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LEADING
ARTICLE
di
Miriam Bortnik e Eraldo Occhetta |
| Fattori
predittivi di morte cardiaca improvvisa e di aritmie ventricolari
in pazienti con scompenso cardiaco avanzato. Analisi post
hoc dei risultati dello studio COMPANION |
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Predictors
of sudden cardiac death and appropriate shock in the comparison
of medical therapy, pacing and defibrillation in heart failure
(COMPANION) Trial.
Saxon LA, Bristow MR, Boehmer J, et al. Circulation 2006 ; 114
: 2766-2772 |
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Introduzione
Nonostante i notevoli progressi in campo farmacologico degli
ultimi anni, la prognosi dei pazienti affetti da insufficienza
cardiaca rimane a tutt’oggi infausta sia in termini
di morbilità che in termini di mortalità (1)
.
In generale, la causa del decesso nei pazienti con scompenso
cardiaco avanzato è legata per circa il 40% dei casi
a morte improvvisa, per lo più aritmica, per il 40%
a progressione della disfunzione ventricolare che evolve in
un quadro clinico di bassa portata circolatoria e per il 20%
ad altre cause correlate alla sindrome (tromboembolie, insufficienza
renale, cachessia, ecc). Il tipo di decesso varia poi in rapporto
alla classe NYHA di appartenenza, infatti se nei soggetti
in classe II la morte è prevalentemente di tipo improvviso
(50-80% dei casi), nelle classi funzionali più avanzate
è prevalentemente correlata a progressione dell’insufficienza
cardiaca (60-95% dei casi) (2,3) .
Nei pazienti con scompenso cardiaco refrattario e dissincronia
ventricolare, la terapia di resincronizzazione cardiaca (CRT)
attraverso il ripristino della sincronia atrio-ventricolare,
interventricolare ed intraventricolare si è affermata
come una valida alternativa terapeutica nel ridurre la sintomatologia
e migliorare la capacità funzionale (4-5) . Più
recentemente sono stati dimostrati gli effetti benefici della
CRT anche sulla mortalità (6,7) .
In tale contesto, lo studio COMPANION (6) rappresenta il primo
trial prospettico, randomizzato e multicentrico condotto su
di una ampia popolazione di pazienti, finalizzato alla valutazione
dell’impatto della CRT proprio sulla mortalità
(end point primario: combinazione di mortalità ed ospedalizzazione
per qualunque causa); il trial fu terminato prematuramente
nel 2002 in seguito alla dimostrazione di un beneficio statisticamente
significativo associato alla CRT da sola (riduzione del 20%
dell’endpoint combinato mortalità totale/ospedalizzazione)
e, soprattutto, associato alla terapia con defibrillatore
automatico impiantabile (riduzione del 36% dell’endpoint
secondario: mortalità totale).
Tuttavia, ben pochi dati in letteratura permettono di identificare
le caratteristiche cliniche predittive di eventi aritmici
ventricolari nei pazienti impiantati con un resincronizzatore
senza precedenti aritmici.
Gli Autori di questa analisi post hoc (8) hanno ipotizzato
che il grado di severità dell’insufficienza cardiaca
e la presenza di comorbilità fossero in grado di predire
il rischio di morte cardiaca improvvisa e di aritmie ventricolari
gravi nei pazienti arruolati nello studio COMPANION.
MATERIALI, METODI E RISULTATI:
Nello studio COMPANION (6) erano stati prospetticamente
arruolati 1520 soggetti con scompenso cardiaco (classe NYHA
III-IV) a genesi sia ischemica che non ischemica in terapia
medica ottimale, disfunzione sistolica ventricolare sinistra
(FE £ 35%) e con durata spontanea del QRS ³ 120
msec.
I pazienti erano stati randomizzati con un rapporto 1:2:2
a 1) terapia farmacologia ottimale; 2) pacemaker biventricolare
e 3) pacemaker biventricolare + defibrillatore automatico.
Nessun paziente aveva in precedenza manifestato aritmie ventricolari
sintomatiche.
Tutti i 1520 pazienti arruolati sono stati inclusi in questa
analisi post hoc per individuare i fattori predittivi di rischio
di morte cardiaca improvvisa e tra questi, in tutti i 595
soggetti randomizzati all’impianto di ICD biventricolare
è stata effettuata l’analisi degli shocks erogati
dal device.
Nell’analisi sono state incluse le seguenti variabili:
- classe NYHA (IV vs III),
- frazione di eiezione ventricolare sx (> 20 % vs £
20 %),
- terapia farmacologia in atto (beta-bloccanti, ace-inibitori,
inibitori recettoriali dell’angiotensina, spironolattone),
- durata del QRS > 160 msec,
- blocco di branca sinistra,
- blocco di branca destra,
- frequenza cardiaca £ 72 bpm,
- eziologia ischemica,
- sesso femminile,
- diabete,
- età £ 65 anni,
- body mass index,
- insufficienza renale.
