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| Filosofia
della Medicina |
| Marzo
1993 |
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Valenza
etica dell'errore in medicina |
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Prospettive
etiche antropologiche
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Rispetto
alle altre professioni, l'errore in medicina assume un significato
diverso in quanto coinvolge un valore assoluto quale è la salute
e/o la vita di un essere umano. Considerando l'alto contenuto
tecnologico e le modalità applicative dell'atto medico è facile
che errore ed ignoranza si sovrappongono indebitamente. Ma,
come chiarisce bene S. Tommaso, una cosa è l'errore, altra cosa
è l'ignoranza. Nell'ignoranza c'è semplice assenza dì conoscenza
(sia del vero che del falso); invece nell'errore si ha conoscenza,
ma si tratta di conoscenza falsa, ossia difforme dal vero. Può
esserci ignoranza senza che uno emetta alcun giudizio su ciò
che non conosce; allora si tratta di un ignorante e non di un
errante; ma quando un soggetto emette una sentenza falsa riguardo
a cose che non conosce. allora si dice propriamente che cade
in errore (De Malo. q.3.a.7).
Un'altra caratteristica specifica è costituita dal fatto che,
in medicina, errore e le sue conseguenze si configurino in diversi
modi:
- può essere manifestato al medico responsabile, al paziente,
ai suoi familiari;
- può essere riconosciuto solo dal medico o da un collega più
esperto;
- può essere mascherato nel quadro clinico;
- può scomparire con la morte di chi subisce !'errore.
La difficoltà nel riconoscere l'errore medico può essere aggravata
da una malintesa solidarietà professionale. |
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Etica
della scienza
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Collegata
alla bioetica. e parte di essa, è l'etica della scienza. Da
essa proviene il compito di "lottare contro la confusione delle
diverse sfere assiologiche, e, in particolare, di escludere
dai problemi di verità le valutazioni extra-scientifiche"(1).
L'etica della scienza detta le norme ed i valori costitutivi
dell'attività scientifico-tecnica, rimanendo equidistante sia
da posizioni che intendono rnoralizzare la scienza identificandola
con l'etica, sia da quelle che esaltano a tal punto il sapere
scientifico da trasformarlo in criterio normativo dell'umanità.
Mentre per il bene dell'uomo è necessario salvaguardare la distinzione
tra giudizi di fatto e giudizi di valore.
La scienza si occupa di ciò che è, l'etica di ciò che deve essere:
"scienza e morale si sfiorano senza sovrapporsi" (2). L'etica
della scienza è prioritaria e fondamentale nella medicina a
qualsiasi altro discorso nell'ambito della bioetica. Il mancato
esercizio della razionalità e del metodo critico può diventare
un pericolo per la salute Uno dei compiti fondamentali dell'etìca
della scienza è quello di tracciare la linea di demarcazione
fra ignoranza e competenza e denunciare i procedimenti erronei
diffusi nella prassi medica attuale. Come scrive Bertolt Brecht
nel suo Galileo: "Lo scopo principale della scienza non è aprire
la porta alla saggezza infinita, ma porre un limite all'errore
infinito". Smascherare l'errore in medicina ancor più difficile
che nelle altre scienze se si pensa che spesso gli errori dei
medici vengono nascosti dalla terra secondo la nota sentenza
"errores medicorum terra tegit".
La definizione del metodo critico è ben riassunta in questa
massima: "Condurre una guerra inflessibile contro ogni affermazione
indimostrata e, simultaneamente, dubitare di ogni affermazione
che si suppone dimostrata (3). Ciò significa "non accettare
nessuna ipotesi come valida se prima questa non sia stata messa
alla più dura prova dei fatti; né occorre accettare per sicure
conseguenze che - pur date certe premesse - non discendono con
necessità logica dalle medesime (peraltro sempre smentibili)"
(4).
Anche se una teoria è stata provata, non è corretto trarre dalla
medesima più di quanto da essa può discendere. "Inferenze logicamente
fallaci, mancanza di fantasia (creatrice di ipotesi da provare),
accettazione di ipotesi non sufficientemente provate: queste
infrazioni al metodo
- dovute alle motivazioni più varie (maleducazione scientifica,
fretta, dogmatismo, superbia intellettuale, pigrizia. pregiudizi
ideologici o d'altro genere, interesse eccetera)
- sono gravide di rischi, proteggono l'errore e quindi non ci
fanno avanzare verso la verità (5).
Peter Skrabanek e James McCornick hanno descritto una serie
di errori metodologici derivanti dall'abbandono dello spirito
critico nelle scienze biomediche e dalla utilizzazione della
statistica in modo anti-scientifico. I procedimenti erronei
che distorcono la verità senza che per questo ci sia malafede,
sono delle fallacie (6).
