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Filosofia
della Medicina - Agosto 2005 |
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cura di Paolo Rossi |
ARCHIVIO |
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Accanimento
Terapeutico ed Eutanasia |
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Dilemmi
etici |
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I
due argomenti non sono necessariamente concatenati anche se
certe forme di pensiero cercano di presentarle come una a giustificazione
dell’altra, per evitare la prima è meglio ricorrere
alla seconda. |
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Premessa
filosofica |
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Due forme di uso della ragione: |
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Una, la più diffusa, è autoreferenziale,
(fa riferimento solo a se stessa), per cui ogni ragione ha la
sua verità. Questo tipo di ragione sostiene che tutte
le culture hanno lo stesso valore e dignità etica con
valori non confrontabili tra di loro e predica un relativismo
culturale e morale pervasivo che avvelena l’occidente.
Nel suo orgoglio illuminista la ragione autoreferenziale si
considera autosufficiente, sia che si orienti verso l’idealismo
astratto, o verso il positivismo scientifico e/o utilitarista,
o verso quello marxista, o verso l’esistenzialismo nichilista,
e si rifiuta sistematicamente di accettare una verità
uguale per tutti gli uomini.
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L’altra è creaturale. La ragione cioè
riconosce i propri limiti, ricerca la verità nelle diverse
sfere del sapere oltre a quella della scienza, costituisce la
premessa razionale della fede (evitando un fideismo sterile
e cieco), perché è conscia del fatto che con le
sole sue forze non potrà mai giungere alla verità
tutta intera. Sulla relazione tra ragione e fede, così
Giovanni Paolo II apre l’enciclica “Fides et ratio”
del 14 settembre 1998: « La fede e la ragione sono come
le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso
la contemplazione della verità. È Dio ad aver
posto nel cuore dell’uomo il desiderio di conoscere la
verità e, in definitiva, di conoscere Lui perché,
conoscendolo e amandolo, possa giungere anche alla piena verità
su se stesso.»
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Da
questi modi di essere derivano le scelte morali della ragion
pratica che si riassumono essenzialmente in due forme di etica:
1) l’etica dei principi del pensiero relativista; 2) l’etica
fondata sui valori della persona, espressi dalla legge naturale
(intesa come partecipazione della legge eterna nella creatura
razionale), legge rinvenibile nell’intimo della coscienza
mediante l'uso indipendente ma sincero della ragione.
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Nell’etica dei principi: il principio di “autonomia”
o libertà di scelta della persona adulta è posto
come basilare degli altri principi di beneficialità e
di giustizia, di conseguenza ciò che desidero per me
è un diritto da realizzare a qualunque costo; i principi
di beneficialità e giustizia sono quindi attuati secondo
criteri utilitaristici.
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Nell’etica personalista, i principi sono fondati sulla
dignità della persona: “il valore della vita fisica,
la inviolabilità della vita umana è un precetto
morale fondamentale per la persona stessa, in quanto il corpo
è il fondamento nel quale e con il quale la persona si
esprime e si realizza”. Ogni essere umano è persona
perché dotato di una natura razionale dal concepimento
al suo termine naturale. La natura razionale dell’essere
umano è quella che stabilisce la dignità assoluta
della persona che non può essere scambiata con nessun
altro valore perché come essere razionale è la
creatura che si trova all’apice della creazione. |
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Definizioni |
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L’accanimento
terapeutico, è un insieme di cure straordinarie o
sproporzionate che vengono messe in atto nel tentativo di prolungare
la vita di un malato terminale.
Rientrano in questa definizione le cure inutili o inefficaci,
la penosità o gravosità della situazione del malato,
l’eccezionalità degli interventi o mezzi terapeutici.
In questi tre criteri oggettivi si comprendono: 1) il giudizio
tecnico-medico, 2) lo stato psicologico, la situazione famigliare
e l’orientamento spirituale del malato, 3) la posizione
di fronte alla morte.
Eutanasia, (êu “bene” e th?natos “morte”)
o morte indolore, è un eufemismo paradossale. L’eutanasia,
in senso vero e proprio, è intesa secondo il Magistero
della Chiesa Cattolica come un’azione o omissione che
di natura sua e nelle intenzioni procura la morte, allo scopo
di eliminare ogni dolore.
