineludibilità delle scelte. Di fronte agli interrogativi
continui che la vita pone non si può non rispondere, anche se
si tratta di una risposta a temi particolari essenzialmente
diversa da quella che costituisce la opzione fondamentale. Una
non-risposta è già una risposta perché non si può comunque uscire
dalla nostra condizione umana. Anche il suicidio, ad esempio,
come il non-suicidio, costituisce una presa di posizione. Non
possiamo restare neutri o indifferenti o incerti: dobbiamo scegliere
anche nella oscurità. In ogni atto dell'uomo si riflette più
o meno consapevolmente l'opzione fondamentale della nostra esistenza;
3. tragicità: è conseguente agli altri due caratteri.
Tra la ricerca di un senso che non riusciamo a trovare e la
necessità di darcelo ad ogni costo, viviamo spesso le scelte
cruciali in un clima di sofferta conflittualità. Ogni decisione
importante o cruciale ci pone di fronte a delle scelte che possono
creare nella nostra coscienza un clima di drammaticità o addirittura
di angoscia, se abbiamo coltivato una coscienza retta e sensibile.
In questi casi infatti viene posta in gioco l'opzione fondamentale
che deve orientare tutta la nostra esistenza. Non possiamo certo
accettare, come insegna Giovanni Paolo Il (14), la posizione
di quei teologi i quali sostengono che per la rettitudine morale
e la salvezza dell'anima è determinante l'orientamento dell'opzione
fondamentale, mentre i singoli atti possono adattarsi alle esigenze
ed essere compiuti in contrasto con i principi morali della
legge naturale e delle dieci parole. Queste tendenze sono contrarie
allo stesso insegnamento biblico che concepisce l'opzione fondamentale
come una vera e propria scelta della libertà e collega tale
scelta con gli atti particolari. |
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Condizionamenti
e limiti del libero arbitrio |
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Possiamo raggiungere una migliore comprensione della nostra
libertà mediante l'analisi dei fattori che limitano o condizionano
o bloccano le nostre capacità di scelta (7). I limiti sono costituiti
da quelle forze fisiche, biologiche e psichiche che non possiamo
in alcun modo modificare. Esse si estendono dalla razza, alla
fami glia, al codice genetico, alla costituzione fisica di ciascuno,
alla lingua materna, all'educazione familiare, scolastica e
sociale, all'insegnamento religioso e morale che ci è stato
impartito, ecc. Tali fattori svolgono una qualche influenza,
spesso di non facile rilievo e certamente molto legata alle
circostanze individuali, sull'esercizio del libero arbitrio,
ma non impediscono il normale esercizio della libertà nel vissuto
abituale.
I condizionamenti invece dipendono da forze di varia origine
le quali possono influire sul nostro libero arbitrio, ma non
dominarlo completamente tanto che la volontà può reagire ed
affermare la propria autonomia.
Questi fattori condizionanti sono tanti che è impossibile enumerarli.
Essi sono sociali, politici, economici, culturali, etnici, psicologici,
religiosi, ecc. In breve sono tutti quei fattori che costituiscono
l'oggetto di studio delle scienze umane.
Tra queste ultime merita un breve commento la scoperta psicoanalitica
dell'inconscio. Con le sue originali ricerche Freud è giunto
a mettere in dubbio non solo la consistenza della realtà esterna,
come fece Cartesio, ma pure quella del mondo interiore. La repressione
delle pulsioni inconscie, anche se soltanto in alcuni soggetti
provoca sintomi a volte intensi di tipo psico-nevrotico, rappresenta
una condizione generale che influenza lo sviluppo della personalità
di ogni uomo. Stando così le cose diventa difficile o arbitrario
tracciare il confine tra sani e malati. Secondo Freud (come
aveva già sostenuto Spinoza), non solo il soggetto chiaramente
nevrotico, ma anche colui che si ritiene normale vive l'illusione
della libertà, mentre invece tutte le sue scelte sono condizionate
dalle forze dell'inconscio, senza che lui se ne renda conto.
Allora non esistono soggetti liberi e quindi responsabili dei
loro atti, che si possano distinguere dai nevrotici i quali,
essendo dominati dalle pulsioni dell'inconscio, non sono in
grado di gestire responsabilmente il loro libero arbitrio.
Come si concilia l'influenza dell'inconscio sullo sviluppo della
personalità con l'attestazione della coscienza, certa anche
se soggettiva, come prova evidente del libero arbitrio? C'è
chi sostiene che se anche una sola volta ci si può ingannare
sulla reale libertà delle nostre scelte, questa stessa possibilità,
di per sé sola, dissolve ogni prova di libero arbitrio (16).
