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| Filosofia
della Medicina |
| Giugno
1993 |
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Valenza
etica dell'errore in medicina (III) |
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Terzo principio
di libertà e di responsabilità
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L'uomo
che riflette su se stesso riconosce che, nel suo trovarsi ad
esistere, egli esiste come un essere libero. La libertà che
egli rinviene spontaneamente dentro di sé è uno dei tre elementi
costitutivi, con la coscienza e la legge, del soggetto morale.
Tra le dimensioni fondamentali dell'uomo in quanto persona si
deve considerare sempre l'uomo nella sua libertà in quanto dotato
di intelligenza, di volontà e di amore donde deriva la responsabilità
in ogni atto compiuto dall'uomo come essere libero e razionale.
Secondo lo sviluppo dato da San Tommaso a questi concetti, l'essere
dell'uomo genera il dover essere della persona: la sua vita
morale è sempre un intervento nel reale mirante ad imprimere
ad esso un significato umano che lo orienti verso il bene assoluto.
La recta ratio svela alla persona non solo i primi principi
morali, ma anche il significato etico dell'azione che si sta
per compiere e delle circostanze che l'accompagnano (31).
Le critiche al concetto di persona presentano contenuti profondamente
differenti nelle correnti di pensiero che caratterizzano la
filosofia moderna. I temi della libertà e della responsabilità
sono stati oggetto delle grandi negazioni del razionalismo moderno
con conseguenze storiche e pratiche spesso drammatiche. Con
l'avvento della psicanalisi, la scoperta dell'inconscio mise
in crisi nella coscienza comune e nella cultura contemporanea
l'idea di libero arbitrio, come forma di autodominio dell'io
su se stesso.
La riflessione personalistica si propone:
- di superare l'antropologia idealistica post-kantiana
che è giunta alla negazione dell'io concreto e singolare;
- di superare le conclusioni pessimistiche dell'esistenzialismo
che vedono l'uomo votato al fallimento;
- di riscattare il valore dell'individuo da ogni forma di
collettivismo che, esaltando la dimensione sociale, dissolve
la dignità della persona nell'anonimato della rnassificazione
(32).
Una delle affermazioni contemporanee più significati ve in merito
alla libera scelta è quella del personalismo etico di Max Scheler:
"- è la persona singola non la ragione astratta o lo spirito
o il carattere psico-fisico o l'individuo nei suoi rapporti
sociali, che costituisce il supporto essenziale della volontà
libera e quindi della responsabilità morale. E' la persona che
sceglie con atti preferenziali tra i valori che oggettivamente
vede presentarsi dinnanzi a sé; il nostro volere è buono nella
misura in cui sceglie il più alto valore in mezzo a quelli che
appartengono alle sue inclinazioni. Il concetto di responsabilità
morale si radica nella coscienza immediata che ho di essere
l'autore dei miei atti e del fatto che vi è una realtà assiologica
di carattere morale" (33).
Il supporto ontologico della libertà di scelta non è la volontà
separata dall'intelligenza o questa da quella, ma la persona.
La persona non può mai essere considerata come mezzo, neanche
un mezzo per il riconoscimento degli altri, ma sempre come fine:
" - principio, soggetto e fine di tutte le istituzioni sociali
è e deve essere la persona umana, che di sua natura ha sommamente
bisogno di socialità. L'ordine sociale e il suo progresso debbono
sempre lasciar prevalere il bene delle persone, giacché nell'ordinare
le cose ci si deve adeguare all'ordine delle persone e non il
contrario, secondo quanto suggerisce il Signore stesso quando
dice che il sabato è fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato
(Gaudium et Spes)" (35).
Anche se la libertà e la responsabilità sono la base necessaria
dell'atto etico, costituiscono tuttavia il terzo principio della
bioetica in quanto subordinate ai principi sulla difesa della
vita e di totalità. Questa gerarchia è giustificata dal fatto
che la libertà è un attributo della vita senza la quale non
ha ragione di essere.
La vita è condizione, per tutti indispensabile, per l'esercizio
della libertà.