La causa più importante e diffusa di errore in medicina è costituita
dalla tentazione di interpretare un associazione, una coincidenza
come rapporto di causa-effetto. Non si può mai dimostrare un
nesso di causalità partendo da una concomitanza, per quanto
perfetta essa sia. Anche se plausibile, i! collegamento causale
di una associazione può essere dimostrato solo sperimentalmente.
Una sensazione di freddo spesso precede le malattie febbrili,
non per questo il freddo è la causa della febbre, ma è vero
il contrario. Una causa necessaria non è sempre anche sufficiente.
Non tutti quelli che vengono a contatto con il virus dell'influenza
contraggono l'influenza e quindi essere esposti al virus non
è di per se una causa sufficiente anche se necessaria. Non tutti
i fumatori muoiono di cancro al polmone e non tutti coloro che
muoiono di cancro al polmone sono fumatori. Fumare, dunque,
non è né causa necessaria, né sufficiente.
La correlazione temporale non è necessariamente casuale. Tra
gli errori più frequenti in epidemiologia sono le associazioni
sbagliate perché fondate su di una correlazione temporale. Ogni
coppia di variabili indipendenti che cambiano linearmente con
il tempo indicherà una correlazione perfetta In base al consumo
di benzina avvenuto in Australia tra il 1939 e il 1981, Robinson
ha concluso che tale consumo causava il cancro del polmone,
poiché sia il cancro del polmone, sia il consumo di benzina
erano aumentati parallelamente in quel periodo (7). Ciò evidentemente
non è vero; anche una correlazione perfetta non giustifica l'esistenza
di un rapporto causale se quella correlazione dipende dal confronto
di due tendenze temporali. L'errore "ecologico" nasce dall'abitudine
di applicare ai singoli individui ciò che è stato dimostrato
vero per le popolazioni. L'errore può essere aggravato dalla
pigrizia dell'esperto autorevole (opinion leader) il quale trasferisce
agli individui del suo Paese i risultati ottenuti in altre popolazioni
con costumi ed influenze genetiche molto diverse. E stata dimostrata
l'esistenza di una correlazione fortemente positiva fra consumo
di grassi saturi ed incidenza di cancro della mammella, oppure
fra l'alimentazione degli africani più ricca di fibre rispetto
a quella degli europei, e la minor diffusione di certe malattie
nel mondo occidentale. Tali dati non sono ancora sufficienti
perché ai singoli individui si possa consigliare un'alimentazione
diversa, dato anche il gran numero di variabili in gioco nella
determinazione di tali malattie.
L'errore "da risultato parziale" è molto frequente nelle procedure
di screening e negli studi sulla qualità della vita. I ricercatori
stabiliscono essi stessi gli standard di benessere in base ai
quali dare delle valutazioni. Poiché i risultati degli interventi
medici possono essere difficili da misurare e richiedere troppo
tempo per la loro valutazione, si è tentato di sostituirli con
dei surrogati misurabili più rapidamente. L'errore "da accumulazione"
dipende dalla convinzione che molte prove, anche se deboli o
sospette, possano fornire una dimostrazione efficace se riunite
insieme. Un fascio di prove dubbie, però, non può produrre che
una dimostrazione dubbia. Anche allo scopo di correggere questo
tipo di errore, si è recentemente sviluppata la metanalisi cumulativa
che detta le regole per la selezione dei lavori metodologicamente
corretti (8).
L'errore derivato "dal peso dell'evidenza" è fondato sulla tentazione
di rifiutare tutte le prove scomode che non concordano con la
propria tesi, mentre l'approccio critico, come ha insegnato
Popper, parte dalla premessa secondo cui ciò che distingue un
ragionamento scientifico da uno non scientifico è la possibilità
di confutazione.
Altri errori sono dovuti "al rispetto della fonte autorevole"
o "alla credenza in affermazioni molto diffuse", mentre non
ci si deve esimere dall'indagare e dal criticare i dati sui
quali sono fondate le teorie.
Nell'errore "da spiegazione semplice e globale" si accetta una
idea nuova, non perché è vera e dimostrata, ma perché offre
una soluzione semplice ed olistica ad un problema complesso.
Così la teoria dello stress, divenuta popolare ad opera di Hans
Selye, è anch'essa oggi una nozione che, pur essendo priva di
capacità esplicativa, viene molto seguita perché è apparentemente
in grado di spiegare tutto. L'errore "da estrapolazione scorretta"
consiste, ad esempio, nell'estrapolare gli effetti del fumo
di cinque sigarette al giorno dalle conseguenze del fumo rilevate
sulla salute dei forti fumatori.
