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Filosofia della Medicina - Aprile 2005
a cura di Paolo Rossi ARCHIVIO
Cosa spinge l'uomo alla ricerca o al rifiuto di Dio?
(seconda parte)
L'AIDS dello spirito nella società contemporanea
Anche nella Carta della Terra, cui si è accennato nella prima parte, si ritrovano i concetti del panteismo agnostico, dell'ecologismo radicale. La Carta fa riferimento ad una generica "comunità di vita" di cui l'uomo è solo una parte con la stessa dignità e diritti di animali e vegetali. Tutti i costituenti della comunità sono totalmente subordinati all'ambiente naturale che forma un tutto superiore alle parti che lo compongono. La natura come unità superiore diventa la fonte di una etica globale che giustifica la costituzione di un'autorità sopranazionale che superi le resistenze delle culture nazionali. Una semplice analisi filosofica (che rimando ad altra occasione) dimostrerebbe facilmente le profonde incongruenze e le pericolose assurdità contenute in queste teorie.

I postulati programmatici assunti dai propugnatori della Carta della Terra, sono: ? ristabilire l'integrità primitiva del sistema ecologico, ? adottare i paradigmi dello sviluppo sostenibile (descritto nella prima parte), ? attuare una politica globale di controllo demografico forzato (aborto e sterilizzazione) per impedire la crescita naturale dell'essere umano, ? diffondere e sostenere l'eugenetica inconsapevole del diritto al figlio bello e sano. Questi postulati sono stati diffusi e attuati in tutti i Paesi del mondo con una propaganda molto persuasiva e insistente, resa possibile dall'egemonia culturale laicista e atea. Si è anche avvalsa in modo spregiudicato degli ingenti finanziamenti delle Nazioni Unite e della Banca Mondiale. Il successo di queste politiche è dimostrato dal fatto che i postulati radicali sono stati assorbiti al punto che la gente comune li persegue come se fossero normali diritti. Credo che si possa definire tale pauroso fenomeno come l'AIDS dello spirito della società contemporanea.
Una pietra d'inciampo all'affermazione del potere globale
Questa marcia trionfale verso l'affermazione del potere globale - che inorridisce per le manipolazioni genetiche sui vegetali ma incentiva quelle sugli embrioni umani - è stata interrotta da una pietra d'inciampo: le elezioni presidenziali americane del novembre 2000 vedono l'affermazione di Gorge W. Bush, che sconfigge per pochi voti Al Gore, ex vice di Bill Clinton e ambientalista radicale. Bush propugna fermamente i principi cristiani in difesa della vita e sarà confermato per il secondo mandato con una maggioranza schiacciante. Il nuovo presidente blocca immediatamente le politiche abortiste del suo predecessore e taglia i fondi alle organizzazioni internazionali - quali l'UNFPA e l'IPPF - accusate di promuovere nel mondo programmi coercitivi di controllo delle nascite. Stessa sorte tocca ai movimenti ecologisti, costretti a incassare invece il rifiuto della ratifica del Protocollo di Kyoto. Quest'ultimo in realtà costituisce un modo per minare l'economia occidentale a costi enormi e senza alcun reale vantaggio per l'ambiente. Voci di scienziati autorevoli mettono seriamente in dubbio la realtà dell'effetto serra e l'efficacia dei metodi indicati per correggerlo.
A prescindere dalle profonde implicazioni politiche, la dottrina programmatica di Bush rappresenta una modalità nuova di opporsi alla diffusione, apparentemente inarrestabile, di una concezione che nega in tanti modi e con tecniche più o meno perverse il diritto alla vita e l'uguaglianza di tutti gli esseri umani. Tale concezione potrebbe essere definita una manifestazione estrema del male se si ammette che il dono della vita costituisce un bene inalienabile il quale, come tale, fonda un diritto assoluto.