Per quanto appaia ovvia tale affermazione, la sua applicazione
è, invece, all'origine di molti conflitti morali.
Nelle comunità morali nelle quali si dà valore primario al principio
di autonomia, giustificato sulla base della morale del rispetto
reciproco, non si concentra l'attenzione sulla libertà come
valore ma sul rispetto della libertà come condizione che venga
esercitata la morale generale e che venga giustificato il giudizio
di biasimo ed elogio.
Il principio di autonomia non è orientato ai fini o alla conseguenze
(non è cioè teleologico). Gli accordi che intercorrono tra medico
e paziente vincolano sulla base del principio di autonomia indipendentemente
dalle loro conseguenze. Anche le regole sul consenso libero
ed informato, basate sul rispetto reciproco, vincolano indipendentemente
dalle loro conseguenze.
Il principio di autonomia, avulso da ogni fondazione di valori
come viene applicato nella società laica pluralistica, fonda
diritti e doveri indipendentemente dalla preoccupazione di conseguire
ciò che è bene e di evitare ciò che è male.
Poiché le visioni del bene tra gli individui della stessa comunità
possono essere differenti o divergenti, non vi sarà autorità
morale per impedire alle persone di perseguire, da sole o insieme
ad altri, la loro visione della vita moralmente buona. Così
in una società pluralistica si dovrebbe ammettere il suicidio,
l'eutanasia o l'aborto in particolari condizioni oppure che
degli individui scelgano, entro le regole di un sistema di assicurazione
medica, i modi a loro convenienti che alla fine mineranno quello
stesso sistema a causa dell'espansione dei costi.
Medici e pazienti possono condividere certe opinioni circa i
beni riguardanti la pratica della medicina e tuttavia dissentire
riguardo ad altri. Un esempio di questa conflittualità si ha
quando un paziente chiede ad un medico di ottenere per sé quello
che egli ritiene un bene, ma che il medico ritiene invece sia
un male.
Nel rispetto della gerarchia dei valori che ispira l'etica personalista,
non si ha diritto, in nome della libertà di scelta, a disporre
della soppressione della vita (così detto diritto all'eutanasia.
all'aborto, al suicidio). Altra applicazione riguarda le cure
obbligatorie per i malati mentali o di fronte al rifiuto delle
terapie per motivi religiosi. Più in generale questo principio
sancisce l'obbligo morale del paziente a collaborare alle cure
ordinarie e necessarie e a salvaguardare la vita e la salute
propria e altrui. Tipico rimane il caso dei genitori che rifiutano
di alimentare il neonato deforme, praticando la così detta eutanasia
neonatale: è evidente l'abuso della libertà dei genitori nei
confronti della vita del neonato.
D'altro canto lo stesso principio di libertà-responsabilità
del paziente, se viene delimitato dal principio di sostegno
alla vita, che è valore precedente e superiore alla libertà
e che chiama la responsabilità primaria, limita a sua volta
la libertà e la responsabilità del medico.
In tutti gli altri casi nei quali non è in questione la vita,
il medico non può trasformare la cura in costrizione. Ogni atto
medico, anche semplice o routinario, speciale o a rischio, richiede
il consenso del paziente (28). Anche il consenso implicito nella
scelta da parte del paziente del medico o della struttura ospedaliera,
non dispensa il medico dal dovere di informare il paziente sugli
esami necessari, sulle cure proposte e sull'andamento della
terapia e di richiedere ulteriore esplicito consenso tutte le
volte che si possono dare delle evenienze non previste.
Bisogna sempre ricordare che la vita e la salute sono affidate
prioritariamente alla responsabilità del paziente e che il medico
non ha sul paziente altri diritti, superiori a quelli che ha
il paziente stesso nei propri riguardi (30).