La morte non può mai essere dolce, bensì la sua
ineluttabilità genera l’angoscia primordiale nell’uomo
che guarda al mistero che la circonda. Tale angoscia esistenziale
viene mascherata rimuovendo il concetto della morte. Nella società
occidentale la morte è diventata inominabile, ciò
di cui non si deve parlare per preservare la ricerca della felicità
umana. L’occultamento della morte dall’orizzonte
individuale ha portato a due conseguenze: 1) a relegarla in
una corsia di ospedale per le persone debilitate, 2) a perseguire
il mito scientista di “morte naturale”, il cui limite
è spostato dal progresso scientifico fino al termine
sereno e consapevole della eutanasia.
In diversi Paesi occidentali, sulla eutanasia è stato
attuato un subdolo percorso legislativo che come primo passo
permette la tolleranza dell’atto una volta riconosciuto,
nel successivo applica la sua depenalizzazione, per giungere
alla legalizzazione vera e propria, e nelle prassi più
estese, anche nei bambini. La legalizzazione dell’eutanasia
è già attuale nell’Oregon, in Olanda, Belgio,
e Nord Ovest dell’Australia e si sta estendendo in altri
Paesi come la Spagna.
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Tecniche
eutanasiche
I modi di anticipare
la morte sono numerosi e dipendenti dalle circostanze cliniche,
culturali e legali, propri di ogni Paese. La morte anticipata
può essere causata: 1) con la somministrazione di narcotici,
2) con la interruzione della ventilazione assistita in soggetto
con cuore battente (il classico “stacco della spina”),
3) con il digiuno e la sete (suicidio assistito) a soggetto
autonomo o la interruzione dell’alimentazione artificiale
in soggetto dipendente (caso Terry Schiavo). In Italia chi pratica
l’eutanasia attiva è accusato di omicidio e sembrerebbe
diffusa quella clandestina. Ma credo che sia una interpretazione
errata e strumentale, fatta ad arte da parte dei membri della
Exit, una associazione torinese che dal 1986 reclama la legalizzazione
della eutanasia. L’equivoco sta nel considerare un procedimento
eutanasico le cure palliative destinate a rendere più
sopportabile la sofferenza nella fase finale della malattia.
Già nel 1957 Pio XII aveva affermato che è lecito
sopprimere il dolore con la somministrazione di narcotici, pur
con la conseguenza di limitare la coscienza e di abbreviare
la vita, «se non esistono altri mezzi e se, nelle date
circostanze, ciò non impedisce l’adempimento di
altri doveri religiosi e morali». In questi casi la morte
non è voluta né ricercata. Anche la rinuncia a
mezzi straordinari o sproporzionati non equivale al suicidio
o alla eutanasia; esprime piuttosto l’accettazione umana
di fronte alla morte (EV n. 65). In ogni circostanza rimane
sempre doveroso continuare fino al termine naturale, il supporto
vitale con l’alimentazione, la somministrazione di liquidi,
e la igiene del corpo, tutte misure che rendono il morire più
dignitoso e meno sofferto . |
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Giudizio
etico sulla eutanasia |
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Il
principio morale fondamentale è che a nessuno è
data la facoltà di togliere la vita o distruggere parti
dell’organismo. La difesa della vita fonda la sua validità
nella legge morale naturale prima ancora che nel diritto positivo.
