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| Filosofia
della Medicina |
| Gennaio
1994 |
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Valenza
etica dell'errore in medicina (ultima parte) |
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Lotta contro
il dolore
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La
compassione, che induce alcuni ad acconsentire alla morte di
un altro essere umano, è provocata per lo più dalla visione
delle sofferenze che accompagnano certe malattie allo stato
terminale.
Per rendere possibile una morte umana, bisogna che il dolore
sia contenuto entro limiti sopportabili.
La resistenza al dolore è una variabile culturale oltre che
individuale; dipende dal livello di motivazione, dal significato
che si attribuisce al dolore nonché all'atteggia mento sociale.
Nella società occidentale moderna, la corsa al benessere ha
creato un clima in cui è resa più ardua l'attribuzione di un
senso al dolore. Di conseguenza, si è abbassata la soglia psicologica
di tolleranza per il dolore.
Le sofferenze del malato terminale o incurabile sono in genere
quelle causate dal cancro, dal dolore ischemico dell'ostruzione
arteriosa o dalle gravi complicazioni post chirurgiche. Il dolore
del malato terminale è un problema peculiare e complesso che
si pone non solo al medico ma all'intera società. L'atteggiamento
dei medici e dei familiari di fronte alle sofferenze di questi
pazienti era, fino a pochi anni fà, di inelluttabilità e poteva
essere spiegato con la ridotta e cattiva qualità della vita
che veniva prospettata al malato. Oggi invece, grazie alla disponibilità
di nuove tecniche e di nuovi presidi farmacologici, è possibile
ottenere un radicale miglioramento della qualità della vita
residua nel 90% dei pazienti trattati.
Per avere un'idea delle dimensioni del problema basti ricordare
che, stando ad una stima fornita dall'OMS, ogni anno vengono
diagnosticati nel mondo 7 milioni di nuovi casi. Nello stesso
arco di tempo, inoltre, muoiono circa 5 milioni di persone affetti
da neoplasia (circa il 10% di tutte le cause di morte) (38).
Il problema dell'attenuazione delle sofferenze del malato, in
realtà è molto complesso e non basta per risolverlo una larga
somministrazione di analgesici. La sofferenza umana non è un
puro fenomeno fisiologico; essa è nutrita dall'apprensione di
vedere crescere il dolore e dall'angoscia di colui che si sente
grave mente minacciato nel suo corpo.
Il dolore del malato terminale viene per questo definito dolore
globale, in quanto è il risultato dell'interazione di più fattori,
quali:
- l'ansia, dovuta il più delle volte a preoccupazione per la
famiglia e ad inquietudine spirituale, alla paura dell'ospedale,
del ricovero, e della morte, alla perdita della dignità e del
controllo del proprio corpo, ai problemi finanziari, all'incertezza
riguardo al futuro;
- la depressione, dovuta al fatto di non potere più svolgere
il proprio ruolo sociale e familiare e aggravata dalla perdita
di prestigio e di guadagno, dalla stanchezza cronica, dall'insonnia
e dal senso di abbandono e dalle alterazioni dell'aspetto;
- l'ira, dovuta all'impossibilità di svolgere il proprio lavoro,
al fallimento della terapia, alle difficoltà burocratiche, alla
mancanza di visite da parte di amici, ai ritardi nella diagnosi,
alla irreperibilità dei medici, alla irritabilità naturale;
- la sorgente somatica, dà origine al dolore somatico vero e
proprio per l'azione della malattia causale, patologie associate,
sintomi di debolezza, effetti collaterali delle terapie.
Alfine di alleviare la sofferenza dei malati incurabili, intesa
come la risultante del dolore fisico e del dolore psichico,
è necessario che medico e familiari riconoscano l'intervento
dei fattori sopra elencati nella genesi del dolore globale.
Questi fattori incideranno e si evidenzieranno in modo diverso
da malato a malato.
Oltre alla scelta dei trattamenti più idonei (aspirina, morfine,
interventi chirurgici, irradiazioni, ecc.) è fondamentale un
approccio umanitario che calmi l'angoscia o l'ansia del paziente.
Ciò implica una relazione personale con colui che soffre, che
è angosciante con tutti quelli che lo circondano.
Relazione difficile per tali caratteristiche, alla quale, non
raramente il medico si sottrae, mascherando l'indisponibilità
(trattasi di una fuga spesso inconscia) con gli impegni professionali.