Estremismi del male e del bene
La tendenza più diffusa è quella di associare il termine "estremo" agli eventi negativi che riguardano la violenza, il crimine; in pratica si privilegia il male "estremo". Un certo gusto dell'orrido oggi è molto generalizzato e trova riscontro negli ascolti per le scene violente del cinema e della televisione. Il crimine fa notizia e suscita maggior interesse della buona azione tanto che i due terzi dei nostri notiziari sono dedicati a raccontare e mostrare le violenze e le disgrazie causate dalla cattiveria dell'uomo. Ciò non vuol dire che nella quotidianità non accadano eventi buoni anche di grande rilevanza, ma non fanno notizia. Mentre conosciamo bene la storia dei grandi criminali del nostro tempo: "i gesti estremi del male", ignoriamo o conosciamo meno quella dei santi, di persone che hanno compiuto gesti estremi sì, ma di abnegazione, di donazione: "storie di amore che conducono alla morte magari per salvare la vita ad uno sconosciuto". Ancor meno conosciamo la storia degli eroi cristiani, di persone senza un nome, che spendono tutta la loro vita nell'anonimato per aiutare i più deboli, rinnegando se stessi, perché per la fede autentica nel Vangelo e l'amore a Gesù, praticano la vera carità che consiste nel tradurre con le opere l'amore di Dio per tutti gli uomini. Perché, al contrario del "male estremo", facciamo molta più fatica a definire il "bene estremo"? Tale difficoltà potrebbe dipendere da un processo di auto-identificazione inconscia che viviamo, senza renderci conto, ogni qual volta siamo indotti a confrontarci con episodi buoni o cattivi. In questo confronto, poiché nell'uomo prevale generalmente la tendenza egoistica alla prevaricazione, è più immediato l'impulso ad identificarci con colui che pratica il male, anche se poi lo respingiamo con un moto di orrore, ma solo in un secondo momento, per l'azione inibitoria del super-Io. Al contrario ci è quasi impossibile identificarci con la persona che compie gesti estremi di donazione, anche se oggetto della nostra ammirazione. Come se fossimo naturalmente portati dal nostro egoismo a pensare per noi impossibili i gesti eroici dell'amore. Per le sue caratteristiche elementari l'egoismo, definito anche come "l'amore di sé", può essere interpretato come la prima manifestazione dell'istinto naturale che nei processi evolutivi assicura la sopravvivenza dell'individuo e della specie. Appartiene quindi a quella tendenza naturale necessaria per l'evoluzione sia nell'uomo come in ogni altro essere vivente.
L'egoismo è stato anche accusato di essere il principio di ogni peccato. Ma è interessante la interpretazione chiarificatrice che ci dà Tommaso d'Aquino: "SEMBRA che l'amore di sé non sia il principio di ogni peccato. Infatti:
1. Non può essere causa propria di peccato ciò che di per sé è cosa buona e doverosa. Ma l'amore di se stessi, di per sé, è una cosa buona e doverosa: infatti all'uomo viene comandato di amare il prossimo come se stesso (Lv 19, 18). Quindi l'amore di sé non può essere causa di peccato.
2. L'Apostolo (Rm 7, 8) insegna: "Prendendo occasione da questo comandamento, il peccato scatenò in me ogni sorta di desideri"; e la Glossa spiega che "è buona la legge che col proibire la concupiscenza proibisce ogni male": e questo perché la concupiscenza è la causa di tutti i peccati. Ma la concupiscenza è una passione diversa dall'amore. Quindi la causa di tutti i peccati non è l'amore di sé.
3. L'uomo, come pecca qualche volta per l'amore disordinato di sé, così altre volte pecca per l'amore disordinato del prossimo. Perciò l'amore di sé non è la causa di tutti i peccati .

IN CONTRARIO: S. Agostino [De civ. Dei 14, 28] insegna che "l'amore di sé fino al disprezzo di Dio costituisce la città di Babilonia". Ma l'uomo appartiene alla città di Babilonia con qualsiasi peccato. Quindi l'amore di sé è la causa di ogni peccato.
