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Viviamo in una società segnata
da profonde contraddizioni razionalistiche, come esiti di
una evoluzione che sembra offuscare le capacità conoscitive
dell'uomo. Mentre nel secolo scorso il razionalismo imperante
poggiava su una pretesa autonomia della ragione intesa come
una totale autosufficienza, oggi il panorama intellettuale
si è profondamente modificato. L'orgoglio intellettuale non
si afferma più nei grandi sistemi filosofici, ma piuttosto
nella ideologia della scienza ed è tutto polarizzato dalle
conquiste scientifiche. Nonostante i successi della tecnologia
che hanno sostanzialmente modificato la qualità e la durata
della vita, lo sforzo dell'uomo nel suo slancio prometeico
è accompagnato e travagliato da una inquietudine diffusa e
sorda.
Il dubbio radicale della ragione
La ragione umana dubita di se stessa. L'elemento determinante
di questa crisi è costituito dalla perdita della fiducia,
da parte delle ragione stessa, nelle capacità naturali di
raggiungere la verità. Paradossalmente, tale sfiducia si associa
al rifiuto della ragione di ricercarne le vere cause.
Uno dei dati più rilevanti della situazione attuale è rappresentata
dalla crisi del senso così profonda che non pochi si chiedono
se abbia ancora qualche significato porsi una domanda sul
senso. Una delle cause di questo fenomeno è la seguente: "con
il moltiplicarsi delle teorie e dei punti di vista sulla realtà,
si è prodotta una frammentarietà del sapere". Le diverse forme
del sapere umano hanno reso marginale e subordinata la riflessione
filosofica. Queste forme di razionalità sono orientate come
ragione strumentale al servizio di fini utilitaristici, di
fruizione e di potere (1n.47). Tutto ciò ha come effetto quello
di suscitare e acuire un dubbio radicale, che sfocia facilmente
nello scetticismo, o nell'indifferenza o nelle diverse forme
di nichilismo.
Il pensiero che si sviluppa in tale contesto tende a rinchiudersi
in se stesso, nella propria immanenza, ed è inequivocabilmente
portato a respingere ogni riferimento ad una realtà che trascende
i contenuti delle scienze. Eppure l'esistenza di tale realtà
si sottopone in modo incontrovertibile alla intelligibilità
ed alla capacità di accertamento della verità della ragione.
La ragione speculativa
Con la crisi dell'idealismo, la pretesa di una ragione del
tutto autosufficiente (capace di realizzare da sé l'assolutezza
della verità) è ormai tramontata, ma è rimasta nel pensiero
contemporaneo l'idea che la ragione speculativa sia l'unico
organo della verità: il pensiero è nella verità solo se mantiene
un'autosufficienza che rifiuta apporti di conoscenze che non
siano quelle della ragione speculativa stessa.
La ragione credente
Tale riduzione della ragione alla sua forma speculativa è
un equivoco che non si concilia con la natura stessa del conoscere.
Infatti l'uomo è costitutivamente un essere sociale, che acquisisce
conoscenze nel rapporto fiduciale, attraverso la testimonianza
degli altri, con i quali trova la certezza della verità trasmessa.
L'importanza primaria di tale forma conoscitiva, che potremmo
definire "fede naturale", è così evidente da poter affermare
che non vi è anche un sapere fondato sulla credenza, ma che
il sapere nasce anzitutto dalla credenza.
La credenza non è perciò una figura complementare del sapere,
ma è la sua forma primaria: il sapere è anzitutto un venir-a-sapere
e quindi la ragione è anzitutto ragione credente (l'inizio
è quel sapere decisivo per la nostra identità personale costituito
dal nostro nome e dalla nostra protostoria).
Il primo rapporto di conoscenza fiduciale è quello che il
bambino instaura con i genitori, come ho già accennato nell'articolo
precedente.
La ragione, pertanto, non nasce speculativa, ma lo diventa
con la maturazione dell'autocoscienza critica.