L'errore "del fattore di rischio" deriva dalla mancata distinzione
fra rischio relativo e rischio assoluto. Nella vita è necessario
saper dosare i rischi ragionevoli ed è fondamentale l'educazione
per imparare ad evitare quelli irragionevoli. E' sbagliato fondare
una verità scientifica sull'opinione della maggioranza o sul
giusto mezzo equidistante tra due estremi. L'errore "da significatività
insignificante" si compie quando si cerca di identificare ciò
che è significativo dal punto di vista statistico con ciò che
è importante dal punto di vista medico.
L'errore "del pregiudizio nascosto" deriva dalle strategie che
gli scienziati adottano quando si trovano di fronte a dati che
non concordano con le loro teorie preconcette. In questi casi,
frequenti ed attuali, gli scienziati:
<< negano tali dati, oppure mostrano scetticismo sulla
fonte, attribuiscono alla fonte un motivo ulteriore e nascosto,
isolano l'oggetto di discussione dal contesto, minimizzano l'importanza
della questione, interpretano la cosa in modo per loro opportuno,
non capiscono, divagano o dimenticano la cosa >>
Infine, l'errore "dell'esperienza" deriva dalla distorsione
prodotta dalle conoscenze acquisite personalmente in una sola
occasione. E' una forma di deduzione per cui si generalizza
partendo da un numero molto esiguo di dati. L'esperienza personale
non può mai sostituire la conduzione di ricerche cliniche controllate
e la loro valutazione critica (6). |
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Epistemologia
degli errori |
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Non si parla molto di epistemologia nel mondo medico, forse
perché non è a tutti chiaro il significato di tale termine.
Le definizioni di tre esperti epistemologi semplificano molto
la comprensione dell'argomento:
- epistemologia: è un interrogativo su "quanto sia possibile"
conoscere e su "quanto di fatto" si conosce (9);
- epistemologia è parola formata da "epi" e "histanai": mettersi
sopra, quindi pensare su (10);
- pensare insieme il certo e l'incerto, il logico ed il contraddittorio,
porsi tra conosciuto ed ignoto chiaro ed oscuro, dove razionalità
non è sinonimo di razionalizzazione, anzi ne è l'opposto (11).
Secondo le riflessioni di W.A. Silverman, per il nostro progresso
culturale è necessario modificare l'atteggiamento, che assumiamo
abitualmente, di timore dell'errore.
Nell'incontro con la realtà, l'impegno creativo che viene impiegato
per superare le complessità deve essere sostenuto da una "cooperazione
amichevole" nei con fronti della produzione e della tolleranza
degli errori. Poiché non possiamo non commettere errori, la
tolleranza dei medesimi è da un lato necessaria perché sono
parte del nostro processo decisionale, dall'altro se siamo più
sereni, diveniamo anche più attenti e corriamo meno rischi di
non accorgercene prontamente. Si ribalta cosi il modo di pensare.
Quando si decide un'azione non si attende soltanto il risultato
voluto, si attende anche, con tolleranza, l'errore inevitabile.
Anzi, è bene pensare più all'errore possibile che all'esito
desiderato, per essere più pronti ad accorgersene e ad utilizzarlo
al fine di migliorare i comportamenti.
Secondo l'idea di Silverman, le decisioni si prendono basandosi
su ipotesi, le ipotesi vanno sempre moltiplicate, devono essere
più di una per poterle sottoporre a reciproca confutazione,
cioè alla loro falsificazione. La decisione viene presa sull'ipotesi
che più resiste alla falsificazione. Presa la decisione, per
l'osservanza del rigore scientifico, si deve prevedere che non
accada ciò che ci si prefigge debba accadere, ossia escludere
e non solo affermare il risultato voluto. Tale previsione significa
predisporsi a tollerare un errore, che può avere conseguenze
negative o che può essere semplicemente un errore di formulazione
di ipotesi, senza danno (12). Questo comportamento, quindi,
è fondato su due ragionamenti: il primo di verifica empirica
della validità della ipotesi decisionale (verificazionista),
il secondo di falsificazione dell'ipotesi, cioè della previsione
che l'ipotesi si dimostri errata (falsificazionista). Entrambi
i criteri, sviluppati nella ricerca epidemiologica, sono utili
nella pratica clinica, anche se appaiono in contrapposizione
tra loro come è specificato nella tabella I (pubblicata nel
prossimo numero) secondo le precisazioni fatte da McClure (13),
in polemica con la teoria proposta da Popper. |
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L'errore
nell'analisi etica |
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La
valutazione dell'errore in medicina può avvenire da molti
punti di vista che possono essere sostanzialmente differenti
tra loro.
Innanzitutto, l'analisi etica dovrebbe individuare e circoscrivere
i contenuti ed i contesti relazionali che caratterizzano le
diverse forme di errore nell'ambito medico. Essi potrebbero
essere individuati, in via approssimativa, nelle seguenti
forme.