Rispondo: Abbiamo già precisato [q. 75, a. 1] che la causa propria e diretta del peccato va ricercata dal lato della conversione al bene transitorio, cioè per l'affetto disordinato per un bene temporale. Ora, tale affetto disordinato per un bene temporale deriva dal fatto che uno ama disordinatamente se stesso: infatti amare qualcuno significa volere a lui del bene. È quindi evidente che l'amore disordinato di sé è la causa di tutti i peccati.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ:
1. L'amore ordinato di sé, che consiste nel volere a se stessi il bene conveniente, è doveroso e naturale. Ma bisogna ammettere con S. Agostino che l'amore di sé disordinato, il quale porta fino al disprezzo di Dio, è la causa del peccato.
2. La concupiscenza con la quale uno desidera a se stesso del bene ha come causa l'amore di sé, vedi le spiegazioni date.
3. Nell'amare uno ha per oggetto tanto il bene che desidera per se stesso, quanto se medesimo per il quale lo desidera. Ora, l'amore in quanto si riferisce all'oggetto desiderato, p. es. al vino o al danaro, può essere causato dal timore, avente per oggetto la fuga del male. Infatti ogni peccato deriva o dal desiderio disordinato di un bene, o dalla fuga disordinata di un male. Ma le due cose si riallacciano entrambe all'amore di sé. Infatti l'uomo desidera il bene e fugge il male perché ama se stesso.
4. L'amico è come "un altro io" (Arist., Ethic. 9, cc.4, 9). Perciò chi pecca per amore di un amico, praticamente pecca per amore di se stesso." (Summa Teologica : I-II, q. 77, a. 4).
Sotto la lente della scienza
Anche gli estremismi del bene e del male sono divenuti argomenti di ricerca per le neuro-scienze. Scienziati e filosofi contemporanei sono impegnati costantemente ad interpretare tutti i fenomeni della psiche e della mente assumendo come riferimento obbligato il neo-darwinismo, le cui ipotesi al momento sono incentrate sul determinismo genetico e alle sue mutazioni che si verificano sotto l'influenza delle condizioni ambientali. Queste teorie sono considerate come verità inoppugnabili benché sia (ed è) impossibile dimostrare scientificamente l'origine dell'essere umano razionale con i meccanismi adattativi della selezione naturale. Questi meccanismi sono importanti per l'influenza che esercitano sul fenotipo umano e sulle mutazioni genetiche, ma non permettono in alcun modo di spiegare quel salto di enorme valenza biologica che si trova inevitabilmente quando si confrontano i sistemi informativi cellulari delle funzioni superiori specifiche e uniche dell'homo sapiens con quelli di tutti gli altri esseri viventi. In nome dell'evoluzionismo, tuttavia, si opera un riduzionismo scientifico entro il quale si pretende di contenere e spiegare tutte le manifestazioni della soggettività umana, dalla coscienza ai sentimenti di amore e di odio, la cui essenza, invece, non può in alcun modo essere oggettivata dai metodi della ricerca scientifica. Tra i temi studiati sono ad esempio il valore dei doni, il pensare positivo, la religiosità, il perdono. Un accenno a quella che viene presentata come una interpretazione scientifica, ci è utile per evidenziare quanto sia disumana e distorta una certa visione dell'uomo:
Lo scambio dei doni e la religiosità. Il significato che si associa ad un regalo può racchiudere o nascondere sia l'estremismo del bene (donare la vita o un proprio organo per salvare la vita di un amico, togliersi di bocca l'unico pezzo di pane per darlo ad un figlio o ad uno sconosciuto che ha la tua stessa fame), sia l'estremismo del male (un dono destinato alla corruzione e alla violazione della legge o come ricompensa di un'azione malvagia). Tra i due estremi si collocano i significati più diversi, contingenti e personalizzati. Ci sono i regali di convenienza, legati alla ipocrisia delle convenzioni sociali, indifferenti dal punto di vista morale. Il più autentico e, forse, a mio avviso, il significato primario e più genuino, è quello del dono come veicolo di un messaggio di amore. Un amore può essere duraturo come una vita e il dono rimane a ricordarne i momenti più belli. Oppure essere caduco e, spesso, la rottura di una relazione affettiva è sancita dalla restituzione dei regali scambiati tra i partner.