Dall'orientamento egocentrico di questa attività conoscitiva
nasce il primo vero errore che caratterizza la storia del
genere umano: quello di attribuire il merito delle sue conoscenze
unicamente a se stesso, alle proprie doti naturali, rinnegando
la sorgente della verità e dimenticando la precaria finitezza
della creatura umana. E' questo un errore di superbia che
genera i conflitti tra le generazioni, l'incomprensione tra
padre e figlio, il disprezzo degli anziani e il loro isolamento
sociale. Traslato nella sfera metafisica, genera l'ateismo
o l'agnosticismo.
Sul piano della responsabilità morale rende l'individuo egoista,
amorale e scettico. L'orgoglio dell'uomo illuministico si
sviluppa quando la ragione conquista, con la capacità argomentativa,
il potere dimostrativo dell'evidenza.
La stessa superbia si autoalimenta, in modo paradossale, ritenendo
infondata od erronea la sua primaria fonte di sapere. L'ermeneutica
contemporanea (disciplina che offre le regole per interpretare
rettamente una proposizione), rivalutando la figura del "pre-giudizio",
ha fatto giustizia dell'astrazione con cui l'illuminismo di
tutti i tempi ha isolato la ragione speculativa.
L'interpretazione di un pensiero o di un fatto muove sempre
da una "pre-comprensione" della cosa da interpretare e ciò
costituisce il fondamento stesso della possibilità della conoscenza.
Il credito fiduciale, implicito nella pre-comprensione, si
trova non solo all'origine, ma costituisce anche la forma
finale nella figura complessiva della ragione. In concreto
l'attività intellettiva è sempre vincolata al pre-giudizio
del suo sapere proveniente da altri. Il sapere fondativo,
dunque, emerge innanzitutto da un sapere già da sempre in
atto.
La credenza non può essere ritenuta un atteggiamento emozionale,
extrarazionale della ragione, ma va considerata piuttosto
come:
l'archètipo della ragione, sia nel significato
della psicologia analitica di Carl Gustav Jung, come immagini
primordiali dell'inconscio collettivo, trasmesse ereditariamente
a tutti gli uomini e risultanti dalle precedenti esperienze
remote della specie, sia nel senso attribuito da John Locke,
come collezioni di idee semplici che lo spirito unisce da
sé, e delle quali ciascuna contiene precisamente tutto ciò
che esso vuole che racchiuda;
la teleologia della ragione, come ricerca speculativa
del fine delle cose. Una esigenza del logos, ineludibile,
nonostante i tentativi di oscurarlo compiuti nel corso dei
secoli da parte delle filosofie analitiche, ai quali abbiamo
già accennato.
Circolarità ermeneutica
L'antropologia cristiana prospetta una concatenazione armoniosa
della razionalità umana. La figura complessiva comprende:
- una ragione che nasce credente nel sapere ricevuto (credenza
di tradizione), - una ragione interrogativa e speculativa
che svolge la funzione di approfondimento critico e dialettico
del senso offerto dall'intera esperienza della ragione, ne
individua i principi, le strutture, senza mai poterlo esaurire,
- una ragione chiamata alla conversione attraverso i suoi
percorsi e i soccorsi della grazia alla credenza superiore
e definitiva della fede nella verità rivelata. Il destino
buono della ragione è quindi il dialogo tra le sue forme,
nel modo della loro circolarità ermeneutica purché sia <<aperta
all'istanza metafisica>> (1 n.95). Lo stesso pensiero
metafisico ha forma ermeneutica, nel senso che esso è quella
forma maggiore dell'interpretazione che la ragione argomentativa
è chiamata a svolgere nei confronti di tutto il patrimonio
del sapere non argomentativo, di cui indaga le strutture e
il senso (2).
La ragione interrogante
Il desiderio di verità appartiene alla stessa natura dell'uomo.
E' una proprietà nativa della sua ragione quella di interrogarsi
sul perché della cose (1 n.3). Per ciò <<si può definire
l'uomo come colui che cerca la verità>>(1 n.28).