Durante un follow-up medio di 15.7 mesi, nel gruppo randomizzato
alla terapia farmacologica ottimale si sono verificati 18
decessi (5.8%) per morte cardiaca improvvisa vs 48 (7.8%)
nel gruppo randomizzato all’impianto di pacemaker biventricolare
e 17 (2.9%) dei soggetti randomizzati al defibrillatore biventricolare.
Dall’analisi effettuata emergeva come i pazienti con
una frazione di eiezione > 20%, con una durata del QRS
spontaneo > 160 msec e di sesso femminile presentavano
un minor rischio di morte cardiaca improvvisa; al contrario,
i soggetti in classe funzionale NYHA IV presentavano un rischio
raddoppiato di morte improvvisa rispetto ai soggetti in classe
NYHA III; anche la presenza di insufficienza renale si associava
ad un rischio incrementato.
Tra i pazienti portatori di defibrillatore in 142 (24%) è
stato riportato almeno un attivazione del device con erogazione
di shocks (in 61% dei casi appropriato); anche in questo caso
una classe NYHA più avanzata (IV vs III) aumentava
il rischio di shocks appropriati così come i soggetti
in terapia con beta-bloccanti, ace-inibitori e inibitori recettoriali
dell’angiotensina e di sesso femminile presentavano
un rischio minore.
La necessità di interventi appropriati dell’ICD
si associava ad un incrementato rischio di morte o di ospedalizzazioni
per qualunque causa (Hazard Ratio 1.6; P = 0.009), di morte
o ospedalizzazioni per scompenso cardiaco (Hazard Ratio 2.4;
P = 0.001), di morte cardiaca improvvisa (Hazard Ratio 3.0;
P = 0.03) e di mortalità totale (Hazard Ratio 1.7;
P = 0.03).
COMMENTO
Questo trial, nonostante non specificatamente disegnato per
confrontare gli effetti della sola terapia di resincronizzazione
con la terapia di resincronizzazione + ICD, sembra dimostrare
come l’impianto di un defibrillatore biventricolare
riduca significativamente il rischio di morte cardiaca improvvisa
nei pazienti con scompenso cardiaco avanzato. In tale contesto,
lo studio COMPANION rappresenta indubbiamente una vera e propria
pietra miliare che ha per primo dimostrato una riduzione della
mortalità e della morbilità nello scompenso
refrattario con la terapia di resincronizzazione ed è
anche il primo che abbia documentato una riduzione della mortalità
in questi pazienti con il defibrillatore automatico.
L’anno successivo alla pubblicazione dello studio statunitense
COMPANION, sono stati resi noti i risultati dello studio CARE-HF
(7) , studio europeo che aveva randomizzato 813 pazienti con
scompenso cardiaco refrattario (classe funzionale almeno NYHA
3), ridotta frazione di eiezione (£ 35%) e segni elettrocardiografici/ecocardiografici
di dissincronia ventricolare; i soggetti arruolati erano stati
randomizzati alla terapia farmacologica ottimale (409 pazienti)
o alla terapia farmacologica ottimale + impianto di pacemaker
biventricolare (404 soggetti). End point primario era la morte
per tutte le cause o l’ospedalizzazione per eventi cardiovascolari
maggiori; end-point secondario principale era la morte per
qualunque causa.
Durante un follow-up medio di circa 30 mesi, l’end point
primario era stato raggiunto nel 39% dei pazienti del gruppo
randomizzato all’impianto di pacemaker biventricolare
vs il 55% dei pazienti randomizzati alla terapia farmacologica
ottimale. Per quanto concerneva l’end point secondario,
l’impianto di un pacemaker biventricolare riduceva significativamente
il rischio di morte per qualunque causa rispetto al trattamento
farmacologico ottimizzato (rispettivamente 20 % vs 30%; P
< 0.002); risultati non altrettanto brillanti si osservavano
quando veniva analizzata la morte improvvisa: 32% nel gruppo
randomizzato alla terapia farmacologica vs 35% della popolazione
randomizzata alla terapia di resincronizzazione.
Poco prima della chiusura del CARE-HF, lo Steering Committee
aveva dichiarato una “extension phase” di altri
8 mesi proprio per meglio verificare gli effetti della terapia
di resincronizzazione sulla mortalità e sulla modalità
di morte durante un periodo più lungo.
Questo lavoro recentemente pubblicato (9) ha sostanzialmente
confermato gli effetti benefici della terapia di resincronizzazione
anche durante follow-ups decisamente lunghi per questo tipo
di analisi; infatti durante una media di 37.4 mesi (range
26.1-52.6 mesi) si sono verificati 154 decessi (38.1%) nei
404 pazienti randomizzati alla terapia medica vs 101 decessi
(24.7%) nei 409 soggetti randomizzati al pacemaker biventricolare
(P < 0.0001). E’ stata inoltre osservata una riduzione
del rischio di morte dovuta sia a scompenso cardiaco (64 vs
38 decessi; P = 0.0031) che a morte improvvisa (55 vs 32;
P =0.005).Questo ultimo risultato potrebbe essere spiegato
con un effetto benefico tardivo potenzialmente correlato ad
un miglioramento della funzione cardiaca e del rimodellamento
ventricolare. Nonostante ciò, occorre ricordare che,
nonostante la resincronizzazione, durante l’intero follow-up,
32 pazienti (7.8%) erano deceduti per morte improvvisa probabilmente
nella maggior parte dei casi evitabile se fosse stato impiantato
un defibrillatore automatico.