Invece, per i sociologi e gli antropologi che si sono occupati di questo argomento non esiste nel dono il messaggio d'amore ma solo il significato della convenienza. Essi hanno interpretato lo scambio dei doni come uno dei fondamenti delle strutture sociali umane, considerandolo analogo allo scambio di merci. Il commercio, che sia quello dei popoli primitivi (scambio di conchiglie e collane nelle isole della Melanesia) o sia quello della società evoluta (scambio di merci con alto valore aggiunto e/o di denaro) ha come scopo costante l'acquisto di potenza e di ricchezza. Sotto questa luce, il Natale è stato interpretato come un grande mercato, un rito collettivo vissuto con o senza spirito religioso, come un mito sacro. Il Natale, per questi ricercatori, è anzitutto la celebrazione di una utopia familiare sul modello della Sacra Famiglia, la sacralizzazione di un modello normativo: quello del nucleo familiare. Attraverso lo scambio di regali possiamo conservare certi rapporti con i membri della famiglia, rinsaldare o allentare certi legami. A Natale lo scambio dei doni non è solo reciproco ma simultaneo e ciò genera ansia ed incertezza nella scelta della cosa da regalare. Celebrando questa festa, esprimiamo la nostra appartenenza a una comunità, a una famiglia e d'altro canto, a Natale l'isolamento e la solitudine sembrano più insopportabili (1,2).
Tutte le forme di religiosità sono state spiegate dagli antropologi come l'esito di processi adattativi operati dalla selezione naturale per incentivare l'unione e la solidarietà tra quelli che professano lo stesso credo. Inoltre, se la solidarietà all'interno del gruppo promosso dalla religione è uno dei suoi maggiori vantaggi adattativi, allora è probabile che fin dall'inizio essa abbia avuto un ruolo anche nei conflitti fra gruppi. In altri termini, uno dei benefici, per gli individui, della solidarietà entro il gruppo è la capacità dei gruppi uniti di difendersi e competere con gli altri (3).
Tra gli esseri viventi, solo l'essere umano presenta le manifestazioni degli estremismi del bene e del male perché sono espressioni esclusive della sua razionalità, della sua capacità di amore e di odio, del suo desiderio di felicità, del suo orgoglio e della sua libertà. Tutte manifestazioni che costituiscono la dimensione spirituale dell'uomo.
Ma per gli scienziati non esiste alcuna dimensione spirituale perché non può essere spiegata con la legge della selezione naturale.
Eppure tale dimensione spirituale è una realtà, non ipotetica, né mitica, né immaginaria, né simbolica, né metafisica, ma è una esperienza di vita umana, vissuta nella sua integrale originalità da milioni di persone in tutto il mondo. Le manifestazioni della spiritualità sono riconosciute dai paleontologi essere presenti nella vita dell'homo sapiens fin dalla sua comparsa sulla terra. Le prime tracce lasciate dall'uomo con il culto dei morti riguardano la sua ricerca di Dio e il desiderio di eternità. Manifestazioni che nulla hanno a che fare con le influenze della selezione naturale. La dimensione spirituale stabilisce il vallo incolmabile tra l'essere umano e tutte le altre specie ed è proprio la razionalità a costituire quella molla incomprimibile che determina l'evoluzione unica e continua del genere umano.