La forma originaria della ragione è l'interrogazione. Per
essa l'uomo manifesta la sua capacità di separare la coscienza
di sé dal suo stesso sapere. Questa è già una chiara capacità
di trascendenza la cui energia è all'origine del sapere e
non è mai il suo prodotto; tutto l'accumulo delle conoscenze,
infatti, non è di per sé in grado di formulare alcuna domanda
(2). Nel suo potere interrogativo il soggetto esprime l'originalità
del suo essere razionale e il suo desiderio inesauribile di
conoscenza è insieme <<figlio e padre della cultura
in cui è immerso>> (1 n.71).
Ma il domandare implica anche una fiducia della ragione nella
intelligibilità della realtà. Sarebbe, infatti, impossibile
formulare domande su ciò che fosse completamente ignoto. Nello
stesso tempo l'interrogante manifesta una fiducia naturale
della ragione nei confronti della verità e della intelligibilità
dell'essere.
Secondo H.U. von Balthasar alla radice sta un accordo (Einstimmung)
della ragione con l'essere che dà senso a tutto il suo movimento
inquisitorio: " se il pensiero non fosse già da sempre spalancato
all'essere intelligibile, cioè alla verità (trascendentale),
mai potrebbe porre alcuna domanda su una qualunque particolare
verità (categoriale)". Se la ragione non fosse in questa condizione
di previo accordo con la verità, lo scetticismo avrebbe ragione
e con diritto proclamerebbe l'insuperabile problematicità
dei nostri giudizi particolari.
Ma lo scetticismo ha torto, perché non potrebbe essere posto
alcun problema, se il senso della verità non fosse già attivo.
Possiamo errare nella determinazione del vero, ma non possiamo
mai fuoriuscire dalla manifestazione dell'essere (la verità),
senza fuoriuscire anche dal pensare (2).
<<La stessa capacità di cercare la verità e di porre
domande implica già una prima risposta. L'uomo non inizierebbe
a cercare ciò che ignorasse del tutto o stimasse assolutamente
irraggiungibile. Solo la prospettiva di poter arrivare ad
una risposta può indurlo a muovere il primo passo>>
(1 n.29).
Da un lato, il progresso storico della conoscenza testimonia
che l'apertura costante alla domanda è alla base di un processo
senza limite. Dall'altro, invece, la domanda si vanificherebbe
se non fosse indirizzata all'avvenimento della risposta, nella
quale la ragione cerca senza posa di superare la condizione
di dubbio e di incertezza. L'esperienza dialettica della ragione
interrogativa implica anche che l'attesa della risposta è
già manifestazione di verità.
Il domandare porta in sé la capacità positiva del giudizio
e la sua potenza di affermazione. Il giudizio infatti ha potenza
affermativa perché è manifestazione dell'essere, cioè dell'effettivo
accadere della realtà. Un appagamento temporaneo non spegne
la domanda, ma alimenta un'attesa gioiosa della ragione che
mira alla condizione che sant'Agostino descrive a proposito
della felicità come <<insatiabilis satietas>>
(Confessiones, II, 10, 18).
Pertanto, la ragione interrogativa patisce e gestisce la sua
apertura alla verità, e non è chiusa nella sua limitatezza
come vorrebbe gran parte del pensiero contemporaneo. E' una
ragione esigente che non ha rinunciato alla <<capacità
che l'uomo ha di conoscere la verità>> a differenza
di chi <<con falsa modestia.. si accontenta di verità
parziali e provvisorie, senza più tentare di porre domande
radicali sul senso e sul fondamento ultimo della vita umana,
personale e sociale>> (1 n.5).
La ragione filosofica
Per l'età contemporanea il sapere filosofico s'identifica
con il nichilismo che manifesta una potenza culturale eccezionale
perché ha dalla sua la forza delle cose.
Esso infatti esprime con precisione il reale funzionamento
del sistema informativo come si è evoluto con l'attuale tecno-struttura.
La comunicazione dei fatti e dei pensieri non è più circoscritta,
come nel passato, alle classi intellettuali capaci di valutazione
critica. La trasmissione multimediale raggiunge tutti gli
individui in tutti i Paesi del mondo e presenta con senso
di dominio un potente contenitore di infiniti significati
di fronte ai quali il soggetto perde ogni capacità di discernimento.