Qualora il medico ritenesse inaccettabili, dal punto di vista
etico, le richieste del paziente può, e talora deve, scindere
le proprie responsabilità, invitando il paziente a riflettere
ed eventualmente a riferirsi ad altri medici. Né la coscienza
del paziente può essere violentata dal medico né quella del
medico può essere forzata dal paziente: entrambi sono responsabili
della vita e della salute sia come bene personale sia come bene
sociale (30). |
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Quarto
principio di socialità e sussidiarietà
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Nella
relazione con gli altri l'uomo realizza una delle dimensioni
fondamentali della persona per cui il bene dell'altro assume
una grande rilevanza morale.
Sviluppato dapprima all'interno della teologia morale, questo
principio è oggi largamente condiviso nelle direttive internazionali
e nella formulazione dei piani di assistenza sanitaria.
Il principio di socialità impegna ogni singola persona a realizzare
se stessa nella partecipazione alla realizzazione del bene dei
propri simili e, quindi, alla promozione della vita e della
salute di ciascuno. La stessa storia della medicina è la prova
che la vita e la salute di ognuno dipendono anche dall'aiuto
degli altri. Lo sviluppo tecnologico con l'inquinamento preoccupante
della biosfera ha reso ancora più acuta l'importanza del principio
di socialità. L'insieme dei servizi che costituiscono l'assistenza
sanitaria (privatistica o statale) dimostra come il recupero
della salute è possibile solo con il concorso molteplice di
professioni, di competenze e di interventi legislativi.
Ma nello stesso principio di socialità è implicito il richiamo
alla giustizia sociale che obbliga la comunità a garantire a
tutti, anche ai non abbienti, i mezzi per accedere alle cure
necessarie. Tale richiamo è stato maggiormente disatteso proprio
nelle società dove l'etica utilitaristica ha privilegiato il
principio dell'autonomia senza una fondazione dei valori. Inoltre,
la situazione sanitaria mondiale rivela squilibri enormi con
i paesi in via di sviluppo ancora privi delle strutture sanitarie
essenziali e dove prevalgono le malattie infettive e da gravi
carenze alimentari.
In spregio ai principi dell'etica personalista, nei consessi
internazionali si levano voci secondo le quali, essendo e spese
sanitarie molto più alte delle possibilità finanziarie degli
Stati, bisognerebbe spendere adottando il principio economicistico
dei costi e benefici e pertanto si è tentati di destinare il
più della spesa sanitaria, non già per i malati più gravi, anche
se non recuperabili, ma per i cittadini che hanno ancora capacità
produttive. Sono contenute in queste proposte anche idee mascherate
della così detta eutanasia sociale, con la quale si cerca di
giustificare scelte infauste delle società ai danni degli ammalati
incurabili, degli handicappati gravi e dei malati mentali (34).
Di fronte a questi problemi, spesso di enorme portata non solo
finanziaria ma anche morale e politica, si è sviluppata la dottrina
della sussidiarietà il cui principio si salda con quello della
socialità.
La dottrina della sussidiarietà è stata proposta dalla Enciclica
"Quadrigesimo anno" di Pio X e ripresa dal Concilio Vaticano
Il nella Gaudium et Spes (35) e, soprattutto, nelle Encicliche
di Giovanni XXIII, Mater et Magistra e Pacem in Terris. Secondo
tale principio, la comunità deve aiutare di più chi ne ha maggiore
necessità (curare di più chi è più bisognoso di cure e spendere
di più per chi è più malato), non deve soppiantare o sostituire
le iniziative libere dei singoli e dei gruppi, ma garantirne
il funzionamento. |
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Applicazioni
Pratiche dell'Etica Personalista |
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Vi sono dei settori della medicina più coinvolti di altri dalle
problematiche morali.
Si consideri, ad esempio, l'applicazione clinica dei procedimenti
di fecondazione, la diagnostica prenatale, l'interruzione della
gravidanza, il trattamento del dolore incoercibile, l'assistenza
al malato terminale o al malato incurabile.
In questi casi ed in tali situazioni cliniche, la valenza etica
dei processi decisionali assume un'importanza tale che si può
considerarla uno dei fattori più importanti tra quelli che influenzano
il comportamento e le scelte del personale sanitario. Tale influenza,
che sia moralmente buona o sia l'espressione di un disordine
morale, è sempre determinante anche quando gli stessi operatori
sanitari agiscono senza porsi il problema morale o addirittura
negandolo in nome di una autonomia che disconosce i valori fondamentali
dell'etica.