L'errore clinico" comprende un insieme di inadempienze ed
omissioni nella raccolta dell'anamnesi; difetti, sviste, errate
interpretazioni dei segni rilevabili sul malato con l'esame
obiettivo; superficiali e frettolose considerazioni sugli
esami di laboratorio; improprie prescrizioni terapeutiche.
Ne derivano diagnosi e trattamenti sbagliati che possono essere
senza conseguenze per il paziente, oppure possono causare
l'aggravamento della malattia, compromettere la qualità della
vita, o determinare la morte in modo diretto od indiretto.
L'errore "tecnologico" si estende dalla inesatta applicazione
di tecniche diagnostiche, alla ipo/iper-utilizzazione delle
tecniche che il progresso scientifico fornisce ad alto ritmo.
L'errore da "disumanizzazione" deriva da un difetto di empatia
nel rapporto medico/malato.
Infine l'errore da 'insufficiente collaborazione riguarda,
sia i comportamenti dei singoli operatori sanitari nel contesto
delle strutture di lavoro sia, per altri versi, la responsabilità
dell'individuo/paziente nei confronti del medico e della società.
L'analisi etica delle singole situazioni appare certa mente
molto complessa per la molteplicità delle influenze e delle
interazioni spesso non riconoscibili o non analizzabili. Si
rifletta, a titolo di esempio su alcuni casi reali, paradigmatici
(sui quali per altro non mi soffermo):
- il caso di un uomo cinquantenne che per la prima volta avverte
un forte dolore di intensità variabile che localizza, a suo
dire, allo stomaco e della durata di alcune ore; il medico,
interpellato, fornisce ripetuti consigli telefonici, senza
mai vedere il malato, il quale raggiunge di sua iniziativa,
dopo 14 ore un ospedale dove viene diagnosticato un esteso
e grave infarto miocardico anteriore;
- un'anziana donna di 70 anni con psichismo alterato, andatura
incerta, denutrita, presenta da almeno tre anni improvvise
cadute a terra, il medico curante attribuisce tali episodi
ad "arteriosclerosi celebrale" e prescrive una cura senza
conoscere i valori della frequenza cardiaca e della pressione
arteriosa e senza aver eseguito un elettrocardiogramma; l'impianto
di un pacemaker cardiaco ha cambiato sostanzialmente le qualità
di vita della paziente;
- un uomo di 50 anni, pletorico, già affetto da una broncopneumopatia
cronica da fumo, lamenta accentuazione della tosse e della
difficoltà respiratoria; un docente di medicina interna, dedito
agli studi delle malattie del fegato, avendo rilevato una
cospicua epatomegalia, propone una biopsia epatica nel sospetto
di una epatopatia cronica evolutiva. Il paziente rifiuta il
test diagnostico e si rivolge ad un altro medico il quale
interpreta il quadro clinico come un banale scompenso cardiaco
congestizio che la terapia medica abituale fa regredire in
pochi giorni.
In questi tre esempi si possono individuare tutti i tipi di
errore sopra elencati, con l'aggiunta di chiare manifestazioni
di ignoranza e di cattiva condotta. Ma, indipendentemente
dalle responsabilità civili e deontologiche che ne possono
derivare, è doveroso chiedersi sulla base di quali principi
dovrebbe essere formulato il giudizio morale.
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Principi
e Virtù |
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L'etica della scienza detta principi e norme di comportamento
allo scienziato e richiama la responsabilità del ricercatore
nei diversi stadi che caratterizzano l'impostazione, lo sviluppo
e le conclusioni di una ricerca scientifica. Non entra, quindi,
se non indirettamente, nei problemi morali che vengono sollevati
abitualmente dalla prassi della medicina.
Le nuove problematiche emerse nel contesto del progresso scientifico
hanno stimolato la riflessione e lo sviluppo di un "paradigma
etico" su base razionale rivolto ai medici e a quanti operano
nel settore sanitario-assistenziale, allo scopo di offrire un
punto di riferimento teorico-pratico che li possa aiutare ad
affrontare le questioni bioetiche. Il "paradigma dei principi"
di Beauchamp e Childress ha avuto notevole diffusione nell'ambito
della bioetica in quanto ritenuto esaustivo e adatto all'applicazione
in ambito biomedico. Tale paradigma si riferisce in prima istanza
alle teorie etiche che giustificano e sistematizzano sul piano
teorico un insieme di principi che guidano il comportamento
e il giudizio ultimo pratico dell'azione (14). Si tratta di
un'etica normativa applicata, in quanto applica principi e norme
etiche generali alla biomedicina. I principi sono interpretati
e giustificati sulla base di due tipologie di teorie etiche:
la teoria utilitaristica e quella deontologica. I principi sono
guide generali all'azione; essi sono ben noti:
1) il rispetto dell'autonomia, 2) la beneficialità, 3) la non
maleficenza, 4) la giustizia.