Gli infiniti significati oltre che contrapposti non offrono
alcuna possibilità di accertamento della verità e pertanto
conducono la ragione a negare l'esistenza di una verità oggettiva
e sulla quale si fonda tutta la conoscenza. Se ogni affermazione
soggettiva viene catalogata nell'ambito delle verità possibili
si crea un abito mentale di sfiducia radicale verso ogni forma
di conoscenza che non provenga dal proprio ego. Tutto è allora
relativizzato al proprio tornaconto.
I problemi ultimativi riguardano ancora l'uomo contemporaneo?
Forse che i quesiti sul senso della vita che emergono nella
coscienza quando si interroga sul proprio destino non hanno
più alcun peso morale e/o spirituale? Quali sono le sue risposte
alla domanda: <<chi sono?>>, <<da dove vengo
e dove vado?>>, <<perché c'è il male?>>,
<<come si giustifica il dolore dell'innocente?>>,
<<esiste un aldilà?>>.
A tali quesiti si risponde generalmente così: "queste sono
questioni che non ci interessano; a noi importa solo ciò che
ci riguarda <<qui>> e <<ora>>.
Molti sostengono che si tratta di falsi problemi perché esulano
dagli schemi della epistemologia moderna e risultano quindi
essere non-scientifici. Esiste però quel disagio diffuso ribadito
recentemente anche da un noto giornalista che si professa
laico e ateo: << è un disagio che ci opprime tutti, sospingendoci
verso vie di fuga rovinose come la droga, il ritirarsi da
ogni responsabilità sia privata che pubblica, il protrarsi
di una puerizia sterile e parassitaria, la ricerca sempre
più affannata del successo, del denaro, del potere, del soddisfacimento
futile dei propri egoismi e dei propri edonismi...Il desiderio
più diffuso tra i giovani e i meno giovani si condensa in
questa frase: "Non ci imponete doveri, lasciateci in pace,
il nostro futuro è cosa nostra e spetta solo a noi di costruircelo
come più ci piace">> (Eugenio Scalfari, La Repubblica,18 lug.1999).
Questo è il triste punto di arrivo del nichilista illuminato
che, pur riconoscendo il fallimento, si guarda bene (nello
stesso e in altri articoli) dallo scendere dal gradino del
suo orgoglio che gli permetterebbe di recuperare nel suo intimo
il senso dell'essere.
E' da qui che nasce l'ontologia, per la quale lo sguardo
umano della realtà in cui viviamo coincide con il pensare.
In altre parole la realtà in tutta la sua intelligibilità
è manifestazione dell'essere. Ogni pensiero che viene a questo
mondo sussiste in forza della luce dell'essere. Senza l'essere
non potrebbe esistere alcuna realtà.
Vi è sempre stata una pluralità di ontologie - ciò che accomuna
tutte le costruzioni ontologiche è la pre-comprensione dell'essere
che appartiene alla conoscenza del senso comune.
Il nostro sguardo sul reale e ogni gesto umano si fondano
su questo sapere ontologico ordinario. Nella nostra epoca
però il recupero del senso dell'essere, legato in modo particolare
agli sviluppi dell'ermeneutica di Heidegger con una prospettiva
linguistica senza senso, si è svuotato in una esasperazione
nichilista che risolve il mistero dell'essere nel nulla della
morte, che ho chiamato perciò metafisica decapitata (3). L'ammissione
o meno di una ontologia integrale come forme originaria di
sapere - e non solo meramente culturale - decide immediatamente
della concezione dell'uomo.
La ragione ontologica
La ragione argomentativa diventa filosofica quando riflette
criticamente sulle strutture e le implicazioni del suo sapere.
Il senso dell'essere può essere da tutti riconosciuto con
l'analisi dei fenomeni che costituiscono il nostro vissuto
(4). Il mio essere, per quanto riguarda il modo in cui lo
trovo dato e per come vi ritrovo me stesso, è un essere inconsistente;
io non sono originato da me, da me sono nulla, in ogni attimo
mi trovo di fronte al nulla e devo ricevere in dono attimo
per attimo nuovamente l'essere.