Il perdono. Come in altre attività generate dalla coscienza, anche nel perdono si può riconoscere una graduatoria di valori dipendenti dal contenuto di verità, sincerità e completezza. La stessa concezione di cosa si vuole intendere con questo termine è molto soggettiva e certamente influenzata dalla maturità spirituale e dall'orientamento religioso o ideologico propri di ogni persona. Spesso gli atteggiamenti di perdono nascondono un comportamento ipocrita dettato dalla convenienza, ma queste ipocrisie non interessano alla nostra riflessione. Nella offerta del perdono, la persona deve esercitare tutta una serie di virtù in particolar modo: o la fortezza, per controllare l'orgoglio ferito, l'amor proprio e frenare l'impulso naturale alla vendetta, o la generosità, per aprirsi all'altro e superare l'egoismo, o l'amore perché il perdono sia genuino. Tra tutte, essenziale, è la virtù dell'umiltà perché tanto più grave è stata l'offesa e tanto maggiore è la forza necessaria all'esercizio di tutte le virtù.
Nel suo significato più completo e genuino il termine perdono unisce a "dono" il prefisso "per" a indicare un rafforzamento del dono, e quindi un super-dono: chi perdona offre un "di più"che va oltre il comune senso della giustizia, collocandosi nella dimensione di una giustizia superiore capace di rigenerare nuovi e più veri rapporti. Il significato etimologico attesta chiaramente l'atteggiamento di generosità e di gratuità di chi, superando ogni risentimento e ogni desiderio di vendetta verso chi lo ha offeso, offre la possibilità di un nuovo rapporto. Rispetto a questa definizione appaiono essere molto lontane le interpretazioni che ne danno gli uomini di scienza. Un noto psichiatra ha scritto:"In generale considero il perdono un gesto antibiologico. Perdonare il nemico è un assurdo, va contro la teoria di Darwin, che prevede che l'eliminazione del competitore sia garanzia di sopravvivenza: "stare al mondo in prima persona significa favorire i propri discendenti, che erediteranno e propagheranno il nostro bagaglio genetico". [….]Insomma, il perdono per chi ti ha fatto del male è antibiologico. Anche se si accetta la cooperazione al posto della lotta, ciò non significa ammettere la sopraffazione: la cooperazione in antitesi alla teoria della lotta per la sopravvivenza, è sempre paritaria e rispettosa dei diritti, di cui quello della vita è certamente il primo e il più fuori discussione" (4).
L'autore nel fare queste considerazioni sembra non curarsi del fatto che l'essenza del perdono è profondamente e specificamente umana, i cui risvolti esistenziali si svolgono innanzitutto nel segreto della coscienza. Considerarlo come un gesto antibiologico perché va contro la teoria di Darwin appare un vero controsenso per molti punti di vista (filosofico, scientifico, religioso); è come affermare che tutti i gesti dell'uomo che non rientrano negli schemi della teoria di Darwin non sono pertinenti dell'essere umano. Cosa evidentemente assurda, tanto più che capacità e possibilità di perdonare non sono precluse a chiunque sia in grado di capire. Più coerente, invece, rovesciando i termini del problema, è riconoscere, anche in coerenza con l'epistemologia della scienza, che la teoria di Darwin non è adeguata né veritiera quando la si impiega per interpretare o spiegare i gesti dell'uomo. Nelle interpretazioni così dette scientifiche il perdono viene descritto o come una forma di riconoscimento del più forte e una modalità per abbandonare il campo oppure una forma di comprensione della debolezza dell'altro, o come una forma di accettazione dell'errore altrui (4).
Tutte interpretazioni arbitrarie che ignorano il "senso profondo", di ciò che costituisce l'essenza del perdono. La difficoltà a cogliere tale essenza è comune a tutti gli uomini perché si può comprenderla, rifiutarla o farla propria solo nel momento in cui viene, più o meno drammaticamente vissuta nella nostra esperienza quotidiana, la prova del perdono.

Tale prova può essere esplicata con due modalità molto diverse nella sostanza o essenza:
1. La prima presenta una dimensione umana e corrisponde a tutte quelle prove che ci possono capitare tutti i giorni, come ad esempio: "perdonare lo sgarbo di un figlio, di un fratello o di un amico; perdonare la prepotenza delle persone nell'ambiente di lavoro, nelle difficoltà del traffico, e in molte altre occasioni". Credo che queste forme di perdono (da non confondere con la viltà o con la supina accettazione di una ingiustizia), pur richiedendo sempre l'esercizio delle virtù, siano alla portata di tutti coloro che non coltivano in sé né seminano odio, ma desiderano in qualche modo il bene dell'altro.