La teoria etica dell'utilitarismo si rifà alla tradizione empirista
inglese che, partendo dal pensiero di D.Hume, si è espressa
negli scritt i di J. Bentham e di J. S. Mill; essa identifica
la ragione e l'obiettivo della vita morale nella promozione
del "ben-essere", valutato sulla base delle conseguenze dell'azione,
in funzione del calcolo della massimizzazione del bene e della
minimizzazione del male (in senso collettivistico: il maggior
bene ed il minor male per il maggio numero di persone), ove
il bene ed il male sono definiti in un'ottica antropologica
sensista secondo la quale il "piacevole" è ciò che va preferito,
lo "spiacevole" è ciò che va evitato. Si può distinguere l'utilitarismo
dell'atto o etica della situazione, cioè di una concezione morale
situazionale che accetta come normative le sole "rules of thumb"
(a lume di naso), regole che non obbligano o prescrivono, ma
si limitano a riassumere quanto è emerso dall'esperienza passata
nel trattare un problema ricorrente per guidare l'azione. Invece,
Beauchamp e Childress fanno riferimento all'utilitarismo della
norma (rule of utilitarianism), riconoscendo alcune regole generali
che non possono essere misconosciute a causa di esigenze emergenti
dalla situazione particolare. Il giudizio circa l'adeguatezza
o l'inadeguatezza dell'atto individuale è stabilito valutando
le conseguenze non della singola azione in sé bensì dell'azione
in rapporto ad un "codice generale" o ad un sistema di regole
che si identificano con la massimizzazione dell'utilità sociale.
La deontologia, ispirata alla teoria kantiana del dovere per
il dovere, fonda l'obbligo morale sul valore intrinseco dell'azione,
indipendentemente dal concetto di bene e dalla valutazione delle
conseguenze. Beauchamp e Childress respingono la deontologia
monistica che essi identificano con la religione, ma fanno riferimento
ad una deontologia pluralista, cosi come è stata proposta daW.D.
Ross (15), ammette più doveri "prima facie", corrispondenti
ai principi ed alle regole. I doveri devono essere bilanciati
in funzione delle circostanze ai fine di cogliere il dovere
o il principio "emergente" (overriding) nella situazione. Le
critiche al paradigma dei principi sono emerse, nell'ultimo
decennio, da diverse fonti.
Gli stessi Beauchamp e Childress rivelano come le teorie etiche,
da loro assunte a sostegno dei principi, dipendevano da certe
concezioni del mondo e della natura dell'uomo e pertanto sono
prive di un fondamento assoluto. La formulazione di principi
senza una antropologia ed una ontologia che li fondi e li giustifichi
rende i principi stessi sterili, confusi e vaghi. Non è possibile
parlare di principio di beneficenza o di autonomia senza specificare
cosa significa "bene" della persona e "diritto" della persona
(16). Un secondo punto, rilevato dalla critica, riguarda la
incompatibilità, tra loro, dell'utilitarismo e della deontologia:
il primo considera il bene morale in funzione dell'utilità valutata
sulle conseguenze dell'azione; il secondo ritiene obbliganti
più principi, e non solo quello dell'utilità e della massimizzazione
del piacere, indipendentemente dalla valutazione delle conseguenze
dell'azione (17). Si pensi, per esempio, al problema della distinzione
delle risorse: si dovrà considerare prioritario, dal punto di
vista morale, l'utilitarismo sociale (teoria utilitaristica)
o il diritto e l'autonomia degli individui (teoria deontologica)?
La conflittualità tra i principi, che inevitabilmente si riscontra
nella prassi, viene attribuita alla complessità dei dilemmi
morali, piuttosto che all'incoerenza o all'incompatibilità delle
teorie. Beauchamp e Chidress sostengono invece, che l'uso integrato
di entrambe dovrebbe garantire una comprensione più adeguata
della vita morale (14). In realtà, la mancanza di una teoria
unificata e sistematica da cui derivino i principi e che connetta
questi ultimi tra loro in modo armonioso ed integrato, è all'origine
del conflitto tra principi, conflitto che secondo alcuni Autori
appare irrisolvibile (18) ed apre la strada al relativismo in
ambito etico e bioetico. Una ulteriore critica al paradigma
dei principi in bioetica riguarda la grande differenza esistente
tra la varietà e la poliedricità della vita morale ed il rigido
schematismo astratto dei principi che li rende inadeguati per
la spiegazione dell'esperienza morale. Contro l'astrattezza
dei principi si rivendica la priorità dell'esperienza morale
per la fondazione etica della bioetica. Mentre Beauchamp e Childress
ritengono che l'esperienza morale e le teorie morali siano dialetticamente
connesse: da un lato la teoria illumina e chiarisce l'esperienza,
dall'altro l'esperienza prova e verifica la teoria. E', invece,
chiaro che il paradigma dei principi è orientato più verso l'applicazione
dei principi all'esperienza, che verso la considerazione prioritaria
dell'esperienza. Infine, una caratteristica intrinseca all'etica
dei principi tende a sviluppare un atteggiamento passivo di
accettare e di calcolo anziché di impegno morale e di creatività.