Eppure questa mia inconsistenza è essere. Come persona, infatti,
nella intima profondità della mia autocoscienza, sono in contatto
con la pienezza dell'essere, in ogni istante, senza però mai
raggiungerlo.
Anche ogni esperienza vissuta come una unità, il cui essere
è un passare e un divenire, ha bisogno dell'Io personale per
attingere l'essere nell'attimo del passaggio dal venire meno
(presente divenuto passato) al divenire (il futuro che diventa
presente). L'Io può giungere all'idea dell'essere eterno muovendo
sia dai contenuti della sua esperienza sia dalla particolarità
del suo essere che si prolunga da un attimo all'altro.
Di fronte all'innegabile realtà per cui il mio essere è fugace
e sempre esposto alla possibilità del nulla, sta l'altra realtà
inconfutabile che, Io sono, e di istante in istante sono conservato
nell'essere e vi colgo qualcosa di duraturo. Nel normale quotidiano
non cado nell'angoscia del nulla perché so e percepisco di
vivere conservato nell'essere e per questo sono tranquillo
e sicuro, con la stessa ragionevolezza del bambino che si
sente sorretto dal braccio robusto del padre.
Nel mio essere dunque, di per sé appoggiato sul nulla, mi
incontro con un altro essere, che non è il mio, ma che è il
sostegno e il fondamento del mio essere. Posso giungere a
riconoscere l'essere eterno in questo fondamento in cui mi
incontro in me stesso, per due strade:
1. la via della fede quando Dio si rivela come il Creatore
e il Conservatore di ogni essere e quando il Redentore ci
dice:<>;
queste sono risposte chiare all'interrogativo concernente
l'enigma del mio essere. Quando Dio per bocca dei profeti
mi dice che mi è più fedele del padre e della madre, che egli
è lo stesso amore e il principio di ogni cosa, allora riconosco
quanto sia ragionevole la mia fiducia nel braccio che mi sostiene
e quanto sia stolto ogni timore di cadere nel nulla, a meno
che non mi distacchi io stesso dal braccio che mi sorregge;
2. la via argomentativa della filosofia permette di dimostrare
che in ultima analisi fondamento e autore del mio essere,
come di tutto l'insieme degli esseri finiti, fugaci e temporali,
può essere solo un essere che non è ricevuto da altro, come
avviene invece per l'essere dell'uomo, ma un essere che deve
esistere da sé: un essere che non può, come tutti quelli che
hanno un inizio anche non essere, ma che è costantemente necessario
(Tommaso d'Aquino, Summa Theol. I,q.2,a.3), che è senza inizio
né fine, ed è causa prima di tutto ciò che ha un inizio, non
distinto da altro essere, ma è necessario che sia l'ESSERE
stesso (Summa Theol. I,q.3, a.4.). Questo Essere deve essere
uno; poiché se fosse una pluralità, dovrebbe stabilirsi una
distinzione per differenziare un essere dall'altro e per comprendere
che cosa sia che lo fa questo ente e che cosa abbia in comune
con gli altri. Tale distinzione c'è nelle cose ma non nell'Essere
primo (Summa Theol. I,q.11,a.3).
La sicurezza che avverto neI mio essere fuggevole è segno
di un ancoraggio immediato al sostegno e fondamento ultimo
del mio essere. Ma questo è un sentire assai oscuro che sant'Agostino
ha descritto come la nostra incapacità a cogliere l'Inafferrabile.
I concetti rigorosi di questo genere di pensare metafisico
situano l'Essere a quella distanza che è propria di tutto
ciò che è concettuale. La via della fede ci dà molto di più
della via della conoscenza filosofica.