Lo si può considerare questo un errore medico o soltanto un
comportamento inadeguato?
Credo proprio che debba essere considerato un vero errore del
medico con caratteristiche, però, differenti rispetto agli errori
medici esaminati nei paragrafi precedenti. Infatti, presenta
una valenza etica predominante e può comportare, solo indirettamente,
implicazioni diagnostiche e terapeutiche improprie o nocive
per il malato, mascherate in genere dalla gravità della malattia
causale.
La virtù che più di ogni altra aiuta ad evitare tale tipo di
errore è l'empatia: una disposizione abituale con la quale il
medico si accosta, partecipa, comprende radicalmente la sofferenza
dell'altro ed individua con il dialogo i diversi fattori che
concorrono alla genesi del dolore globale, ma, nello stesso
tempo, il medico non si lascia coinvolgere emotivamente in modo
da conservare l'obbiettività necessaria al fine di una corretta
esecuzione dell'arte medica.
Come si può evitare l'errore da dis-empatia?
Ogni medico dovrebbe:
- riflettere maggiormente sui propri difetti; - allargare gli
orizzonti spirituali;
- riconoscere in chiunque, che a lui si rivolge, una persona
di ugual valore;
- esercitarsi ad accrescere le altre virtù: benevolenza, fedeltà,
fiducia, compassione, onestà intellettuale, competenza, prudenza.
Alcuni principi generali aiutano a trovare una corretta impostazione
della strategia terapeutica:
a) il dolore terminale è un tipico dolore "malattia", infatti
il paziente è ormai malato solo di dolore a tal punto che ogni
altra insufficienza funzionale può passare in secondo piano;
b) il dolore và quantificato anche in relazione alle attività
della vita quotidiana del paziente, riconoscendo il grado di
autonomia motoria e funzionale, le turbe dell'alimentazione,
le ore di sonno, ecc.;
c) gli stimoli endogeni supplementari evitabili devono essere
tutti eliminati perché anche il semplice dolore causato da una
iniezione intramuscolare nel paziente molto sofferente risulta
essere ingigantito;
d) l'analgesia deve essere efficace per tutte le 24 ore, perché,
dopo aver conosciuto l'effetto dei sedativi, la recidiva del
dolore viene sempre vissuta molto male.
Per comprendere il valore morale di questi interventi è necessario
ribadire la distinzione tra mezzi proporzionati (ordinati) e
mezzi sproporzionati (straordinari) tema questo sul quale insistette
a varie riprese Pio XII, e rivolgendosi ai partecipanti all'XI
Congresso della Società di Italiana di Anestesiologia (24.2.1957).
Alla formulazione ditale distinzione concorrono una serie di
fattori, la valutazione dei quali non è sempre agevole: la presenza
o meno di una speranza fondata di recupero della salute, la
capacità di sopportazione, la potenza comunicativa del morente,
infine l'entità delle risorse economiche disponibili.
L'applicazione "indiscriminata" di tutti i mezzi tecnici a disposizione
(così detto accanimento terapeutico) potrebbe risultare disumano
e controproducente rispetto al genuino significato della tutela
sensata della vita.
Per quanto riguarda il trattamento del dolore, i punti essenziali
dell'insegnamento morale comprendono:
- liceità ma non obbligatorietà del ricorso ai mezzi atti a
lenire il dolore;
-liceità del ricorso ad analgesici che portano anche alla perdita
della coscienza, purché questo mezzo sia giustificato da intento
terapeutico;
- accettazione di trattamenti antalgici che hanno come effetto
secondario quello di abbreviare la vita, purché motivi veramente
gravi lo giustifichino (Pio XII ibid).
Si presuppone così valido il principio del duplice effetto:
la somministrazione di farmaci analgesici allo scopo di attenuare
il dolore rischia di avere come effetto collaterale una sia
pur minima abbreviazione della vita.
La moralità dell'atto di somministrare l'analgesico viene salvata
dalla ragione proporzionata che risiede nell'intenzione di umanizzare
la fase terminale della vita. Lo stesso discorso vale per l'omissione
di ulteriori sforzi terapeutici qualora, in seguito ad una prognosi
infausta e ben fondata, i disagi derivanti dalla terapia superino
con chiara evidenza i suoi possibili benefici.