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L'Etica
delle Virtù |
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Come reazione al paradigma dei principi va diffondendosi un
movimento caratterizzato dal recupero della categoria morale
della virtù, secondo diverse prospettive, schematicamente riconducibili
a due orientamenti. Vi è un ritorno al concetto di virtù sulla
linea tomistico-aristotelica che inserisce la teoria della virtù
in una concezione della realtà, dell'uomo, e del bene in senso
oggettivo. In molti autori contemporanei, invece, il rinnovato
interesse per la teoria della virtù è connesso ad una concezione
del bene in senso soggettivo. Nel pensiero occidentale, per
quanto attiene all'uomo morale, la dottrina della virtù è sempre
stata una delle forme principali in cui si è cercato di formulare
sistematicamente ciò che l'uomo "deve fare" in vista di una
completa realizzazione di se stesso.
La dottrina delle quattro virtù cardinali che presiedono a tutto
l'agire morale è già presente in Pitagora. Al tempo di Platone
esse sono diventate un'idea cosi comune da offrire lo schema
generale della struttura della Polis e della formazione della
persona. Ma l'approfondimento del concetto di virtù, per la
quale viene proposta la classica definizione di "abitudine a
scegliere il giusto mezzo", e l'esame sistematico delle virtù
principali è opera di Aristotele, il quale, nella sua Etica
a Nicomaco, divide le virtù in due gruppi principali: dianoetiche
(dell'intelletto) ed etiche (della volontà o libera scelta).
Le prime concorrono allo sviluppo delle facoltà intellettive
mentre le seconde presiedono al controllo delle passioni ed
alla scelta dei mezzi per il raggiungimento del fine ultimo.
Principali fra tutte le virtù morali sono, anche per Aristotele,
le quattro virtù cardinali: prudenza, giustizia, fortezza, temperanza.
Con l'avvento del cristianesimo, alle virtù morali che corrispondono
direttamente alle esigenze della natura umana, si affiancano
quelle teologali: fede, speranza, carità, le quali sono soprannaturali,
essendo espressioni della grazia, dono dello Spirito Santo.
Nella Summa Theologiae, la virtù è concepita da San Tommaso
come un'abitudine buona: "è un abito operativo, deve essere
un abito buono e fatto per compiere il bene", e acquisito con
la disciplina e l'educazione per cui appartiene soltanto all'uomo
e riguarda immediatamente l'anima e non il corpo, esige l'abitudine,
una certa stabilità, tanto che si può dire che sia una seconda
natura (1-Il, q.1 a 3). 5. S. Tommaso spiega poi distintamente
ciò che qualifica le virtù intellettuali e le virtù morali.
Gli "abiti intellettuali" (intelletto, scienza, sapienza) si
possono dire virtù non in quanto facciano essi stessi operare
il bene, perché ciò è proprio della volontà, ma in quanto procurano
la capacità di operare il bene. Regina dell'intelletto pratico
è la "prudenza", che è la "recta ratio agibilium". Essa si occupa
non tanto della conformità dell'intelletto alle cose conosciute
(ossia della verità), quanto della conformità del retto volere.
Per questo motivo la prudenza è formalmente una virtù morale,
anche se materialmente è formalmente è una virtù intellettuale,
in quanto riguarda il bene operare dell'intelletto (I-Il, q.
a.1-a.5). Ciò che è peculiare delle virtù morali è il dominio
della volontà sulle passioni, un dominio che non viene esercitato
direttamente dalla ragione ma soltanto mediante l'impero della
volontà.