In un editoriale di commento al lavoro, Saxon (10) ha ben
rimarcato come la percentuale di pazienti deceduti improvvisamente
nello studio COMPANION randomizzati all’ICD biventricolare
fosse ridotta del 50% rispetto ai soggetti dello stesso studio
randomizzati agli altri due bracci e fosse esattamente la
metà di quella dei pazienti dello studio CARE-HF -
extension phase randomizzati al pacemaker biventricolare (16
vs 32% della mortalità totale). Nello stesso editoriale
l’Autore ipotizza l’utilizzo di dispositivi biventricolari
con sola capacità di pacing nei pazienti in classe
funzionale avanzata e aspettativa di vita molto ridotta; in
tutti gli altri il concomitante impianto di un defibrillatore
sarebbe ovviamente l’opzione di scelta.
Altro dato piuttosto interessante che emerge da questa analisi
post hoc dello studio COMPANION è che i soggetti con
QRS > 160 msec presentavano un rischio ridotto di morte
cardiaca improvvisa a suggerire come in realtà i pazienti
con maggior ritardo di conduzione intraventricolare siano
quelli che maggiormente beneficiano della terapia di resincronizzazione;
inoltre, in apparente contraddizione con dati precedenti (2,3)
il rischio di morte improvvisa era aumentato nei pazienti
in classe funzionale NYHA IV ad indicare come in un contesto
di scompenso cardiaco molto avanzato il rischio assoluto di
morte improvvisa aumenti con il progredire dell’insufficienza
cardiaca.
Quando poi si analizzava la percentuale dei pazienti trattati
con ICD biventricolare che avevano manifestato shocks appropriati,
questa risultava all’incirca raddoppiata rispetto alla
percentuale di soggetti arruolati in altri trials che includevano
prevalentemente soggetti in classe funzionale II (11,12) .
Inoltre, i pazienti in terapia con antagonisti neuroormonali
e quelli di sesso femminile presentavano un rischio ridotto
di ricevere shocks.
In una sottoanalisi dello studio MADIT II (13) , trial di
prevenzione primaria che aveva arruolato soggetti con cardiomiopatia
dilatativa post-ischemica con FE < 30%, le donne presentavano
meno attivazioni del defibrillatore su fibrillazione ventricolare
ma manifestavano un numero di attivazioni analoghe rispetto
ai soggetti di sesso maschile su tachicardia ventricolare
e analoghi benefici in termini di sopravvivenza; benchè
il numero di soggetti di sesso femminile complessivamente
arruolati nel COMPANION e nel MADIT II sia troppo esiguo per
tratte conclusioni definitive, i risultati di questa analisi
confermano come le donne traggano analoghi benefici in termini
di mortalità e/o ospedalizzazioni per qualunque causa
ma presentino nel follow-up meno attivazioni del device per
aritmie ventricolari pericolose (sia tachicardia che fibrillazione
ventricolare).
Un altro dato molto interessante che emerge è che la
necessità di attivazioni appropriate dell’ICD
ben correla con il rischio di eventi avversi maggiori incluso
il rischio di morte improvvisa. Il riscontro poi di un effetto
protettivo da parte di farmaci antagonisti neuroormonali quali
i beta-bloccanti, gli ace-inibitori e gli inibitori recettoriali
dell’angiotensina sul rischio di erogazione di shocks
appropriati ma non necessariamente sulla morte improvvisa
non è sorprendente se si tiene conto che la morte improvvisa
non sempre si associa ad un’aritmia ventricolare
I risultati di questa analisi, seppure limitati dal fatto
che si tratta di un’analisi post-hoc, sembrano confermare
come nei pazienti candidati alla terapia di resincronizzazione,
il rischio di morte improvvisa sia sensibilmente maggiore
in presenza di classe funzionale più compromessa e/o
di insufficienza renale; il rischio di aritmie ventricolari
gravi sembra ridotto nei pazienti in concomitante terapia
con antagonisti neuroormonali e di sesso femminile. Infine
nei pazienti randomizzati al defibrillatore biventricolare,
la necessità di erogazione di shocks si associava ad
un aumentato rischio di ospedalizzazioni e di morte sia per
scompenso cardiaco che per morte improvvisa. |
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Bibliografia |
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Miriam
Bortnik, Eraldo Occhetta
Divisione Clinicizzata di Cardiologia
Azienda ospedaliera Maggiore della Carità-Novara
Fax 0321 3733407
e-mail: miriam.bortnik@libero.it |
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