2. La seconda presenta una dimensione divina ed è rappresentata da chi, mentre viene torturato con sanguinaria crudeltà, trova la forza dell'amore per perdonare prima di morire colui che lo sta uccidendo.
Perché si deve attribuire una dimensione "divina" a chi perdona il suo carnefice
Nella storia umana, l'unico che insegna, non solo a perdonare tutte le offese, ma ad amare i propri nemici, è Gesù Cristo. "Se qualcuno ti percuote su una guancia, porgigli anche l'altra; se qualcuno ti leva il mantello, lasciagli prendere anche la tunica." (Lc 6,29). La giustificazione che ne dà Gesù è fondata sull'amore del Padre per tutti gli esseri umani. "Io invece vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli, il quale fa sorgere il suo sole sui cattivi come sui buoni e fa piovere sui giusti come sugli empi." (Mt 5,44-45).
Gesù mette in pratica il suo insegnamento. In obbedienza al Padre, del tutto innocente, si offre liberamente alla sua passione per giustificare i peccati di tutti gli uomini. Sottoposto ad un ingiusto processo, perdona a coloro che lo hanno prima condannato, poi lo hanno torturato con la più crudele delle flagellazioni, poi lo hanno ucciso nella vergogna della croce. "Quando giunsero sul posto, detto luogo del Cranio, là crocifissero lui e i due malfattori, uno a destra e l'altro a sinistra. Gesù diceva: "Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno"" (Lc 23,33-34). La sua ultima parola sulla terra sarà il sigillo della sua missione: "Tutto è compiuto" (Gv 19,30).
Comprendere la dinamica di questo perdono è fondamentale
Gesù non ha detto "Io vi perdono per il male che mi state facendo", ma chiede al Padre di perdonare i suoi carnefici, comprendendo nella stessa domanda implicito anche il suo perdono. Ma con ciò ci dice che solo Dio può perdonare il peccato e solo Dio può donare la dimensione divina al perdono umano. La sofferenza diventa mediatrice della giustizia divina.
In tale distinzione emerge la differenza che può sussistere tra l'essenza del perdono umano e di quella divina insegnata da Gesù. Abitualmente, facciamo riferimento a noi stessi e chiudiamo su di noi il cerchio di un'azione generosa, magari anche gratificandoci del suo compimento. In tale gratificazione potrebbe nascondersi un piccolo peccato d'orgoglio. Invece se lo stesso gesto viene compiuto facendo riferimento all'amore del Padre per tutti gli uomini acquistiamo il merito della dimensione divina.
La prova provata di questa dimensione divina si sta svolgendo sotto i nostri occhi da almeno due millenni. I molti milioni di martiri che sono stati uccisi per la loro fede in Cristo hanno chiesto perdono a Dio per i loro carnefici e li hanno perdonati. C'è anche suor Maria Laura, che a Chiavenna, chiamata di notte da una ragazza che chiedeva aiuto perché era una adolescente incinta e sola , accorre in un luogo dove ad attenderla ci sono tre ragazze che la uccidono. E lei in nome di quel Gesù al quale aveva dedicato tutta la vita, trova il tempo di perdonare. Un esempio di bene estremo.
Bibliografia
1. Mauss M. :Saggio sul dono, Einaudi, 2002.
2. Chevalier S. Monjaret A. :Il valore dei doni. Mente&Cervello 2004;2,n12:12-17.
3. Sosis R. : Religiosi per solidarietà. . Mente&Cervello 2004;2,n12:34-40.
4. Andreoli V. : L'incomprensibile estremismo del bene. Mente&Cervello 2004;2,n12:4-5.
Prof. Paolo Rossi
Via Verdi, 18 28100 Novara
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