La fede ci "dona" una conoscenza con il mistero di Dio, Uno
e Trino, che è incontro come da persona a persona, che è sorgente
di amore e di misericordia, che "inabita" come dono gratuito
della grazia nell'intimo di ogni uomo che lo cerchi e corrisponda
fedelmente al suo amore, che ci dà una certezza che non è
propria di alcuna conoscenza naturale. Ma anche il cammino
della fede è un cammino oscuro.
Dio stesso nella Bibbia accorda il suo linguaggio alla misura
dell'uomo al fine di permetterci di cogliere umanamente l'inafferrabile.
Ruolo della ragione nell'atto di fede
Tutti gli uomini sono "credenti" in qualcosa o in qualcuno.
Altrimenti la ragione sarebbe bloccata, non cercherebbe in
nessuna direzione. Tuttavia l'uomo tende sempre all'evidenza
in senso forte (conoscenza indiscussa e indiscutibile di qualcosa),
perciò si pone per tutti il problema del rapporto tra fede
e ragione, ovvero tra due complementari modalità della ragione.
Ma se non vi è attività della ragione senza qualche forma
di fede, non tutte le fedi si trovano sullo stesso piano.
La differenza tra le fedi si deve al fatto che, se da un lato
esse non sono mai totalmente prive di ragione (per Kant un
uomo non può mai sbagliarsi completamente, vi è sempre qualcosa
di vero nella sua conoscenza), dall'altro esse non sono tutte
ugualmente ragionevoli.
Ad esempio: la fede smisurata nella tecnologia che faceva
prevedere che il computer potesse imitare perfettamente la
mente umana si è rivelata del tutto irragionevole (come ho
spiegato nell'articolo precedente). Ci sono voluti cinquant'anni
per accorgersi che la mente umana non può essere imitata dal
computer (5). Un esempio opposto, su come la fede (cristiana)
abbia giovato alla ragione, è dato dalla Enciclica Rerum novarum
di Leone XIII (I, 14) che ha previsto con molti decenni di
anticipo i rischi insiti nella fede nelle ideologie totalitarie
che si sono concretizzati negli esiti profondamente infausti
dei sistemi totalitari del novecento.
Si impone perciò il problema della ragionevolezza della propria
fede ovvero di ciò in cui si pone la propria speranza. Tale
è la struttura fiduciale della ragione che, (come è stato
notato da G.K.Chesterton) dopo il venire meno della fede in
Dio, non è che l'uomo non crede più in nulla, crede in pratica
in tutti gli dei delle futili cose.
Una fede buona (o ragionevole) è quella che, in linea di massima,
da un lato non ripone speranze smisurate nella ragione umana,
ma che dall'altro non la scoraggia anzi la stimola nella sua
ricerca della verità e del senso.
Tale fiducia nella ragione si alimenta e trova fondamento
in molti punti di forza:
La ragione ha rivelato la capacità innanzitutto di
attingere ai primi principi con le sue forze naturali. Nella
storia del pensiero è costante la presenza di un nucleo di
conoscenze filosofiche, come ad esempio: "i principi di non
contraddizione, di finalità, di causalità, la concezione della
persona come soggetto libero e intelligente e la sua capacità
di conoscere Dio, la verità, il bene, alcune norme morali
comunemente suddivise", per cui ciascuno sente di possedere
questi principi, come se ci trovassimo dinanzi ad una filosofia
implicita (1 n.4). Tale patrimonio spirituale è il frutto
della riflessione umana che ha scoperto i contenuti della
legge naturale, anche chiamata conoscenza del senso comune,
e permette di sottolineare quanto sia importante la retta
fiducia nella ragione. Senza quelle prime evidenze, infatti,
non si potrebbe dimostrare la spiritualità dell'anima umana
o l'esistenza di Dio in metafisica.
Non si può costringere nessuno e tanto meno noi stessi
a riconoscere come evidente qualcosa che come tale non appare
alla nostra ragione (oltre che ingiusto sarebbe impossibile).