Il di vista morale è sempre così importante quando le scelte
o gli interventi coinvolgono in modo determinante il primo principio
de!l'etica personalista, la difesa della vita. Possiamo
desumere tale importanza riflettendo su di un caso relativamente
comune, descritto in una lettera di B. Silfverskiold pubblicata
il 4-luglio-1992 a pag. 56 di Lancet: un uomo di affari di 84
anni aveva una emiplegia come esito di due ictus. La parola
e le altre funzioni cerebrali erano bene conservate e non aveva
alcun segno di cardiopatia. Egli viveva con agiatezza (in confort)
ma trovava la sua vita senza speranza e degradante e chiese
aiuto per morire con una eutanasia attiva di tipo olandese.
Poiché questo era impossibile, egli decise, dopo aver letto
alcuni articoli e consultato il suo medico, di morire di fame
e di non bere. Morì tranquillamente dopo due settimane senza
segni di sofferenza. Il medico condivise la scelta del paziente
e si comportò in modo che la morte avvenisse secondo le direttive
della Voluntary Euthanasia Society. Tali direttive prevedono
tra l'altro la sospensione di liquidi e di cibo e la sedazione
dei sintomi risultanti con analgesici nei soggetti che diventano
incapaci per senilità o grave malattia. Le stesse direttive
sono state fatte proprie anche dalla British Medical Association
(London: BMA, 1992).
Un paziente, anziano, malato, senza possibilità di guarigione
e debole, con capacità di intendere e di volere, che decida
di interrompere l'assunzione di cibo e di liquidi è protetto
dalla Dichiarazione di Tokio del 1975, accettata dalla World
Medical Association.
I medici non dovrebbero ritenersi obbligati a somministrare
nutrimento e liquidi artificialmente.
La Dichiarazione di Tokio è diretta alla protezione dei prigionieri
ma ogni individuo dovrebbe avere gli stessi diritti: Quando
un prigioniero rifiuta il nutrimento ed è ritenuto dal medico
capace di intendere e di volere le conseguenze del rifiuto volontario
del nutrimento, egli od ella non sarà nutrito artificialmente,
Il giudizio sulla capacità del prigioniero di capire le conseguenze
del suo atto, dovrebbe essere confermato almeno da un altro
medico indipendente. Il medico spiegherà al prigioniero le conseguenze
derivanti dal suo rifiuto di bere e di mangiare" La Dichiarazione
di Tokio protegge non solo i diritti del paziente ma anche l'operatore
sanitario, ma non risolve il problema etico primario nel caso
clinico sopra riportato né, perciò, elimina la responsabilità
morale e giuridica del medico, trattandosi di una forma di suicidio
assistito.
Come ho cercato di spiegare, trattando del primo principio sulla
difesa della vita, l'uomo non può considerarsi il padrone della
vita ma il custode fedele di un dono che deve essere gestito
con alto senso di responsabilità.
Nella storia della filosofia si riscontra una duplice valutazione
del suicidio Gli stoici ne davano per certi casi un giudizio
positivo: Seneca condannava il suicidio compiuto solo per desiderio
di morire, mentre lo approvava quando appariva come un gesto
di dignità e di coraggio. Contrari al suicidio furono nell'antichità
Platone, che vi vedeva un atto di insubordinazione contro la
divinità (Fedone. 6) ed Aristotele, che lo considerava un atto
di viltà contrario al bene sociale (Etica Nicomachea 1 15).
L'enfasi, per altro senza giustificazioni filosofiche, posta
dall'etica laica al principio di autonomia, sottolinea il diritto
degli uomini e delle donne liberi di scegliere il modo di vivere
e analogamente quello di morire (23). Tale assunto non trova
giustificazione in se stesso in quanto l'uomo può vivere la
sua libertà solo nella sua relazionalità con gli altri e con
l'ecosistema, pertanto non può considerare la propria vita,
già di per se un valore fondamentale, come un bene qualsiasi
di cui potrebbe privarsi quando lo ritenesse opportuno. Come
si fà con un auto vecchia o malandata.