Ciascuno scopre nel proprio intimo in virtù della sua
natura razionale il “principio fondamentale” che
è la dignità della vita della persona cui poi
tutti gli altri principi sono orientati (GS, 16). Da tale principio
deriva la condanna dell’eutanasia in ogni sua forma. Il
comandamento «non uccidere» ha valore assoluto quando
si riferisce alla persona innocente. (EV n.57). «In conformità
con il Magistero dei miei Predecessori (Pio XII, 1957; Paolo
VI, 1971; GS, 27) in comunione con i Vescovi della Chiesa Cattolica,
confermo che l’eutanasia è una grave violazione
della legge di Dio, in quanto uccisione deliberata moralmente
inaccettabile di una persona umana. Tale dottrina è fondata
sulla legge naturale e sulla Parola di Dio scritta e trasmessa
dal Magistero. Una tale pratica comporta, a seconda delle circostanze,
la malizia propria del suicidio o dell’omicidio»
(Giovanni Paolo II, EV, n. 65). |
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L’eutanasia
da alcuni è richiesta, in altri o è proposta,
o è imposta, o è praticata senza alcun consenso
anche in forma clandestina |
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Innanzitutto
si deve fare attenzione alla mistificazione del linguaggio che
propone sotto falso nome una politica di morte. Gli argomenti
che vengono portati a sostegno sono: • la salvaguardia
della salute sociale, • il costo dell’assistenza
e la limitazione delle disponibilità sanitarie, •
il senso di pietà per il paziente terminale. L’ultimo
argomento è molto diffuso ed è una falsa pietà
per una persona molto malata, in genere abbandonata in un letto
di ospedale. Questa falsa pietà si nasconde invocando
l’obbligo morale di controllare il dolore con la proposta
di una “dolce” morte e vuole invece mascherare il
disagio personale di chi assiste il morente. La impalcatura
filosofica questi argomenti è quella sopraindicata della
ragione autoreferenziale, utilitarista con il conseguente relativismo
intellettuale ed etico.
I cittadini che possono essere coinvolti con diversi approcci
in un intervento eutanasico appartengono a molte categorie sociali.
La loro individuazione è importante perché dimostra
la estensione e la gravità del problema. |
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La
eutanasia è richiesta da: |
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1)
Malati molto sofferenti
che richiedono di anticipare la morte perché angosciati
dalla solitudine e dal senso di abbandono e vivono il cosìdetto
“dolore globale”. Eventuali richieste di morte da
parte di persone gravemente sofferenti - come dimostrano le
inchieste fatte fra i pazienti e le testimonianze di clinici
vicini alla situazioni dei morenti – quasi sempre costituiscono
la traduzione estrema di un'accorata richiesta del paziente
per ricevere più attenzione e vicinanza umana, oltre
alle cure appropriate, entrambi elementi che talvolta vengono
a mancare negli ospedali di oggi. Risulta quanto mai vera la
considerazione già proposta dalla Carta degli Operatori
sanitari: "l'ammalato che si sente circondato da presenza
amorevole umana e cristiana, non cade nella depressione e nell'angoscia
di chi invece si sente abbandonato al suo destino di sofferenza
e di morte e chiede di farla finita con la vita. E per questo
che l'eutanasia è una sconfitta di chi la teorizza, la
decide e la pratica" (n. 149).
Il sollievo dal dolore e dalla sofferenza, la dignità
del morire rappresentano esigenze fondamentali che devono essere
salvaguardate a priori come diritti inalienabili della persona.
Ciò è espresso nella carta dei diritti del malato
cronico.
CARTA DEI DIRITTI DEL MALATO CRONICO IN EVOLUZIONE DI MALATTIA
Ho il diritto di: 1. essere considerato come persona e con la
mia dignità riconosciuta fino al termine naturale della
vita; 2. essere sollevato dal dolore fisico e da altri tipi
di sofferenza; 3. ricevere risposte veritiere alle mie domande;
4. attendermi tutte le necessarie cure mediche ed infermieristiche,
anche quando la finalità sia solo quella del conforto;
5. ricevere interventi proporzionati alla mia situazione clinica,
senza accanimento e senza abbandono terapeutico; 6. essere preso
in cura da persone competenti, sensibili e affettuose, disponibili
a comprendere tutti i miei bisogni, aiutandomi sino alla fine;
7. partecipare alle decisioni che riguardano l'assistenza alla
mia persona dopo aver ricevuto tutte le informazioni e le spiegazioni
che richiedo; 8. riflettere e approfondire le mie esperienze
spirituali e religiose, anche con l'aiuto di chi mi circonda;
9. conservare sempre la speranza ed essere curato da chi possa
dare un senso di speranza; 10. esprimere apertamente i miei
sentimenti e le mie emozioni per l'avvicinarsi della morte;
11. avere aiuto per i miei familiari affinché possano
affrontare ed accettare la mia morte; 12. non essere lasciato
solo e di morire in pace, con dignità, secondo i principi
della mia religione, nel luogo a me familiare. |
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2)
Individui adulti che firmano una carta di autodeterminazione
quando ancora sono in buona salute.