Sul piano dell'esperienza il primo imperativo è quello di
sviluppare la domanda di felicità o di senso della vita dell'uomo
in tutte le sue sfaccettature e insieme l'attenzione alla
realtà complessiva. Ragionevole, in questa prospettiva, non
significa che deve essere tutto logico o coerente, ma è tale
ciò che non trascura nulla di ciò che si manifesta nell'esperienza
dell'uomo e della realtà. E' quindi pienamente ragionevole
il riconoscere che non tutto ciò in cui s'imbatte la ragione
è risolvibile con l'argomentazione razionale e che il mistero
ci avvolge e ci sorpassa da ogni parte. Mistero non significa
di per sé "irrazionale", ma tutto ciò che è inaccessibile
alla ragione umana (è un ambito del "razionale" che trascende
l'ambito di ciò che è più evidente per noi).
E' ragionevole di fronte al mistero: a) ammettere che
solo una rivelazione divina può in qualche modo fare luce
al cammino della ragione; b) prendere in considerazione un
Annuncio quale quello cristiano che promette una risposta
risolutiva al senso della vita; c) intendere la fede in senso
forte, cioè una decisione radicale per l'esistenza, come un
problema di tutti, perché tutti sono responsabili di fronte
alla verità:<>
(1 n.25); c) coinvolgere, oltre alla ragione, la disponibilità
della volontà ad aderire al vero; d) non escludere a priori
la possibilità che il Mistero si manifesti all'uomo, rispondendo,
in maniera altrimenti ignota, al desiderio di salvezza dell'esistenza.
Esiste un triplice limite della dimostrazione razionale
applicata a Dio : 1) non solo non conosciamo con la ragione
ciò che non è accessibile che per Rivelazione attraverso la
parola di Dio nella Bibbia, ma ciò che possiamo ottenere attraverso
la ragione non sono che balbettamenti. <<Poiché non
possiamo sapere di Dio se non ciò che egli non è, non ciò
che è, non dobbiamo considerare come egli è, ma piuttosto
come egli non è>>(Summa Theol I, q.3, prologo); 2) il
secondo limite è costituito dal fatto che la Rivelazione è
utile anche alle verità conoscibili dalla ragione, sia perché
l'uomo giunga più velocemente alla conoscenza della verità
divina, sia perché la conoscenza di Dio sia più diffusa, sia
per avere la certezza. (Summa Theol II II, q.2, a.4.); 3)
il terzo limite consiste nel fatto che l'esercizio della nostra
intelligenza è di norma influenzato da ciò che desideriamo,
con la nostra volontà. Ora, quando si tratta di credere con
la fede, tenuto conto della non-evidenza e del peso del peccato
(che annulla il desiderio di credere), bisogna anche desiderarlo,
ed è per questo che Agostino dice che "l'uomo può fare le
altre cose senza volerlo, ma non può credere che se lo vuole".
(S.T. De Veritate, q.14,a.1.).
L'insegnamento magisteriale, nel corso dei secoli,
si è basato sulla convinzione fondamentale secondo la quale
fede e ragione, che hanno lo stesso autore, non possono contraddirsi.
La Rivelazione viene a confermare ciò che il retto esercizio
della ragione avrebbe potuto scoprire e ad aggiungervi ciò
che le sarebbe stato inaccessibile. Per credere bisogna volerlo,
ma senza mai cadere nei due estremi: il razionalismo
che è l'esaltazione sbilanciata della ragione, il fideismo
che toglie alla ragione la capacità naturale di conoscere
Dio a partire dalle cose create.
Perché molti non credono e ragionevolezza della fede cristiana
Nell'attuale clima culturale si tratta di argomentare che
non soltanto Dio esiste, ma che la sua nozione è pensabile
e non contraddittoria. La ontologia ascrive alla ragione umana
la facoltà di apertura all'essere delle cose, alla totalità
dell'essere e all'assoluto quale principio e fondamento di
tale totalità.
Si impone tuttavia il fatto che gli argomenti razionali a
favore dell'esistenza di Dio non sono a tal punto evidenti
da convincere tutti, per cui essi non porteranno il loro frutto
che raramente e spesso in modo imperfetto (Summa Theol prologo).