Nella società pluralistica moderna, il liberalismo individualistico,
il predominio dell'emotivismo soggettivistico e la diffusione
del consumismo in una società secolarizzata hanno provocato
la degenerazione della tradizione morale con la frammentazione
della teoria della virtù. Per tali motivi l'interesse per l'etica
delle virtù, ripreso da molti autori, è destinato al fallimento,
come sostiene A. Mac lntyre (19), senza un recupero della tradizione
aristotelica. Egli distingue tre stadi del concetto di virtù:
a) practices: la virtù è la qualità umana acquisita,
necessaria per realizzare i "beni interni" delle attività pratiche;
b) narrative concept of selfhood: la virtù unifica la
storia dell'individuo nella ricerca del bene (la continuità
dell'identità personale si identifica con l'unità narrativa
che collega la vita dell'individuo dalla nascita alla morte);
c) moral tradition: la virtù, come ricerca del bene,
necessita di una tradizione morale. Ma il ritorno alla teoria
delle virtù nell'etica contemporanea non si identifica con il
recupero della tradizione aristotelico-tomista. Nell'orientamento
di molti autori appare evidente il relativismo: i criteri appropriati
per la determinazione del bene sono "criteri locali", interni
alle tradizioni e alle pratiche di ogni società locale o gruppo
che si pone la domanda sul bene. Ogni società avrebbe la sua
lista di virtù le quali rifletterebbero le proprie tradizioni
locali. L'etica diverrebbe, pertanto, una sociologia del comportamento,
una descrizione dei valori presenti nella società. Tale concetto
è ben diverso da quella "abitudine" alla ricerca del bene universale
che caratterizza oggettivamente la natura umana secondo S. Tommaso.
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Etica
della virtù e bioetica |
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L'etica della virtù ha una lunga tradizione nell'etica professionale
del medico: da Ippocrate (V-IV a.C.) a Scribonius Largus (I
dC.), John Gregory (XVIII sec.), Thomas Percival (XIX sec.),
William Osler (inizi XX sec.) (20). Nella nostra epoca, uno
degli autori più significativi negli Stati Uniti è E. D. Pellegrino
che si inserisce nella tradizione classico-medievale (21). L'autore
ritiene che il concetto di virtù sia un elemento essenziale
ed ineludibile nella vita morale in quanto l'efficacia e l'attuazione
dei principi dipende dalla disposizione del carattere di colui
che agisce. Tanto più nella professione medica in quanto la
vulnerabilità e la dipendenza della persona malata nei confronti
del medico fa si che questi debba "aver fiducia" non tanto nei
suoi diritti, quanto nel tipo di persona che il medico "è".
Caratteristiche peculiari riguardanti la relazione medico-paziente
generano una sorta di "moralità interna": 1) lo stato di vulnerabilità,
ansietà, dipendenza del paziente; 2) l'ineguaglianza delle competenze;
3) le aspettative dì fiducia che il medico genera in chi si
rivolge a lui; 4) la non priorità della conoscenza medica (avendo
il medico un debito nei confronti della società che gli ha consentito
di acquisire le conoscenze mediche, consentendo l'invasione
nel "privato" mediante le sperimentazioni sull'uomo, la dissezione
e l'autopsia di corpi umani, ecc.). Pellegrino ritiene che la
determinazione delle virtù del medico sia strettamente connessa
alla determinazione del bene del paziente, che costituisce il
fine prioritario dell'atto medico (22): il medico virtuoso è
dunque colui che è "abitualmente disposto" ad agire per il bene
del paziente, ove per bene si intende: a) il bene clinico e
biomedico; b) il bene percepito dal paziente; c) il bene del
paziente come persona umana capace di scelte razionali; d) il
bene in senso oggettivo. Le disposizioni abituali (virtù) sono
la benevolenza, la fedeltà, la fiducia, la compassione, l'empatia,
l'onestà intellettuale, la competenza, la prudenza.
La scelta stessa della professione di medico e di infermiere
comporta una "promessa pubblica" di agire per il bene del paziente:
è una sorta di "impresa morale" che implica il superamento dell'egoismo
nel servire altruisticamente gli altri. Nella relazione medico-paziente,
dunque, la bioetica della virtù privilegia il bene anziché l'autonomia
del paziente e l'utilità sociale per le quali si batte, invece,
la bioetica dei principi di orientamento deontologico ed utilitarista.