L'applicazione di tale principio assume particolare importanza
nelle unità di cura intensiva, coronarica, post-chirurgica o
rianimatoria, dove si può verificare l'arresto cardio-respiratorio
in pazienti affetti da una cardiopatia in scompenso irreversibile
o da estese lesioni cerebrali o da grave insufficienza dei parenchimi
epatico, renale, polmonare. Il personale sanitario interviene
anche in questi casi con la tecnica della rianimazione cardio-respiratoria,
che è protratta anche per lunghi periodi di tempo fintantoché
il medico non constata il decesso.
Questi interventi rianimatori consumano molte energie umane
e mezzi materiali costosi e non solo sono inutili, ma sottraggono,
inevitabilmente, l'assistenza necessaria ad altri malati. Per
meglio comprendere il concetto di futilità rimando ad un altro
articolo (39).
In alcuni ospedali anglosassoni, la direzione medica ha stilato
dei protocolli così detti DNR (do not resuscitate) con indicate
le situazioni nelle quali è fatto divieto agli operatori sanitari
di eseguire la rianimazione cardio-respiratoria (40). Neppure
la coltivazione malsana del dolore è giustificata, nella formulazione
di Pio XII: "il paziente desideroso di evitare o di calmare
il dolore può senza inquietudine di coscienza avvalersi dei
mezzi trovati dalla scienza".
Dal punto di vista pratico, vanno tenute presenti le indicazioni
contenute nella Dichiarazione della S. Congregazione per la
Dottrina della Fede: "... non deve meravigliare se alcuni cristiani
desiderano moderare l'uso degli analgesici per accettare volontariamente
almeno una parte delle loro sofferenze e associarsi così in
maniera cosciente alle sofferenze di Cristo crocefisso (Mt 27.34).
Non sarebbe prudente imporre come norma generale un determinato
comportamento eroico, al contrario, la prudenza umana e cristiana
suggerisce per la maggior parte degli ammalati l'uso dei medicinali
che siano atti a lenire o a sopprimere il dolore, anche se ne
possono derivare come effetti secondari torpore o minore lucidità.
Quanto a coloro che non sono in grado di esprimersi, si potrà
ragionevolmente presumere che desiderino assumere tali calmanti
e quindi si potrà somministrarli loro secondo i consigli del
medico" (Eutanasia, 5.5 1980). |
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Doveri
del medico verso il morente
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Il
medico ha un triplice dovere.
Prima di tutto egli funge da garante della vita.
Ciò esclude, oltre all'uccisione diretta, qualsiasi misura intenzionalmente
tesa ad abbreviare la vita. La tutela della vita deve essere
controbilanciata dagli interventi per l'attenuazione del dolore
anche se ciò comporta, come effetto collaterale, un'abbreviazione
sia pur minima della vita stessa.
Infine, per realizzare la umanizzazione più completa della fase
terminale, il medico deve assicurare un rapporto di comunicazione
il più ampio possibile tra il morente ed il suo ambiente. In
tale compito si colloca il diritto del morente di accostarsi
al trapasso in modo consapevole, per quanto le circostanze di
sopportabilità lo consentono.
Anche se vengono sospesi gli sforzi terapeutici, è necessario
continuare la cura normale, eseguita nel miglior modo possibile.
Si chiede un massimo impegno umano affinché la fase terminale
rimanga sopportabile: il non opporsi ulteriormente al processo
del morire non implica affatto una rinuncia all'obbligo dell'assistenza
integrale (41).
Nella relazione con il malato terminale il comportamento dei
medici e dei parenti non è univoco:
- i più tendono a nascondergli la gravità della malattia, la
prognosi infausta e la realtà della fine imminente;
- altri, invece, sono propensi a dare un'informazione esplicita
al paziente.
Il personale sanitario si adegua in modo caratteristico al primo
comportamento, in quanto si cerca di evitare il confronto diretto
con la realtà sanitaria e spirituale del morente si riduce al
minimo il dialogo con il malato e si crede di adempiere al proprio
dovere attuando la prescrizione medica. Nel medico si può formare
inconsapevolmente un senso di colpa come se la morte del suo
paziente rappresentasse una sconfitta e una diminuzione della
sua professionalità.
Nel secondo comportamento, invece, si riconoscono quanti considerano
il bene del malato in una prospettiva più ampia del solo prolungamento
della vita fisica. Non è infrequente che un parente faccia precedere
la visita di consulenza con l'esplicita richiesta di tenere
celato al malato il responso medico nei suoi contenuti negativi.