Le volontà anticipate nella carta di autodeterminazione
(vedi news letter n. 8) costituiscono un esempio di falso impiego
della libertà in quanto non possono corrispondere ai
veri interessi sulla buona salute della persona né a
quelli che saranno i veri desideri della persona nel momento
in cui si troverà gravemente malata o potrebbe essere
nella impossibilità di esprimersi in qualche modo. Ecco
casi clinici: nella sclerosi laterale amiotrofica arriva un
momento in cui subentra la paralisi della muscolatura respiratoria.
A quel punto il paziente cessa di vivere per asfissia, a meno
che non sia sottoposta a tracheotomia. Un malato così,
un ragazzo si era raccomandato di non fargli nulla, di lasciarlo
andare. Però lo ha detto mentre respirava bene. Quando
è subentrata la crisi finale, sentendosi morire soffocato
ha chiesto con l’ultimo filo di voce:”Fatemi la
tracheotomia!” Se fra uno, cinque o dieci anni si trovasse
la cura per la sclerosi? In passato chi avrebbe dato qualche
chance a un malato di AIDS? Poi è sopraggiunta la triterapia
che consente ai portatori del virus Hiv di vivere con dignità.
Così i parkinsoniani grazie al levodopa.
La domanda cruciale nella carta di autodeterminazione riguarda
“i provvedimenti di sostegno vitale, quelle misure
urgenti senza le quali il processo della malattia porta in tempi
brevi alla morte”. Le misure urgenti elencate nel
questionario comprendono la rianimazione cardio-polmonare in
caso di arresto cardiaco, la ventilazione assistita, la dialisi
(rene artificiale), la chirurgia d'urgenza, le trasfusioni di
sangue, le terapie antibiotiche e l'alimentazione artificiale.
E la domanda posta sugli “gli interventi urgenti”
richiede la seguente risposta, che: «siano o non siano
iniziati e continuati se il loro risultato fosse il prolungamento
del mio morire». Questa domanda appare assurda dal punto
di vista medico, ed è anche molto rischiosa perché
significa che si sceglie di essere uccisi in situazioni di emergenza
che la medicina ha molte buone probabilità di risolvere
garantendo altri anni con una buona qualità di vita.
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La
eutanasia è imposta da: |
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1)
Malati in una fase terminale che può durare anche molto
tempo. Sulla richiesta
di medici o familiari, il giudice ordina che vengano interrotti
i mezzi di supporto vitale. La interruzione dell’alimentazione
artificiale risulta essere una crudeltà perversa e inutile
che aumenta la sofferenza degli ultimi giorni di vita. L’errore
morale è compiuto da tutti coloro che in un modo o nell’altro
pretendono di decidere della vita degli altri. |
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2) Malati con alterato lo stato di coscienza.
Lo spettro delle alterazioni dello stato di coscienza è
molto complesso dal punto di vista clinico, terapeutico e prognostico.
Ogni malato trascina con se una storia, una famiglia e un ambiente
propri e solleva problemi morali specifici, spesso molto difficili,
che dovrebbero essere analizzati caso per caso. Una riflessione
etica più generica può essere applicata alle tre
categorie di malati come vengono attualmente etichettati dai
medici.
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Il
COMA: è uno stato di assenza della coscienza,
dovuto a un danno di varia natura (traumatico, ischemico
o emorragico) subìto dalla corteccia cerebrale,
che rende il paziente totalmente incapace di relazioni
con l'ambiente. Se ne valuta la profondità a
seconda della sede della lesione. Può evolvere
in piena ripresa, stato vegetativo o morte |
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Riflessione
etica.