Tali posizioni estremistiche ripetono alcuni concetti dell'epistemologia
delle scienze oggettive, ma non sono applicabili alla psicologia.
Esse inoltre si contraddicono con la realtà delle nostre conoscenze.
Ritengo che i dati in nostro possesso si possano così sintetizzare:
1) l'uomo ha da sempre avuto sentore dell'esistenza dell'inconscio
come è dimostrato dal fatto che presso tutti i popoli antichi
si praticavano l'analisi dei sogni, la preveggenza, l'ipnotismo,
le cure basate sulle suggestioni psicologiche; 2) tali pratiche
avevano successo perché intervenivano in un certo qual modo
sull'inconscio individuale e collettivo; 3) l'inconscio è parte
integrante nello sviluppo dell'individuo umano; la sua definizione,
più precisa, data dalla scienza psicoanalitica, ha permesso
di conoscere meglio solo alcune caratteristiche e alcune modalità
d'intervento; 4) l'inconscio essendo un costituente normale
nel mistero della persona, accresce la difficoltà della comprensione
ma non per questo ne altera o stravolge gli attributi essenziali
tra i quali sono comprese la dignità e la libertà; 5) se così
non fosse, si dissolverebbe nel nulla l'essenza dell'essere
umano e del suo essere persona in evidente contraddizione con
lo sviluppo del pensiero umano; 6) l'estensione a tutti i soggetti
normali degli effetti delle pulsioni represse, come quelli rilevati
nei neuropatici con la tecnica psicoanalitica, è arbitraria,
priva dì ogni base scientifica, e inoltre risulta essere in
evidente contrasto con l'esperienza individuale e collettiva;
7) nel linguaggio umano universale esistono i concetti morali
di merito-demerito, dignità-indegnità, approvazione-biasimo
che acquistano il loro significato originario soltanto nel presupposto
del libero arbitrio, altrimenti muterebbe sostanzialmente il
senso che l'uso comune loro attribuisce; 8) il presupposto del
libero arbitrio, essendo presente in tutta la storia dei comportamenti
del genere umano, è una realtà ineludibile della persona; 9)
se il libero arbitrio fosse un inganno, apparirebbe in modo
assurdo come una manifestazione irrazionale in un essere razionale
e senza scopo né causa; 10) la dimostrazione scientifica della
realtà del libero arbitrio si trova paradossalmente proprio
nell'analisi psicoanalitica del senso di colpa: i risultati
di un'analisi condotta senza pregiudizi ideologici permettono
infatti di separare i soggetti normali, che si sentono responsabili
di colpe realmente commesse, dai pazienti nevrotici, che vivono
invece un senso di colpa per fatti immaginari o sepolti nell'inconscio.
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Bibliografia |
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1) Spinoza B. Ethica ordine geometrico demonstrata. Laterza,
Bari 1915, parte II, p.48.
2) Rossi P. Alla ricerca della verità 1)1 sentieri della conoscenza.
L'Informazione Cardiologica 1999;19:39-94.
3) Guardini R. Persona e Libertà. Editrice La Scuola 1987, Brescia,
pp 93-116.
4) Popper KR La società aperta e i suoi nemici. Ed. Armando
1973.
5) Abbagnano N. Dizionario di filosofia. Torino 1961, p. 887.
6) Heidegger M. La morale come abitazione nell'essere (1957)
Di G. Morra in <> p. 205.
7) Scheler PA. Le formalisme en éthique et l'éthique matérielle
des valeurs. Gallimard, Paris, 1955, P. 86.
8) De Finance J. La valeur morale et la raison, in <Omaggio
a Vincenzo La Via>. Catania 1969, p. 285.
9) Rossi P. Quando l'uomo inizia e cessa di essere sostanza.
L'Informazione Cardiologica 1998; 18:94-98.
10) Valori P. L'Esperienza Morale. Morcelliana, Brescia, 1985,
pp. 166-181.
11) Giovanni Paolo II. Veritatis Splendor. Edizioni PIEMME,
Casale Monferrato. 993, n. 65.
12) Rossi P. La coscienza rivisitata. L'informazione Cardiologica
1994; 16-n.2: 26-29.
13) Rossi P. La debolezza della coscienza. L'Informazione Cardiologica
1994; 16 n. 1: 26-28.
14) Giovanni Paolo II. Veritatis Splendor. Edizioni PIEMME,
Casale Monferrato, 1993, n. 66, 67.
15) Valori P. Libero arbitrio. Rizzoli Libri, 1987, Milano.
16) Antonini F. Psiche Bulzoni, Roma, 1969, p. 163. |
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Prof
Paolo Rossi
Viale Verdi, 18 - Novara
e-mail: paolorossi_125@fastwebnet.it
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FILOSOFIA
della MEDICINA: ARCHIVIO |
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