Di segno opposto è, pertanto, l'applicazione della teoria delle
virtù di T. E Engelhardt (23). Virtuoso diventa colui che rispetta
l'autonomia degli altri e il loro tentativo di raggiungere il
bene: la tolleranza diventa la virtù cardinale in una società
secolarizzata dominata dal pluralismo. Avendo ogni individuo
una diversa visione della buona vita, ognuno deve sviluppare
una disposizione a tollerare e a simpatizzare con l'altro. Tali
virtù sono, quindi, necessarie per sostenere le comunità morali,
delle quali fanno parte soltanto gli individui capaci dì autocoscienza
critica. Il rispetto dell'autonomia dell'individuo diventa la
norma morale in un contesto soggettivista che subordina il bene
assoluto della vita alla volontà dei soggetti morali. Dal confronto
delle due etiche si può rilevare come, l'etica dei principi
(utilitarista-deontologica) sia più adatta alla soluzione dei
dilemmi morali, in quanto valuta la bontà dell'atto considerando
le possibili decisioni tra alternative. L'etica delle virtù,
invece, sposta l'attenzione dalla formulazione e applicazione
delle norme; all'analisi della concreta esperienza umana e sembra
essere più adatta all'applicazione al quotidiano, che alla soluzione
dei dilemmi morali e dei così detti "casi frontiera". La pratica
della virtù richiede un impegno morale attivo personale che
coinvolge globalmente e interiormente l'agente. L'etica dei
principi e del dovere può comandare l'azione anche senza condivisione
interiore, ma solo conformità esteriore e formale. I principi
implicano obblighi e, dunque, la valutazione in funzione della
categoria giusto/sbagliato; le virtù in funzione della categoria
bene/male. Ma la teoria delle virtù necessita di una chiara
integrazione per una adeguata applicazione alla bioetica. Poiché
il concetto di virtù assume un diverso significato a seconda
del contesto etico-filosofico cui appartiene (oggettivistico
oppure soggettivista-relativista), la teoria della virtù implica
necessariamente una fondazione etica ed antropologica preliminare
ed una definizione del bene. |
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Bioetica
Persona lista |
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Le virtù non possono essere considerate né come autosufficienti
per la costruzione di un sistema morale; né come antitetiche
al sistema basato sui principi e sul dovere. La virtù è indispensabile
alla teoria morale, ma non in senso esclusivo, bensì integrato
e complementare ai principi ed alle norme: non può osservi conflitto
interno tra virtù e dovere. In una fondazione della bioetica
che pone il rispetto della persona al centro della riflessione
morale, il paradigma dei principi si integra con la teoria delle
virtù. In primo luogo, la bioetica personalista giustifica il
valore centrale della persona che diventa, come tale, il criterio
di discernimento tra ciò che è tecnicamente possibile e ciò
che è eticamente lecito. Il valore della persona ha una fondazione
ontologica in quanto riconosce la sostanzialità dell'essere
della persona: essere sussistente, cosciente, libero e responsabile.
Mantenendo la sistemazione già data da S. Tommaso, l'etica personalista
afferma che l'anima è unita al corpo sostanzialmente e non accidentalmente
in quanto comprincipio della persona, essendo l'anima forma
sostanziale del corpo. Ciò implica che il corpo è umano, perché
animato da un'anima spirituale, è quello che è perché riceve
la compaginazione ontologica di umanità dal principio spirituale,
per cui noi conosciamo e siamo liberi. Soltanto questa spiegazione
rende conto positivamente dell'unità dell'attività umana. Infatti
per operare in un determinato modo bisogna essere ed avere una
determinata natura; e il principio per cui un corpo ha una determinata
natura, è la forma sostanziale che è anche l'unica forma sostanziale.
L'anima spirituale informa della sua energia le facoltà proprie
della vita vegetativa e della vita sensitiva: l'uomo rimane
uomo anche quando non esplica ancora o non riesce più, per cause
accidentali, ad esplicare le facoltà mentali. In ogni azione
dell'uomo si dovrà distinguere il valore oggettivo ed il momento
soggettivo in cui tale azione viene concepita e decide nell'interiorità
del soggetto con l'obbligo morale di adeguare il giudizio soggettivo,
o l'orientamento interiore, al valore oggettivo dell'azione
stessa. Tale giudizio sul valore oggettivo dell'azione suppone
il confronto con la legge che esplicita la oggettività dei valori
e la loro gerarchia. Questa norma può essere la "legge naturale"
insita nella coscienza dell'uomo e conoscibile per connaturalità
nel suo primo livello di consapevolezza e successivamente esplicitabile
con la ragione, per cui può essere definita come norma razionale.
La legge naturale riflette l'ordine stesso della realtà così
com'è nella mente del Creatore, che ne ha fondato il valore
ed ha ordinato i valori (24).
Su tale base la bioetica personalista formula i "principi".
Essi sono: 1) il valore fondamentale della vita, 2) il principio
di totalità o terapeutico, 3) il principio di libertà e di responsabilità,
4) il principio di socialità e sussidiarietà. L'ordine di comparsa
stabilisce anche la scala gerarchica dei valori, come guide
generali all'azione.
(Continua) |
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Prof.
Paolo Rossi
Viale Verdi, 18 - Novara |
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Bibliografia |
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1981, p. 126
4) Ibid, p. 123.
5) Ibid., p. 124.
6) Skrabaneck P, Mc Cornick J: op. cit. pp. 27-74.
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24) Sgreggia E: Manuale di bioetica op. cit. pp 90-136. |
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