La richiesta è in genere motivata dalla preoccupazione di evitare
ogni notizia che generi o accresca l'agitazione e la paura del
malato.
Anche questo è un momento importante nella costruzione del migliore
rapporto medico-paziente. Nei colloqui con i congiunti il medico
deve con pazienza usare la sua capacità di persuasione affinché
l'ansia, il nervosismo, la paura, l'incombenza di chi assiste
non si traducano in comportamenti erronei che provocano il deterioramento
di ogni relazione del morente con il suo ambiente.
Oggi, da più parti si richiede con crescente insistenza un rapporto
comunicativo con il morente. Numerose ricerche, condotte da
sociologi, antropologi e psichiatri, hanno dimostrato gli effetti
psicologici negativi del silenzio e della dissimulazione sistematica
nei confronti dei malati terminali. Per superare il distacco
negativo del silenzio, le scienze del comportamento hanno eleborato
programmi di formazione del personale sanitario, sulla base
delle conoscenze che si vanno acquisendo intorno al processo
psicologico del morire, al fine di assicurare un'assistenza
totale al malato anche quando non sussistono speranze di vita.
Sia l'etica filosofica richiamandosi ai principi del rispetto
reciproco e dell'autonomia delle persone, sia l'etica teologica
cristiana, ritenendolo fondamento dell'assistenza spirituale
optano per la consapevolezza e la comunicazione della verità.
La visione antropologica della teologia morale riconosce al
morente il diritto di conoscere la verità sul proprio stato
nella misura in cui voglia effettivamente conoscerlo.
Il problema della verità al malato grave non equivale a quello
di un atteggiamento freddo e disumano capace di una brutale
comunicazione "che non c'è più niente da fare" - La verità umana
può richiedere la gradualità ed il rispetto dell'altro ed emerge
solo all'interno di un dialogo fondato sull'amore. Secondo la
dichiarazione della conferenza episcopale tedesca: "... il problema
fondamentale, quando la malattia prende fatalmente la via della
morte, sta nella verità da dire al morente.
Al riguardo, dire la verità non vuol dire fare delle dichiarazioni
prive di tatto ed intempestive sullo stato del malato e non
consiste neppure nella diagnosi e nella prognosi circa il momento
della morte. In tali circostanze colui che assiste il morente
deve avere la capacità di stabilire con lui una relazione tale
che questi sia in grado di chiedere informazioni sulle sue condizioni
e di trarne le conseguenze". |
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Prof.
Paolo Rossi
Viale Verdi, 18- Novara |
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Bibliografia |
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25) Guardini R. Il diritto alla vita prima della nascita. Ed.
La Locusta pp 19-21, Vicenza 1985.
26) Tettamanzi D. Bioetica: nuove frontiere per l'uomo. Ed.
Piemme SpA. Casale Monferrato, 1990.
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di Teologia Morale, di Compagnoni F, Piana G, Privitera S. Ed.
Paoline, Cinisello Balsamo Milano, pp. 358-69,1990.
28) Rossi P. Diritti della persona e ricerca scientifica. Ed.
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29) Zalba M. Totalità (principio di). Dizionario Enciclopedico
di Teologia Morale, Edizioni Paoline, pp. 114149.
30) Sgreggia E op. cit pp. 121-132,1991.
31) Frattalone R. Persona e atto umano, Nuovo Dizionario di
Teologia Morale op. cit. pp. 932-52,1990.
32) Valori P. Libero arbitrio. Ed. Rizzoli, Milano, 1987.
33) Scheler M. citato in Valori P, p75, 1987.
34) Franchini A. Le grandi scoperte della medicina, in Aa.Vv.,
Storie delle scienze vol II, Città Nuova, Roma pp. 387400, 1984.
35) Concilio Vaticano II, Costituzione Pastorale "Gaudium et
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Bologna, pp. 770-965, 1985.
36) Holderegger A. Il suicidio. Risultati della scienza umana
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37) Schueller B. La fondazione dei giudizi morali, p. 81 Ed.
Cittadella, Assissi, 1975.
38) Parkin DM et al.: Estimates of world wide frequency of 16
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1993; 15:25-26 idem: Futilità ed incertezza statistica. L'informazione
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40) McConnell Campalani S. Dilemmi etici nella rianimazione
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41) Spinsanti G. Salute, malattia, morte. Nuovo Dizionario di
Teologia Morale op.cit.pp. 1134-44. . |
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