I motivi fondamentali di tale infruttuosità del razionale
sono due: 1. La ragione deve essere formata e istruita dalla
sana filosofia; ora, secondo ogni evidenza, una siffatta formazione
non sempre è ricevuta, e per giunta non sempre è desiderata
dagli increduli. 2. Non si riflette in tutta serenità in un
ambito così ricco di implicazioni esistenziali sul piano morale;
coloro che si sforzano di eliminare Dio dal loro cuore e di
mettere da parte i problemi religiosi, non seguendo il dettato
della loro coscienza, sono indotti all'errore dalle difficoltà
che si incontrano nel cambiare la condotta di vita per dare
forma concreta alla relazione con Dio (Pio XII, Enciclica
Humani Generis, 1950).
Può anche accadere che <<altri si rappresentino Dio
sotto una luce tale che, respingendolo, rifiutino un Dio che
non è in alcun modo quello del Vangelo>> >>. In questa
genesi dell'ateismo i credenti possono avere una parte non
trascurabile con la propria negligenza riservata all'educazione
della loro fede, con le mancanze nella loro condotta e con
le immagini distorte che essi hanno della dottrina (6). Il
modo di pensare oggi diffuso è rispecchiato nell'accoglienza
generalmente non positiva riservata dalla cultura laica alla
Enciclica Fides et ratio (1).
Le reazioni molto diversificate nei toni e nei contenuti sono
state divulgate su riviste accessibili ad un vasto pubblico
di cultura medio-alta, o addirittura su quotidiani. Ma da
una disamina limitata agli interventi più critici e significativi
(7,8), emerge la presenza di due linee di pensiero differenti.
La prima non riconosce le posizioni della tradizione cattolica
come terreno di confronto, interpreta la Bibbia in modo distorto
e senza fedeltà alcuna al testo, e si muove all'interno di
un orizzonte di negazione totale della trascendenza e di difesa
della razionalità scientifica come unica fonte di certezze
condivisibili a livello umano.
Gli Autori, perciò, rifiutano categoricamente la pretesa collaborazione
tra ragione e fede proposta dall'Enciclica, in nome della
libertà di ricerca della prima, contrapposta al dogmatismo
della seconda. L'unico spazio assegnato alla fede, in alcune
posizioni, è quello dell'illusione soggettiva, separata dalla
ragione ed emancipata dall'autorità ecclesiastica.
L'altra è più possibilista anche se altrettanto ferma nel
rifiutare l'esistenza di una verità valida per tutti, soprattutto
in ambito etico. Il rifiuto è fondato su molti equivoci anche
grossolani che derivano dal fatto che nel loro furore polemico
gli esponenti di questo tipo di cultura non hanno tenuto in
alcun conto i molti spunti presenti in tutta l'Enciclica,
quali: 1) la verità dell'essere si dà sempre e soltanto nelle
verità elaborate dai diversi punti di vista umani, senza per
questo cessare di esserne il punto di riferimento oggettivo;
2) la carità ha bisogno della verità intesa proprio come <<adeguazione
del pensiero alla realtà>> 3) qualunque sia la fede
alla quale si appellano i laici, essa non potrà dare senso
e valore alla nostra vita sulla base di una convenzione intersoggettiva
che fonda una morale relativista disancorata dai valori oggettivi
della persona; 4) Cristo può essere incontrato ovunque, purché
non se ne faccia la semplice proiezione delle proprie esigenze
soggettive, perché quello che si sarà incontrato sarà sempre
e soltanto un fantasma, e non il Dio del Vangelo; 5) alla
base dell'adesione alla fede cristiana la teologia cattolica
pone in modo significativo ragione, volontà e grazia.
La nota comune a tutte due le linee è la rivendicazione della
libertà dell'individuo e della ricerca intellettuale, contro
ogni forma di intolleranza, a cui si accompagna una forte
esigenza di solidarietà. Tali rivendicazioni sono pienamente
condivisibili qualora non siano fondate sull'equivoco dalle
molte sfaccettature le quali rinunciano a trovare il senso
della vita, e vogliono consegnare alla scelta arbitraria del
singolo i fini delle azioni.
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