L’assenza di coscienza di per sé non può
sollevare problemi di scelta morale perché ogni
decisione è subordinata alla evoluzione e alla
valutazione diagnostica. |
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LO
STATO VEGETATIVO: è successivo al precedente,
ma caratterizzato dall'apertura degli occhi (per l'attivazione
della sostanza reticolare che dà vigilanza),
che sono il segnale di una alternanza di sonno e veglia.
Sono presenti respiro e battito cardiaco spontanei,
controllati dal tronco encefalico. La prognosi è
indefinita ma con possibilità di risveglio anche
dopo molti mesi e anni. |
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Riflessione
etica.
Il termine vegetativo non si adegua affatto alla condizione
umana di questi pazienti, usciti dal coma. Non sono
affatto ravanelli o “morti viventi” come
li definì il ministro Umberto Veronesi, ma persone
umane che conservano un legame con l’ambiente
e le persone che le accudiscono. Sono malati che si
trovano in una situazione di vigilanza, ma che non denotano
coscienza di sé e neppure dell’ambiente
che li circonda e devono essere accuditi in tutte le
funzioni, eppure quando si risvegliano (12 su 69, nel
centro Don Orione di Bergamo) ricordano i racconti loro
fatti durante lo stato vegetativo o certe sofferenze
di altri momenti come durante il bagno. Mentre si trovano
in stato vegetativo, sussultano di paura se avvertono
urla o un forte rumore. Quando uno di questi pazienti
riceve la visita di un parente cambia atteggiamento,
come hanno documentato le immagini degli occhi (non
certo inespressivi) ed i sorrisi (non certo casuali
o spastici) di Terri Schiavo alle carezze della mamma.
Primo dilemma morale. Il caso di Terri apre un varco
senza precedenti nell’etica e nel diritto occidentale
perché per la prima volta equipara l’alimentazione
all’accanimento terapeutico. Un essere umano innocente
e indifeso è stato condannato a morire di fame
e di sete con una sentenza iniqua e crudele nella quale
per la prima volta in occidente l’alimentazione
è stata considerata un atto medico e, quindi,
il suo proseguimento su un paziente (definito erroneamente)
in coma è stato equiparato a un atto di accanimento
terapeutico. La vita di Terri non era legata ad una
macchina che le faceva battere il cuore o la faceva
respirare per cui staccando la spina lei sarebbe morta;
questo è l’ambito dell’accanimento
terapeutico. Ma era nutrita con la Peg, (gastrostomia
endoscopica percutanea). Si è invece deciso di
farla morire di fame e di sete con un procedimento di
eutanasia che ha causato 15 giorni di forti tormenti
(descritti nella cartella clinica). |
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Secondo
dilemma morale.
La sentenza del giudice che ha condannato Terri dimostra
la esistenza di un connubio perverso tra giusnaturalismo
illuministico e relativismo morale per cui il concetto
di legalità non è più un valore
fondato su una esigenza morale che assicuri un giusto
ordine normativo; la legalità che interessa al
giurista non possiede e non deve avere alcun riferimento
etico.
Terzo dilemma morale. Scandaloso il silenzio della classe
medica italiana sulla donna americana lasciata morire
di fame e di sete; ciò non meraviglia perché
la maggior parte della categoria è troppo sbilanciata
sulle cure anziché sul “prendersi cura”
che vuol dire occuparsi della persona malata oltre che
della malattia. Nessuna meraviglia, visto che quando
era ministro Umberto Veronesi la commissione Oleari,
presieduta da un dirigente della Sanità, si era
pronunciata a favore della sospensione dell’alimentazione
e dell’idratazione ai pazienti in stato vegetativo.
Qui è in discussione l’idea stessa di uomo.
Se si stabilisce che un essere vivente è persona
solo quando esercita determinate funzioni, nel momento
in cui le perde diventa lecito fargli qualunque cosa.
Si vorrebbe far derivare il valore dell’uomo dalle
sue prestazioni fisiologiche, concetto assolutamente
non accettabile, perché aprirebbe la strada alla
soppressione dei malati di mente, dei down, degli handicappati,
degli anziani inabili. Lo stato di persona non è
determinato da una funzione bensì da una origine.