Sulla base delle conclusioni alle quali giungono le ricerche
statistico-sociologiche, clinico-psichiatriche e psico-dinamiche,
il suicidio va considerato nella gran parte dei casi come la
conclusione di una evoluzione psichica che con buone ragioni
può essere considerata morbosa (36).
Il punto di vista etico personalista è chiaro: il disporre di
sé appare giustificato come dono e sacrificio per la vita di
un altro, mentre è ingiustificato quando la causa diretta della
morte consiste in una situazione di carenza. La tradizione ebraico-cristiana
è unanime nel ritenere che il suicidio sia un atto contro la
volontà di Dio.
La vita è concepita teologicamente come un dono; per un uomo
il comandamento di vivere, cioè di volere la vita è contenuto
nel fatto stesso di essere stato posto in vita. San Tommaso
(Summa Theologiae il/Il q.65,a.5) fonda la illeicità del suicidio
su tre motivi:
- è contrario alla legge naturale della auto-conservazione e
dell'amore di sé;
- è un'ingiuria alla comunità sociale in cui l'uomo è concretamente
inserito;
- non spetta all'uomo di decidere la fine della propria vita
non essendone il padrone.
Quest'ultimo argomento, della sovranità di Dio è sottoposto
ad un riesame più approfondito dalla riflessione contemporanea.
Non può più essere considerato come fondamento di un giudizio
apoditticamente negativo sul suicidio. La sovranità di Dio dovrebbe
essere intesa solo come una sollecitudine rivolta alla responsabilità
dell'uomo che deve prendere coscienza del fatto che, come creatura
libera da Dio, deve gestire responsabilmente il bene "vita"
posto nelle sue mani (37). Una conclusione potrebbe essere quella
di considerare il suicidio una trasgressione colpevole nella
misura in cui diviene volontaria rivolta ed arbitraria negazione
de! senso che è fondamento della libertà umana. Rimane poi il
problema se in situazioni critiche estreme non si possa rimettere
la vita al creatore (36). E' questo un interrogativo al quale
non sempre siamo in grado di rispondere: la morte è una sciagura,
ma è possibile che il continuare a vivere diventi in alcune
circostanze una sciagura ancora più grande?
Non possiamo permetterci di giudicare chi pone termine, anche
se arbitrariamente, alla propria esistenza, perché non sappiamo
il suo stato di coscienza e soprattutto perché, in quel momento
ogni giudizio dipende dalla misericordia di Dio. Né, però, possiamo
derogare dal rispetto del principio etico che non consente di
anticipare o di accelerare la morte. Da tale valore deve scaturire
la valenza etica che ci permette di capire se il comportamento
del medico ed i giudizi espressi nella lettera di Lancet sono
stati moralmente corretti:
- anche se mosso da un senso di umana pietà e nel rispetto dell'autonomia
del paziente, il medico ha compiuto un azione che và contro
t'ordine morale;
- l'errore etico conserva tutto il suo peso, indipendentemente
dai contenuti della Dichiarazione di Tokio, del codice deontologico
e delle leggi vigenti nel Paese. Lo stesso comportamento sarebbe
perseguibile secondo il codice penale italiano, non lo sarebbe
più secondo la nuova legislazione olandese. Le difficoltà che
si incontrano quando il medico deve affrontare i problemi sollevati
da un "malato difficile" dipendono sia dalla fluttuazione del
livello di sensibilità critica della propria coscienza sia dal
tipo di relazione che si stabilisce tra medico e paziente.
Per meglio chiarire alcuni aspetti delicati ditale rappor to
è necessario soffermarci sui problemi morali che si incontrano
nella lotta contro il dolore e nei doveri del medico verso il
morente. |
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Prof.
Paolo Rossi
Viale Verdi, 18 - Novara |
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FILOSOFIA
della MEDICINA: ARCHIVIO |
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