E questa origine è Dio per coloro che credono,
è la specie uomo per tutti. |
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LA
MORTE CEREBRALE definisce la totale assenza di ogni
attività cerebrale, segnalata sia dall'encefalogramma
piatto, sia dall'assenza di respiro e battito cardiaco
autonomi, per i quali è indispensabile l'ausilio
di macchine. La ripresa del soggetto non è più
possibile. |
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Riflessione
etica.
Le condizioni necessarie perché sussista la morte
cerebrale vengono valutate in base a criteri neurologici
molto rigorosi. Sono condizioni che debbono risultare
assolutamente certe. Non può essere ammesso alcun
rischio di errore. Perciò sia la scienza sia
il diritto sia i comitati etici hanno ritenuto opportuno
fissare un adeguato periodo di osservazione. Questo
va da un minimo di sei ore per gli adulti a un massimo
di 24 ore per i bambini di età inferiore a un
anno. Alla fine del periodo di osservazione, una commissione
(composta da tre specialisti: anestesista-rianimatore,
neurologo esperto in elettroencefalografia e medico
legale), se l'encefalo del paziente ha subìto
lesioni complete e irreversibili, dichiara la morte.
Tutte le grandi società scientifiche e le commissioni
mediche riconoscono questi criteri, sia pure con piccole
differenze tra Paese e Paese. Si considera giusto rispettare
un adeguato periodo di osservazione, anche se l'avvenuta
morte dell'encefalo potrebbe essere accertata in tempi
molto più brevi, utilizzando indagini strumentali.
Primo dilemma morale. Con la morte cerebrale irreversibile,
dell’individuo umano è rimasto un organismo
con organi ancora funzionanti se con l’ausilio
delle macchine è mantenuta la circolazione sanguigna
e la respirazione. Quel individuo non possiede più
la dignità della persona perché è
venuta meno la unità corporea psichica e spirituale
specifica del soggetto umano. Quindi da un concetto
biologico (morte cerebrale) si salta alla nozione filosofica
di persona. Questo salto possiede una grande rilevanza
morale nell’etica del dono di organi per trapianti. |
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Secondo
dilemma morale.
Il professor Ernesto Galli della Loggia ha sostenuto,
sul "Corriere della Sera" del 23 gennaio,
che la Chiesa Cattolica si contraddice perché
difende la vita nascente ma non la vita morente, permettendo
il prelievo degli organi da donatori a cuore battente.
Ebbene, forse è il caso di richiamare un dato
di fatto, ossia che il donatore di organi, pur avendo
ancora il cuore battente, non è un morente, ma
un morto. Galli della Loggia dice che la più
elementare naturalità suggerisce che la morte
corrisponda alla cessazione del battito cardiaco e del
respiro e che tale nozione è da sempre invalsa
nelle culture di matrice classica e cristiana (ma non
solo). Si può controbattere che la nozione di
battito cardiaco esiste soltanto dal 1627, quando William
Harvey scoprì la circolazione del sangue. Quindi
la definizione di morte non è univoca ma può
cambiare con l'evoluzione della scienza. Oggi è
possibile mantenere le funzioni vitali in un organismo
anche quando sono cessati il respiro e il battito cardiaco
spontanei. Ciononostante, la persona è morta
pur se i suoi organi sono ancora vitali. È il
concetto di morte cerebrale, introdotto durante l'Assemblea
mondiale dei medici a Sidney nel 1968. |
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Terzo
dilemma morale.
I gravi disabili mentali (da malattie degenerative del
sistema nervoso) e i soggetti in stato vegetativo non
possono mai essere equiparati alla morte cerebrale.
Questi malati sono persone, vive. Comunicano con chi
si prende cura di loro, benché certo con codici
diversi da quelli dei sani. Percepiscono il dolore,
infatti a un massaggio troppo brusco reagiscono con
smorfie di sofferenza. Per noi, in quel caso, la vita
è presente. |
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Prof.
Paolo Rossi
Via Verdi, 18 28100 Novara
paolorossi_125@fastwebnet.it
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